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2018-03-24
Salvini sfida Berlusconi e i 5 stelle salgono sul Carroccio
ANSA
Matteo Salvini sgancia la sua bomba atomica e scatena l'ira di Silvio Berlusconi. Giri per l'aula di Montecitorio che si anima di capannelli e capisci: nulla sarà più come prima. E dire che fino alle 5 del pomeriggio nelle due aule del Parlamento, le chiamate al voto, risuonano rituali e sonnacchiose. Il Pd si preparava a una riunione di gruppo serale, raccontata meravigliosamente da un sornione Walter Verini: «L'unica cosa certa è che non potremo più avere 101 franchi tiratori: abbiamo solo 105 parlamentari». La Camera aspetta di capire chi sarà il presidente del Senato, e nel salone Italia di Palazzo Madama, il presidente designato - Paolo Romani - si aggira sorridente e sicuro. Ha in tasca una designazione di coalizione. E in cambio Forza Italia ha concesso che il nome designato al Quirinale sarà il suo. Il patto è congruo. Vittorio Sgarbi squarcia la noia, spiegando alla Camera che ha chiesto l'iscrizione al gruppo del M5s, dopo essere stato il nemico di Luigi Di Maio: «Ho anche votato il femminile di Fico... Purtroppo», sorride, «hanno detto solo che la scheda era nulla». Alla buvette di Montecitorio, più o meno negli stessi minuti, anche un Luigi Di Maio dimagrito e tonico sembra sereno come se il passo del centrodestra su Romani fosse una mossa che lo rafforza: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Ho fatto una proposta di dialogo. Se invece fanno una mossa che riporta in campo la vecchia politica accadono due cose: che la gente non capisce», sospira il leader pentastellato, «e che ci spalancano le praterie». A quell'ora, se i giochi si fossero chiusi con l'accordo di tutto il centrodestra sul nome di Romani, a Berlusconi sarebbe a sua volta riuscito un doppio colpo: eleggere il suo candidato al Senato e separare la Lega dal M5s (che certo non poteva digerire Forza Italia). Restava da votare il presidente della Camera, che a questo punto poteva passare anche attraverso il sostegno di una maggioranza diversa.
Nel Transatlatico - non si sa come - radio Aula trasmette una voce: Berlusconi ha chiamato al telefono Dario Franceschini? Cosa si sono detti? I leghisti sono seccati. Forse - è il sospetto - i due hanno sondato la possibilità di una intesa (a bassa intensità e a «bassa visibilità») sulla Camera. Il leader azzurro a questo punto avrebbe potuto portare a casa sia la rottura dell'asse gialloverde, la seconda carica dello Stato e un antipasto dell'unica maggioranza che restava possibile a Montecitorio: quella Pd-centrodestra. Che a sua volta sarebbe potuta diventare l'anticipo di un possibile patto di governo con il Pd, magari dopo un giro esplorativo a vuoto di Salvini. Quando Giancarlo Giorgetti entra nell'emiciclo, scherzando, i deputati azzurri lo chiamano «premier». Lui risponde andando a fare una battuta a Mara Carfagna: «Vedrai che se le cose vanno così tu diventi presidente della Camera». Circola qualsiasi ipotesi che preluda e contempli alleanze con il Pd. Poi, improvvisamente, mentre tutto scorre con l'idea che si capirà cosa accade solo dopo l'elezione di Romani (o un altro nome di centrodestra) al quarto voto improvvisamente squilla il telefono di Renato Brunetta, che sta passeggiando sorridente vicino alla buvette. Il capogruppo forzista diventa nero in volto. Dice ai suoi: «Vi saluto. Devo correre a Palazzo Grazioli».
