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2019-07-27
I nuovi guai di Lotti e babbo Renzi riportano a galla lo scandalo del Csm
Ansa
«La vicenda dei genitori l'ha colpito (Renzi, ndr) il danno d'immagine su di lui in questi anni, comunque, c'è stato […] e ora ha un'immagine ancora molto, molto graffiata». Così a maggio Luca Lotti in un colloquio, finito nell'inchiesta Csm, con il pm Luca Palamara. La nomea dell'ex premier è forse ancora più compromessa dall'altro ieri, giorno del rigetto dell'istanza di archiviazione nell'inchiesta Consip per Tiziano Renzi. Quest'ultimo il 14 ottobre dovrà presentarsi davanti al gip Gaspare Sturzo per convincerlo di non aver utilizzato il nome che porta per fare affari illegali, ma non sarà semplice: il giudice ha respinto una doppia richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma, rappresentata sino a maggio da Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e Mario Palazzi.
Durante l'inchiesta sul Csm era emerso come l'indagine Consip fosse il convitato di pietra di gran parte delle manovre intorno alle nomine dei vertici della Procura capitolina. Lotti brigava per avere come procuratore il pg di Firenze Marcello Viola, considerato più gestibile in vista del processo per favoreggiamento a cui sembra destinato lo stesso ex sottosegretario. Nelle intercettazioni captate dal trojan nel cellulare di Palamara, quest'ultimo faceva riferimento a presunti contatti tra Giglio magico e Procura: «Vedi Luca (Lotti, ndr), io come ti ho già detto una volta, mi acquieterò solo quando Pignatone mi chiamerà e mi dirà che cosa è successo con Consip. Perché lui si è voluto sedere a tavola con te, ha voluto parlare con Matteo, ha creato l'affidamento e poi mi lascia con il cerino in mano. Io mi brucio e loro si divertono». Sembra chiaro che Palamara e Lotti non si aspettassero la richiesta di rinvio per l'ex ministro, sebbene un'altra accusa (rivelazione di segreto) fosse stata abbonata sia a lui sia al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, considerato vicino al Giglio magico. Le contestazioni della Procura si ridussero e resta un mistero, per esempio, come Tiziano Renzi sia venuto a conoscenza dell'inchiesta che lo riguardava: una fuga di notizie rivelata da questo giornale il 6 novembre 2016. La proposta di processo per Lotti, Saltalamacchia e altri nell'ottobre 2018 ha quasi oscurato l'istanza di archiviazione per Renzi senior, nonostante fossero state censurate dagli stessi magistrati per la loro «totale inattendibilità» le dichiarazioni che lo stesso aveva reso nell'interrogatorio del 3 marzo 2016. Alla vigilia di quel confronto, Matteo Renzi e il padre avevano disquisito sugli inquirenti che conducevano le indagini. «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?» aveva chiesto il genitore e il figlio lo aveva corretto: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, […] dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma, se ho capito bene». A interrogare Tiziano furono Pignatone e l'aggiunto Ielo.
Il babbo davanti ai pm negò di aver mai incontrato l'imprenditore Alfredo Romeo (oggi imputato per corruzione), l'uomo che, attraverso il faccendiere Carlo Russo, stretto collaboratore del padre dell'ex premier, aveva cercato una sponda a Rignano in cambio di una «consulenza» di 30.000 euro al mese. I soldi non sono mai stati trovati, anche perché la casa di Tiziano Renzi non è stata perquisita, né sono stati sequestrati i cellulari. Eppure le chat con Russo, riportate in un'informativa dei carabinieri del 25 marzo scorso, smentirono la sua versione. Il 16 luglio 2015 Renzi senior, Romeo e Russo risultano essere nella stessa zona e, come riferito a marzo dal Fatto quotidiano, Tiziano alle 15.24 scrive su Telegram: «Ci sono». E Russo poco dopo risponde: «Ci siamo». Qualche ora dopo, alle 18.22, Renzi e Russo tornano a scriversi e sembrano commentare l'incontro. Tiziano: «Impressioni?». Russo: «A lui positivamente… A te?». Tiziano: «Buone speriamo che non mi pongano ostacoli». Russo: «Speriamo». L'argomento dell'incontro, a giudicare da altre conversazioni, sarebbe stata una gara di Grandi stazioni.
