True
2019-11-11
Gli scandali della Chiesa. Le scelte sbagliate di Francesco
Ansa
Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare.
L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari.
Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta.
Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?
Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.
L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.
Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?
Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato
C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell.
Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato.
Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria.
Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa.
Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario.
Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin.
«Incomprensibili le mosse del Pontefice»

aldomariavalli.it
Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco.
A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede?
«Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI».
Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria.
«Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue».
Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori?
«Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile».
Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola?
«No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga».
Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto.
«La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia».
Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto.
«Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti».
Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori.
«Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
Continua a leggereRiduci
Jorge Bergoglio aveva assicurato ambiziose riforme, ma si è circondato di collaboratori controversi. E finora nella Santa Sede non è cambiato nulla.Nel 2013 il successore di Pietro varò il Consiglio di cardinali per cambiare i dicasteri. Proprio in quel periodo Angelo Becciu trattava l'investimento in Angola e poi a Londra. E ora circolano voci su Pietro Parolin in lizza per il conclave.Il vaticanista Aldo Maria Valli: «Ha avuto 7 anni per fare pulizia: non c'è riuscito perché s'è affidato a persone inadeguate».Lo speciale contiene tre articoli.Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare. L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari. Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta. Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giochi-finanziari-e-scalate-al-potere-ritratto-della-segreteria-di-stato" data-post-id="2641295412" data-published-at="1780465759" data-use-pagination="False"> Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell. Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato. Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria. Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa. Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario. Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="incomprensibili-le-mosse-del-pontefice" data-post-id="2641295412" data-published-at="1780465759" data-use-pagination="False"> «Incomprensibili le mosse del Pontefice» aldomariavalli.it Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco. A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede? «Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI». Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria. «Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue». Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori? «Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile». Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola? «No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga». Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto. «La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia». Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto. «Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti». Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori. «Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
Continua a leggereRiduci
C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
Continua a leggereRiduci
Sergio Mattarella durante la parata militare del 2 giugno in occasione dei festeggiamenti dell'80° anniversario della festa della Repubblica (Ansa)
A Roma va in scena il 2 giugno dominato dalla presenza regale di Sergio Mattarella, canuto sovrano da 11 anni (e per altri 3) di una nazione che 80 anni fa scelse di non avere più niente a che vedere con la monarchia. Eppure quasi ci risiamo, un po’ per acclamazione e un po’ per disperazione, mentre le Frecce Tricolori in volo sopra l’Altare della Patria rendono orgoglioso l’italiano e la Costituzione si conferma intoccabile come il Corano. C’è spazio persino per una predica politica. «Il popolo italiano è il risultato di tante migrazioni, di tanti apporti, e ciò non ci dispiace affatto, non lo consideriamo un problema», scandisce Mattarella in un confronto con un gruppo di under 35, «noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti Paesi d’Europa e delle Americhe. In fondo, è anche la nostra storia».
È la giornata di Re Sergio, così centrale in tutto, nella confortevole narrazione mainstream. 1) Al centro del palco, con due ali di quei corazzieri che qualche settimana fa hanno rischiato di suonare citofoni uruguagi per scoprire i retroscena della grazia a Nicole Minetti; 2) al centro dei complimenti, pure meritati per la sua sobria eleganza e per essere arrivato dal Quirinale su un’auto da sfilata d’epoca a Villa d’Este: Lancia Flaminia 335 scoperta del 1961, un gioiello che ci riconcilia con la tradizione e con il genio italiano dei motori dopo lo scempio della supposta Ferrari Luce (fioca); 3) al centro delle cronache rigorosamente genuflesse del Giornale Unico delle coscienze democratiche.
Il presidente-re in piedi sullo chassis saluta con la mano il popolo, «accompagnato nel magnanimo gesto da un dispiegamento di carabinieri in moto» (commento da Istituto Luce, fioco come la Ferrari).
Tutto alla perfezione secondo tradizione: la corona di fiori al Milite Ignoto, l’inno cantato da Andrea Bocelli, i bambini del reparto oncologico del Bambin Gesù accolti nei giardini del Quirinale, con la toccante foto con la piccola Sofia. Manca solo il lancio dei paracadutisti per via del troppo vento, con il rischio di doverne recuperare qualcuno nel Tevere o sulla cupola di San Pietro. Tutto secondo tradizione, anche le parole. «Guardando indietro questi 80 anni di Storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute e difesa del lavoro, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto espresse», spiega Mattarella.