Torno al Senato, per capire cosa accade lì. E capisco perché Berlusconi ha chiamato Brunetta, quando un Salvini in blu si presenta davanti ai giornalisti incravattato e serio: «Abbiamo fatto un passo di responsabilità. Abbiamo votato un candidato di centrodestra, abbiamo rinunciato», dice scandendo le pause, «ad avere un nostro nome sia alla Camera sia al Senato. Convergiamo, facendo un passo indietro, su un candidato di Forza Italia. Speriamo che gli altri facciano altrettanto». Ma proprio qui, all'ultima pausa, Salvini sgancia la bomba, la mossa che fa saltare il tavolo: «Il nome di Forza Italia che stiamo votando è quello di Anna Maria Bernini». Attimo di sconcerto tra i giornalisti: «E Romani?». Il capogruppo non c'è più, come tutti i cardinali che entrano in conclave papi. Ritorno alla Camera, mentre la notizia corre, seminando lo sgomento in Fi. Stefania Prestigiacomo è incredula e, mentre sorseggia un crodino, esclama: «Ma questa non è una mossa politica: questo è un taglio in faccia a Berlusconi!». Al suo fianco c'è Andrea Ruggeri, che del Cavaliere è stato un portavoce. Anche lui attonito, ragiona ad alta voce: «Questa è una mossa pensata per spaccare il partito». Arriva Mara Carfagna: «Dubito che Berlusconi possa accettare una mossa così spudorata». E infatti, come se la Carfagna fosse telepaticamente è collegata a palazzo Grazioli, passa solo un secondo e sul suo telefonino appare la dichiarazione del Cavaliere: «Dalla Lega arriva un atto di ostilità a freddo», dice.
I voti del Carroccio alla Bernini «rompono l'unità della coalizione del centrodestra e smascherano il progetto per un governo Lega-M5S». Un elemento incredibile della politica è la velocità precipitosa con cui iniziano a correre gli eventi. Il programma della giornata sonnolenta prevedeva schede bianche: due votazioni senza esito e tutti a casa. E invece, nell'ufficio di presidenza, il Movimento 5 stelle chiede un voto notturno, in terza serata. E chi sono i primi che accettano? I leghisti. Quando questa seconda notizia si abbatte sul Transatlantico, tutti capiscono che - con una velocità imprevedibile - Salvini e Di Maio sono tornati d'accordo: pagare dollaro, vedere cammello. Anticipando il voto la notte, stamattina si può arrivare ad avere due presidenti eletti, sia al Senato sia alla Camera: un leghista e un pentastellato. Giorgio Mulé, parlamentare azzurro con i titoli nel sangue, fa un commento che è un programma: «Ci stanno smerigliando le chiappe con la sabbia di quarzo!». Bruno Tabacci, non più compassato, guarda già alla conseguenza ultima di questo accordo e sbotta: «Si stanno suicidando, un governo così non sono in grado di tenerlo!». Perché tutti immaginano che quest'operazione abbia un solito esito possibile: un governo Di Maio-Salvini. La Prestigiacomo quasi s'arrabbia: «Cioè Salvini distrugge il centrodestra per andare a fare il vicepremier?». Due deputati leghisti sorridono: «Sarà vicepremier e ministro dell'Interno!». E già si fantastica su un governo gialloverde che fa sia flat tax sia reddito di base. Possibile? Scuote la testa amaramente il moderato (alleato del Pd) Giacomo Portas: «Lo avevo previsto. Vinco le scommesse con tutti. Loro fanno il governo dei vincitori. E noi... lo prendiamo in culo
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Colpo di scena ieri al Senato. Per rimuovere il veto grillino su Paolo Romani, la Lega vota per la forzista Anna Maria Bernini a Palazzo Madama, prefigurando un accordo di governo con Luigi Di Maio. L'ira del Cavaliere: «Rotta l'unità del centrodestra». Matteo Salvini sgancia la sua bomba atomica e scatena l'ira di Silvio Berlusconi. Giri per l'aula di Montecitorio che si anima di capannelli e capisci: nulla sarà più come prima. E dire che fino alle 5 del pomeriggio nelle due aule del Parlamento, le chiamate al voto, risuonano rituali e sonnacchiose. Il Pd si preparava a una riunione di gruppo serale, raccontata meravigliosamente da un sornione Walter Verini: «L'unica cosa certa è che non potremo più avere 101 franchi tiratori: abbiamo solo 105 parlamentari». La Camera aspetta di capire chi sarà il presidente del Senato, e nel salone Italia di Palazzo Madama, il presidente designato - Paolo Romani - si aggira sorridente e