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2022-01-04
Il governo è pronto all’ultra green pass: obbligo vaccinale per tutti i lavoratori
Renato Brunetta (Ansa)
Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.
Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati.
Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».
Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».
Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi.
Contagiati, il doppio in una settimana
Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati.
Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi».
Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110.
Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia.
Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %).
«Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
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Domani Cdm. Si alza l’asticella, ma nel settore privato sarà un’introduzione graduale. Ineluttabile la restrizione per la Pa.Lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari, ricoveri ancora su. Tra 5-10 giorni, invece, diversi modelli matematici prevedono il picco di Omicron.Lo speciale contiene due articoli.Come la donzelletta «al dì di festa», il governo si appresta ad approvare spensierato l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Si deciderà domani pomeriggio, nel Consiglio dei ministri previsto «in sul calar del sole». Riassuntino. Prima fu il green pass. Poi arrivò il super green pass. Infine giunge, con usuale lietezza, l’ultra green pass: la carta verde più potente che ci sia. Sarà necessaria per buscarsi la pagnotta, sia nel pubblico che nel privato, a dispetto di conclamata inutilità e inesauribili incongruenze. Per lavorare non basterà più il tampone negativo: procedura già prolissa, diventata improba con l’esplosione dei positivi. O puntura o niente. La nuova imposizione varrà per i circa 950.000 dipendenti pubblici fino a oggi esentati, a differenza di forze dell’ordine, scuola e sanità. Ben più vasta la platea dei privati da precettare. Mario Draghi ragiona però su un obbligo graduale, benché inesorabile. Vuole evitare ulteriori patemi nella maggioranza, soprattutto in vista dell’imminente voto sul Quirinale, per cui resta favoritissimo.Bisogna schivare, insomma, l’inciampo occorso con il decreto dello scorso 30 dicembre. Il premier voleva la definitiva stretta, erga omnes, per i lavoratori. Ma poi sono prevalsi i dubbi di Lega e 5 stelle. Adesso però, anche a causa del pressing di Confindustria e sindacati, l’asticella è destinata ad alzarsi ulteriormente. A un nonnulla dell’arma finale: inoculazione per tutti, dai 18 anni in su. Un ineluttabile passo alla volta, però. Nella spasmodica attesa del Consiglio dei ministri di domani, si ragiona ancora sul da farsi. L’ipotesi che sembra più probabile è comunque la corsa a tappe nel settore privato. Ovverossia: introdurre il vincolo per settori, sperando di non penalizzare ulteriormente il mondo produttivo. Alcuni comparti già arrancano. Come i trasporti. L’impennata dei contagi e le sterminate quarantene costringono a casa milioni di asintomatici. Mentre s’avvicina il prossimo 10 gennaio, quando ci vorrà il super green pass anche per salire sui mezzi pubblici. Altro caos garantito. Difatti Francesco Del Deo, presidente dell’Associazione nazionale Comuni isole minori, chiede ora deroghe per i trasporti marittimi e aerei, «unico collegamento possibile con il resto della nazione». Altrimenti, si rischia l’esilio forzato per i residenti non vaccinati. Difficile, però, che il governo ascolti l’appello dei confinati. Qualche temporanea cautela potrebbe resistere solo per l’obbligo vaccinale nel privato, appunto. Per i dipendenti pubblici, invece, le nuove restrizioni sembrano ineluttabili. D’altronde, il settore ha un implacabile alfiere: Renato Brunetta, ministro al ramo statale e fautore dell’ultra green pass ai lavoratori di ogni ordine e grado. Se Draghi dovesse davvero ascendente al Colle, rimane tra i papabili per Palazzo Chigi, quale membro anziano dell’esecutivo. Inarrivabile esegeta del premier, negli ultimi tempi s’è ulteriormente distinto tra gli infervorati. Il green pass è «la più grande manovra di politica economica del governo». Meglio ancora: «È una misura geniale». Fino