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2021-02-09
I dem si accorgono che l’impeachment contro The Donald sarà un boomerang
Joe Biden (Getty images)
Prenderà il via oggi in Senato il secondo processo di impeachment contro Donald Trump: un evento storico, visto che mai prima d'ora un presidente americano era finito per due volte in stato d'accusa. La situazione politica generale resta tesa. E le incongruenze non mancano.
In primis, su questo processo aleggia l'ombra dell'incostituzionalità. Secondo la carta fondamentale americana, l'impeachment è infatti un procedimento esplicitamente rivolto contro «funzionari civili» per ottenere la rimozione dal loro incarico. Il paradosso stavolta è che l'imputato sia un ex presidente, visto che - dal 20 gennaio - Trump ha lasciato la Casa Bianca. Certo: qualcuno noterà che comunque il processo sia stato formalmente istruito dalla Camera quando - il 13 gennaio - il diretto interessato era ancora in carica. Resta tuttavia il fatto che oggi Trump sia un privato cittadino e che un processo di impeachment contro un privato cittadino non sia previsto dalla Costituzione.
A rendere ancora più evidente questo problema troviamo un ulteriore fattore: a presiedere il nuovo procedimento contro Trump non sarà il giudice capo della Corte Suprema, John Roberts, ma il presidente pro tempore del Senato, Patrick Leahy. Peccato che, secondo la Costituzione, un processo di impeachment contro un presidente dovrebbe essere presieduto proprio dal giudice capo della Corte Suprema: quello stesso Roberts che tuttavia, due settimane fa, si è chiamato fuori da questo nuovo procedimento. Non si capisce quindi a che titolo - giuridicamente parlando - Trump, da ex presidente, debba affrontare tale processo. È vero che nel 1876 il segretario alla Guerra, William Belknap, subì un impeachment dopo essersi dimesso dall'incarico. Ma attenzione: non si trattava di un presidente e - differentemente da Trump - si era dimesso proprio per sfuggire alla messa in stato d'accusa.
È chiaro che l'obiettivo politico degli avversari dell'ex presidente sia quello di arrivare all'interdizione dei pubblici uffici: possibile (e non automatico) effetto di una condanna. Resta tuttavia un problema: la prassi parlamentare del Senato ha stabilito che il voto (a maggioranza semplice) per l'interdizione debba seguire il voto (a maggioranza di due terzi) per la condanna. Ne consegue che, senza condanna, non si dovrebbe poter votare per l'interdizione. Ora, è al momento improbabile che - in questo processo - possa essere raggiunto il quorum dei due terzi dei voti: per arrivare a quella soglia dovrebbero infatti votare a favore della condanna almeno 17 senatori repubblicani. Un numero molto difficile da conseguire. Basti pensare che, due settimane fa, il senatore repubblicano, Rand Paul, aveva presentato una mozione per dichiarare questo nuovo processo incostituzionale: una mozione che è stata alla fine respinta, ma contro cui hanno votato appena cinque senatori dell'Elefantino.
In tutto questo, non trascuriamo i paradossi storici. Fermo restando il deplorevole errore commesso da Trump il 6 gennaio scorso, i dem - che hanno redatto come capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione» - sembrano avere la memoria corta. Era il 4 marzo 2020, quando il loro capogruppo al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti davanti alla Corte Suprema (riunitasi per valutare eventuali restrizioni all'aborto), pronunciando minacce contro i due supremi giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. «Voglio dirti, Gorsuch; voglio dirti, Kavanaugh: avete liberato il vortice e ne pagherete il prezzo», esclamò tra la folla giubilante. Parole che furono definite «inappropriate» e «pericolose» dallo stesso John Roberts. A proposito di rispetto delle istituzioni, se è (giustamente) deprecabile aizzare una folla contro il Campidoglio, non dovrebbe essere altrettanto deprecabile fomentarla contro la Corte Suprema?
