2022-05-05
L’hotel Viminale passa di mano.I Leonardi vendono alla società Mezzala 18

La struttura diventa proprietà dell’investitore libico Mino Kahlun
Il gruppo Leonardi, proprietario di sette strutture alberghiere a Roma, ha ceduto l’hotel Viminale alla Mezzala 18, società romana riconducibile a Mino Kahlun, un operatore nato a Tripoli. L’operazione è stata deliberata il 2 febbraio dall’assemblea di Villa Pinciana srl, facente capo per il 60% a Gualtiero Leonardi e per il 20% ciascuno alla moglie Maria Antonietta Vecchiarelli e alla figlia Sara.
La riunione degli azionisti della società che prende il nome da un albergo a cinque stelle in via Abruzzi 9, avvenuta con il notaio Ciro Francesco Maria Masselli di Roma, ha autorizzato Massimo Nobili, amministratore unico della società, a sottoscrivere il contratto di cessione del ramo d’azienda dell’hotel Viminale, sito nella capitale in via Cesare Balbo, comprendente l’attività ricettiva di 53 camere (di cui singole 13, doppie 28, triple 6, quadruple 6), sei dipendenti, con servizio di bar, analcolici, alcolici e superalcolici per i soli alloggiati. Villa Pinciana e Mezzala 18 rinviano a un separato contratto di locazione il destino dell’immobile. Dal contratto di cessione, di cui Verità & Affari è venuto in possesso risulta che il prezzo di cessione è di 400 mila euro, di cui 150.000 con assegni non trasferibili consegnati dall’acquirente al venditore . Gli altri 250.000, l’acquirente si obbliga a versare in 10 rate, infruttifere di interessi, ciascuna dell’importo di 25.000 euro, mediante bonifico bancario alle coordinate indicate dal gruppo Leonardi, con scadenza il 31 maggio 2022, il 31 ottobre 2022, il 31 maggio 2023, il 31 ottobre 2023, il 31 maggio 2024, il 31 ottobre 2024, il 31 maggio 2025, il 31 ottobre 2025, il 31 maggio 2026 e il 31 ottobre 2026.
A smobilizzo di detta somma, Mezzala 18 ha rilasciato 10 cambiali, regolari di bollo, degli importi e con le scadenze sopra indicate, effetti cambiari che vengono consegnati contestualmente alla sottoscrizione del contratto di cessione. Inoltre le parti convengono che, in caso di mancato pagamento da parte dall’acquirente anche di uno o di parte degli importi, Villa Pinciana invierà diffida ad adempiere con un termine di 15 giorni, decorsi i quali «il presente contratto si intenderà automaticamente risolto per inadempimento della società cessionaria, con espressa riserva di agire presso le competenti sedi per il risarcimento di tutti i danni subiti e subendi e con ulteriore aggravio di spese a carico della medesima società cedente». Del corrispettivo di 400.000 euro, 370.000 euro per avviamento e 30.000 mila per stigliatura e mobili.
Il ramo d’azienda è stato ceduto con esclusione dei crediti e dei debiti aziendali maturati alla data dell’1 febbraio 2022 che, di fatto, restano rispettivamente a favore ed a carico dei Leonardi, i quali saranno tenuti a provvedere al pagamento diretto ovvero a rifondere la società cessionaria per le somme che questa fosse eventualmente tenuta a pagare ai creditori del ramo d’azienda a condizione che tali eventuali somme siano state preventivamente notificate alla società cedente. Villa Pinciana sarà comunque responsabile per ogni eventuale pretesa dei dipendenti riconducibile al periodo anteriore al 2 febbraio e dovrà versare alla società cessionaria il Tfr ed ogni eventuale ulteriore spettanza maturata alla data dell’1 febbraio 2022 dai lavoratori del ramo d’azienda ceduto, tenuto conto delle somme già corrisposte ai medesimi lavoratori a titolo di anticipazioni. Il gruppo Leonardi ha in cabina di regia Gualtiero che è affiancato da Sara, 49 anni a luglio, definita dai suoi dipendenti (100 secondo i dati Inps), una zarina per il piglio molto forte. Dispone degli stessi poteri assoluti del padre esercitabili con firma disgiunta e anche di cospicua liquidità personale investita in buona parte in titoli di stato.
