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2025-03-12
Golpe rumeno confermato: Georgescu è fuori
Calin Georgescu (Getty Images)
«Oggi i padroni hanno deciso: niente uguaglianza, niente libertà, niente fraternità per i rumeni. Lunga vita alla Francia e a Bruxelles, lunga vita alla loro colonia chiamata Romania!». Così Calin Georgescu ha commentato la decisione definitiva e vincolante della Corte costituzionale rumena (Ccr): il candidato non può candidarsi alla più alta carica dello Stato. Il vincitore al primo turno delle presidenziali di novembre, con il maggior numero dei voti (23%) e in testa ai sondaggi in vista delle elezioni di maggio, si è visto respingere il ricorso. Altri dodici appelli, presentati da cittadini in suo sostegno, sono stati rigettati. Così le alte toghe hanno affossato definitivamente un processo democratico. Le motivazioni saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Romania.
Con misure di sicurezza senza precedenti (gendarmi posizionati perfino davanti alla sala riunioni), ieri pomeriggio la Ccr si era riunita in sessione plenaria per discutere dei 13 ricorsi contro la decisione dell’Ufficio elettorale nazionale di Bucarest (Bec) di respingere la candidatura di Georgescu, perché non avrebbe soddisfatto i requisiti fondamentali per «difendere la democrazia» e le istituzioni statali. Nel suo ricorso, il politico sosteneva invece che compito del Bec è quello di accertare il rispetto delle sole condizioni sostanziali e formali previste dalla legge per le candidature e di registrare coloro che soddisfano tali condizioni e di respingere coloro che non le soddisfano. Ma la Corte ha considerato ogni appello carta straccia. Lo scorso dicembre, aveva annullato le elezioni a 48 ore dal ballottaggio, sulla base di «documenti desegretati» nei quali sarebbero risultate manipolazioni attraverso Tik Tok e un contributo estero di 381.000 euro alla campagna elettorale di Georgescu.
Fuori dal palazzo del Parlamento dove ha sede la Corte costituzionale, centinaia di sostenitori si erano radunati nel pomeriggio di ieri, sventolando bandiere, scandendo il nome del candidato e chiedendo «giustizia» in attesa del verdetto dei giudici. «Recitano preghiere in coro», informavano le agenzie di stampa. Appresa la decisione, erano già un migliaio, si sono alzate grida di protesta: «Ladri, non ci arrenderemo, non torneremo a casa», mentre si intensificavano le misure di sicurezza delle forze di polizia. Martedì mattina la Procura aveva convocato cinque deputati dell’Alleanza per l’unità dei rumeni (Aur) per presunto incitamento alla violenza durante le proteste di domenica sera per la bocciatura della candidatura di Georgescu, che avevano provocato il ferimento di 13 agenti, incendi, auto distrutte e sette arresti. George Simion, leader di Aur, l’aveva definita una «nuova dimostrazione di abuso e intimidazione politica». Dopo aver appreso la pronuncia della Ccr ha reagito duramente in un messaggio su Facebook: «Vergogna! Vergogna! Vergogna! Non ci sconfiggerete! Il popolo rumeno si è già svegliato! E sarà vittorioso!».
Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin già aveva commentato: «Certo, per essere onesti, qualsiasi elezione organizzata senza di lui (Georgescu, ndr) non avrebbe alcuna legittimità». Aveva sottolineato che il rifiuto di candidarlo alle elezioni presidenziali è una «violazione di tutte le norme della democrazia nel centro dell’Europa» e definito «assurdità» le accuse secondo cui la Russia avrebbe legami con Georgescu.
Ai primi di marzo il Servizio di intelligence estero russo (Svr) aveva dichiarato che dietro la decisione di presentare accuse contro il candidato presidenziale rumeno ci sarebbe la leadership dell’Unione europea. «Secondo i dati disponibili, la burocrazia europea ha dichiarato guerra ai “leader non di sistema” che sostengono apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e si rifiutano di seguire le istruzioni delle élite liberali al potere nell’Ue», sosteneva in una nota. «La Comunità europea deve prendere posizione sulle elezioni presidenziali in Romania. E assumersene la responsabilità», postava due giorni fa il premier slovacco Robert Fico. «Se il signor Georgescu viene danneggiato semplicemente perché ha un’opinione diversa, deve ricevere protezione europea […] L’unica cosa che la Ce non può fare è restare in silenzio. Altrimenti, si sta creando un pericoloso precedente, in cui, in una libera competizione democratica, sarà possibile rimuovere un candidato vincente semplicemente perché non è in linea a causa delle sue opinioni diverse».