Ma Renzi senior non è considerato un lobbista fuori dalle regole solo a Roma. A Firenze va avanti contro di lui un'indagine per la stessa ipotesi di reato e qui la pm Christine von Borries ritiene anche di aver trovato il corrispettivo dell'attività, i 195.200 euro che l'imprenditore Luigi Dagostino ha versato ai coniugi Renzi per prestazioni considerate inesistenti. Il periodo dei pagamenti è giugno-luglio 2015, quando lo stesso Renzi senior agevolò un incontro tra un pm nell'occhio del ciclone, Antonio Savasta, e l'allora sottosegretario Lotti.
Ai due procedimenti per influenze illecite bisogna aggiungerne altri tre per false fatture e concorso in bancarotta che coinvolgono entrambi i genitori dell'ex premier.
I crac di quattro società (tre coop toscane e una srl piemontese) potrebbero portare a condanne pesanti. L'avviso della chiusura delle indagini fiorentine per entrambi è atteso a breve, mentre Laura Bovoli è alla sbarra a Cuneo per un altro presunto concorso in bancarotta. Il 7 ottobre è attesa la sentenza per false fatturazioni (un'accusa legata ai 195.200 euro di cui sopra) contro i Renzi.
Marito e moglie non hanno voluto essere esaminati in aula da pm e giudice, e hanno preferito affidarsi a «dichiarazioni spontanee scritte», provando a spostare l'oggetto del contendere: «Se è un reato chiamarsi Renzi, allora sono colpevole», ha scritto Tiziano. Un espediente retorico che deve essergli parso efficace: il 15 luglio ha pubblicato su Facebook la propria «arringa». Giovedì 25, quando le agenzie hanno dato la notizia del rigetto della richiesta di archiviazione per Consip, Tiziano è tornato sulla Rete: «Dopo quello che ho passato nei mesi scorsi, non provo più nemmeno rabbia o dolore. So di non aver commesso alcun traffico di influenze. E so che questo infinito processo mediatico prima o poi sarà smontato pezzetto dopo pezzetto. […] Io sono innocente, come del resto avevano riconosciuto anche i pm di Roma». Ieri il post era stato cancellato dal suo profilo.
E il figlio «trucca» i successi online
Ormai più a suo agio negli Emirati arabi che nell'amaro agone della politica italiana, Matteo Renzi è sempre più vittima delle proprie ossessioni. A cominciare da quella per le fake news, un'espressione vuota e fuorviante che l'ex premier sdoganò quando era a Palazzo Chigi e che ormai anche l'ultimo sindachino preso con le mani nella marmellata usa per difendersi e gridare al complotto. Come spesso accade in questi casi, dopo ave gridato per anni alle notizie false contro di lui, adesso l'ex primo cittadino di Firenze le produce egli stesso. Così, nelle ultime ore si è vantato di aver sorpassato su Facebook, in termini di followers, tanto Matteo Salvini quanto Luigi Di Maio. Ma poi si è scoperto che aveva contato male e nel gradimento sui social restava sempre al terzo posto su tre. Intanto, sempre a proposito di «notizie false», il gip di Roma si è opposto alla richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi per l'affare Consip e qui Matteuccio si è improvvisamente azzittito: dopo aver gridato alla congiura per mesi, si è chiuso in un cupo silenzio.
L'ultimo distacco dalla realtà (già virtuale, per altro) di Renzi junior è andato in scena mercoledì sera, dopo la diretta Facebook contemporanea dell'ex segretario del Pd, di Salvini e di Di Maio sul Rubligate. Il bulletto fiorentino ha visto sui social dei numeri che solleticavano il suo ego e, orfano di quel Filippo Sensi che gli avrebbe immediatamente spiegato che stava prendendo un abbaglio, ha cominciato a vaticinare il tramonto dei due leader che il 4 marzo 2018 lo hanno relegato all'irrilevanza. Renzi è ancora giovane e prima o poi tornerà anche lui, ma speriamo che torni più lucido, perché ecco che cosa ha twittato: «Ho come l'impressione che i due di Beautiful stiano venendo a noia. Quando lasciate Facebook e accettate un confronto televisivo all'americana? Non potete continuare a fuggire, coraggio». In realtà aveva fatto un confronto all'amatriciana dei followers, in base al quale lui surclassava tutti. Peccato che la mattina dopo, a un banale controllo delle rispettive pagine Facebook, risultasse tutta un'altra storia: la diretta di Salvini aveva acchiappato 405.550 visualizzazioni, quella di Di Maio seguiva con 297.689 e quella di Renzi si classificava ultima con grandissima distanza a quota 174.778 spettattori. Insomma, il povero Renzi, la sera prima, aveva diffuso una fake news di prima classe. Che tristezza vedere uno che non ha neppure 45 anni incartarsi così con la Rete. E certo, questa ossessione per i like e i followers sarà anche molto moderna ma lascia un retrogusto di tristezza. Come se anche i troll, che spesso affollano le varie pagine, fossero misura di tutte le cose. E se l'Italia venisse attaccata dalle forze oscure della galassia, questi politici verrebbero travolti mentre stanno twittando tra loro.
