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2022-01-04
Il governo è pronto all’ultra green pass: obbligo vaccinale per tutti i lavoratori
Renato Brunetta (Ansa)
Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.
Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati.
Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».
Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».
Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi.
Contagiati, il doppio in una settimana
Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati.
Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi».
Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110.
Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia.
Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %).
«Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
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Domani Cdm. Si alza l’asticella, ma nel settore privato sarà un’introduzione graduale. Ineluttabile la restrizione per la Pa.Lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari, ricoveri ancora su. Tra 5-10 giorni, invece, diversi modelli matematici prevedono il picco di Omicron.Lo speciale contiene due articoli.Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati. Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. 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Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi». Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110. Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia. Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %). «Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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