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2019-07-27
I nuovi guai di Lotti e babbo Renzi riportano a galla lo scandalo del Csm
Ansa
«La vicenda dei genitori l'ha colpito (Renzi, ndr) il danno d'immagine su di lui in questi anni, comunque, c'è stato […] e ora ha un'immagine ancora molto, molto graffiata». Così a maggio Luca Lotti in un colloquio, finito nell'inchiesta Csm, con il pm Luca Palamara. La nomea dell'ex premier è forse ancora più compromessa dall'altro ieri, giorno del rigetto dell'istanza di archiviazione nell'inchiesta Consip per Tiziano Renzi. Quest'ultimo il 14 ottobre dovrà presentarsi davanti al gip Gaspare Sturzo per convincerlo di non aver utilizzato il nome che porta per fare affari illegali, ma non sarà semplice: il giudice ha respinto una doppia richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma, rappresentata sino a maggio da Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e Mario Palazzi.
Durante l'inchiesta sul Csm era emerso come l'indagine Consip fosse il convitato di pietra di gran parte delle manovre intorno alle nomine dei vertici della Procura capitolina. Lotti brigava per avere come procuratore il pg di Firenze Marcello Viola, considerato più gestibile in vista del processo per favoreggiamento a cui sembra destinato lo stesso ex sottosegretario. Nelle intercettazioni captate dal trojan nel cellulare di Palamara, quest'ultimo faceva riferimento a presunti contatti tra Giglio magico e Procura: «Vedi Luca (Lotti, ndr), io come ti ho già detto una volta, mi acquieterò solo quando Pignatone mi chiamerà e mi dirà che cosa è successo con Consip. Perché lui si è voluto sedere a tavola con te, ha voluto parlare con Matteo, ha creato l'affidamento e poi mi lascia con il cerino in mano. Io mi brucio e loro si divertono». Sembra chiaro che Palamara e Lotti non si aspettassero la richiesta di rinvio per l'ex ministro, sebbene un'altra accusa (rivelazione di segreto) fosse stata abbonata sia a lui sia al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, considerato vicino al Giglio magico. Le contestazioni della Procura si ridussero e resta un mistero, per esempio, come Tiziano Renzi sia venuto a conoscenza dell'inchiesta che lo riguardava: una fuga di notizie rivelata da questo giornale il 6 novembre 2016. La proposta di processo per Lotti, Saltalamacchia e altri nell'ottobre 2018 ha quasi oscurato l'istanza di archiviazione per Renzi senior, nonostante fossero state censurate dagli stessi magistrati per la loro «totale inattendibilità» le dichiarazioni che lo stesso aveva reso nell'interrogatorio del 3 marzo 2016. Alla vigilia di quel confronto, Matteo Renzi e il padre avevano disquisito sugli inquirenti che conducevano le indagini. «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?» aveva chiesto il genitore e il figlio lo aveva corretto: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, […] dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma, se ho capito bene». A interrogare Tiziano furono Pignatone e l'aggiunto Ielo.
Il babbo davanti ai pm negò di aver mai incontrato l'imprenditore Alfredo Romeo (oggi imputato per corruzione), l'uomo che, attraverso il faccendiere Carlo Russo, stretto collaboratore del padre dell'ex premier, aveva cercato una sponda a Rignano in cambio di una «consulenza» di 30.000 euro al mese. I soldi non sono mai stati trovati, anche perché la casa di Tiziano Renzi non è stata perquisita, né sono stati sequestrati i cellulari. Eppure le chat con Russo, riportate in un'informativa dei carabinieri del 25 marzo scorso, smentirono la sua versione. Il 16 luglio 2015 Renzi senior, Romeo e Russo risultano essere nella stessa zona e, come riferito a marzo dal Fatto quotidiano, Tiziano alle 15.24 scrive su Telegram: «Ci sono». E Russo poco dopo risponde: «Ci siamo». Qualche ora dopo, alle 18.22, Renzi e Russo tornano a scriversi e sembrano commentare l'incontro. Tiziano: «Impressioni?». Russo: «A lui positivamente… A te?». Tiziano: «Buone speriamo che non mi pongano ostacoli». Russo: «Speriamo». L'argomento dell'incontro, a giudicare da altre conversazioni, sarebbe stata una gara di Grandi stazioni.
