Onorevole Barabotti, quindi per ricoprire certi incarichi si deve per forza essere nati in Italia?
«Sì, per alcune cariche dello Stato è indispensabile essere cittadini italiani dalla nascita. La guida delle istituzioni deve essere affidata a cittadini che possiedono un legame originario e pieno con la nazione».
Quindi uno nato in Italia ma da genitori senegalesi, va bene?
«Sì, ma i genitori devono essere anche loro cittadini italiani. Non vale solo lo ius soli ma anche lo ius sanguinis. Se è nato in Italia da genitori stranieri che però acquisiscono la cittadinanza italiana allora va bene».
La sua legge non vale per i sindaci.
«No, perché loro hanno una funzione amministrativa. Vale solo quando si ha a che fare con ruoli apicali di garanzia come il presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio dei ministri che dirige l’azione di governo o come il presidente del Senato che sostituisce talvolta il presidente della Repubblica».
E i presidenti di Regione.
«Sì, perché hanno potere esecutivo e legislativo ovvero i principi e le fondamenta della nazione e della nostra civiltà».
È, dunque, una questione di civiltà.
«Certamente. Credo che da parte di tutto il mondo occidentale debba esserci un risveglio delle coscienze. In un mondo sempre più conflittuale e interconnesso, se non si è orgogliosi di ciò che siamo e se non difendiamo le nostre radici e la nostra identità, siamo destinati a perire».
Ritiene che oggi la nostra identità sia a rischio?
«I rischi per la nostra identità non li vedo tanto nella diversità che penetra nelle nostre società, quanto nella debolezza della nostra civiltà. Nell’Occidente che odia se stesso, come diceva Ratzinger».
Ha preso spunto dalla legge americana?
«Negli Usa il requisito della cittadinanza per nascita per accedere alla presidenza è previsto sin dall’origine della Costituzione, in quanto quel Paese ha sempre avuto a che fare con intensi flussi migratori. Nella maggior parte delle Costituzioni europee, invece, non esiste questo vincolo. In Europa il fenomeno migratorio ha assunto dimensioni significative soltanto in tempi recenti, e non ha rappresentato quindi, per i nostri padri costituenti, un elemento di allarme tale da imporre specifiche norme».
Ai tempi dei nostri padri costituenti eravamo noi italiani a emigrare.
«Appunto. L’Europa ha conosciuto questo problema solo recentemente. I padri costituenti non potevano immaginare flussi migratori così importanti. Adesso che quel problema esiste, è nostra responsabilità sgombrare il campo dal buonismo di facciata e pensare al futuro».
È una legge che guarda al futuro quindi.
«Certo, oggi potrebbe sembrare che abbia un significato simbolico ma gli effetti di lungo periodo potrebbero cambiare i destini del Paese».
È difficile però modificare la Costituzione.
«Se vogliamo difendere la nostra civiltà e le nostre istituzioni è il momento di inserire nella Costituzione requisiti come questo: per le cariche apicali dello Stato si deve essere cittadino italiano dalla nascita. Qualcuno dirà che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge ma ci possono essere dei distinguo».
Tipo?
«Lo scoglio più grande è che questa norma andrebbe a creare due tipi di cittadinanze: per nascita e acquisita. Una disparità tra cittadini che rappresenterà motivo di scontro. Per noi l’unica differenza sta nel fatto che per le cariche apicali serve essere nati in Italia. Se poi, un domani, ci fosse l’elezione diretta del capo dello Stato, questa norma sarebbe ancora più necessaria».
Perché?
«Per scongiurare di vedere persone nate all’estero presidenti della Repubblica. Guardando il campo largo non la vedrei una possibilità così lontana dalla realtà. La sinistra ha nominato uno o più ministri stranieri, perché non dovrebbe fare lo stesso per altre cariche? Sappiamo tutti di cosa è capace».
Questa legge ha avuto la benedizione di Matteo Salvini?
«Prima di approvare una proposta di legge, i nostri uffici legislativi fanno molti passaggi interni e alla fine danno il via libera; quindi, presumo, che anche Salvini l’abbia letta. Del resto, è in perfetta consonanza con la linea politica del partito».