all’apoteosi: «Grazie al certificato, boom di immunizzati».Assieme a Brunetta, scalpitano Pd, Leu e Italia viva: serve l’obbligo vaccinale, altroché. Per tutti e alla svelta. Il resto dei forzisti sembra un filino più cauto. A partire dal Cavaliere, che ha bisogno di tenere unito il centro destra in vista della già tribolata corsa per il Colle. Dunque, s’avanza un compromesso che non intacca la sostanza: vincolo immediato per il pubblico, progressivo per il privato. Le sibilline parole del sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sembrano confermarlo: «C’è un confronto aperto all’interno della maggioranza, ma confido che Draghi saprà mettere in campo una sintesi». Quindi? «Prevedo che si arrivi a un’estensione del super green pass, magari graduale, per tutti i lavoratori». Perché? «Può essere una misura che, in un certo senso, può aiutare a convincere una parte di quei cinque milioni di italiani che non si sono ancora vaccinati».Beh, a dire il vero, numeri alla mano, la sequela di obblighi surrettizi, nonostante i promettenti annunci, non ha portato all’ipotizzato exploit delle prime dosi. Né tantomeno alla sicurezza, come assicurava il premier, di trovarsi solo in compagnia di «persone non contagiose». Dichiarazioni, magari in buona fede, che ora rintoccano surreali. L’Italia, grazie alla prodigiosa escalation dei green pass, dal semplice di vecchio conio al nascente supersonico, non sta meglio dei Paesi senza restrizioni. Vedi l’Inghilterra. Quando il primo ministro, Boris Johnson, diceva che bisognava fare circolare il virus, lo consideravano un pericoloso svitato. Adesso anche in Italia, con l’abolizione della quarantena per i vaccinati, sembrano della stessa spericolata idea. Sul green pass, invece, niente retromarce. Altroché. Domani, l’ultimo atto. Proprio mentre in Finlandia i temerari al governo hanno sospeso il lasciapassare sanitario fino al 20 gennaio 2022. Con la più disarmante delle motivazioni: non serve a frenare i contagi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-greenpass-obbligo-vaccinale-lavoratori-2656211807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contagiati-il-doppio-in-una-settimana" data-post-id="2656211807" data-published-at="1641246551" data-use-pagination="False"> Contagiati, il doppio in una settimana Sono 68.052 ieri in Italia i nuovi casi di coronavirus (domenica erano stati 61.046). Così sono almeno 6.396.110 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia. Rispetto a una settimana fa, i positivi sono più che raddoppiati: lunedì 27 dicembre erano 30.810, seppure con 343.000 tamponi effettuati. Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo M. Picone del Cnr, «in Italia potrebbe arrivare fra 5-10 giorni il picco di contagi dell’attuale ondata pandemica alimentata dalla variante Omicron: è quanto lascia presupporre la lieve frenata della curva dei positivi ai tamponi molecolari registrata negli ultimi quattro giorni, un trend da confermare con i dati dei prossimi 2-3 giorni e che potrebbe risentire fra due o tre settimane degli effetti della riapertura delle scuole e dello shopping per i saldi». Ieri i morti sono stati 140, domenica erano 133 portando così il totale delle vittime da febbraio 2020 a 137.786. Secondo i dati del bollettino quotidiano del ministero della Salute, i tamponi molecolari e antigenici effettuati ieri sono stati 445.321 contro i 278.654 del giorno precedente facendo scendere il tasso di positività al 15,2%, rispetto al 21,9% di domenica. Il numero dei ricoveri con sintomi nei reparti ordinari sale a 12.333, rispetto al giorno prima 577 in più mentre i pazienti in terapia intensiva sono diventati 1352, 32 in più, con 103 ingressi del giorno (domenica erano 104). I dimessi/guariti crescono di 13.379 unità, arrivando a 5.133.272 mentre gli attualmente positivi diventano 1.125.052 (54.515 in più rispetto a ieri) di cui 1.111.368 in isolamento domiciliare. I contagi totali in Italia dall’inizio della pandemia sono 6.396.110. Anche ieri la regione con più casi è stata la Lombardia, in netta crescita (+13.421), seguita da Emilia Romagna (+8.014), Toscana (+6.952), Campania (+6.653) e Veneto (6.468). E proprio il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che la Regione con un’incidenza di casi Covid di 820 ogni 