Ma Renzi senior non è considerato un lobbista fuori dalle regole solo a Roma. A Firenze va avanti contro di lui un'indagine per la stessa ipotesi di reato e qui la pm Christine von Borries ritiene anche di aver trovato il corrispettivo dell'attività, i 195.200 euro che l'imprenditore Luigi Dagostino ha versato ai coniugi Renzi per prestazioni considerate inesistenti. Il periodo dei pagamenti è giugno-luglio 2015, quando lo stesso Renzi senior agevolò un incontro tra un pm nell'occhio del ciclone, Antonio Savasta, e l'allora sottosegretario Lotti.
Ai due procedimenti per influenze illecite bisogna aggiungerne altri tre per false fatture e concorso in bancarotta che coinvolgono entrambi i genitori dell'ex premier.
I crac di quattro società (tre coop toscane e una srl piemontese) potrebbero portare a condanne pesanti. L'avviso della chiusura delle indagini fiorentine per entrambi è atteso a breve, mentre Laura Bovoli è alla sbarra a Cuneo per un altro presunto concorso in bancarotta. Il 7 ottobre è attesa la sentenza per false fatturazioni (un'accusa legata ai 195.200 euro di cui sopra) contro i Renzi.
Marito e moglie non hanno voluto essere esaminati in aula da pm e giudice, e hanno preferito affidarsi a «dichiarazioni spontanee scritte», provando a spostare l'oggetto del contendere: «Se è un reato chiamarsi Renzi, allora sono colpevole», ha scritto Tiziano. Un espediente retorico che deve essergli parso efficace: il 15 luglio ha pubblicato su Facebook la propria «arringa». Giovedì 25, quando le agenzie hanno dato la notizia del rigetto della richiesta di archiviazione per Consip, Tiziano è tornato sulla Rete: «Dopo quello che ho passato nei mesi scorsi, non provo più nemmeno rabbia o dolore. So di non aver commesso alcun traffico di influenze. E so che questo infinito processo mediatico prima o poi sarà smontato pezzetto dopo pezzetto. […] Io sono innocente, come del resto avevano riconosciuto anche i pm di Roma». Ieri il post era stato cancellato dal suo profilo.
E il figlio «trucca» i successi online
Ormai più a suo agio negli Emirati arabi che nell'amaro agone della politica italiana, Matteo Renzi è sempre più vittima delle proprie ossessioni. A cominciare da quella per le fake news, un'espressione vuota e fuorviante che l'ex premier sdoganò quando era a Palazzo Chigi e che ormai anche l'ultimo sindachino preso con le mani nella marmellata usa per difendersi e gridare al complotto. Come spesso accade in questi casi, dopo ave gridato per anni alle notizie false contro di lui, adesso l'ex primo cittadino di Firenze le produce egli stesso. Così, nelle ultime ore si è vantato di aver sorpassato su Facebook, in termini di followers, tanto Matteo Salvini quanto Luigi Di Maio. Ma poi si è scoperto che aveva contato male e nel gradimento sui social restava sempre al terzo posto su tre. Intanto, sempre a proposito di «notizie false», il gip di Roma si è opposto alla richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi per l'affare Consip e qui Matteuccio si è improvvisamente azzittito: dopo aver gridato alla congiura per mesi, si è chiuso in un cupo silenzio.
L'ultimo distacco dalla realtà (già virtuale, per altro) di Renzi junior è andato in scena mercoledì sera, dopo la diretta Facebook contemporanea dell'ex segretario del Pd, di Salvini e di Di Maio sul Rubligate. Il bulletto fiorentino ha visto sui social dei numeri che solleticavano il suo ego e, orfano di quel Filippo Sensi che gli avrebbe immediatamente spiegato che stava prendendo un abbaglio, ha cominciato a vaticinare il tramonto dei due leader che il 4 marzo 2018 lo hanno relegato all'irrilevanza. Renzi è ancora giovane e prima o poi tornerà anche lui, ma speriamo che torni più lucido, perché ecco che cosa ha twittato: «Ho come l'impressione che i due di Beautiful stiano venendo a noia. Quando lasciate Facebook e accettate un confronto televisivo all'americana? Non potete continuare a fuggire, coraggio». In realtà aveva fatto un confronto all'amatriciana dei followers, in base al quale lui surclassava tutti. Peccato che la mattina dopo, a un banale controllo delle rispettive pagine Facebook, risultasse tutta un'altra storia: la diretta di Salvini aveva acchiappato 405.550 visualizzazioni, quella di Di Maio seguiva con 297.689 e quella di Renzi si classificava ultima con grandissima distanza a quota 174.778 spettattori. Insomma, il povero Renzi, la sera prima, aveva diffuso una fake news di prima classe. Che tristezza vedere uno che non ha neppure 45 anni incartarsi così con la Rete. E certo, questa ossessione per i like e i followers sarà anche molto moderna ma lascia un retrogusto di tristezza. Come se anche i troll, che spesso affollano le varie pagine, fossero misura di tutte le cose. E se l'Italia venisse attaccata dalle forze oscure della galassia, questi politici verrebbero travolti mentre stanno twittando tra loro.