Infine attenzione: perché -politicamente parlando- questo secondo impeachment rischia di rivelarsi un boomerang per gli stessi avversari di Trump (democratici e repubblicani). Un sondaggio della Quinnipiac University ha registrato che gli americani siano spaccati quasi a metà sull'impeachment (con il 50% favorevole a una condanna e il 45% contrario). Inoltre, una recente rilevazione di The Hill ha evidenziato che il 64% degli elettori repubblicani sosterrebbe un eventuale nuovo partito, fondato da Trump: segno che l'ex presidente goda ancora di un bacino elettorale considerevole. Anziché metterlo all'angolo, l'impeachment rischia quindi di rafforzare l'ex inquilino della Casa Bianca. È forse anche in considerazione di ciò che alcuni senatori dem (come Tom Carper) auspicano un processo il più breve possibile (Politico ha riferito che l'idea sarebbe quella di concludere tutto entro sette giorni). Anche perché, qualora i tempi si allungassero, il Senato rischierebbe di restare impantanato. Il che costituirebbe un problema anche per l'agenda programmatica di Joe Biden.
Nei Balcani Biden seguirà la «linea Trump»
Mentre Joe Biden interviene a gamba tesa sull'Iran, modificando le sanzioni imposte da Donald Trump, i Balcani vedono da parte della Casa Bianca una profonda continuità. Lunedì scorso Israele ha riconosciuto il Kosovo quale Paese sovrano ed indipendente ovvero l'alleato mediorientale degli Stati Uniti ha portato a termine quanto voluto da Donald Trump alla firma dell'Accordo di Washington il 4 settembre 2020. In quell'occasione, l'allora capo della Casa Bianca pretese dal presidente serbo Aleksandar Vucic e dal premier kosovaro Avdullah Hoti la normalizzazione dei rapporti economici, in prospettiva di un futuro reciproco riconoscimento politico, impacchettando il tutto all'interno della strategia di stabilizzazione della periferia imperiale americana. L'occasione fu favorita dall'arresto, tutt'altro che casuale nelle tempistiche, del presidente kosovaro Hashim Thaci, accusato di crimini di guerra contro il popolo serbo ed oggi detenuto all'Aja in attesa di giudizio.
Il fatto che il riconoscimento di Israele, che quale contropartita prevede l'apertura di un'Ambasciata kosovara a Gerusalemme, sia giunto con l'amministrazione Biden già in carica lascia presagire che il nuovo presidente Usa intenda anche in questo dossier scottante, come in diversi altri, non allontanarsi per il momento dal solco tracciato dal suo predecessore. Donald Trump, dopo anni di sconclusionatezze europee, ha fatto ritornare di prepotenza gli Usa nelle questioni balcaniche nella speranza di riuscire a stabilizzare la regione in chiave anti cinese ed anti russa, riavviandone le capacita economiche e garantendone indipendenza energetica attraverso la connessione infrastrutturale con Israele, detentore di buona parte del bacino gassifero del Levante.
L'arresto di Thaci tuttavia ha portato a forti smottamenti politici interni. Questi, uniti alla decisione con cui la locale Corte costituzionale dichiarava a dicembre illegittimo il governo Hoti in quanto fondato su un solo voto di maggioranza garantito da un parlamentare condannato con sentenza passata in giudicato, stanno portando il Kosovo a nuove elezioni parlamentari. A causa delle pesanti restrizioni legate al Covid-19, dieci soli giorni di campagna elettorale faranno approdare il Paese al voto il 14 febbraio. Dalle urne dovrebbe uscire vincitore, con oltre il 40% delle preferenze, il leader del movimento nazionalista di sinistra Autodeterminazione!, Albin Kurti. Già vincitore delle elezioni nel 2019, con il 25% dei voti, ha guidato il Kosovo come primo ministro tra febbraio e giugno del 2020 per poi essere destabilizzato e cambiato a causa delle sue posizioni oltranziste nei confronti della Serbia e degli Stati Uniti. Albin Kurti, imprigionato dai serbi durante gli anni giovanili, è da sempre contrario a concessioni che favoriscano la distensione con Belgrado.