Regime ibrido e posizione strategica. Ecco perché Bucarest è così cruciale
Comprendiamo bene, Calin Georgescu può piacere o meno, ma ciò che è successo e sta succedendo in Romania è davvero grave. Riavvolgiamo per un attimo il nastro. Le elezioni presidenziali in Romania avrebbero dovuto tenersi a novembre 2024, il primo turno, e l’eventuale ballottaggio il mese successivo.
In effetti, il primo turno si è svolto regolarmente e aveva decretato un vantaggio elettorale per Calin Georgescu, sull’altra contendente Elena Lasconi. Ma due giorni prima del ballottaggio, tra l’altro con i seggi aperti all’estero, la Corte costituzionale rumena ha assunto la decisione di annullare le elezioni, che pure aveva validato al primo turno. Il motivo di tale scelta si riassume nell’accusa verso Georgescu di aver utilizzato finanziamenti elettorali non motivati, avanzando il sospetto di averli ricevuti dalla Russia e financo di proporre e organizzare un golpe a favore di Mosca. Qualche settimana fa lo stesso Georgescu è stato arrestato e tenuto in stato di fermo per più di cinque ore per essere poi rilasciato ma con l’obbligo di non lasciare la Romania. Il motivo del fermo è il solito. Tuttavia, in questi mesi non sono emersi fatti nuovi e le stesse accuse formulate contro di lui non hanno ancora trovato riscontro. Mancano le prove e tutto il castello accusatorio appare fragilissimo con motivazioni aleatorie e farlocche. Ora la decisione di non ammettere Georgescu alla competizione elettorale chiude definitivamente il cerchio. Gli accadimenti rumeni sollecitano importanti riflessioni sullo stato della democrazia in quel Paese, ma più in generale anche in Europa.
Ciò che appare chiaro è che un insieme di forze sembrano voler ostacolare l’ascesa alla presidenza di Georgescu. In diverse occasioni Georgescu ha più volte criticato l’azione della Nato, ha posto sotto severa critica la politica europea e affermato a chiare lettere che se fosse stato eletto avrebbe ripensato il ruolo della Romania nel conflitto ucraino indirizzando Bucarest verso una sorta di disimpegno.
Queste sue posizioni hanno allarmato Bruxelles e altri ambienti, i quali probabilmente hanno esercitato fortissime pressioni perché l’eventuale vittoria di Georgescu fosse scongiurata. È da leggere in tale modo l’intervento a gamba tesa della Corte costituzionale rumena. Ricordo che la Corte costituzionale è composta da nove membri: tre nominati dall’attuale presidente uscente Joannis, tre nominati dalla Camera dei deputati e tre dal Senato. È evidente che gli attuali membri sono chiaramente espressione della maggioranza politica rumena attuale.
Non vi è dubbio che la Romania ha assunto nella fase geopolitica attuale uno spazio strategico importantissimo: basti ricordare la presenza di importanti basi militari (Develesu, Mihail Kogalniceanu), oppure che la Romania ha il confine più lungo, anche rispetto alla Polonia, con l’Ucraina, confine dal quale passano i rifornimenti militari. Oppure ancora la Romania si posiziona sull’istmo ideale dell’Europa che lega il Mar Baltico al Mar Nero.
Ma la strategicità di questo Paese e l’esclusione del candidato dalla corsa elettorale non può assolutamente giustificare ciò che è stato fatto con l’annullamento delle elezioni. Le pressioni esercitate dall’Unione europea hanno qualcosa di paradossale. Bruxelles finge di essere silente, nel quadro di un presunto rispetto delle decisioni della Corte costituzionale rumena, ma così facendo mette in mostra il tentativo di un vero e proprio sovvertimento della democrazia europea. L’idea che, se in un Paese vince qualcuno che non piace e si fa di tutto per annullare il responso popolare, tutto ciò conduce solo all’oblio della democrazia.
Il nuovo Global Democracy Index, rilasciato dalla rivista britannica The Economist, definisce oggi la Romania un regime ibrido. L’aggiornamento dello status fatto da uno dei giornali più noti e citati al mondo segue proprio le vicende che riguardano il Paese per le elezioni presidenziali annullate. Il rapporto parla chiaro e denuncia una generale tendenza alla degradazione delle istituzioni democratiche. C’è da immaginare che qualcuno a Bruxelles abbia letto questo rapporto, ma il silenzio che ne è seguito appare colpevole. Il rischio per l’Unione europea è di vendere sé stessa, i suoi valori, fondati sulla democrazia, sulla libertà e sui diritti. E per tale via risultare ai cittadini europei un’entità politica sempre meno credibile.
