- L’ordine dopo che il gup ha negato il dissequestro a causa dei rischi per i lavoratori. La notizia arriva proprio durante l’incontro nel quale il Mise cercava di mediare con l’azienda sullo scudo legale escluso dal dl Crescita.
- Il Mise annuncia l’intenzione di alzare l’investimento pubblico nell’ex compagnia di bandiera. Resta solo Delta come partner industriale. Previsti comunque 2.000 esuberi oltre ai 900 milioni già spesi.
Lo speciale contiene due articoli.
Giornata particolarmente nera quella di ieri per il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Alitalia si avvia alla nazionalizzazione per mancanza di un vero partner industriale; allo stabilimento ex Ilva di Taranto viene confermata la richiesta di 1.400 dipendenti da mettere in cassa integrazione e, mentre si litiga al tavolo del Mise con Arcelor Mittal, la magistratura conferma il sequestro dell’Altoforno 2.
Una botta che arriva a spezzare gli equilibri fin troppo instabili imposti dai 5 stelle. Nelle scorse settimane il Movimento si è adoperato per inserire un emendamento al decreto Crescita con l’obiettivo di togliere la copertura legale garantita agli acquirenti dell’Ilva meno di un anno fa.
L’accordo era stato firmato dallo stesso Luigi Di Maio che ora, evidentemente, sente la necessità di rappacificarsi con il proprio elettorato effetto dalla sindrome Nimby. Così il mese scorso ha annunciato di voler azzerare lo scudo penale, che è bene ribadire serviva solo a coprire le attività fuori regola ma in fase di ristrutturazione in base al piano ambientale concordato con l’Ue. A quel punto Arcelor Mittal aveva annunciato i 1.400 esuberi. Ieri durante l’incontro il gruppo siderurgico angloindiano ha confermato i numeri e i vertici del Mise stavano cercando di trovare una soluzione politica tentando di convincere Arcelor che anche senza uno scudo vero e proprio non sarebbe successo nulla allo stabilimento. Negli stessi minuti i grillini facevano trapelare dichiarazioni di Di Maio decisamente più ostili. «Voglio essere ben chiaro. Non esiste alcuna possibilità che l’immunità penale torni», riportano le agenzie. In questi mesi di interlocuzione ho sempre detto ad Arcelor Mittal che la dirigenza dell’azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale se dimostra buona fede continuando nell’attuazione del piano ambientale: se si chiede di precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma, siamo assolutamente disponibili», prosegue l’agenzia. Ma, conclude, «nessuna persona in questo paese potrà mai godere di una immunità per responsabilità di morti sul lavoro o disastri ambientali». Peccato che, ad azzerare tutti i ragionamenti del ministro, alla sala del ministero si sia affacciata direttamente la Procura di Taranto, che alla luce di precedenti sentenze della corte Costituzionale tramite il gup ha negato il dissequestro dell’altoforno 2. Si tratta dello sviluppo giudiziario dell’incidente avvenuto a giugno 2015 e costato la vita all’operaio Alessandro Morricella, che morì ustionato, investito dalla ghisa. Il giudice dell’udienza preliminare, Pompeo Carriere, occupandosi del procedimento per la morte di Morricella, ha rigettato l’istanza presentata dai commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria. Da oggi i commissari della bad company, stando a quanto risulta alla Verità, in accordo con Arcelor Mittal avanzeranno un’istanza per chiedere la sospensione in modo da poter aggiornare i sistemi di sicurezza secondo gli standard richiesti anche dai giudici. Ci sarà sicuramente battaglia nelle aule, ma il tema politico si infrange su tutta la strategia grillina, se a questo punto ancora così si può chiamare. Il decreto Crescita è in Gazzetta dal primo luglio. Non è dato sapere se i giudici senza la modifica di legge a sfavore dell’Ilva si sarebbero mossi lo stesso, ma la coincidenza va presa in considerazione. Non solo, la notizia renderà ancor più difficile trovare una via di uscita per evitare la cassa integrazione.
Una botta per Di Maio che si avvia a dover gestire anche i nodi del dossier Alitalia. Sempre ieri mattina il Mise ha fatto trapelare la notizia dell’intervento massiccio di Ferrovie dello Stato e del Mef in modo da ottenere la quota di maggioranza dell’ex compagnia di bandiera. Pur con Delta e con gli altri piccoli pretendenti non si arriverebbe a coprire il fabbisogno. Risultato: i contribuenti dovranno dire per sempre addio ai 900 milioni di prestito ponte. E comunque anche lungo il cammino della nazionalizzazione toccherà a Di Maio annunciare altri esuberi per Alitalia. Un risultato che lo vedrà nel mirino della Lega. Da tempo il Carroccio non nasconde il disagio per le troppe cariche che il leader grillino ricopre e che non sembra gestire nel modo più efficiente. Senza contare gli altri tavoli di crisi che vanno da Mercatone Uno fino a Whirlpool. Se Di Maio si fa scoppiare l’Ilva tra le mani, esuberi e cassa integrazione rischiano di decuplicare e far scappare un investitore estero di quella portata è l’ultimo dei biglietti da visita di cui l’Italia ha bisogno. Tanto più che l’unico motivo per innescare la bomba Taranto è stato un motivo elettorale che vale per giunto un pugno di voti
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