True
2022-01-04
Il governo è pronto all’ultra green pass: obbligo vaccinale per tutti i lavoratori
Renato Brunetta (Ansa)
Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.
Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati.
Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».
Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».
Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi.
Contagiati, il doppio in una settimana
Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati.
Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi».
Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110.
Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia.
Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %).
«Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
Continua a leggereRiduci
Domani Cdm. Si alza l’asticella, ma nel settore privato sarà un’introduzione graduale. Ineluttabile la restrizione per la Pa.Lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari, ricoveri ancora su. Tra 5-10 giorni, invece, diversi modelli matematici prevedono il picco di Omicron.Lo speciale contiene due articoli.Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati. Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-greenpass-obbligo-vaccinale-lavoratori-2656211807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contagiati-il-doppio-in-una-settimana" data-post-id="2656211807" data-published-at="1641246551" data-use-pagination="False"> Contagiati, il doppio in una settimana Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati. Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi». Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110. Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia. Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %). «Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 marzo con Flaminia Camilletti.
Ansa
«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria», hanno inoltre affermato i sei Paesi, che hanno poi assicurato il proprio sostegno alle nazioni più colpite dalla crisi attraverso il ricorso all’Onu e alle istituzioni finanziarie internazionali. Secondo fonti di Bruxelles, quella in fase di definizione potrebbe essere una missione difensiva da avviare a seguito di un eventuale cessate il fuoco. L’Iran ha tuttavia avvisato che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco sarà per il regime una prova di complicità all’aggressione.
La presa di posizione dei sei è arrivata più o meno nelle stesse ore in cui emergevano delle divergenze tra Stati Uniti e Israele. «Gli obiettivi che il presidente ha delineato sono diversi da quelli che il governo israeliano ha delineato», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana, Tulsi Gabbard, in audizione alla Camera dei rappresentanti. «Dalle operazioni in corso», ha aggiunto, «si evince chiaramente che il governo israeliano si è concentrato sull’indebolimento della leadership iraniana. Il presidente ha dichiarato che i suoi obiettivi sono distruggere la capacità di lancio di missili balistici dell’Iran, la sua capacità di produzione di missili balistici e la sua marina».
Del resto, che fossero spuntate delle tensioni tra Stati Uniti e Israele era noto da tempo. La scorsa settimana, Washington si era irritata per gli attacchi di Gerusalemme contro le infrastrutture petrolifere iraniane. Inoltre, quando mercoledì lo Stato ebraico ha bombardato il giacimento di gas di South Pars, dall’amministrazione americana erano arrivate posizioni discordanti. Funzionari statunitensi avevano detto ad Axios che l’operazione era stata coordinata con Israele, mentre Trump, su Truth, aveva esplicitamente dichiarato di non esserne stato informato in anticipo.
Lo stesso presidente americano, ieri, ha rivelato di aver detto a Benjamin Netanyahu di non colpire giacimenti di petrolio e gas in Iran. «Agiamo in modo indipendente, ma andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa, e se non mi piace... allora non lo facciamo più», ha affermato. Tutto questo mentre, sempre ieri, poco prima delle dichiarazioni della Gabbard, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva definito lo Stato ebraico un «partner incredibile e capace», sostenendo che l’attacco al giacimento di South Pars sarebbe stato un «avvertimento» al regime khomeinista. Insomma, da Washington sta emergendo scarsa compattezza in riferimento agli obiettivi dell’alleanza militare con Gerusalemme sulla crisi iraniana.
Certo, Trump e Netanyahu restano accomunati dalla volontà di impedire a Teheran non solo di possedere l’arma atomica ma anche di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. Dall’altra parte, però, i due leader puntano a obiettivi sensibilmente differenti per quanto concerne il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il premier israeliano propende per un regime change classico, considerando il regime khomeinista come una minaccia assoluta per Gerusalemme. Trump punta invece a una «soluzione venezuelana»: vorrebbe scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio governo decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Questo tipo di scenario è visto con scetticismo da Netanyahu, mentre il presidente americano ne ha bisogno sia per evitare d’impantanarsi sia per cooperare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Ricordiamo che, il 7 marzo, Trump aveva chiuso all’ipotesi di impiegare i curdi per un’operazione militare di terra: un’opzione, questa, che era stata invece caldeggiata da Netanyahu.
