True
2025-03-12
Golpe rumeno confermato: Georgescu è fuori
Calin Georgescu (Getty Images)
«Oggi i padroni hanno deciso: niente uguaglianza, niente libertà, niente fraternità per i rumeni. Lunga vita alla Francia e a Bruxelles, lunga vita alla loro colonia chiamata Romania!». Così Calin Georgescu ha commentato la decisione definitiva e vincolante della Corte costituzionale rumena (Ccr): il candidato non può candidarsi alla più alta carica dello Stato. Il vincitore al primo turno delle presidenziali di novembre, con il maggior numero dei voti (23%) e in testa ai sondaggi in vista delle elezioni di maggio, si è visto respingere il ricorso. Altri dodici appelli, presentati da cittadini in suo sostegno, sono stati rigettati. Così le alte toghe hanno affossato definitivamente un processo democratico. Le motivazioni saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Romania.
Con misure di sicurezza senza precedenti (gendarmi posizionati perfino davanti alla sala riunioni), ieri pomeriggio la Ccr si era riunita in sessione plenaria per discutere dei 13 ricorsi contro la decisione dell’Ufficio elettorale nazionale di Bucarest (Bec) di respingere la candidatura di Georgescu, perché non avrebbe soddisfatto i requisiti fondamentali per «difendere la democrazia» e le istituzioni statali. Nel suo ricorso, il politico sosteneva invece che compito del Bec è quello di accertare il rispetto delle sole condizioni sostanziali e formali previste dalla legge per le candidature e di registrare coloro che soddisfano tali condizioni e di respingere coloro che non le soddisfano. Ma la Corte ha considerato ogni appello carta straccia. Lo scorso dicembre, aveva annullato le elezioni a 48 ore dal ballottaggio, sulla base di «documenti desegretati» nei quali sarebbero risultate manipolazioni attraverso Tik Tok e un contributo estero di 381.000 euro alla campagna elettorale di Georgescu.
Fuori dal palazzo del Parlamento dove ha sede la Corte costituzionale, centinaia di sostenitori si erano radunati nel pomeriggio di ieri, sventolando bandiere, scandendo il nome del candidato e chiedendo «giustizia» in attesa del verdetto dei giudici. «Recitano preghiere in coro», informavano le agenzie di stampa. Appresa la decisione, erano già un migliaio, si sono alzate grida di protesta: «Ladri, non ci arrenderemo, non torneremo a casa», mentre si intensificavano le misure di sicurezza delle forze di polizia. Martedì mattina la Procura aveva convocato cinque deputati dell’Alleanza per l’unità dei rumeni (Aur) per presunto incitamento alla violenza durante le proteste di domenica sera per la bocciatura della candidatura di Georgescu, che avevano provocato il ferimento di 13 agenti, incendi, auto distrutte e sette arresti. George Simion, leader di Aur, l’aveva definita una «nuova dimostrazione di abuso e intimidazione politica». Dopo aver appreso la pronuncia della Ccr ha reagito duramente in un messaggio su Facebook: «Vergogna! Vergogna! Vergogna! Non ci sconfiggerete! Il popolo rumeno si è già svegliato! E sarà vittorioso!».
Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin già aveva commentato: «Certo, per essere onesti, qualsiasi elezione organizzata senza di lui (Georgescu, ndr) non avrebbe alcuna legittimità». Aveva sottolineato che il rifiuto di candidarlo alle elezioni presidenziali è una «violazione di tutte le norme della democrazia nel centro dell’Europa» e definito «assurdità» le accuse secondo cui la Russia avrebbe legami con Georgescu.
Ai primi di marzo il Servizio di intelligence estero russo (Svr) aveva dichiarato che dietro la decisione di presentare accuse contro il candidato presidenziale rumeno ci sarebbe la leadership dell’Unione europea. «Secondo i dati disponibili, la burocrazia europea ha dichiarato guerra ai “leader non di sistema” che sostengono apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e si rifiutano di seguire le istruzioni delle élite liberali al potere nell’Ue», sosteneva in una nota. «La Comunità europea deve prendere posizione sulle elezioni presidenziali in Romania. E assumersene la responsabilità», postava due giorni fa il premier slovacco Robert Fico. «Se il signor Georgescu viene danneggiato semplicemente perché ha un’opinione diversa, deve ricevere protezione europea […] L’unica cosa che la Ce non può fare è restare in silenzio. Altrimenti, si sta creando un pericoloso precedente, in cui, in una libera competizione democratica, sarà possibile rimuovere un candidato vincente semplicemente perché non è in linea a causa delle sue opinioni diverse».
