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2022-01-04
Il governo è pronto all’ultra green pass: obbligo vaccinale per tutti i lavoratori
Renato Brunetta (Ansa)
Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.
Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati.
Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».
Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».
Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi.
Contagiati, il doppio in una settimana
Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati.
Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi».
Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110.
Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia.
Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %).
«Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
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Domani Cdm. Si alza l’asticella, ma nel settore privato sarà un’introduzione graduale. Ineluttabile la restrizione per la Pa.Lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari, ricoveri ancora su. Tra 5-10 giorni, invece, diversi modelli matematici prevedono il picco di Omicron.Lo speciale contiene due articoli.Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati. Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. 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Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi». Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110. Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia. Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %). «Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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