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La Corte costituzionale ha respinto il ricorso del candidato «filorusso» e di 12 cittadini: no alle presidenziali per colui che aveva preso più voti nelle elezioni poi annullate. Duro il suo commento: «I padroni hanno deciso: niente uguaglianza, libertà e fraternità per noi».L’Ue non vuole perdere un Paese con basi militari e un lungo confine con l’Ucraina.Lo speciale contiene due articoli.«Oggi i padroni hanno deciso: niente uguaglianza, niente libertà, niente fraternità per i rumeni. Lunga vita alla Francia e a Bruxelles, lunga vita alla loro colonia chiamata Romania!». Così Calin Georgescu ha commentato la decisione definitiva e vincolante della Corte costituzionale rumena (Ccr): il candidato non può candidarsi alla più alta carica dello Stato. Il vincitore al primo turno delle presidenziali di novembre, con il maggior numero dei voti (23%) e in testa ai sondaggi in vista delle elezioni di maggio, si è visto respingere il ricorso. Altri dodici appelli, presentati da cittadini in suo sostegno, sono stati rigettati. Così le alte toghe hanno affossato definitivamente un processo democratico. Le motivazioni saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Romania.Con misure di sicurezza senza precedenti (gendarmi posizionati perfino davanti alla sala riunioni), ieri pomeriggio la Ccr si era riunita in sessione plenaria per discutere dei 13 ricorsi contro la decisione dell’Ufficio elettorale nazionale di Bucarest (Bec) di respingere la candidatura di Georgescu, perché non avrebbe soddisfatto i requisiti fondamentali per «difendere la democrazia» e le istituzioni statali. Nel suo ricorso, il politico sosteneva invece che compito del Bec è quello di accertare il rispetto delle sole condizioni sostanziali e formali previste dalla legge per le candidature e di registrare coloro che soddisfano tali condizioni e di respingere coloro che non le soddisfano. Ma la Corte ha considerato ogni appello carta straccia. Lo scorso dicembre, aveva annullato le elezioni a 48 ore dal ballottaggio, sulla base di «documenti desegretati» nei quali sarebbero risultate manipolazioni attraverso Tik Tok e un contributo estero di 381.000 euro alla campagna elettorale di Georgescu. Fuori dal palazzo del Parlamento dove ha sede la Corte costituzionale, centinaia di sostenitori si erano radunati nel pomeriggio di ieri, sventolando bandiere, scandendo il nome del candidato e chiedendo «giustizia» in attesa del verdetto dei giudici. «Recitano preghiere in coro», informavano le agenzie di stampa. Appresa la decisione, erano già un migliaio, si sono alzate grida di protesta: «Ladri, non ci arrenderemo, non torneremo a casa», mentre si intensificavano le misure di sicurezza delle forze di polizia. Martedì mattina la Procura aveva convocato cinque deputati dell’Alleanza per l’unità dei rumeni (Aur) per presunto incitamento alla violenza durante le proteste di domenica sera per la bocciatura della candidatura di Georgescu, che avevano provocato il ferimento di 13 agenti, incendi, auto distrutte e sette arresti. George Simion, leader di Aur, l’aveva definita una «nuova dimostrazione di abuso e intimidazione politica». Dopo aver appreso la pronuncia della Ccr ha reagito duramente in un messaggio su Facebook: «Vergogna! Vergogna! Vergogna! Non ci sconfiggerete! Il popolo rumeno si è già svegliato! E sarà vittorioso!».Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin già aveva commentato: «Certo, per essere onesti, qualsiasi elezione organizzata senza di lui (Georgescu, ndr) non avrebbe alcuna legittimità». Aveva sottolineato che il rifiuto di candidarlo alle elezioni presidenziali è una «violazione di tutte le norme della democrazia nel centro dell’Europa» e definito «assurdità» le accuse secondo cui la Russia avrebbe legami con Georgescu.Ai primi di marzo il Servizio di intelligence estero russo (Svr) aveva dichiarato che dietro la decisione di presentare accuse contro il candidato presidenziale rumeno ci sarebbe la leadership dell’Unione europea. «Secondo i dati disponibili, la burocrazia europea ha dichiarato guerra ai “leader non di sistema” che sostengono apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e si rifiutano di seguire le istruzioni delle élite liberali al potere nell’Ue», sosteneva in una nota. «La Comunità europea deve prendere posizione sulle elezioni presidenziali in Romania. E assumersene la responsabilità», postava due giorni fa il premier slovacco Robert Fico. «Se il signor Georgescu viene danneggiato semplicemente perché ha un’opinione diversa, deve ricevere protezione europea […] L’unica cosa che la Ce non può fare è restare in silenzio. Altrimenti, si sta creando un pericoloso precedente, in cui, in una libera competizione democratica, sarà possibile rimuovere un candidato vincente semplicemente perché non è in linea a causa delle sue opinioni diverse».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/golpe-rumeno-confermato-georgescu-fuori-2671314585.