Continua a leggereRiduci
Dalle ricerche sul peso dell’esperienza nel valore aziendale al modello di 50yet, che punta sui senior expert: in un’economia in trasformazione, la competenza accumulata nel tempo si conferma una risorsa chiave.
Il valore di un’azienda non sta solo nei bilanci o negli asset finanziari. Sempre più spesso, dicono le ricerche, sta soprattutto nell’esperienza delle persone che ci lavorano. In un’economia in cui la tecnologia accelera tutto, il vero vantaggio competitivo resta ciò che non si può replicare con un algoritmo: l’esperienza accumulata nel tempo.
I numeri raccontano un cambiamento profondo. La fascia over 50, che rappresenta circa il 24% della popolazione mondiale, nel 2020 ha generato il 34% del Pil globale, pari a circa 45 trilioni di dollari. Entro il 2050 questa quota è destinata a salire fino a circa 118 trilioni. È una trasformazione strutturale dell’economia, non una tendenza passeggera.
Secondo McKinsey, tra il 40% e il 46% del valore del capitale umano di un’azienda deriva direttamente dall’esperienza. Un dato che sposta il dibattito su innovazione e competitività: non si tratta solo di investire in tecnologie, ma anche di saper valorizzare chi ha già attraversato cicli, crisi e cambiamenti.
Il contributo dei senior non è soltanto qualitativo. Studi citati da OCSE e Harvard Business Review mostrano che le aziende in cui collaborano generazioni diverse sono il 70% più propense ad aumentare la quota di mercato e il 45% più inclini a entrare in nuovi mercati. Anche l’ambiente di lavoro conta: la ricerca Best Workplaces for Senior 2025 di Great Place To Work Italia sottolinea che trattenere e motivare i profili più esperti significa investire nella sostenibilità e nella memoria organizzativa delle imprese. L’esperienza, inoltre, ha effetti concreti sulle decisioni. Riduce i rischi, accelera i processi e accorcia i tempi di arrivo sul mercato. Secondo l’AARP, i team con una forte presenza di senior garantiscono maggiore stabilità operativa e scelte strategiche più rapide. In questo scenario, la competenza diventa una vera e propria «valuta»: un capitale che produce un impatto misurabile.
Il tema pesa anche nei passaggi generazionali delle imprese familiari. Alcuni studi, tra cui quelli dell’Università Bocconi, indicano che l’ingresso di manager esterni qualificati può essere decisivo per assicurare continuità e crescita nelle fasi di transizione. È in questo contesto che si inserisce l’esperienza di 50yet, una piattaforma dedicata all’inserimento di senior expert nei settori fashion, luxury, beauty, sport e lifestyle. Nel suo primo anno di attività, la startup ha registrato un customer success rate superiore al 98%, chiudendo con un EBIT positivo e una crescita interamente autofinanziata, senza capitali esterni. Un percorso controcorrente rispetto a un ecosistema spesso segnato da valutazioni gonfiate e burn-rate elevati.
A gennaio 2026 la community conta oltre 700 esperti qualificati, tutti con almeno 20 anni di esperienza e un track record verificabile. Il modello non è quello del classico head hunting: si basa su una soluzione «fractional», on-demand e flessibile, attivabile per missioni a termine o per obiettivi, con attenzione all’impatto misurabile e all’allineamento strategico con l’azienda cliente. Dopo la selezione, i candidati vengono suddivisi tra Marketplace e Club, dove entra solo il top 2% di ogni settore. Pesano la reputazione e le referenze, ma prima di ogni proposta viene valutata anche la coerenza con i valori e la cultura dell’azienda che richiede la collaborazione. L’accesso è solo su invito. Finora, più di un esperto su quattro ha già ricevuto una o più offerte di missione.
L’idea di fondo è semplice quanto radicale: l’esperienza senior non è un costo da ridurre, ma un asset produttivo subito utilizzabile. In altre parole, una vera e propria moneta dell’economia reale.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Leone XIV lancia un monito sulla responsabilità morale delle società contemporanee.