100.000 abitanti e un Rt di 1,19, l’occupazione delle aree medica non critica del 19,5% e quella delle terapie intensive del 18,6%, vicino alla soglia critica del 20, «sarà almeno due settimane in giallo». Zaia ha però sottolineato che è proprio l’occupazione delle aree mediche, ancora lontana dal 30%, a non consentire il passaggio di fascia. Un dato da record arriva dalla Sicilia dove, nella settimana appena conclusa, i nuovi positivi al Covid sono stati 27.814, il 136,6% in più rispetto alla settimana precedente e oltre il triplo rispetto a 14 giorni fa con un aumento anche del rapporto fra tamponi positivi e tamponi effettuati, passato dal 5,1% all’8,7%. Nel frattempo, secondo il report vaccini aggiornato a ieri mattina, le dosi somministrate in Italia sono 111.570.154. Il totale con almeno una dose è pari a 48.074.990 (89% della popolazione over 12), il numero di persone che hanno completato il ciclo vaccinale si attesta a 46.397.916 (85,91% degli over 12) mentre il totale dose addizionale/richiamo o booster si attesta a 19.906.208 (il 64,21% della popolazione potenzialmente oggetto). Per quanto riguarda la platea 5-11 anni sono 337.597 i bimbi con almeno una dose (9,23 %). «Il fabbisogno di vaccini per il mese di gennaio verrà assicurato dalle dosi di Pfizer e Moderna nella disponibilità della struttura commissariale» ha assicurato il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. «Nel complesso, i quantitativi sono in grado di esprimere una potenzialità di 26 milioni di somministrazioni».
A sinistra Giampaolo Ricci, capitano dell'Olimopia Milano. A destra Haley Bugeja, attaccante dell'Inter femminile
Dal 7 al 12 aprile il Csi Milano lancia Fuori Rosa, mobilitazione contro la violenza di genere. Coinvolte oltre 650 società sportive e atleti di Serie A. Un gesto simbolico sui campi e una campagna social per promuovere rispetto e consapevolezza.
Nel mondo dello sport, dove il linguaggio è spesso quello della competizione, arriva un messaggio che va oltre il risultato. Dal 7 al 12 aprile il Centro Sportivo Italiano di Milano chiama a raccolta società, atleti e appassionati per una mobilitazione contro la violenza di genere. Il nome scelto è diretto: Fuori Rosa: la violenza di genere non si convoca.
L’iniziativa si sviluppa soprattutto sui social, ma coinvolge concretamente i campi e le palestre di tutta la provincia. Oltre 650 società sportive affiliate al comitato milanese sono invitate a partecipare con un gesto simbolico: esporre un cartellino rosa prima delle partite o durante gli allenamenti, condividendo immagini e contenuti per ribadire un concetto semplice — la violenza non ha spazio, nemmeno nello sport. A dare visibilità alla campagna è anche un video che riunisce volti noti di discipline diverse. Dal calcio femminile con Lavinia Tornaghi e Haley Bugeja, al basket con Giampaolo Ricci, fino al volley con Damiano Catania e Tommaso Ichino. Sport diversi, un’unica presa di posizione: rompere il silenzio.
Dietro la mobilitazione c’è un tema che resta urgente. Secondo i dati più recenti dell’Istat, in Italia oltre 6 milioni di donne hanno subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Un fenomeno che riguarda anche da vicino il territorio lombardo e che chiama in causa non solo le istituzioni, ma l’intera società.
Per il Csi Milano, lo sport ha un ruolo che va oltre l’attività agonistica. Ogni giorno, nei campi e negli oratori, passa un’idea di educazione che coinvolge migliaia di giovani. È su questo terreno che si inserisce Fuori Rosa, con l’obiettivo di trasformare una settimana di sensibilizzazione in un percorso più ampio e continuo. La campagna rientra infatti nelle Giornate a Tema, un progetto con cui alcune giornate di campionato vengono dedicate a questioni sociali ritenute centrali. In questo caso, il focus è sulla prevenzione e sul riconoscimento della violenza di genere, anche attraverso strumenti concreti messi a disposizione delle società sportive. A supporto dell’iniziativa, il comitato milanese ha attivato una collaborazione con la Rete Antiviolenza Milano e con la Rete Artemide, che hanno contribuito con materiali informativi e di supporto. L’obiettivo è rendere le comunità sportive più consapevoli e preparate ad affrontare situazioni di violenza, dentro e fuori dai contesti agonistici.