Sono invece le forze oscure della giustizia ad avercela con babbo Renzi, un uomo che combina pasticci appena esce di casa e in effetti non si capisce perché il figliolo ancora non gli levi, quantomeno, la patente. Tiziano Renzi resta sotto inchiesta per Consip e rischia un processo assai fastidioso. La notizia è dell'altro giorno, ma il figlio Matteo, intento a consultare la sibilla cumana di Facebook, se l'è persa. «Se mio padre è colpevole, per lui pena doppia», disse il Rottamatore il 3 marzo del 2017. E nel suo imperdibile libro Avanti aggiunse: «Conosco mio padre e conosco la sua onestà, alla storia dello stipendio in nero da 30.000 euro non crederebbe nemmeno un bambino». Ma la più bella difesa fu questa: «Se tuo padre bluffa lo senti». Forse Matteo si era un attimo sopravvalutato, anche come sensitivo.
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L'ex sottosegretario e Luca Palamara parlavano degli incontri tra Matteo Renzi e Giuseppe Pignatone legandoli all'inchiesta Consip. E ora la decisione del gip di non archiviare evidenzia l'opinabilità delle richieste dei pm romani. E il figlio «trucca» i successi online. Il Rottamatore usa dati parziali pur di sostenere di aver sorpassato Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Altra figuraccia, dopo i prematuri annunci sulla fine delle indagini sul padre. Lo speciale comprende due articoli. «La vicenda dei genitori l'ha colpito (Renzi, ndr) il danno d'immagine su di lui in questi anni, comunque, c'è stato […] e ora ha un'immagine ancora molto, molto graffiata». Così a maggio Luca Lotti in un colloquio, finito nell'inchiesta Csm, con il pm Luca Palamara. La nomea dell'ex premier è forse ancora più compromessa dall'altro ieri, giorno del rigetto dell'istanza di archiviazione nell'inchiesta Consip per Tiziano Renzi. Quest'ultimo il 14 ottobre dovrà presentarsi davanti al gip Gaspare Sturzo per convincerlo di non aver utilizzato il nome che porta per fare affari illegali, ma non sarà semplice: il giudice ha respinto una doppia richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma, rappresentata sino a maggio da Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e Mario Palazzi. Durante l'inchiesta sul Csm era emerso come l'indagine Consip fosse il convitato di pietra di gran parte delle manovre intorno alle nomine dei vertici della Procura capitolina. Lotti brigava per avere come procuratore il pg di Firenze Marcello Viola, considerato più gestibile in vista del processo per favoreggiamento a cui sembra destinato lo stesso ex sottosegretario. Nelle intercettazioni captate dal trojan nel cellulare di Palamara, quest'ultimo faceva riferimento a presunti contatti tra Giglio magico e Procura: «Vedi Luca (Lotti, ndr), io come ti ho già detto una volta, mi acquieterò solo quando Pignatone mi chiamerà e mi dirà che cosa è successo con Consip. Perché lui si è voluto sedere a tavola con te, ha voluto parlare con Matteo, ha creato l'affidamento e poi mi lascia con il cerino in mano. Io mi brucio e loro si divertono». Sembra chiaro che Palamara e Lotti non si aspettassero la richiesta di rinvio per l'ex ministro, sebbene un'altra accusa (rivelazione di segreto) fosse stata abbonata sia a lui sia al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, considerato vicino al Giglio magico. Le contestazioni della Procura si ridussero e resta un mistero, per esempio, come Tiziano Renzi sia venuto a conoscenza dell'inchiesta che lo riguardava: una fuga di notizie rivelata da questo giornale il 6 novembre 2016. La proposta di processo per Lotti, Saltalamacchia e altri nell'ottobre 2018 ha quasi oscurato l'istanza di archiviazione per Renzi senior, nonostante fossero state censurate dagli stessi magistrati per la loro «totale inattendibilità» le dichiarazioni che lo stesso aveva reso nell'interrogatorio