Per l’inquilino della Casa Bianca, il problema principale resta l’alto costo dell’energia. I pasdaran lo sanno. Ed è per metterlo in difficoltà con il prezzo della benzina in vista delle Midterm che hanno bloccato Hormuz. È in questo quadro che, secondo The Hill, Trump, nonostante ieri abbia escluso l’invio di truppe di terra, starebbe ipotizzando di impiegare dei soldati per prendere possesso delle strutture petrolifere presenti sull’isola di Kharg e costringere così gli iraniani a riaprire Hormuz. La strategia, ragionano alla Casa Bianca, è quella di mettere in ginocchio l’economia del regime, visto che l’isoletta gestisce circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Nel frattempo, ieri, Washington ha approvato la vendita di armamenti per oltre 16 miliardi di dollari a Emirati e Kuwait in funzione anti-iraniana. Certo, un eventuale coinvolgimento di terra sarebbe assai rischioso per la Casa Bianca. Ma Trump ha bisogno di scardinare il blocco di Hormuz. È da qui che passa il successo o il fallimento della sua operazione militare contro Teheran.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
Continua a leggereRiduci
L’allargamento del conflitto, l’intensificarsi degli attacchi al Qatar con gli impianti di gas entrati nel mirino dell’Iran, scuote l’Europa. Teheran ha colpito Ras Laffan, il più grande impianto di Gnl del mondo. Il Qatar potrebbe chiudere da un momento all’altro i rubinetti del gas e allora all’Italia verrebbe a mancare circa il 40% delle forniture. Basta questa percentuale per dare l’idea della gravità dello scenario e della difficoltà di azzardare qualsiasi previsione sull’andamento delle quotazioni dei prodotti energetici. L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato a Reuters che due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl) sono stati danneggiati negli attacchi. Ciò che ne potrebbe seguire rischia di rivoluzionare i mercati. «Potremmo dover dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, cioè l’esonero dalla responsabilità contrattuale, per un periodo fino a cinque anni per le forniture di Gnl verso Italia, Belgio, Corea e Cina», ha detto il manager. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il Ceo, metteranno fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per un periodo compreso tra tre e cinque anni. Poi ha sottolineato che l’attacco iraniano ha colpito il 17% della capacità di Gnl del Qatar, causando una perdita di entrate annuali stimata in 20 miliardi di dollari. Il primo ministro e capo della diplomazia del Paese, Mohammed bin Abdelrahmane Al Thani, ha detto che l’attacco iraniano all’impianto di gas avrà «gravi ripercussioni sull’approvvigionamento energetico».
Secondo dati ufficiali, quasi il 40% del Gnl arrivato in Italia proveniva dal Qatar, pari a circa 6,6 miliardi di metri cubi; e secondo Snam, nel 2025 il Gnl ha coperto circa un terzo della domanda nazionale di gas. Il taglio delle forniture e il conseguente aumento del prezzo ha un impatto sull’energia elettrica giacché questa viene prodotta per circa la metà utilizzando il gas che per il nostro Paese è una fonte vitale. Il Gme, il Gestore dei mercati energetici, stima che oggi il prezzo dell’elettricità arriverà a toccare quota 157 euro/Mwh contro una media 2026 di 128 euro. Alle 20 è previsto il massimo a 212 euro/Mwh. E si tratta di un livello che non contempla ancora il boom del Ttf di ieri, per cui è molto probabile che la luce salirà a 170-180 euro/Mwh.
Gli economisti della Bce hanno stimato che nello scenario più grave il petrolio potrebbe arrivare fino a 150 dollari e il gas a 110 euro/Mwh nel secondo trimestre del 2026. Non solo. la crescita del Pil dell’Eurozona scenderebbe quest’anno allo 0,4%, mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%, per poi arrivare fino al 4,8% nel 2027 in caso di choc energetico persistente. L’impatto dipende dalla durata e dall’intensità dello choc energetico e dalla sua trasmissione all’economia reale. In questo scenario il decreto Bollette appare insufficiente e andrebbe irrobustito. Intanto Gas Intensive, la società consortile promossa da otto associazioni di settore di Confindustria, che rappresenta il più grande consumatore industriale di gas naturale in Italia, lancia l’allarme. Per il presidente, Aldo Chiarini, «è necessario agire con la stessa determinazione dimostrata nel recente intervento sulle accise sui carburanti. Servono misure simili anche sul fronte del gas naturale». Il presidente di Assocarta, Lorenzo Poli, avverte: «La situazione era già critica dopo lo scoppio del conflitto a fine febbraio, ma oggi ci troviamo a fronteggiare un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio il settore industriale italiano. Non possiamo permetterci una nuova crisi dei costi del gas come quella vissuta nel biennio 2021-2022». Per Marco Ravasi, presidente di Assovetro, «è evidente che l’approccio emergenziale non è più sufficiente. L’Europa deve fare un passo avanti: serve una strategia comune e strutturale in materia di energia, capace di garantire stabilità e sicurezza per l’economia continentale. Solo con un’azione coordinata a livello europeo possiamo difendere il nostro sistema industriale e i milioni di posti di lavoro che ne dipendono». Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, sottolinea: «Nessuno vuole rivivere i livelli estremi raggiunti dal prezzo del gas nel 2022, ma la situazione attuale non è meno allarmante».