sicuro. Ha in tasca una designazione di coalizione. E in cambio Forza Italia ha concesso che il nome designato al Quirinale sarà il suo. Il patto è congruo. Vittorio Sgarbi squarcia la noia, spiegando alla Camera che ha chiesto l'iscrizione al gruppo del M5s, dopo essere stato il nemico di Luigi Di Maio: «Ho anche votato il femminile di Fico... Purtroppo», sorride, «hanno detto solo che la scheda era nulla». Alla buvette di Montecitorio, più o meno negli stessi minuti, anche un Luigi Di Maio dimagrito e tonico sembra sereno come se il passo del centrodestra su Romani fosse una mossa che lo rafforza: «Sono l'uomo più tranquillo del mondo. Ho fatto una proposta di dialogo. Se invece fanno una mossa che riporta in campo la vecchia politica accadono due cose: che la gente non capisce», sospira il leader pentastellato, «e che ci spalancano le praterie». A quell'ora, se i giochi si fossero chiusi con l'accordo di tutto il centrodestra sul nome di Romani, a Berlusconi sarebbe a sua volta riuscito un doppio colpo: eleggere il suo candidato al Senato e separare la Lega dal M5s (che certo non poteva digerire Forza Italia). Restava da votare il presidente della Camera, che a questo punto poteva passare anche attraverso il sostegno di una maggioranza diversa. Nel Transatlatico - non si sa come - radio Aula trasmette una voce: Berlusconi ha chiamato al telefono Dario Franceschini? Cosa si sono detti? I leghisti sono seccati. Forse - è il sospetto - i due hanno sondato la possibilità di una intesa (a bassa intensità e a «bassa visibilità») sulla Camera. Il leader azzurro a questo punto avrebbe potuto portare a casa sia la rottura dell'asse gialloverde, la seconda carica dello Stato e un antipasto dell'unica maggioranza che restava possibile a Montecitorio: quella Pd-centrodestra. Che a sua volta sarebbe potuta diventare l'anticipo di un possibile patto di governo con il Pd, magari dopo un giro esplorativo a vuoto di Salvini. Quando Giancarlo Giorgetti entra nell'emiciclo, scherzando, i deputati azzurri lo chiamano «premier». Lui risponde andando a fare una battuta a Mara Carfagna: «Vedrai che se le cose vanno così tu diventi presidente della Camera». Circola qualsiasi ipotesi che preluda e contempli alleanze con il Pd. Poi, improvvisamente, mentre tutto scorre con l'idea che si capirà cosa accade solo dopo l'elezione di Romani (o un altro nome di centrodestra) al quarto voto improvvisamente squilla il telefono di Renato Brunetta, che sta passeggiando sorridente vicino alla buvette. Il capogruppo forzista diventa nero in volto. Dice ai suoi: «Vi saluto. Devo correre a Palazzo Grazioli». Torno al Senato, per capire cosa accade lì. E capisco perché Berlusconi ha chiamato Brunetta, quando un Salvini in blu si presenta davanti ai giornalisti incravattato e serio: «Abbiamo fatto un passo di responsabilità. Abbiamo votato un candidato di centrodestra, abbiamo rinunciato», dice scandendo le pause, «ad avere un nostro nome sia alla Camera sia al Senato. Convergiamo, facendo un passo indietro, su un candidato di Forza Italia. Speriamo che gli altri facciano altrettanto». Ma proprio qui, all'ultima pausa, Salvini sgancia la bomba, la mossa che fa saltare il tavolo: «Il nome di Forza Italia che stiamo votando è quello di Anna Maria Bernini». Attimo di sconcerto tra i giornalisti: «E Romani?». Il capogruppo non c'è più, come tutti i cardinali che entrano in conclave papi. Ritorno alla Camera, mentre la notizia corre, seminando lo sgomento in Fi. Stefania Prestigiacomo è incredula e, mentre sorseggia un crodino, esclama: «Ma questa non è una mossa politica: questo è un taglio in faccia a Berlusconi!». Al suo fianco c'è Andrea Ruggeri, che del Cavaliere è stato un portavoce. Anche lui attonito, ragiona ad alta voce: «Questa è una mossa pensata per spaccare il partito». Arriva Mara Carfagna: «Dubito che Berlusconi possa accettare una mossa così spudorata». E infatti, come se la Carfagna fosse telepaticamente è collegata a palazzo Grazioli, passa solo un secondo e sul suo telefonino appare la dichiarazione del Cavaliere: «Dalla Lega arriva un atto di ostilità a freddo», dice. I voti del Carroccio alla Bernini «rompono l'unità della coalizione del centrodestra e smascherano il progetto per un