Tuttavia, per gran parte del popolo kosovaro, egli rappresenta l'unica speranza rimasta contro la dilagante corruzione e il malfunzionamento dello Stato che opprime lo sviluppo di un Paese ancora in maggior parte dipendente dagli aiuti internazionali e dalle rimesse dei connazionali all'estero. I risultati delle elezioni rilanceranno Kurti. Il suo partito potrebbe perfino raddoppiare il numero dei seggi in Parlamento ma il giorno dopo egli dovrà trasformarsi da politico in statista se vorrà far navigare il Paese in acque internazionali senza essere nuovamente sottoposto a maremoti politici.
Qualora non riesca ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti, Kurti pare pronto a discutere un'alleanza con Ramush Haradinaj, capo dell'Alleanza per il futuro del Kosovo e anche egli ex premier di scarse simpatie serbe, a cui potrebbe spettare la presidenza della Repubblica.
Nonostante Joe Biden sia da sempre un sincero sostenitore della causa albanese, alla segreteria di Stato Usa sanno bene che questa volta il presidente dovrà usare grande tatto per non perdere le opportunità di soluzione della questione serbo-kosovara impostate da Trump. Egli non potrà permettersi il lusso di sostenere un Paese ostinatamente anti serbo. Sarebbe una miscela esplosiva che rigetterebbe la regione in mano ai nazionalismi più pericolosi, capaci di sfaldare tanto i Balcani, quanto l'intera area nordatlantica.
L'Italia, qualsiasi sia il risultato delle urne, è pronta a confermare il sostegno al Paese attraverso una partnership economica rafforzata, presentata nei mesi scorsi dalla nostra diplomazia al governo uscente. Il tutto, è l'augurio degli imprenditori italiani, condizionato dal fatto che il Kosovo incominci a garantire condizioni di sicurezza minime agli investimenti fino ad ora eseguiti e troppo spesso finiti vittime della rete di interessi politico-mafiosi di cui lo Stato si è troppo spesso dimostrato connivente.
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Prende il via oggi il secondo storico processo. Ma, senza numeri al Senato, la sinistra riconsegnerà la scena all'ex presidenteL'inquilino della Casa Bianca proseguirà nell'opera di stabilizzazione dell'area in chiave anti cineseLo speciale contiene due articoliPrenderà il via oggi in Senato il secondo processo di impeachment contro Donald Trump: un evento storico, visto che mai prima d'ora un presidente americano era finito per due volte in stato d'accusa. La situazione politica generale resta tesa. E le incongruenze non mancano. In primis, su questo processo aleggia l'ombra dell'incostituzionalità. Secondo la carta fondamentale americana, l'impeachment è infatti un procedimento esplicitamente rivolto contro «funzionari civili» per ottenere la rimozione dal loro incarico. Il paradosso stavolta è che l'imputato sia un ex presidente, visto che - dal 20 gennaio - Trump ha lasciato la Casa Bianca. Certo: qualcuno noterà che comunque il processo sia stato formalmente istruito dalla Camera quando - il 13 gennaio - il diretto interessato era ancora in carica. Resta tuttavia il fatto che oggi Trump sia un privato cittadino e che un processo di impeachment contro un privato cittadino non sia previsto dalla Costituzione. A rendere ancora più evidente questo problema troviamo un ulteriore fattore: a presiedere il nuovo procedimento contro Trump non sarà il giudice capo della Corte Suprema, John Roberts, ma il presidente pro tempore del Senato, Patrick Leahy. Peccato che, secondo la Costituzione, un processo di impeachment contro un presidente dovrebbe essere presieduto proprio dal giudice capo della Corte Suprema: quello stesso Roberts che tuttavia, due settimane fa, si è chiamato fuori da questo nuovo procedimento. Non si capisce quindi a che titolo - giuridicamente parlando - Trump, da ex presidente, debba affrontare tale processo. È vero che nel 1876 il segretario alla Guerra, William Belknap, subì un impeachment dopo essersi dimesso dall'incarico. Ma attenzione: non si trattava di un presidente e - differentemente da Trump - si era dimesso proprio per sfuggire alla messa in stato d'accusa. È chiaro che l'obiettivo