Le quotazioni delle fonti energetiche alle stelle rischiano di compromettere la crescita. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha sottolineato che già in un anno l’Europa ha perso un milione di posti di lavoro. «E il trend sta continuando». Il pericolo viene dalla Cina, che «ha incrementato del 32% le esportazioni verso il Vecchio Continente. La deindustrializzazione d’Europa, per alcuni Paesi che stanno cedendo un’industria di base alla Cina, per noi è una preoccupazione». È un tema che si aggiunge alla crisi energetica e impone alla Ue «un cambio di passo». Per Orsini, «sulla competitività europea oggi è l’ultima chiamata, l’ultimo treno che passa».
L’esecutivo studia nuove mosse. Si va verso un cdm straordinario
Riassunto delle puntate precedenti. Il premier, Giorgia Meloni, a sorpresa, riunisce il Consiglio dei ministri alle 19 per dare il via libera a un decreto legge che le opposizioni invocano dall’inizio della guerra in Iran. La cosa buffa è che, ora che il taglio delle accise c’è, alla sinistra non va bene lo stesso perché è arrivato a tre giorni dal referendum e quindi ha «un sapore elettorale».
Il provvedimento che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo dei carburanti (per 20 giorni con conseguente calo dell’Iva) è scattato ieri. Una mossa anti speculazione per contenere i costi alle stelle dei rifornimenti che prevede anche ulteriori misure aggiuntive contro i rincari ingiustificati da discutere in un altro cdm straordinario, atteso, forse, nei prossimi giorni.
Il pacchetto comprende anche un credito d’imposta sul gasolio per gli autotrasportatori e del 20% per i pescherecci da marzo a maggio; nonché un rafforzamento dei controlli in tutta Italia, affidati a Mister Prezzi (il Garante per la sorveglianza dei prezzi del ministero delle Imprese), alla Guardia di finanza e all’Antitrust. Mister Prezzi ieri ha già trasmesso alla Finanza la lista dei distributori furbetti che non hanno ancora adeguato i prezzi al decreto. Sono previste sanzioni e pure denunce alla magistratura per verificare la sussistenza di manovre speculative. Il governo è anche pronto ad allungare la durata delle misure, se la crisi nel Golfo non dovesse terminare a breve.
Le opposizioni però lamentano lo stesso un intervento tardivo e limitato, chiedendo un taglio delle accise come nel 2022 con il governo Draghi, sostenuto da tutta l’attuale opposizione. Ignorando che anche quello, peraltro più basso di quello attuale, fu temporaneo e gli effetti sui prezzi al distributore arrivarono solo quattro giorni dopo il decreto. Favoloso il Pd che mercoledì incalzava il governo: «Gli italiani spendono 16 milioni e mezzo in più al giorno di carburanti. Sono passati dieci giorni dalla nostra proposta di abbassare le accise: il governo si deve sbrigare», sbraitavano i compagni. Sempre quel giorno, quel baffetto rampante di Sandro Ruotolo, ex giornalista, europarlamentare e membro della segreteria pd, aggiungeva spavaldo: «Se le donne e gli uomini del nostro Paese sono più poveri, al presidente Meloni non sembra interessare. Bisogna abbassare subito il prezzo dei carburanti». Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sempre mercoledì, assaltava: «Questo governo a dicembre ha aumentato le accise e, dopo 20 giorni, con questi sbalzi, non è ancora intervenuto».
Mercoledì sera però, Meloni, al Tg1 delle 20, annunciava il tanto agognato taglio. Un tempismo perfetto, si direbbe. E invece no, il Pd cambia idea. La capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, parla di «una misura fragile. È solo improvvisazione, uno spot elettorale». Il tesoriere del Pd, nonché sconosciuto senatore, Michele Fina, accende le sue luci della ribalta per buttarla sul referendum: «Quando arriverà questa diminuzione, sarà del tutto insufficiente. Il No al referendum sarà anche un No a un governo che se ne frega di chi non arriva alla fine del mese». Occasione persa per continuare a stare zitto.
Chi, invece, è anche troppo conosciuto, ma non ci pensa proprio a tacere, neppure per dire bischerate, è Matteo Renzi: «Meloni è incredibile: abbassa oggi le accise per i prossimi 20 giorni dopo aver fatto una legge di Bilancio per alzarle per i prossimi sei anni», scrive nella sua newsletter. Renzi però si dimentica di dire che l’ultima volta che qualcuno ha aumentato le accise in Italia, era il 2013, al governo c’era Enrico Letta e lui era a capo del Pd.
Il leader di Italia viva spara anche verso quello che negli ultimi tempi è diventato il suo bersaglio preferito, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che si è sempre professato contrario al taglio delle accise: «La figura di palta più straordinaria è di Urso che era venuto in Senato a dire che tagliare le accise era un errore perché avvantaggiava i ricchi».
Il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, replica: «Faziosi, spudorati e disonesti gli attacchi della sinistra. Sono passati dalle accuse all’esecutivo perché non era ancora intervenuto alle accuse perché è intervenuto».
Continua a leggereRiduci