governo Lega-M5S». Un elemento incredibile della politica è la velocità precipitosa con cui iniziano a correre gli eventi. Il programma della giornata sonnolenta prevedeva schede bianche: due votazioni senza esito e tutti a casa. E invece, nell'ufficio di presidenza, il Movimento 5 stelle chiede un voto notturno, in terza serata. E chi sono i primi che accettano? I leghisti. Quando questa seconda notizia si abbatte sul Transatlantico, tutti capiscono che - con una velocità imprevedibile - Salvini e Di Maio sono tornati d'accordo: pagare dollaro, vedere cammello. Anticipando il voto la notte, stamattina si può arrivare ad avere due presidenti eletti, sia al Senato sia alla Camera: un leghista e un pentastellato. Giorgio Mulé, parlamentare azzurro con i titoli nel sangue, fa un commento che è un programma: «Ci stanno smerigliando le chiappe con la sabbia di quarzo!». Bruno Tabacci, non più compassato, guarda già alla conseguenza ultima di questo accordo e sbotta: «Si stanno suicidando, un governo così non sono in grado di tenerlo!». Perché tutti immaginano che quest'operazione abbia un solito esito possibile: un governo Di Maio-Salvini. La Prestigiacomo quasi s'arrabbia: «Cioè Salvini distrugge il centrodestra per andare a fare il vicepremier?». Due deputati leghisti sorridono: «Sarà vicepremier e ministro dell'Interno!». E già si fantastica su un governo gialloverde che fa sia flat tax sia reddito di base. Possibile? Scuote la testa amaramente il moderato (alleato del Pd) Giacomo Portas: «Lo avevo previsto. Vinco le scommesse con tutti. Loro fanno il governo dei vincitori. E noi... lo prendiamo in culo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-grillini-tentati-dalle-nozze-con-il-carroccio-2551896962.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-lunga-notte-di-forza-italia-allo-sbando-ma-ce-chi-scommette-sulla-ricucitura" data-post-id="2551896962" data-published-at="1768112046" data-use-pagination="False"> La lunga notte di Forza Italia allo sbando. Ma c'è chi scommette sulla ricucitura Bianca, bianca, bianca, pausa. Il presidente emerito Giorgio Napolitano legge qualcosa, ma non mette a fuoco lo scritto. Deve intervenire il coadiutore parlamentare in livrea (si dice così) ad aiutarlo; si china su di lui e gli sussurra un nome. Quello che manda all'aria tutti i piani, quello che mette un cuneo appuntito dentro la coalizione di centrodestra, quello che nella notte più lunga diventa il punto esclamativo di Matteo Salvini davanti a un esterrefatto Silvio Berlusconi: Anna Maria Bernini. La giurista, l'ex ministro per meno di quattro mesi dell'ultimo governo del Cavaliere nel 2013, donna delle istituzioni. E ora involontario simbolo della discordia.La seconda votazione per la presidenza del Senato finisce praticamente lì, con i leghisti che scrivono in massa (57 volte) il nome alternativo a Paolo Romani, candidato ufficiale di Forza Italia concordato con gli alleati. Uno sgarbo in piena regola, e poco tempo per ricucire. Il cinquantottesimo voto è quello di Umberto Bossi, anch'egli per una volta fedele alla linea, ma viene dichiarato nullo perché illeggibile, scritto con mano leggermente tremolante. Subito dopo è il caos, annunciato in diretta da Gaetano Quagliariello: «È un favore che Salvini ha fatto a Forza Italia a sua insaputa. Eravamo d'accordo su Romani, non si possono cambiare le carte in tavola in questo modo. E non mi sembra proprio un atto di amicizia». Quagliariello fatica a mitigare la stizza. E poiché è uno dei colonnelli azzurri più pacati, riflessivi e usi di mondo, la sua reazione ci restituisce la portata e l'impatto di un gesto imprevisto. Anzi, annunciato sottotraccia già da metà pomeriggio da alcuni parlamentari leghisti nei corridoi, ma derubricato a boutade dai berlusconiani. «No, non è un gesto di amicizia, questo è uno strappo, uno strappo in piena regola», tira le somme l'autorevole senatore forzista. «Ma Salvini deve stare attento a non strappare troppo, perché così facendo la Lega rischia di finire per diventare lo junior partner del Movimento 5 stelle». Gli fa eco Renato Schifani: «Abbiamo appreso in aula la scelta della Lega, non concordata né attesa. Il resto deducetelo voi».Il resto è bufera, con i maggiorenti del partito