Sono invece le forze oscure della giustizia ad avercela con babbo Renzi, un uomo che combina pasticci appena esce di casa e in effetti non si capisce perché il figliolo ancora non gli levi, quantomeno, la patente. Tiziano Renzi resta sotto inchiesta per Consip e rischia un processo assai fastidioso. La notizia è dell'altro giorno, ma il figlio Matteo, intento a consultare la sibilla cumana di Facebook, se l'è persa. «Se mio padre è colpevole, per lui pena doppia», disse il Rottamatore il 3 marzo del 2017. E nel suo imperdibile libro Avanti aggiunse: «Conosco mio padre e conosco la sua onestà, alla storia dello stipendio in nero da 30.000 euro non crederebbe nemmeno un bambino». Ma la più bella difesa fu questa: «Se tuo padre bluffa lo senti». Forse Matteo si era un attimo sopravvalutato, anche come sensitivo.
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L'ex sottosegretario e Luca Palamara parlavano degli incontri tra Matteo Renzi e Giuseppe Pignatone legandoli all'inchiesta Consip. E ora la decisione del gip di non archiviare evidenzia l'opinabilità delle richieste dei pm romani. E il figlio «trucca» i successi online. Il Rottamatore usa dati parziali pur di sostenere di aver sorpassato Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Altra figuraccia, dopo i prematuri annunci sulla fine delle indagini sul padre. Lo speciale comprende due articoli. «La vicenda dei genitori l'ha colpito (Renzi, ndr) il danno d'immagine su di lui in questi anni, comunque, c'è stato […] e ora ha un'immagine ancora molto, molto graffiata». Così a maggio Luca Lotti in un colloquio, finito nell'inchiesta Csm, con il pm Luca Palamara. La nomea dell'ex premier è forse ancora più compromessa dall'altro ieri, giorno del rigetto dell'istanza di archiviazione nell'inchiesta Consip per Tiziano Renzi. Quest'ultimo il 14 ottobre dovrà presentarsi davanti al gip Gaspare Sturzo per convincerlo di non aver utilizzato il nome che porta per fare affari illegali, ma non sarà semplice: il giudice ha respinto una doppia richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma, rappresentata sino a maggio da Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e Mario Palazzi. Durante l'inchiesta sul Csm era emerso come l'indagine Consip fosse il convitato di pietra di gran parte delle manovre intorno alle nomine dei vertici della Procura capitolina. Lotti brigava per avere come procuratore il pg di Firenze Marcello Viola, considerato più gestibile in vista del processo per favoreggiamento a cui sembra destinato lo stesso ex sottosegretario. Nelle intercettazioni captate dal trojan nel cellulare di Palamara, quest'ultimo faceva riferimento a presunti contatti tra Giglio magico e Procura: «Vedi Luca (Lotti, ndr), io come ti ho già detto una volta, mi acquieterò solo quando Pignatone mi chiamerà e mi dirà che cosa è successo con Consip. Perché lui si è voluto sedere a tavola con te, ha voluto parlare con Matteo, ha creato l'affidamento e poi mi lascia con il cerino in mano. Io mi brucio e loro si divertono». Sembra chiaro che Palamara e Lotti non si aspettassero la richiesta di rinvio per l'ex ministro, sebbene un'altra accusa (rivelazione di segreto) fosse stata abbonata sia a lui sia al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, considerato vicino al Giglio magico. Le contestazioni della Procura si ridussero e resta un mistero, per esempio, come Tiziano Renzi sia venuto a conoscenza dell'inchiesta che lo riguardava: una fuga di notizie rivelata da questo giornale il 6 novembre 2016. La proposta di processo per Lotti, Saltalamacchia e altri nell'ottobre 2018 ha quasi oscurato l'istanza di archiviazione per Renzi senior, nonostante fossero state censurate dagli stessi magistrati per la loro «totale inattendibilità» le dichiarazioni che lo stesso aveva reso nell'interrogatorio del 3 marzo 2016. Alla vigilia di