Alla fine della parata il presidente offre un passaggio al ministro della Difesa, Guido Crosetto, e sente il dovere di aggiungere: «Nella fase storica che il mondo sta attraversando, caratterizzata da luci e ombre, le donne e gli uomini delle forze armate confermano la loro vocazione a concorrere alla costruzione della pace e della sicurezza globali. Le forze armate hanno impeccabilmente espresso lo spirito e le forti motivazioni che ne animano le donne e gli uomini, contribuendo a rappresentare un popolo orgoglioso della propria storia e della propria cultura».
Si riferisce a noi italiani e il passaggio ha un retrogusto di sano nazionalismo, incomprensibile per gruppettari global come Elly Schlein, che infatti se ne sta alla larga come Giuseppe Conte. Si nota anche l’assenza di Matteo Salvini, giustificata così da Ignazio La Russa: «Ognuno è dove vuole. Dell’opposizione non ho visto neppure un capogruppo». Il leader della Lega sarebbe rimasto al ministero dei Trasporti, «al lavoro per evitare lo sciopero dell’11 giugno» (fonte Mit). Comunque posta sui social: «Buona Festa della Repubblica, un pensiero a chi contribuisce con il lavoro di ogni giorno alla crescita del Paese, un ringraziamento ai costruttori di pace». Il governo è quasi al completo e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rappresenta anche la Lega.
Vorrebbero partecipare a tutti i costi gli ambientalisti, ma a modo loro, con striscioni, fumogeni e altro materiale da «antagonisti». In sei vengono fermati dalle forze dell’ordine e denunciati per invasione di area off limits e resistenza a pubblico ufficiale. Per il resto zero polemiche, quest’anno nessuno a sinistra sembra scomporsi neppure per il passaggio marziale in parata degli incursori della Marina, eredi nello spirito della Decima Mas. Zero fremiti, quando si muovono i monarchi in pectore tutto deve essere perfetto.
Giorgia Meloni è anch’essa in prima fila, ha accompagnato Mattarella alla cerimonia del Milite Ignoto e sottolinea: «Questa è una festa di riconoscenza e di responsabilità. Riconoscenza per chi ha costruito ciò che abbiamo oggi con grandi storie e piccoli gesti. Responsabilità perché dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani. Abbiamo tutte le carte in regola per essere ambiziosi, mi piacerebbe che fosse anche una festa di orgoglio». Dettaglio curioso: il premier indossa un paio di sneakers. «Devo fare la scala dell’Altare della Patria, mi serve una scarpa comoda. E se qualcuno storce il naso non mi importa».
Nel 2 giugno regale c’è spazio anche per un congedo molto pubblicizzato da siti e agenzie. È quello di «Briciola», il cagnolino mascotte dei carabinieri che per 12 anni ha sfilato con la fanfara del 4º reggimento a cavallo. Meticcia di piccola taglia, «nel 2022 una sua capriola nel cortile d’onore riuscì a strappare un sorriso al presidente». Non è un corgi ma per la narrazione va bene uguale.
Continua a leggereRiduci
Un soldato mascherato dello Stato Islamico con una bandiera dell'Isis (Getty Images)
«Il martirio». Una parola non isolata tra i contenuti pubblicati dal giovane su Instagram e su TikTok e che lui stesso ha provato a spiegare durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis.
«Ciò che mi ha più colpito del martirio è la dedizione a una causa», ha affermato, schietto, Ben Haddi durante una verbalizzazione a tratti surreale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Milano Rosanna Mongiardo ha convalidato il fermo disposto dalla Procura sfilano fotografie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso nel 2019, canti religiosi utilizzati dalla propaganda jihadista, immagini di combattenti armati e contenuti che, secondo gli investigatori, avevano finalità propagandistiche. Ma che per l’indagato avevano un intento «unicamente informativo». Una tesi che sembra scontrarsi, però, con gli altri messaggi pubblicati. A tre raccolte fotografiche su Instagram aveva affibbiato dei nomi eloquenti: «Obl», acronimo di Osama Bin Laden, «Sermone Califfo» e «Martirio».