politico degli avversari dell'ex presidente sia quello di arrivare all'interdizione dei pubblici uffici: possibile (e non automatico) effetto di una condanna. Resta tuttavia un problema: la prassi parlamentare del Senato ha stabilito che il voto (a maggioranza semplice) per l'interdizione debba seguire il voto (a maggioranza di due terzi) per la condanna. Ne consegue che, senza condanna, non si dovrebbe poter votare per l'interdizione. Ora, è al momento improbabile che - in questo processo - possa essere raggiunto il quorum dei due terzi dei voti: per arrivare a quella soglia dovrebbero infatti votare a favore della condanna almeno 17 senatori repubblicani. Un numero molto difficile da conseguire. Basti pensare che, due settimane fa, il senatore repubblicano, Rand Paul, aveva presentato una mozione per dichiarare questo nuovo processo incostituzionale: una mozione che è stata alla fine respinta, ma contro cui hanno votato appena cinque senatori dell'Elefantino. In tutto questo, non trascuriamo i paradossi storici. Fermo restando il deplorevole errore commesso da Trump il 6 gennaio scorso, i dem - che hanno redatto come capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione» - sembrano avere la memoria corta. Era il 4 marzo 2020, quando il loro capogruppo al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti davanti alla Corte Suprema (riunitasi per valutare eventuali restrizioni all'aborto), pronunciando minacce contro i due supremi giudici nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. «Voglio dirti, Gorsuch; voglio dirti, Kavanaugh: avete liberato il vortice e ne pagherete il prezzo», esclamò tra la folla giubilante. Parole che furono definite «inappropriate» e «pericolose» dallo stesso John Roberts. A proposito di rispetto delle istituzioni, se è (giustamente) deprecabile aizzare una folla contro il Campidoglio, non dovrebbe essere altrettanto deprecabile fomentarla contro la Corte Suprema? Infine attenzione: perché -politicamente parlando- questo secondo impeachment rischia di rivelarsi un boomerang per gli stessi avversari di Trump (democratici e repubblicani). Un sondaggio della Quinnipiac University ha registrato che gli americani siano spaccati quasi a metà sull'impeachment (con il 50% favorevole a una condanna e il 45% contrario). Inoltre, una recente rilevazione di The Hill ha evidenziato che il 64% degli elettori repubblicani sosterrebbe un eventuale nuovo partito, fondato da Trump: segno che l'ex presidente goda ancora di un bacino elettorale considerevole. Anziché metterlo all'angolo, l'impeachment rischia quindi di rafforzare l'ex inquilino della Casa Bianca. È forse anche in considerazione di ciò che alcuni senatori dem (come Tom Carper) auspicano un processo il più breve possibile (Politico ha riferito che l'idea sarebbe quella di concludere tutto entro sette giorni). Anche perché, qualora i tempi si allungassero, il Senato rischierebbe di restare impantanato. Il che costituirebbe un problema anche per l'agenda programmatica di Joe Biden. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-dem-si-accorgono-che-limpeachment-contro-the-donald-sara-un-boomerang-2650406465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-balcani-biden-seguira-la-linea-trump" data-post-id="2650406465" data-published-at="1612817512" data-use-pagination="False"> Nei Balcani Biden seguirà la «linea Trump» Mentre Joe Biden interviene a gamba tesa sull'Iran, modificando le sanzioni imposte da Donald Trump, i Balcani vedono da parte della Casa Bianca una profonda continuità. Lunedì scorso Israele ha riconosciuto il Kosovo quale Paese sovrano ed indipendente ovvero l'alleato mediorientale degli Stati Uniti ha portato a termine quanto voluto da Donald Trump alla firma dell'Accordo di Washington il 4 settembre 2020. In quell'occasione, l'allora capo della Casa Bianca pretese dal presidente serbo Aleksandar Vucic e dal premier kosovaro Avdullah Hoti la normalizzazione dei rapporti economici, in prospettiva di un futuro reciproco riconoscimento politico, impacchettando il tutto all'interno della strategia di stabilizzazione della periferia