del 3 marzo 2016. Alla vigilia di quel confronto, Matteo Renzi e il padre avevano disquisito sugli inquirenti che conducevano le indagini. «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?» aveva chiesto il genitore e il figlio lo aveva corretto: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, […] dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma, se ho capito bene». A interrogare Tiziano furono Pignatone e l'aggiunto Ielo. Il babbo davanti ai pm negò di aver mai incontrato l'imprenditore Alfredo Romeo (oggi imputato per corruzione), l'uomo che, attraverso il faccendiere Carlo Russo, stretto collaboratore del padre dell'ex premier, aveva cercato una sponda a Rignano in cambio di una «consulenza» di 30.000 euro al mese. I soldi non sono mai stati trovati, anche perché la casa di Tiziano Renzi non è stata perquisita, né sono stati sequestrati i cellulari. Eppure le chat con Russo, riportate in un'informativa dei carabinieri del 25 marzo scorso, smentirono la sua versione. Il 16 luglio 2015 Renzi senior, Romeo e Russo risultano essere nella stessa zona e, come riferito a marzo dal Fatto quotidiano, Tiziano alle 15.24 scrive su Telegram: «Ci sono». E Russo poco dopo risponde: «Ci siamo». Qualche ora dopo, alle 18.22, Renzi e Russo tornano a scriversi e sembrano commentare l'incontro. Tiziano: «Impressioni?». Russo: «A lui positivamente… A te?». Tiziano: «Buone speriamo che non mi pongano ostacoli». Russo: «Speriamo». L'argomento dell'incontro, a giudicare da altre conversazioni, sarebbe stata una gara di Grandi stazioni. Ma Renzi senior non è considerato un lobbista fuori dalle regole solo a Roma. A Firenze va avanti contro di lui un'indagine per la stessa ipotesi di reato e qui la pm Christine von Borries ritiene anche di aver trovato il corrispettivo dell'attività, i 195.200 euro che l'imprenditore Luigi Dagostino ha versato ai coniugi Renzi per prestazioni considerate inesistenti. Il periodo dei pagamenti è giugno-luglio 2015, quando lo stesso Renzi senior agevolò un incontro tra un pm nell'occhio del ciclone, Antonio Savasta, e l'allora sottosegretario Lotti. Ai due procedimenti per influenze illecite bisogna aggiungerne altri tre per false fatture e concorso in bancarotta che coinvolgono entrambi i genitori dell'ex premier. I crac di quattro società (tre coop toscane e una srl piemontese) potrebbero portare a condanne pesanti. L'avviso della chiusura delle indagini fiorentine per entrambi è atteso a breve, mentre Laura Bovoli è alla sbarra a Cuneo per un altro presunto concorso in bancarotta. Il 7 ottobre è attesa la sentenza per false fatturazioni (un'accusa legata ai 195.200 euro di cui sopra) contro i Renzi. Marito e moglie non hanno voluto essere esaminati in aula da pm e giudice, e hanno preferito affidarsi a «dichiarazioni spontanee scritte», provando a spostare l'oggetto del contendere: «Se è un reato chiamarsi Renzi, allora sono colpevole», ha scritto Tiziano. Un espediente retorico che deve essergli parso efficace: il 15 luglio ha pubblicato su Facebook la propria «arringa». Giovedì 25, quando le agenzie hanno dato la notizia del rigetto della richiesta di archiviazione per Consip, Tiziano è tornato sulla Rete: «Dopo quello che ho passato nei mesi scorsi, non provo più nemmeno rabbia o dolore. So di non aver commesso alcun traffico di influenze. E so che questo infinito processo mediatico prima o poi sarà smontato pezzetto dopo pezzetto. […] Io sono innocente, come del resto avevano riconosciuto anche i pm di Roma». Ieri il post era stato cancellato dal suo profilo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-guai-di-lotti-e-babbo-renzi-riportano-a-galla-lo-scandalo-del-csm-2639371178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-figlio-trucca-i-successi-online" data-post-id="2639371178" data-published-at="1770339546" data-use-pagination="False"> E