quel confronto, Matteo Renzi e il padre avevano disquisito sugli inquirenti che conducevano le indagini. «Ma a me mi dovrebbe interrogare (Mario, ndr) Palazzi, no?» aveva chiesto il genitore e il figlio lo aveva corretto: «Considera che tutti i magistrati di cui si sta parlando, come dire, hanno dei loro giri, […] dei cazzi loro di vario genere, quindi io credo che a te ti interrogherà un magistrato importante di Roma, se ho capito bene». A interrogare Tiziano furono Pignatone e l'aggiunto Ielo. Il babbo davanti ai pm negò di aver mai incontrato l'imprenditore Alfredo Romeo (oggi imputato per corruzione), l'uomo che, attraverso il faccendiere Carlo Russo, stretto collaboratore del padre dell'ex premier, aveva cercato una sponda a Rignano in cambio di una «consulenza» di 30.000 euro al mese. I soldi non sono mai stati trovati, anche perché la casa di Tiziano Renzi non è stata perquisita, né sono stati sequestrati i cellulari. Eppure le chat con Russo, riportate in un'informativa dei carabinieri del 25 marzo scorso, smentirono la sua versione. Il 16 luglio 2015 Renzi senior, Romeo e Russo risultano essere nella stessa zona e, come riferito a marzo dal Fatto quotidiano, Tiziano alle 15.24 scrive su Telegram: «Ci sono». E Russo poco dopo risponde: «Ci siamo». Qualche ora dopo, alle 18.22, Renzi e Russo tornano a scriversi e sembrano commentare l'incontro. Tiziano: «Impressioni?». Russo: «A lui positivamente… A te?». Tiziano: «Buone speriamo che non mi pongano ostacoli». Russo: «Speriamo». L'argomento dell'incontro, a giudicare da altre conversazioni, sarebbe stata una gara di Grandi stazioni. Ma Renzi senior non è considerato un lobbista fuori dalle regole solo a Roma. A Firenze va avanti contro di lui un'indagine per la stessa ipotesi di reato e qui la pm Christine von Borries ritiene anche di aver trovato il corrispettivo dell'attività, i 195.200 euro che l'imprenditore Luigi Dagostino ha versato ai coniugi Renzi per prestazioni considerate inesistenti. Il periodo dei pagamenti è giugno-luglio 2015, quando lo stesso Renzi senior agevolò un incontro tra un pm nell'occhio del ciclone, Antonio Savasta, e l'allora sottosegretario Lotti. Ai due procedimenti per influenze illecite bisogna aggiungerne altri tre per false fatture e concorso in bancarotta che coinvolgono entrambi i genitori dell'ex premier. I crac di quattro società (tre coop toscane e una srl piemontese) potrebbero portare a condanne pesanti. L'avviso della chiusura delle indagini fiorentine per entrambi è atteso a breve, mentre Laura Bovoli è alla sbarra a Cuneo per un altro presunto concorso in bancarotta. Il 7 ottobre è attesa la sentenza per false fatturazioni (un'accusa legata ai 195.200 euro di cui sopra) contro i Renzi. Marito e moglie non hanno voluto essere esaminati in aula da pm e giudice, e hanno preferito affidarsi a «dichiarazioni spontanee scritte», provando a spostare l'oggetto del contendere: «Se è un reato chiamarsi Renzi, allora sono colpevole», ha scritto Tiziano. Un espediente retorico che deve essergli parso efficace: il 15 luglio ha pubblicato su Facebook la propria «arringa». Giovedì 25, quando le agenzie hanno dato la notizia del rigetto della richiesta di archiviazione per Consip, Tiziano è tornato sulla Rete: «Dopo quello che ho passato nei mesi scorsi, non provo più nemmeno rabbia o dolore. So di non aver commesso alcun traffico di influenze. E so che questo infinito processo mediatico prima o poi sarà smontato pezzetto dopo pezzetto. […] Io sono innocente, come del resto avevano riconosciuto anche i pm di Roma». Ieri il post era stato cancellato dal suo profilo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nuovi-guai-di-lotti-e-babbo-renzi-riportano-a-galla-lo-scandalo-del-csm-2639371178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-figlio-trucca-i-successi-online" data-post-id="2639371178" data-published-at="1778856793" data-use-pagination="False"> E