Già lo scorso giugno, segnalava il quotidiano di Londra, il ministero della Ricerca emiratino aveva pubblicato una lista delle università sparse in giro per il mondo, per le quali avrebbe offerto borse di studio finanziate dalle casse pubbliche e garantito l’equiparazione dei titoli di studio in patria. Ebbene: dall’elenco, che includeva Stati Uniti, Australia, Francia e persino Israele, erano invece assenti le istituzioni educative inglesi. Meglio mandare i ragazzi da Benjamin Netanyahu, o magari a stretto contatto con i miliziani antisionisti, piuttosto che a casa di Keir Starmer, nonostante egli abbia bandito alcune Ong pro Palestina, attirandosi le critiche di Human rights watch?
Quando i funzionari del governo di sua maestà hanno interrogato gli omologhi arabi sui motivi dell’esclusione, questi ultimi hanno dichiarato apertamente che la loro non era una «svista», bensì una scelta deliberata: «Gli Emirati non vogliono che i loro figli vengano radicalizzati nei campus», ha spiegato una fonte al giornale della City. Proprio l’ondata di proteste seguita alla guerra a Gaza, peraltro, ha accresciuto le preoccupazioni.
I dati più recenti, riferiti all’anno accademico 2023-2024, parlano di una settantina di studenti dal profilo ideologico considerato meritevole delle attenzioni dello Stato e del suo programma per prevenire il fondamentalismo. Cifre piccole in assoluto, se si considera che la platea totale di iscritti agli atenei è di 3 milioni di persone. Fatto sta che, nell’anno accademico terminato a settembre 2025, nelle università del Regno Unito risultavano presenti 213 emiratini, il 22% in meno rispetto all’anno concluso nel settembre 2024 e il 55% in meno rispetto a quello culminato a settembre 2022.
Sono anni, in effetti, che Abu Dhabi, sotto la guida del presidente Mohamed bin Zayed al-Nahyan, rinfaccia a Londra di non aver voluto mettere fuorilegge la Fratellanza musulmana, protagonista del gigantesco equivoco delle primavere arabe: i movimenti che, alle nostre latitudini, vennero interpretati come un anelito alla libertà e alla democrazia, in realtà si trasformarono in un pretesto per la conquista del potere da parte degli estremisti. Starmer aveva assicurato che la faccenda era sotto «stretta revisione», ma non è stato compiuto alcun passo avanti, a fronte della relazione di undici anni fa, secondo la quale la Fratellanza non era collegata a nessun attacco terroristico e a nessuna attività eversiva sul suolo britannico.
Solo Nigel Farage - il leader del partito sovranista Reform Uk, la cui visita nel Paese del Golfo, lo scorso dicembre, secondo il Financial Times, è stata pagata proprio dal governo emiratino - si è impegnato a vietare l’organizzazione. È anche vero che, tra Emirati e Regno Unito, da un po’ non corre buon sangue. Pure il calcio ha contribuito ad aggravare le fratture: ad esempio, sono piovute accuse di «sportwashing» (il tentativo di sfruttare un’attività ludica molto popolare per lavare l’immagine di una nazione) su Khaldun al-Mubarak, patron del Manchester City.
Gli Emirati non sono gli unici a tenere le antenne dritte sulla Fratellanza musulmana: mentre Londra cincischia, ad esempio, la Giordania, nel 2025, ha chiuso la branca locale della fazione islamista, ha proibito di aderirvi e ha posto agli arresti alcuni membri, accusati di aver collaborato alla preparazione di potenziali attentati.
Anche l’Egitto - al Cairo lo sanno bene, dopo i disordini che portarono alla caduta di Muhammad Mubarak - considera la Fratellanza una fonte di destabilizzazione. E insieme ad Arabia Saudita, Tunisia e Algeria, ha adottato provvedimenti per impedire infiltrazioni di attivisti radicalizzati e scongiurare il reclutamento di combattenti, anche all’interno di scuole e università, sia in patria sia all’estero.
Il Regno Unito, all’opposto, ormai da tempo accetta che, sul suo territorio, corti parallele amministrino il diritto di famiglia basato sul Corano; e solo di recente ha accettato di affrontare le conseguenze dello scandalo delle «grooming gang», gli abusi sessuali di massa sui minori, perpetrati tra il 1990 e il 2010 in varie cittadine, ad opera di immigrati pakistani. Troppo a lungo coperti, in nome dell’antirazzismo e della lotta all’islamofobia. Si possono forse considerare islamofobe pure le monarchie del Golfo? Non sarà mica che chi conosce i Fratelli musulmani li evita?