Il messaggio, alla fine, è lineare: lo sport non può restare neutrale. In una realtà che coinvolge oltre 100 mila atleti e centinaia di società solo nell’area milanese, la scelta è quella di utilizzare il campo come spazio educativo, capace di trasmettere valori che vanno oltre il gioco.
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Perché Hormuz è tanto importante? C’è modo di aggirarlo? Oltre la metà della produzione globale petrolifera e di altri combustibili si sposta per nave. Il piccolo canale di acqua che separa Oman e Iran è uno degli snodi strategici più importanti per volume di transito.
Undici anni fa, nel 2015, la fornitura mondiale di petrolio e di altri combustibili è stata di 96,7 milioni di barili al giorno: il 61% di questo numero, che equivale quasi a 60 milioni di barili, è transitato via mare su navi e secondo i dati Unctad (Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo), la quota delle petroliere sul tonnellaggio mondiale è scesa dal 50% del 1980 al 28% del 2016. Ciò nondimeno, la dipendenza energetica dai passaggi marittimi rimane assoluta.
Sbaglia chi pensa che il destino dei popoli si scelga solo nei gabinetti di potere o nelle cancellerie degli Stati. Neanche i campi di battaglia vantano il primato di poter pesare in modo così decisivo sulla bilancia della geopolitica quanto l’importanza che assumono i mari. Ma la geografia marittima, al pari della terraferma, ha le sue strade, le sue rotte e i suoi caselli. Oltre l’80% delle merci globali viaggia oggi su questa immensa infrastruttura blu; un sistema tanto vasto, quanto fragile, che poggia il suo intero equilibrio sui chokepoint. Si tratta di punti di strozzatura - o colli di bottiglia. Sono canali e stretti dove lo spazio si contrae fino a poche centinaia di metri, trasformando la fluidità del commercio globale in un potenziale incubo logistico.
La merce più importante in circolazione sul mare è, inutile dirlo, il petrolio, il cui flusso attraverso tali snodi marittimi tanto importanti a livello globale è consultabile sul sito della Us Energy information administration (l’Eia). L’ente ha individuato sette punti fondamentali: sono essi lo Stretto di Hormuz, oggi più che mai infaustamente attuale, che separa la Penisola Arabica dall’Iran e il Golfo Persico dall’Oceano Indiano; lo Stretto di Malacca (che collega gli Oceani Indiano e Pacifico); il Canale di Suez, che mette in comunicazione Mar Rosso e Mar Mediterraneo; lo Stretto di Bab el-Mandem, che al pari di Hormuz, tiene distanti la Penisola Arabica dal continente africano; il sistema del Bosforo e dei Dardanelli, tra Europa e Asia; il Canale di Panama, anello di congiunzione tra Atlantico e Pacifico; e infine gli Stretti danesi, ossia i tre canali marittimi principali - Piccolo Belt, Grande Belt e Øresund - che collegano il Mar Baltico al Mare del Nord attraverso il Kattegat e lo Skagerrak. Situati in Danimarca, separano la penisola dello Jutland dalle isole danesi e dalla Svezia.
Vi è poi un ultimo tratto di mare, né stretto né canale, che tuttavia resta un passaggio imprescindibile delle rotte su mare, ed è il Capo di Buona Speranza, estremità meridionale della penisola del Capo, in Sudafrica che consente alle navi di poter doppiare il continente.
La logistica del greggio non è però un flusso indistinto: si tratta piuttosto di una complessa gerarchia regolata dal sistema Afra, acronimo che sta per Average freight rate assessment, una valutazione media dei noli marittimi, spesso utilizzata come benchmark nel settore petrolifero per i contratti di spedizione a lungo termine. Dalle piccole navi General Purpos, capaci di stivare tra i 70.000 e i 190.000 barili, alle Medium Range e alle onnipresenti Afra Max (tra 80.000 e 120.000 tonnellate di portata lorda), ogni classe di naviglio deve fare i conti con i limiti fisici degli stretti. Le navi Long Range (LR), fondamentali per i carichi di prodotti raffinati, sono i giganti che misurano la tenuta di questi passaggi obbligati.