che si riuniscono immediatamente a Palazzo Grazioli per lasciar decantare la delusione e discutere il da farsi. Aleggiano su tutti le parole di Salvini, che un attimo prima del voto aveva spiegato così la scelta di strappare: «Per uscire dal pantano abbiamo deciso di votare Anna Maria Bernini al Senato perché è un candidato del centrodestra. Il nostro è un atto d'amore per il Paese e per la coalizione. Vogliamo vedere se i 5 stelle hanno un vero pregiudizio nei nostri confronti o solo su un nome». Una mossa da consumato scacchista, un gambetto di cavallo che manda all'aria quella che sembrava a tutti una partita a poker da Prima Repubblica. In questo la giocata del leader leghista ha qualcosa di ribelle che spiazza ancora di più e che preoccupa Forza Italia. Tanto da mettere a rischio, almeno a parole e nella notte, le giunte dove la coalizione governa: Lombardia, Veneto, altre Regioni, migliaia di Comuni. Spiega un parlamentare azzurro: «Sembra che Salvini abbia sempre e comunque davanti a sé gli elettori, il suo popolo. Dà l'idea di voler fare in fretta, di voler mettere a posto la questione tirando dritto. E al di là del metodo ruvido, questo decisionismo sulle procedure alla piazza piace».Ora il messaggio in bottiglia è arrivato. Sia a Di Maio, sia a Berlusconi. Nel pomeriggio Fabrizio Cicchitto aveva messo il dito nella piaga: «Sta accadendo qualcosa di paradossale, i due giovani leader vincitori hanno scoperto che esiste Berlusconi e che devono fare i conti con lui». Se la reazione è stata questa, si dovrà tornare presto al tavolo. Il Cavaliere ha tentato la prova di forza su Romani, ma è andata buca. I mattoncini di Lego sono finiti in giro per le stanze del potere e bisogna ricomporli. Ma c'è chi non vuol sentir parlare di sorpresa, come il neo senatore ed ex direttore di Panorama, Giorgio Mulè: «Più che un colpo di scena mi sembra di rileggere la favola di Pollicino. Di Maio e Salvini hanno disseminato la strada di sassolini».Oggi la partita al Senato si chiude. È ancora possibile che Berlusconi tolga dal cilindro uno dei suoi sorprendenti conigli, per esempio far convergere tutti su un terzo nome, quello di Maria Elisabetta Casellati, ex senatrice di Forza Italia, membro del Csm. Ma qualcosa di sorprendente è accaduto anche alla Camera, dove la terza, inconsueta votazione, ha riallineato la corsa alle due presidenze. Oggi sarà slalom parallelo e un accordo tra 5 stelle e Lega potrebbe facilmente eleggere i grillini Roberto Fico o Riccardo Fraccaro alla Camera e (se Forza Italia dovesse ritirare i suoi candidati, consumando lo strappo finale) la leghista Giulia Bongiorno al Senato. Sarebbe la traduzione politica del bollente french kiss dei due leader disegnato dai graffitari su un muro dietro Montecitorio. Dallo stato maggiore di Forza Italia arriva uno spiffero illuminante: «Per noi si aprirebbero praterie all'opposizione. Utili per rinsaldare il gruppo e rinfrescare le idee». Ma è difficile pensare che finisca così, soprattutto perché nessuno realisticamente può immaginare che il genio politico di Berlusconi non sappia inventare anche questa volta una via d'uscita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-grillini-tentati-dalle-nozze-con-il-carroccio-2551896962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-tentati-dalle-nozze-con-il-carroccio" data-post-id="2551896962" data-published-at="1768112046" data-use-pagination="False"> I grillini tentati dalle nozze con il Carroccio Il murales Luigi Di Maio-Matteo Salvini LaPresse A metà pomeriggio, quando Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento preparavano già la strambata di sicurezza sul Pd, i 5 stelle che conoscono meglio le dinamiche di Arcore avevano avvertito: «Adesso Berlusconi ritira Romani senza farsi alcuno scrupolo e ci proporrà una donna votabile, un nome a sorpresa come Lara Magoni, così recupera anche un po' di reputazione alla vigilia dell'uscita del film di Sorrentino sul bunga bunga». E verso sera ecco che Salvini fiuta l'aria e brucia tutti, anche l'ex atleta azzurra passata dall'odiato Roberto Maroni a Giorgia Meloni, e annuncia il voto della Lega all'avvocatessa bolognese. In cambio, a questo punto, per i pentastellati c'è non solo la presidenza della