I ribelli assaltano il centro di Tripoli. Conte: «Nessuna missione italiana»

- Il premier Fayez Al Serraj, messo alle strette, chiama in aiuto le milizie di Misurata. Il nostro governo smentisce la chiusura dell'ambasciata e l'invio di truppe. Fuga di massa da un carcere. Oggi il primo tavolo di pace.
- Concentrare le relazioni solo sulla capitale è una scelta miope: siamo stati isolati.
Lo speciale contiene due articoli.
È da più di una settimana che a Tripoli è finita la fragilissima tregua che era stata faticosamente conquistata anche grazie alla mediazione dell'Italia. La Settima brigata ha lanciato un assalto alla città e sono in atto scontri con le forze di sicurezza governative a pochi chilometri dal centro della capitale, nel distretto di Abu Salim. L'ultimo bilancio, diffuso dal ministero della Salute libico, parla di 47 morti e 129 feriti. Un'ecatombe che ha allarmato la missione Onu presente nel Paese, Unsmil, che ha invitato «le varie parti interessate dal conflitto a un incontro allargato» per oggi a mezzogiorno, invitando i belligeranti, «sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'offerta del Segretario generale della Nazioni Unite di mediare», ad avviare «un dialogo urgente sull'attuale situazione della sicurezza a Tripoli». L'Unione europea, attraverso un portavoce della Commissione, ha chiesto alle parti in lotta «di cessare immediatamente le ostilità», poiché «l'escalation della violenza sta minando una situazione che è già fragile. La violenza porterà solo altra violenza a svantaggio dei libici».
Il premier di Tripoli, Fayez Al Serraj, che ha aperto un comitato di crisi, si è visto costretto a dichiarare lo stato d'emergenza e a chiedere l'aiuto della Forza antiterrorismo, guidata dal generale Mohammad Al Zain e di stanza a Misurata, che in Libia sono invise poiché accusate di aver ottenuto milioni di dollari dal governo in cambio di protezione armata. Qualche centinaio di blindati del contingente antiterrorismo si è insediato in una caserma alla periferia occidentale di Tripoli. Una mossa che, spera forse Serraj, dovrebbe costringere la Settima brigata ai negoziati.
Tra i combattenti che hanno scagliato l'offensiva a Serraj c'è anche Salah Badi, che comanda la brigata Al Samoud. Il miliziano era già stato protagonista dell'assedio del 2014, quando il governo di Tripoli fu costretto alla fuga e l'aeroporto fu preso dai ribelli. Badi, che fino a oggi si trovava in Turchia, in un messaggio postato su Facebook, si è dichiarato pronto a rientrare in città alla testa dei suoi uomini armati. Anche se a beneficiare dei disordini è il principale concorrente di Serraj, il generale Khalifa Haftar (alleato della Francia), Badi ha sempre giocato una sua partita, considerandosi legittimato a ritagliarsi un ruolo nella successione a Muhammar Gheddafi.
Domenica pomeriggio, una nave dell'Eni ha evacuato alcuni tecnici italiani che stavano lavorando nel complesso petrolifero di Mellitah, alcuni militari e i dipendenti dell'ambasciata. Il dicastero della Difesa ha comunque assicurato che i nostri soldati presenti in Libia stanno bene. Il ministro Elisabetta Trenta ha fatto sapere che sta seguendo costantemente lo svolgersi degli eventi. Due giorni fa, un colpo di mortaio aveva sfiorato la nostra ambasciata, che però, smentendo la notizia riportata dal sito Al Mutawasset, ha precisato che resterà aperta. Quello delle fake news sulla strategia dei nostri diplomatici, peraltro, sembra essere uno dei fronti del conflitto: c'è chi ipotizza che siano stati addirittura i servizi segreti francesi a mettere in circolo la voce, ripresa da Africa Intelligence, che il nostro Paese avrebbe presto sostituito il proprio ambasciatore.
Preoccupanti si annunciano pure le conseguenze dei disordini a Tripoli sui flussi migratori. È di ieri la notizia che circa 400 persone, tra galeotti e uomini in attesa di partire sui barconi alla volta delle coste italiane, sono evasi in seguito a una rivolta nel centro di detenzione di Ain Zara.
Per adesso, comunque, l'Italia non sembra intenzionata a organizzare un blitz militare. La presidenza del Consiglio ha diffuso una nota in cui «smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia». Anche il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha ribadito il no a un'azione di forza: «Escludo interventi militari che non risolvono nulla», ha affermato, «e questo dovrebbero capirlo anche altri». La stoccata del vicepremier era evidentemente indirizzata a Emmanuel Macron: sono in molti, infatti, a sospettare che la Francia, entrata più volte in polemica con il governo gialloblù specialmente in tema di migranti, abbia mosso le sue pedine in Libia per destabilizzare il Paese e mettere alle strette l'Italia. Come riportato da Radio Radicale, al termine del Consiglio dei ministri di ieri, Salvini non ha lesinato dure critiche a Macron: «Nulla succede per caso. C'è dietro qualcuno», ha detto il vicepremier ai giornalisti. «Il mio timore è che qualcuno, per motivi economici ed egoismi nazionali metta a rischio la stabilità del Nordafrica e, conseguentemente dell'Europa». Quel «qualcuno» contestato da Salvini «è andato a fare una guerra che non doveva fare e fissa le date delle elezioni», quelle che il presidente francese insisteva per celebrare a dicembre, «senza interpellare gli alleati, l'Onu e i libici».
Gli scontri di Tripoli arrivano a circa due mesi dal viaggio del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, cui Serraj aveva chiesto la riattivazione dell'accordo stipulato tra Gheddafi e Silvio Berlusconi per il controllo delle partenze dei migranti, pur sostanzialmente bocciando la proposta, formulata in primo luogo dal premier italiano Giuseppe Conte, di aprire degli hotspot direttamente in territorio libico per processare le richieste d'asilo. Poche settimane dopo era stata la Trenta ad andare in Libia, per rafforzare il ruolo dell'Italia quale soggetto legittimato a cooperare per la stabilizzazione dell'area. «Siamo felicissimi di avervi qui», aveva commentato il suo omologo libico, Najim Owida. Ma questa luna di miele, a «qualcuno» non è piaciuta.