Regime ibrido e posizione strategica. Ecco perché Bucarest è così cruciale
Comprendiamo bene, Calin Georgescu può piacere o meno, ma ciò che è successo e sta succedendo in Romania è davvero grave. Riavvolgiamo per un attimo il nastro. Le elezioni presidenziali in Romania avrebbero dovuto tenersi a novembre 2024, il primo turno, e l’eventuale ballottaggio il mese successivo.
In effetti, il primo turno si è svolto regolarmente e aveva decretato un vantaggio elettorale per Calin Georgescu, sull’altra contendente Elena Lasconi. Ma due giorni prima del ballottaggio, tra l’altro con i seggi aperti all’estero, la Corte costituzionale rumena ha assunto la decisione di annullare le elezioni, che pure aveva validato al primo turno. Il motivo di tale scelta si riassume nell’accusa verso Georgescu di aver utilizzato finanziamenti elettorali non motivati, avanzando il sospetto di averli ricevuti dalla Russia e financo di proporre e organizzare un golpe a favore di Mosca. Qualche settimana fa lo stesso Georgescu è stato arrestato e tenuto in stato di fermo per più di cinque ore per essere poi rilasciato ma con l’obbligo di non lasciare la Romania. Il motivo del fermo è il solito. Tuttavia, in questi mesi non sono emersi fatti nuovi e le stesse accuse formulate contro di lui non hanno ancora trovato riscontro. Mancano le prove e tutto il castello accusatorio appare fragilissimo con motivazioni aleatorie e farlocche. Ora la decisione di non ammettere Georgescu alla competizione elettorale chiude definitivamente il cerchio. Gli accadimenti rumeni sollecitano importanti riflessioni sullo stato della democrazia in quel Paese, ma più in generale anche in Europa.
Ciò che appare chiaro è che un insieme di forze sembrano voler ostacolare l’ascesa alla presidenza di Georgescu. In diverse occasioni Georgescu ha più volte criticato l’azione della Nato, ha posto sotto severa critica la politica europea e affermato a chiare lettere che se fosse stato eletto avrebbe ripensato il ruolo della Romania nel conflitto ucraino indirizzando Bucarest verso una sorta di disimpegno.
Queste sue posizioni hanno allarmato Bruxelles e altri ambienti, i quali probabilmente hanno esercitato fortissime pressioni perché l’eventuale vittoria di Georgescu fosse scongiurata. È da leggere in tale modo l’intervento a gamba tesa della Corte costituzionale rumena. Ricordo che la Corte costituzionale è composta da nove membri: tre nominati dall’attuale presidente uscente Joannis, tre nominati dalla Camera dei deputati e tre dal Senato. È evidente che gli attuali membri sono chiaramente espressione della maggioranza politica rumena attuale.
Non vi è dubbio che la Romania ha assunto nella fase geopolitica attuale uno spazio strategico importantissimo: basti ricordare la presenza di importanti basi militari (Develesu, Mihail Kogalniceanu), oppure che la Romania ha il confine più lungo, anche rispetto alla Polonia, con l’Ucraina, confine dal quale passano i rifornimenti militari. Oppure ancora la Romania si posiziona sull’istmo ideale dell’Europa che lega il Mar Baltico al Mar Nero.
Ma la strategicità di questo Paese e l’esclusione del candidato dalla corsa elettorale non può assolutamente giustificare ciò che è stato fatto con l’annullamento delle elezioni. Le pressioni esercitate dall’Unione europea hanno qualcosa di paradossale. Bruxelles finge di essere silente, nel quadro di un presunto rispetto delle decisioni della Corte costituzionale rumena, ma così facendo mette in mostra il tentativo di un vero e proprio sovvertimento della democrazia europea. L’idea che, se in un Paese vince qualcuno che non piace e si fa di tutto per annullare il responso popolare, tutto ciò conduce solo all’oblio della democrazia.
Il nuovo Global Democracy Index, rilasciato dalla rivista britannica The Economist, definisce oggi la Romania un regime ibrido. L’aggiornamento dello status fatto da uno dei giornali più noti e citati al mondo segue proprio le vicende che riguardano il Paese per le elezioni presidenziali annullate. Il rapporto parla chiaro e denuncia una generale tendenza alla degradazione delle istituzioni democratiche. C’è da immaginare che qualcuno a Bruxelles abbia letto questo rapporto, ma il silenzio che ne è seguito appare colpevole. Il rischio per l’Unione europea è di vendere sé stessa, i suoi valori, fondati sulla democrazia, sulla libertà e sui diritti. E per tale via risultare ai cittadini europei un’entità politica sempre meno credibile.