Sarà anche «voce di uno che grida nel deserto», ma papa Leone XIV, con illuminato coraggio al servizio della verità, in perfetta coerenza con i suoi predecessori, non perde occasione per ribadire con forza la condanna della più iniqua e immorale delle pratiche che i nostri giorni hanno drammaticamente «normalizzato»: l’aborto. Anche ieri, nel contesto degli appelli quotidiani e accorati lanciati al mondo intero perché cessino le guerre, il Santo Padre ha voluto riprendere il «grido» d’allarme di suor Teresa di Calcutta: non ci sarà mai pace in un mondo che sostiene e promuove l’aborto.
Anzi, peggio: non può esserci pace in un mondo che proclama l’aborto come un diritto universale dell’uomo! «Il più grande distruttore della pace è l’aborto», ha dichiarato Leone XIV, aggiungendo che «nessuna politica può porsi al servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale».
C’è un forte legame sociale, politico e culturale fra la difesa della vita nascente e il soccorso alla vita debole e fragile, segnata da condizioni di indigenza che vanno dalla povertà alla mancanza di cibo e casa, dalle devastazioni delle guerre alla malattia inguaribile: il legame si chiama amore e rispetto della vita, sempre e di chiunque. Quando si apre una breccia in questo «imperativo categorico», gli abusi e le nefandezze sono sempre dietro l’angolo.
Quando l’ideologia, ogni ideologia, pretende di manipolare la legge naturale, piegandola ai propri dogmi - dogma della razza, dogma della lotta di classe, dogma del primato dell’assoluta autodeterminazione - l’esito è sempre scontato: i più deboli diventano vittime della prepotenza dei più forti. Come può difendersi un bimbo nel grembo materno, se la società - a dispetto di evidenze scientifiche inconfutabili - continua e negarne l’umanità, abbandonandolo alla «libera scelta» della donna? Abbiamo condannato come disumana quella società che non fece nulla per salvare Anna Frank e chi, come lei, aveva il torto di esistere; non meno disumana è una società che non fa nulla per salvare «chi sta per venire al mondo». Tanto più colpevole oggi, in un momento storico in cui abbiamo a disposizione mezzi economici, assistenziali, sanitari, sociali per garantire la vita di chiede di «venire al mondo».
Ben altra indigenza oggi ci affligge: la povertà spirituale. Coscienze sterilizzate dall’egoismo, anestetizzate dal relativismo, infiacchite dalla cultura woke, orfane di ogni anelito di trascendenza e rinsecchite in una quotidianità senza speranza: è la drammatica fotografia di una società che ha perso il senso stesso di ciò che è umano, al punto di negare il diritto alla vita dei suoi figli più piccoli. Di fronte agli atleti che utilizzano le pelli di foca per i loro sci nelle prossime Olimpiadi, ci si preoccupa di controllare che si tratti di materiale sintetico, in nome della giusta causa della difesa della vita delle foche, mentre di fronte alla strage dei nascituri non si registra nessun sentimento di pietà, di ripensamento, di vergogna, di riparazione del male commesso.
Anzi, come c’era da aspettarsi, non è mancato chi ha trovato modo di fare della vergognosa ironia sulle parole del Papa, colpevole - al dire di questi - di sostenere che la libera scelta delle donne di non aver un figlio è più grave di una guerra… Che assurdità! Siamo nel 2026, il Medioevo è passato, hanno chiosato. La strage degli innocenti - da Betlemme a Terezin, dal kibbutz del 7 ottobre a Gaza, dai barconi nel Mediterraneo alle sale Ivg - è una ferita mortale nel cuore dell’umanità che impone un sussulto di indignazione e di volontà di riparazione. Certamente, intervenire a livello internazionale è molto al di là delle nostre povere forze, ma «a casa nostra» possiamo e dobbiamo agire, cominciando dal coraggio di condannare pubblicamente l’aborto per quello che è: l’omicidio di un piccolo essere umano che nessuno ha il «diritto» di sopprimere. Appuntamento per tutti è la Manifestazione nazionale per la Vita, a Roma, sabato 13 giugno.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 4 febbraio 2026. Il capogruppo di Avs al Senato, Giuseppe De Cristofaro, parla di Gaza, dei fatti di Torino e del pacchetto sicurezza.