il figlio «trucca» i successi online Ormai più a suo agio negli Emirati arabi che nell'amaro agone della politica italiana, Matteo Renzi è sempre più vittima delle proprie ossessioni. A cominciare da quella per le fake news, un'espressione vuota e fuorviante che l'ex premier sdoganò quando era a Palazzo Chigi e che ormai anche l'ultimo sindachino preso con le mani nella marmellata usa per difendersi e gridare al complotto. Come spesso accade in questi casi, dopo ave gridato per anni alle notizie false contro di lui, adesso l'ex primo cittadino di Firenze le produce egli stesso. Così, nelle ultime ore si è vantato di aver sorpassato su Facebook, in termini di followers, tanto Matteo Salvini quanto Luigi Di Maio. Ma poi si è scoperto che aveva contato male e nel gradimento sui social restava sempre al terzo posto su tre. Intanto, sempre a proposito di «notizie false», il gip di Roma si è opposto alla richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi per l'affare Consip e qui Matteuccio si è improvvisamente azzittito: dopo aver gridato alla congiura per mesi, si è chiuso in un cupo silenzio. L'ultimo distacco dalla realtà (già virtuale, per altro) di Renzi junior è andato in scena mercoledì sera, dopo la diretta Facebook contemporanea dell'ex segretario del Pd, di Salvini e di Di Maio sul Rubligate. Il bulletto fiorentino ha visto sui social dei numeri che solleticavano il suo ego e, orfano di quel Filippo Sensi che gli avrebbe immediatamente spiegato che stava prendendo un abbaglio, ha cominciato a vaticinare il tramonto dei due leader che il 4 marzo 2018 lo hanno relegato all'irrilevanza. Renzi è ancora giovane e prima o poi tornerà anche lui, ma speriamo che torni più lucido, perché ecco che cosa ha twittato: «Ho come l'impressione che i due di Beautiful stiano venendo a noia. Quando lasciate Facebook e accettate un confronto televisivo all'americana? Non potete continuare a fuggire, coraggio». In realtà aveva fatto un confronto all'amatriciana dei followers, in base al quale lui surclassava tutti. Peccato che la mattina dopo, a un banale controllo delle rispettive pagine Facebook, risultasse tutta un'altra storia: la diretta di Salvini aveva acchiappato 405.550 visualizzazioni, quella di Di Maio seguiva con 297.689 e quella di Renzi si classificava ultima con grandissima distanza a quota 174.778 spettattori. Insomma, il povero Renzi, la sera prima, aveva diffuso una fake news di prima classe. Che tristezza vedere uno che non ha neppure 45 anni incartarsi così con la Rete. E certo, questa ossessione per i like e i followers sarà anche molto moderna ma lascia un retrogusto di tristezza. Come se anche i troll, che spesso affollano le varie pagine, fossero misura di tutte le cose. E se l'Italia venisse attaccata dalle forze oscure della galassia, questi politici verrebbero travolti mentre stanno twittando tra loro. Sono invece le forze oscure della giustizia ad avercela con babbo Renzi, un uomo che combina pasticci appena esce di casa e in effetti non si capisce perché il figliolo ancora non gli levi, quantomeno, la patente. Tiziano Renzi resta sotto inchiesta per Consip e rischia un processo assai fastidioso. La notizia è dell'altro giorno, ma il figlio Matteo, intento a consultare la sibilla cumana di Facebook, se l'è persa. «Se mio padre è colpevole, per lui pena doppia», disse il Rottamatore il 3 marzo del 2017. E nel suo imperdibile libro Avanti aggiunse: «Conosco mio padre e conosco la sua onestà, alla storia dello stipendio in nero da 30.000 euro non crederebbe nemmeno un bambino». Ma la più bella difesa fu questa: «Se tuo padre bluffa lo senti». Forse Matteo si era un attimo sopravvalutato, anche come sensitivo.
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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