Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi. Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi.
Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%.
Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta.
Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale. D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti. Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.