il figlio «trucca» i successi online Ormai più a suo agio negli Emirati arabi che nell'amaro agone della politica italiana, Matteo Renzi è sempre più vittima delle proprie ossessioni. A cominciare da quella per le fake news, un'espressione vuota e fuorviante che l'ex premier sdoganò quando era a Palazzo Chigi e che ormai anche l'ultimo sindachino preso con le mani nella marmellata usa per difendersi e gridare al complotto. Come spesso accade in questi casi, dopo ave gridato per anni alle notizie false contro di lui, adesso l'ex primo cittadino di Firenze le produce egli stesso. Così, nelle ultime ore si è vantato di aver sorpassato su Facebook, in termini di followers, tanto Matteo Salvini quanto Luigi Di Maio. Ma poi si è scoperto che aveva contato male e nel gradimento sui social restava sempre al terzo posto su tre. Intanto, sempre a proposito di «notizie false», il gip di Roma si è opposto alla richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi per l'affare Consip e qui Matteuccio si è improvvisamente azzittito: dopo aver gridato alla congiura per mesi, si è chiuso in un cupo silenzio. L'ultimo distacco dalla realtà (già virtuale, per altro) di Renzi junior è andato in scena mercoledì sera, dopo la diretta Facebook contemporanea dell'ex segretario del Pd, di Salvini e di Di Maio sul Rubligate. Il bulletto fiorentino ha visto sui social dei numeri che solleticavano il suo ego e, orfano di quel Filippo Sensi che gli avrebbe immediatamente spiegato che stava prendendo un abbaglio, ha cominciato a vaticinare il tramonto dei due leader che il 4 marzo 2018 lo hanno relegato all'irrilevanza. Renzi è ancora giovane e prima o poi tornerà anche lui, ma speriamo che torni più lucido, perché ecco che cosa ha twittato: «Ho come l'impressione che i due di Beautiful stiano venendo a noia. Quando lasciate Facebook e accettate un confronto televisivo all'americana? Non potete continuare a fuggire, coraggio». In realtà aveva fatto un confronto all'amatriciana dei followers, in base al quale lui surclassava tutti. Peccato che la mattina dopo, a un banale controllo delle rispettive pagine Facebook, risultasse tutta un'altra storia: la diretta di Salvini aveva acchiappato 405.550 visualizzazioni, quella di Di Maio seguiva con 297.689 e quella di Renzi si classificava ultima con grandissima distanza a quota 174.778 spettattori. Insomma, il povero Renzi, la sera prima, aveva diffuso una fake news di prima classe. Che tristezza vedere uno che non ha neppure 45 anni incartarsi così con la Rete. E certo, questa ossessione per i like e i followers sarà anche molto moderna ma lascia un retrogusto di tristezza. Come se anche i troll, che spesso affollano le varie pagine, fossero misura di tutte le cose. E se l'Italia venisse attaccata dalle forze oscure della galassia, questi politici verrebbero travolti mentre stanno twittando tra loro. Sono invece le forze oscure della giustizia ad avercela con babbo Renzi, un uomo che combina pasticci appena esce di casa e in effetti non si capisce perché il figliolo ancora non gli levi, quantomeno, la patente. Tiziano Renzi resta sotto inchiesta per Consip e rischia un processo assai fastidioso. La notizia è dell'altro giorno, ma il figlio Matteo, intento a consultare la sibilla cumana di Facebook, se l'è persa. «Se mio padre è colpevole, per lui pena doppia», disse il Rottamatore il 3 marzo del 2017. E nel suo imperdibile libro Avanti aggiunse: «Conosco mio padre e conosco la sua onestà, alla storia dello stipendio in nero da 30.000 euro non crederebbe nemmeno un bambino». Ma la più bella difesa fu questa: «Se tuo padre bluffa lo senti». Forse Matteo si era un attimo sopravvalutato, anche come sensitivo.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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