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="regime-ibrido-e-posizione-strategica-ecco-perche-bucarest-e-cosi-cruciale" data-post-id="2671314585" data-published-at="1741784642" data-use-pagination="False"> Regime ibrido e posizione strategica. Ecco perché Bucarest è così cruciale Comprendiamo bene, Calin Georgescu può piacere o meno, ma ciò che è successo e sta succedendo in Romania è davvero grave. Riavvolgiamo per un attimo il nastro. Le elezioni presidenziali in Romania avrebbero dovuto tenersi a novembre 2024, il primo turno, e l’eventuale ballottaggio il mese successivo. In effetti, il primo turno si è svolto regolarmente e aveva decretato un vantaggio elettorale per Calin Georgescu, sull’altra contendente Elena Lasconi. Ma due giorni prima del ballottaggio, tra l’altro con i seggi aperti all’estero, la Corte costituzionale rumena ha assunto la decisione di annullare le elezioni, che pure aveva validato al primo turno. Il motivo di tale scelta si riassume nell’accusa verso Georgescu di aver utilizzato finanziamenti elettorali non motivati, avanzando il sospetto di averli ricevuti dalla Russia e financo di proporre e organizzare un golpe a favore di Mosca. Qualche settimana fa lo stesso Georgescu è stato arrestato e tenuto in stato di fermo per più di cinque ore per essere poi rilasciato ma con l’obbligo di non lasciare la Romania. Il motivo del fermo è il solito. Tuttavia, in questi mesi non sono emersi fatti nuovi e le stesse accuse formulate contro di lui non hanno ancora trovato riscontro. Mancano le prove e tutto il castello accusatorio appare fragilissimo con motivazioni aleatorie e farlocche. Ora la decisione di non ammettere Georgescu alla competizione elettorale chiude definitivamente il cerchio. Gli accadimenti rumeni sollecitano importanti riflessioni sullo stato della democrazia in quel Paese, ma più in generale anche in Europa. Ciò che appare chiaro è che un insieme di forze sembrano voler ostacolare l’ascesa alla presidenza di Georgescu. In diverse occasioni Georgescu ha più volte criticato l’azione della Nato, ha posto sotto severa critica la politica europea e affermato a chiare lettere che se fosse stato eletto avrebbe ripensato il ruolo della Romania nel conflitto ucraino indirizzando Bucarest verso una sorta di disimpegno. Queste sue posizioni hanno allarmato Bruxelles e altri ambienti, i quali probabilmente hanno esercitato fortissime pressioni perché l’eventuale vittoria di Georgescu fosse scongiurata. È da leggere in tale modo l’intervento a gamba tesa della Corte costituzionale rumena. Ricordo che la Corte costituzionale è composta da nove membri: tre nominati dall’attuale presidente uscente Joannis, tre nominati dalla Camera dei deputati e tre dal Senato. È evidente che gli attuali membri sono chiaramente espressione della maggioranza politica rumena attuale. Non vi è dubbio che la Romania ha assunto nella fase geopolitica attuale uno spazio strategico importantissimo: basti ricordare la presenza di importanti basi militari (Develesu, Mihail Kogalniceanu), oppure che la Romania ha il confine più lungo, anche rispetto alla Polonia, con l’Ucraina, confine dal quale passano i rifornimenti militari. Oppure ancora la Romania si posiziona sull’istmo ideale dell’Europa che lega il Mar Baltico al Mar Nero. Ma la strategicità di questo Paese e l’esclusione del candidato dalla corsa elettorale non può assolutamente giustificare ciò che è stato fatto con l’annullamento delle elezioni. Le pressioni esercitate dall’Unione europea hanno qualcosa di paradossale. Bruxelles finge di essere silente, nel quadro di un presunto rispetto delle decisioni della Corte costituzionale rumena, ma così facendo mette in mostra il tentativo di un vero e proprio sovvertimento della democrazia europea. L’idea che, se in un Paese vince qualcuno che non piace e si fa di tutto per annullare il responso popolare, tutto ciò conduce solo all’oblio della democrazia. Il nuovo Global Democracy Index, rilasciato dalla rivista britannica The Economist, definisce oggi la Romania un regime ibrido. L’aggiornamento dello status fatto da uno dei giornali più noti e citati al mondo segue proprio le vicende che riguardano il Paese per le elezioni presidenziali annullate. Il rapporto parla chiaro e denuncia una generale tendenza alla degradazione delle istituzioni democratiche. C’è da immaginare che qualcuno a Bruxelles abbia letto questo rapporto, ma il silenzio che ne è seguito appare colpevole. Il rischio per l’Unione europea è di vendere sé stessa, i suoi valori, fondati sulla democrazia, sulla libertà e sui diritti. E per tale via risultare ai cittadini europei un’entità politica sempre meno credibile.
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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Orazio Schillaci (Ansa)
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
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Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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