Lo Stretto di Hormuz rimane il grimaldello della geopolitica energetica. Nel 2016, ha registrato il transito record di 18,5 milioni di barili al giorno, pari a quasi un terzo di tutto il greggio trasportato via mare. La sua importanza è vitale per l’Asia: in condizioni normali, ossia non quelle delle settimane in cui stiamo vivendo, l’80% del greggio che attraversa questo braccio di mare tra Iran e Oman è diretto verso mercati affamati come Cina, Giappone, India e Corea del Sud. Non solo: fino a prima della guerra, il Qatar vi faceva transitare 3,7 trilioni di metri cubi di gas naturale liquefatto, coprendo oltre il 30% del commercio globale di settore.
Il problema di Hormuz, lo si è ben visto, è l’assenza di reali alternative. Le opzioni per aggirarlo sono assai limitate: solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti disponevano di oleodotti operativi, pure con una capacità residua inutilizzata di circa 3,9 milioni di barili al giorno nel 2016. Altre infrastrutture, come l’oleodotto iracheno verso il porto saudita di Mu’ajjiz o la storica Tapine, il Trans-Arabian Pipeline che va da Qaisumah in Arabia Saudita a Sidon in Libano che insieme all’oleodotto strategico tra Iraq e Turchia verso il Libano, giacciono inattive, vittime instabilità ben più remote della contingente.
Spostandosi a Oriente, lo Stretto di Malacca si conferma il secondo snodo mondiale. Con 16 milioni di barili al giorno nel 2016, rappresenta la via più breve tra il Medio Oriente e i mercati asiatici. Per Pechino, Malacca è una questione di sopravvivenza: il 15-20% del traffico mondiale si concentra in soli 30 chilometri di larghezza.
Ma l’instabilità cronica del Vicino e Medio Oriente non ha smesso di riscrivere nemmeno le statistiche del Canale di Suez e dello Stretto di Bab el-Mandeb. Quest’ultimo, noto storicamente come «la Porta delle Lacrime», è il passaggio obbligato tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso. Se nel 2016 vi transitavano 4,8 milioni di barili al giorno, nei tempi più recenti è stato l’epicentro di una crisi senza precedenti. Tra il novembre 2023 e il gennaio 2025, gli insorti Houthi hanno condotto centinaia di attacchi con missili e droni contro il naviglio mercantile. E, a scaso di equivoci, le conseguenze sono state disastrose: il traffico attraverso Suez, che fino al 2023 gestiva il 12% del commercio mondiale, è crollato del 50% nel corso del 2024. Le navi sono state costrette a doppiare il Capo di Buona Speranza, allungando la rotta di circa 2.700 miglia (e dieci giorni di navigazione) tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Anche il transito di Gnl attraverso Suez è sceso drasticamente, passando dal 18% del 2011 a una quota che già nel 2016 si era attestata al 9% a causa della concorrenza americana e della mutata domanda europea.
Vi sono poi gli ultimi sistemi. Lo Stretto del Bosforo e quello di Dardanelli in Turchia rappresentano ancora un’importante strettoia per il transito di liquidi petroliferi dalla regione del Mar Caspio. Mentre il Canale di Panama non è una rotta significativa per il commercio petrolifero degli Stati Uniti. L’espansione del canale, recentemente completata, non dovrebbe modificare in modo significativo i flussi di petrolio e di prodotti petroliferi, ad eccezione delle esportazioni di propano dagli Stati Uniti.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 aprile 2025. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega le mille insidie della tregua tra Usa e Iran.
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Ma in Gran Bretagna, come sempre, sono un passo avanti. Non si nascondono dietro a sentenze dei tribunali o inghippi giuridici. Macché: hanno proprio istituzionalizzato la licenza di furto. Tanto che un commesso di un supermercato, tal Walker Smith, che si è permesso di fermare un rapinatore è stato licenziato in tronco. «I protocolli di non intervento devono essere seguiti rigorosamente», hanno sentenziato i responsabili dell’azienda. Proprio così: «protocolli di non intervento». Se qualcuno ruba, lo devi lasciare fare. Guai a intervenire. Altrimenti ti trovi per strada a 54 anni, dopo 17 anni di onesto lavoro, come il povero Walker. «Quando sono tornato a casa mi prendevo a pugni da solo», ha detto. «Perché l’ho fatto?». Già: perché l’ha fatto? La prossima volta anziché fermare i ladri, provi a rubare qualcosa. Magari gli danno un aumento.