Camera, ma anche la possibilità di scegliere senza chiedere per forza il via libera al Pd. È stata una giornata tesissima, quella di questo breve Aventino del M5s, «traditi» per 48 ore dal leader leghista con cui stavano già ragionando sul programma di un possibile governo. «Noi parlavamo con Giancarlo Giorgetti, che stimiamo, e Salvini ritornava a Palazzo Grazioli come uno scolaretto», si lamentano i vertici del Movimento. Per tutto il giorno, il mantra di Di Maio è stato: «Salvini ci deve far vedere che è libero da Berlusconi, altrimenti noi restiamo fermi immobili e ce la giochiamo alla Camera». Ma in verità, proprio fermi e immobili i grillini non sono stati. Anzi. Hanno preparato il contropiede sul Nazareno per tutto il giorno e il piano era già pronto: alla terza votazione in Senato, quando pensavano che il Pd avrebbe tirato fuori il proprio nome, se non fosse stato un renziano doc lo avrebbero appoggiato. In cambio della convergenza su Roberto Fico per Montecitorio. Un nome votabile, «assolutamente votabile», sarebbe stato quello del senatore Luigi Zanda. «È una persona perbene, ha senso delle istituzioni, non è mai stato un cane da riporto di Renzi», si dice tra i vertici di M5s. L'intesa possibile sulla Bernini, però, rimette nel freezer l'accordo con quel che resta dei democratici. Un partito diviso e con dinamiche interne che i pentastellati, al momento così compatti, stentano completamente a capire. Anche se Luca Lotti, ancora l'altra sera, in una cena riservata, ha detto che «i nostri 150 deputati pesano e peseranno». Il punto è che Di Maio, e specialmente Beppe Grillo e Davide Casaleggio, non si fidano neppure di loro, sul fronte dell'indipendenza dall'odiato Cavaliere. Anzi, proprio Casaleggio e i deputati più ferrati sulle vicende finanziarie e televisive, come la guerra su Telecom e Mediaset tra Berlusconi e Vincent Bolloré di Vivendi, hanno messo in guardia il resto del Movimento dalle manovre del proprietario della Fininvest sulle presidenze delle Camere. «Tra pochi mesi scadono i vertici dell'Antitrust e l'anno prossimo tocca all'Agenzia delle comunicazioni», ha spiegato uno degli esperti di M5s, «e se Berlusconi voleva uno come Romani era solo per mantenere il controllo su queste nomine che per lui valgono miliardi di euro». Così, nessun veto sulla Bernini, ma anche perché il Movimento è una formazione politica giovane e non tutti, a parte forse i giornalisti Gianluigi Paragone ed Emilio Carelli, ricordano che suo padre Giorgio fu ministro nel primo governo Berlusconi e anche membro dell'Antitrust. Di sicuro c'era un maggior gradimento per l'ex sciatrice Magoni, anche perché il suo fresco sbarco dalla lista «Maroni presidente» a Fratelli d'Italia dava al Movimento maggior garanzia di lontananza da Fininvest. Perché sì, nel 2018 e a ben 24 anni dalla mitica «discesa in campo», per i 5 stelle un Berlusconi che dicevano in declino è tornato a incarnare il Male assoluto. «Anche solo una foto con lui avrebbe danneggiato l'immagine di Luigi», dicono molti deputati, che ricordano un lungo post di Grillo sul suo nuovo sito, un mese fa, in cui Berlusconi era di nuovo «lo psiconano», come dieci anni fa. Non hanno giovato ai rapporti con l'ex premier di Forza Italia anche una serie di «veleni» sul Movimento, tirati fuori sui media di area, come quelli sulla presunta «lobby gay litigiosissima» all'ombra di Di Maio. E poi, di nuovo, la convinzione che un senatore di M5s riassume così: «Berlusconi vuole solo difendere la sua roba». Vero o falso che sia, la linea resta una: «Noi e la Lega siamo gli unici che non hanno paura di tornare a votare e questo ci dà una libertà totale. L'importante è non sporcarsi le mani». Non facile, se la legislatura comincia già con una giornata come quella di ieri. Francesco Bonazzi
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
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Ieri, infatti, dalle Procure di competenza territoriale, è stato disposto e fissato per il 20 gennaio prossimo l’esame autoptico per il corpo di Emanuele Galeppini, è stata ordinata la riesumazione di Giovanni Tamburi e sono state bloccate le tumulazioni di Chiara Costanzo e di Achille Barosi che sarebbero dovute avvenire nei prossimi giorni.