Continua a leggereRiduci
La Corte costituzionale ha respinto il ricorso del candidato «filorusso» e di 12 cittadini: no alle presidenziali per colui che aveva preso più voti nelle elezioni poi annullate. Duro il suo commento: «I padroni hanno deciso: niente uguaglianza, libertà e fraternità per noi».L’Ue non vuole perdere un Paese con basi militari e un lungo confine con l’Ucraina.Lo speciale contiene due articoli.«Oggi i padroni hanno deciso: niente uguaglianza, niente libertà, niente fraternità per i rumeni. Lunga vita alla Francia e a Bruxelles, lunga vita alla loro colonia chiamata Romania!». Così Calin Georgescu ha commentato la decisione definitiva e vincolante della Corte costituzionale rumena (Ccr): il candidato non può candidarsi alla più alta carica dello Stato. Il vincitore al primo turno delle presidenziali di novembre, con il maggior numero dei voti (23%) e in testa ai sondaggi in vista delle elezioni di maggio, si è visto respingere il ricorso. Altri dodici appelli, presentati da cittadini in suo sostegno, sono stati rigettati. Così le alte toghe hanno affossato definitivamente un processo democratico. Le motivazioni saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Romania.Con misure di sicurezza senza precedenti (gendarmi posizionati perfino davanti alla sala riunioni), ieri pomeriggio la Ccr si era riunita in sessione plenaria per discutere dei 13 ricorsi contro la decisione dell’Ufficio elettorale nazionale di Bucarest (Bec) di respingere la candidatura di Georgescu, perché non avrebbe soddisfatto i requisiti fondamentali per «difendere la democrazia» e le istituzioni statali. Nel suo ricorso, il politico sosteneva invece che compito del Bec è quello di accertare il rispetto delle sole condizioni sostanziali e formali previste dalla legge per le candidature e di registrare coloro che soddisfano tali condizioni e di respingere coloro che non le soddisfano. Ma la Corte ha considerato ogni appello carta straccia. Lo scorso dicembre, aveva annullato le elezioni a 48 ore dal ballottaggio, sulla base di «documenti desegretati» nei quali sarebbero risultate manipolazioni attraverso Tik Tok e un contributo estero di 381.000 euro alla campagna elettorale di Georgescu. Fuori dal palazzo del Parlamento dove ha sede la Corte costituzionale, centinaia di sostenitori si erano radunati nel pomeriggio di ieri, sventolando bandiere, scandendo il nome del candidato e chiedendo «giustizia» in attesa del verdetto dei giudici. «Recitano preghiere in coro», informavano le agenzie di stampa. Appresa la decisione, erano già un migliaio, si sono alzate grida di protesta: «Ladri, non ci arrenderemo, non torneremo a casa», mentre si intensificavano le misure di sicurezza delle forze di polizia. Martedì mattina la Procura aveva convocato cinque deputati dell’Alleanza per l’unità dei rumeni (Aur) per presunto incitamento alla violenza durante le proteste di domenica sera per la bocciatura della candidatura di Georgescu, che avevano provocato il ferimento di 13 agenti, incendi, auto distrutte e sette arresti. George Simion, leader di Aur, l’aveva definita una «nuova dimostrazione di abuso e intimidazione politica». Dopo aver appreso la pronuncia della Ccr ha reagito duramente in un messaggio su Facebook: «Vergogna! Vergogna! Vergogna! Non ci sconfiggerete! Il popolo rumeno si è già svegliato! E sarà vittorioso!».Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin già aveva commentato: «Certo, per essere onesti, qualsiasi elezione organizzata senza di lui (Georgescu, ndr) non avrebbe alcuna legittimità». Aveva sottolineato che il rifiuto di candidarlo alle elezioni presidenziali è una «violazione di tutte le norme della democrazia nel centro dell’Europa» e definito «assurdità» le accuse secondo cui la Russia avrebbe legami con Georgescu.Ai primi di marzo il Servizio di intelligence estero russo (Svr) aveva dichiarato che dietro la decisione di presentare accuse contro il candidato presidenziale rumeno ci sarebbe la leadership dell’Unione europea. «Secondo i dati disponibili, la burocrazia europea ha dichiarato guerra ai “leader non di sistema” che sostengono apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e si rifiutano di seguire le istruzioni delle élite liberali al potere nell’Ue», sosteneva in una nota. «La Comunità europea deve prendere posizione sulle elezioni presidenziali in Romania. E assumersene la responsabilità», postava due giorni fa il premier slovacco Robert Fico. «Se il signor Georgescu viene danneggiato semplicemente perché ha un’opinione diversa, deve ricevere protezione europea […] L’unica cosa che la Ce non può fare è restare in silenzio. Altrimenti, si sta creando un pericoloso precedente, in cui, in una libera competizione democratica, sarà possibile rimuovere un candidato vincente semplicemente perché non è in linea a causa delle sue opinioni diverse».