Quello di Walker non è un caso isolato. Moltissimi negozi in Gran Bretagna hanno ormai adottato i «protocolli di non intervento»: di fatto viene chiesto a dipendenti, commessi, impiegati e persino addetti alla sicurezza, di lasciare che i ladri agiscano indisturbati. Il motivo? Meglio non correre rischi. Se poi il ladro reagisce? Se aggredisce? Se qualcuno si fa male? Dunque, avanti, non fate storie: lasciate che i delinquenti siano liberi di delinquere. Anche il governo approva: negli ultimi anni sono stati adottati provvedimenti che di fatto hanno depenalizzato i furti. Per i furterelli più piccoli non è più prevista nemmeno la multa: solo la reprimenda della polizia. La reprimenda, capito? E quale poliziotto si mette a fermare un ladro per fargli la reprimenda? Infatti il numero di furti è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno: 3,7 milioni in più, 55.000 al giorno, per un danno di 2,7 miliardi di euro l’anno, il quadruplo rispetto al 2024. Un vero business. E chi prova a opporsi viene licenziato, come Walker.
Dunque hanno vinto loro. Hanno vinto i ladri. È ufficiale. Siamo passati dalla tolleranza zero alla tolleranza totale. L’unico cosa che non si tollera è chi prova a fermare i ladri. A Pasqua, raccontano i giornali inglesi, centinaia di giovanissimi hanno sfruttato le vacanze per dare l’assalto a negozi e supermercati. Hanno rubato di tutto. I poliziotti ovviamente si sono ben guardati dall’intervenire. E i dipendenti pure. A parte il povero Walker, mannaggia a lui. Il commesso del supermercato Waitrose ha visto un ladro che aveva riempito la borsa di coniglietti di cioccolato Lindt Gold Bunny (13 sterline l’uno) e anziché girare la testa dall’altra parte come impone il «protocollo di non intervento» ha cercato di fermarlo. C’è stata una colluttazione, il ladro ha lasciato la refurtiva ed è scappato. E lui, non pago, gli ha pure tirato dietro un pezzo di coniglietto di cioccolato. Fortuna che non l’ha preso, altrimenti insieme alla lettera di licenziamento gli davano pure il tentato omicidio.
Siamo arrivati a questo punto. Ma ci viene il sospetto che non ci fermeremo. Avanti di questo passo e tra poco arriverà una legge che imporrà un cartello in ogni locale pubblico: «Non è consentito fumare ma è consentito rubare». Potremmo suggerire, insieme al «protocollo di non intervento», anche una raccolta a punti per ladri. In effetti: perché riservare la Fidelity Card solo ai clienti dei supermercati? Ci vuole la Fidelity Card per rapinatori. Ogni dieci furti, si vince un set di posate o un bollitore. Ovviamente da sottrarre furtivamente fra gli applausi dei dipendenti. Consigliabile anche, accanto alla cassa automatica e alla cassa rapida, la cassa taccheggio per evitare ai delinquenti di dover mettersi in fila accanto a quei fessi che si ostinano a pagare. Pronta anche la campagna promozionale del due per tre: ogni due furti te ne danno in omaggio un terzo. Con ringraziamento del supermercato.
Non è meraviglioso? Per altro questa notizia ci aiuta anche a capire ciò che succede in Italia, e che a prima vista ci sembrava strano. Perché - ci chiedevamo - mandiamo a processo i carabinieri che fanno i posti di blocco (caso Ramy) e condanniamo quelli che cercano di fermare i rapinatori violenti (caso Marroccella)? Perché giustifichiamo chi fugge senza fermarsi all’alt e chi cerca di accoppare un militare «solo» con un cacciavite (ma che diamine: vuoi almeno dotarti di un bazooka? O di un mitragliatore? Che razza di delinquente sei?)? E perché condanniamo chi viene aggredito nella sua casa o nel suo negozio a risarcire i delinquenti che lo hanno aggredito (caso Roggero)? Ora è tutto più chiaro: stiamo andando verso Londra. Direzione: zuppa inglese. Vogliamo arrivare anche a noi a proclamare ufficialmente la libertà di furto con severe punizioni per chi si oppone all’inviolabile diritto di delinquere. Walker docet. Del resto l’Inghilterra non ha insegnato al mondo come costruire una democrazia? Ora può anche insegnare come distruggerla.
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