Per poter attribuire le responsabilità che spettano ad ogni singolo attore di questa vicenda, costruita, pezzo per pezzo, tra omissioni, abusi e mancati controlli, è necessario chiarire esattamente come sono andate le cose e non accontentarsi di ricostruzioni ipotetiche che potrebbero alleggerire i giudizi. I dubbi più importanti sono emersi dal caso di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese, promessa del golf. Ai genitori chiamati in Svizzera dopo il rogo era stato comunicato che il ragazzo era stato riconosciuto, come tanti, grazie al test del Dna. Mamma e papà si aspettavano di dover piangere il loro bambino su resti irriconoscibili, mentre quando si sono visti riconsegnare il corpo sono rimasti senza parole: nessun segno di ustioni, nemmeno una bruciatura, la figura del giovane perfettamente integra, così come intatti erano il cellulare e il portafoglio.
Invano hanno posto domande su come fosse possibile, sempre invano hanno chiesto che venisse ordinata l’autopsia per conoscere la verità. Dalle autorità svizzere nessuna risposta. Ora la procura di Genova ha disposto l’esame, anzi gli esami: sul corpo di Emanuele verrà prima eseguita una Tac per verificare possibili lesioni da schiacciamento e poi l’autopsia vera e propria per capire cosa ha provocato il decesso.
Stessa linea anche per la procura di Bologna che ha deciso di far riesumare le spoglie di Giovanni Tamburi, 16 anni, bolognese, anche in questo caso la riesumazione è necessaria per eseguire le verifiche che in Svizzera non sono state fatte. Uno dei punti più importanti da stabilire per accertare le responsabilità è quale sia stata la dinamica esatta, non solo dell’incendio ma anche del tentativo di fuga dei ragazzi. E cosa lo abbia reso inutile. Delle 40 vittime, infatti, tre sono state trovate fuori dal locale mentre le altre 37 erano all’interno, la maggior parte sulle scale.
Proprio ieri, a tal proposito, anche dall’inchiesta svizzera è emerso un particolare importante: la porta di servizio della terrazza del locale era chiusa dall’interno e decine di corpi sono stati trovati dietro di essa, privi di sensi o ustionati. La certezza è arrivata durante il secondo interrogatorio di Jacques Moretti e Jessica Maric, i due gestori del locale indagati per incendio, lesioni e omicidio colposi e in carcere (lui) e ai domiciliari (lei) per evitare il pericolo di fuga. È stato lo stesso Jacques ad ammettere l’ennesima mancanza in termini di sicurezza all’interno del bar che, è bene sempre ricordarlo, si trovava in un seminterrato di un vecchio palazzo, era frequentato da giovanissimi, non aveva le licenze da discoteca, non era stato controllato per le norme antincendio negli ultimi cinque anni e aveva il soffitto completamente rivestito di materiale plastico altamente infiammabile.
Rispondendo alle domande degli inquirenti l’uomo ha raccontato di essere corso a Le Constellation la notte del rogo, di aver «raggiunto la porta di servizio dall’esterno» e di averla «trovata chiusa», senza sapere il perché. Nello stesso interrogatorio l’uomo ha ammesso anche di aver montato personalmente i pannelli di schiuma insonorizzante sul soffitto del seminterrato del locale, quella che ha preso fuoco a causa delle candele pirotecniche posizionate sulle bottiglie di champagne, dopo averla acquistata - attenzione all’ennesimo macabro dettaglio - a poco prezzo, nel noto negozio di bricolage per famiglie Hornbach. Altro che «tragedia inimmaginabile» come l’ha definita Jessica Maric, due giorni fa, piangendo davanti alle telecamere, appena uscita dalla procura di Lens, con il braccialetto elettronico ad attenderla a casa. Anche alla luce di queste ammissioni diventa impossibile pensare che i due gestori non si rendessero conto del pericolo che facevano correre ai loro clienti, da anni, ogni sera.
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