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/golpe-rumeno-confermato-georgescu-fuori-2671314585.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="regime-ibrido-e-posizione-strategica-ecco-perche-bucarest-e-cosi-cruciale" data-post-id="2671314585" data-published-at="1741784642" data-use-pagination="False"> Regime ibrido e posizione strategica. Ecco perché Bucarest è così cruciale Comprendiamo bene, Calin Georgescu può piacere o meno, ma ciò che è successo e sta succedendo in Romania è davvero grave. Riavvolgiamo per un attimo il nastro. Le elezioni presidenziali in Romania avrebbero dovuto tenersi a novembre 2024, il primo turno, e l’eventuale ballottaggio il mese successivo. In effetti, il primo turno si è svolto regolarmente e aveva decretato un vantaggio elettorale per Calin Georgescu, sull’altra contendente Elena Lasconi. Ma due giorni prima del ballottaggio, tra l’altro con i seggi aperti all’estero, la Corte costituzionale rumena ha assunto la decisione di annullare le elezioni, che pure aveva validato al primo turno. Il motivo di tale scelta si riassume nell’accusa verso Georgescu di aver utilizzato finanziamenti elettorali non motivati, avanzando il sospetto di averli ricevuti dalla Russia e financo di proporre e organizzare un golpe a favore di Mosca. Qualche settimana fa lo stesso Georgescu è stato arrestato e tenuto in stato di fermo per più di cinque ore per essere poi rilasciato ma con l’obbligo di non lasciare la Romania. Il motivo del fermo è il solito. Tuttavia, in questi mesi non sono emersi fatti nuovi e le stesse accuse formulate contro di lui non hanno ancora trovato riscontro. Mancano le prove e tutto il castello accusatorio appare fragilissimo con motivazioni aleatorie e farlocche. Ora la decisione di non ammettere Georgescu alla competizione elettorale chiude definitivamente il cerchio. Gli accadimenti rumeni sollecitano importanti riflessioni sullo stato della democrazia in quel Paese, ma più in generale anche in Europa. Ciò che appare chiaro è che un insieme di forze sembrano voler ostacolare l’ascesa alla presidenza di Georgescu. In diverse occasioni Georgescu ha più volte criticato l’azione della Nato, ha posto sotto severa critica la politica europea e affermato a chiare lettere che se fosse stato eletto avrebbe ripensato il ruolo della Romania nel conflitto ucraino indirizzando Bucarest verso una sorta di disimpegno. Queste sue posizioni hanno allarmato Bruxelles e altri ambienti, i quali probabilmente hanno esercitato fortissime pressioni perché l’eventuale vittoria di Georgescu fosse scongiurata. È da leggere in tale modo l’intervento a gamba tesa della Corte costituzionale rumena. Ricordo che la Corte costituzionale è composta da nove membri: tre nominati dall’attuale presidente uscente Joannis, tre nominati dalla Camera dei deputati e tre dal Senato. È evidente che gli attuali membri sono chiaramente espressione della maggioranza politica rumena attuale. Non vi è dubbio che la Romania ha assunto nella fase geopolitica attuale uno spazio strategico importantissimo: basti ricordare la presenza di importanti basi militari (Develesu, Mihail Kogalniceanu), oppure che la Romania ha il confine più lungo, anche rispetto alla Polonia, con l’Ucraina, confine dal quale passano i rifornimenti militari. Oppure ancora la Romania si posiziona sull’istmo ideale dell’Europa che lega il Mar Baltico al Mar Nero. Ma la strategicità di questo Paese e l’esclusione del candidato dalla corsa elettorale non può assolutamente giustificare ciò che è stato fatto con l’annullamento delle elezioni. Le pressioni esercitate dall’Unione europea hanno qualcosa di paradossale. Bruxelles finge di essere silente, nel quadro di un presunto rispetto delle decisioni della Corte costituzionale rumena, ma così facendo mette in mostra il tentativo di un vero e proprio sovvertimento della democrazia europea. L’idea che, se in un Paese vince qualcuno che non piace e si fa di tutto per annullare il responso popolare, tutto ciò conduce solo all’oblio della democrazia. Il nuovo Global Democracy Index, rilasciato dalla rivista britannica The Economist, definisce oggi la Romania un regime ibrido. L’aggiornamento dello status fatto da uno dei giornali più noti e citati al mondo segue proprio le vicende che riguardano il Paese per le elezioni presidenziali annullate. Il rapporto parla chiaro e denuncia una generale tendenza alla degradazione delle istituzioni democratiche. C’è da immaginare che qualcuno a Bruxelles abbia letto questo rapporto, ma il silenzio che ne è seguito appare colpevole. Il rischio per l’Unione europea è di vendere sé stessa, i suoi valori, fondati sulla democrazia, sulla libertà e sui diritti. E per tale via risultare ai cittadini europei un’entità politica sempre meno credibile.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
Continua a leggereRiduci
Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
Continua a leggereRiduci