imperiale americana. L'occasione fu favorita dall'arresto, tutt'altro che casuale nelle tempistiche, del presidente kosovaro Hashim Thaci, accusato di crimini di guerra contro il popolo serbo ed oggi detenuto all'Aja in attesa di giudizio. Il fatto che il riconoscimento di Israele, che quale contropartita prevede l'apertura di un'Ambasciata kosovara a Gerusalemme, sia giunto con l'amministrazione Biden già in carica lascia presagire che il nuovo presidente Usa intenda anche in questo dossier scottante, come in diversi altri, non allontanarsi per il momento dal solco tracciato dal suo predecessore. Donald Trump, dopo anni di sconclusionatezze europee, ha fatto ritornare di prepotenza gli Usa nelle questioni balcaniche nella speranza di riuscire a stabilizzare la regione in chiave anti cinese ed anti russa, riavviandone le capacita economiche e garantendone indipendenza energetica attraverso la connessione infrastrutturale con Israele, detentore di buona parte del bacino gassifero del Levante. L'arresto di Thaci tuttavia ha portato a forti smottamenti politici interni. Questi, uniti alla decisione con cui la locale Corte costituzionale dichiarava a dicembre illegittimo il governo Hoti in quanto fondato su un solo voto di maggioranza garantito da un parlamentare condannato con sentenza passata in giudicato, stanno portando il Kosovo a nuove elezioni parlamentari. A causa delle pesanti restrizioni legate al Covid-19, dieci soli giorni di campagna elettorale faranno approdare il Paese al voto il 14 febbraio. Dalle urne dovrebbe uscire vincitore, con oltre il 40% delle preferenze, il leader del movimento nazionalista di sinistra Autodeterminazione!, Albin Kurti. Già vincitore delle elezioni nel 2019, con il 25% dei voti, ha guidato il Kosovo come primo ministro tra febbraio e giugno del 2020 per poi essere destabilizzato e cambiato a causa delle sue posizioni oltranziste nei confronti della Serbia e degli Stati Uniti. Albin Kurti, imprigionato dai serbi durante gli anni giovanili, è da sempre contrario a concessioni che favoriscano la distensione con Belgrado. Tuttavia, per gran parte del popolo kosovaro, egli rappresenta l'unica speranza rimasta contro la dilagante corruzione e il malfunzionamento dello Stato che opprime lo sviluppo di un Paese ancora in maggior parte dipendente dagli aiuti internazionali e dalle rimesse dei connazionali all'estero. I risultati delle elezioni rilanceranno Kurti. Il suo partito potrebbe perfino raddoppiare il numero dei seggi in Parlamento ma il giorno dopo egli dovrà trasformarsi da politico in statista se vorrà far navigare il Paese in acque internazionali senza essere nuovamente sottoposto a maremoti politici. Qualora non riesca ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti, Kurti pare pronto a discutere un'alleanza con Ramush Haradinaj, capo dell'Alleanza per il futuro del Kosovo e anche egli ex premier di scarse simpatie serbe, a cui potrebbe spettare la presidenza della Repubblica. Nonostante Joe Biden sia da sempre un sincero sostenitore della causa albanese, alla segreteria di Stato Usa sanno bene che questa volta il presidente dovrà usare grande tatto per non perdere le opportunità di soluzione della questione serbo-kosovara impostate da Trump. Egli non potrà permettersi il lusso di sostenere un Paese ostinatamente anti serbo. Sarebbe una miscela esplosiva che rigetterebbe la regione in mano ai nazionalismi più pericolosi, capaci di sfaldare tanto i Balcani, quanto l'intera area nordatlantica. L'Italia, qualsiasi sia il risultato delle urne, è pronta a confermare il sostegno al Paese attraverso una partnership economica rafforzata, presentata nei mesi scorsi dalla nostra diplomazia al governo uscente. Il tutto, è l'augurio degli imprenditori italiani, condizionato dal fatto che il Kosovo incominci a garantire condizioni di sicurezza minime agli investimenti fino ad ora eseguiti e troppo spesso finiti vittime della rete di interessi politico-mafiosi di cui lo Stato si è troppo spesso dimostrato connivente.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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