Nella prima aveva fissato dichiarazioni in cui gli attentatori dell’11 settembre venivano definiti «eroi». Seguite da questo messaggio: «L’America non sognerà sicurezza finché noi non la vivremo come realtà in Palestina». La seconda conteneva con molta probabilità i predicozzi del suo imam preferito. Nella terza, invece, c’erano frasi di questo tenore: «L’amore per il martirio scorre nelle mie vene». Ma anche l’immagine di un combattente con un giubbotto esplosivo. Infine, la foto della pedaliera di un veicolo con la presenza di un pulsante applicato al pedale del freno, «con probabilità», sottolinea il gip, «destinato all’attivazione di un ordigno» e «con ulteriore riferimento al martirio da parte di voci narranti».
Ed è a questo punto che per gli investigatori è diventato particolarmente sospetto il contenuto di un altro post, che riportava la notizia dell’attentato a Modena del 15 Maggio. L’indagato ha provato a liquidarla così: «È stato un fatto che mi ha colpito molto, è stata una tragedia inaspettata». Di fatto, però, secondo il giudice, avrebbe invece «adottato comportamenti dissimulatori al fine di eludere l’attenzione degli organi investigativi». Lo proverebbe «il ricorso a generalità di fantasia per la creazione dei plurimi profili social». Ma, soprattutto, «il ricorso, verosimile, alla Taqiyya, ovvero alla dissimulazione della propria fede religiosa», che sarebbe «evincibile» perché «ha affermato di non essere credente e di non condividere i metodi della Shaaria». Ecco le sue parole: «Non è giusto punire con la pena di morte la stregoneria, non sono credente e non vedo nella Shaaria un modello di legislazione compatibile con i miei ideali».
Che, però, aveva esplicitato in modo diverso online: «Ogni esercito dei kuffar», scriveva Ben Haddi, «ha una filosofia, ha un fondamento per combattere. Quella filosofia è che si vince contro il nemico sfruttando ciò che ama di più. E cioè la loro vita e la loro ricchezza». Fino alla conclusione: «Quando si trovano di fronte a un nemico a cui non importa davvero della propria vita, l’intera psicologia viene capovolta». «Come si può notare», interpreta il giudice, «viene fatto riferimento al martirio quale arma contro i “nemici di Allah”». L’esegesi giudiziaria è questa: «Viene inteso nel senso di sacrificare la propria vita ai fini della guerra tra i credenti e gli infedeli (i «kuffar»)».
Ma c’è un altro messaggio che, agli occhi degli inquirenti, deve aver reso poco credibile le spiegazioni di Ben Haddi. Quello stesso giorno l’indagato ripubblica un post di un altro utente che recita: «Non incolparmi per quello che farò domani, perché sto facendo la cosa giusta». Ad accompagnarlo compare un commento di Ben Haddi che, tradotto letteralmente, significa «meno zero, in arrivo». A quel punto gli investigatori hanno deciso di approfondire l’origine del messaggio. L’analisi dell’account porta alla scoperta di ulteriori elementi ritenuti allarmanti. Nella biografia compare la frase: «31 maggio 2026, sarà il giorno ragazzi». E quel «meno zero, in arrivo» è stato letto come un conto alla rovescia rispetto alla data indicata: la sera del 30 maggio mancavano ormai «zero giorni». E siccome aveva anche richiesto a un internauta danese «l’inoltro» di un video «relativo alla fabbricazione di un ordigno artigianale», il pm ha ritenuto che gli ingredienti c’erano già tutti. Compreso un biglietto aereo di sola andata per il Marocco, con partenza programmata per il 9 giugno. «Lo hanno acquistato i miei genitori […]. Mi è stato detto che avrei dovuto seguire dei corsi di preparazione e quindi sarei dovuto rimanere lì», ha provato a schermarsi l’indagato.
Finché gli investigatori della Digos non hanno scoperto che il suo nome era comparso anche in una chat dal titolo «Terza posizione (movimento politico neofascista fondato alla fine degli anni Settanta, ndr)», indicata come «suprematista» e finita in un’altra indagine sfociata nell’arresto di un diciannovenne italo-albanese pavese: Matteo Celibashi. Qui Ben Haddi si era addentrato in una discussione su un ipotetico «colpo di Stato», osservando che sarebbe «impossibile» realizzarlo nelle condizioni attuali perché mancherebbero persone sufficientemente organizzate. I
n un’altra occasione aveva pubblicato la fotografia di un bambino biondo dagli occhi azzurri accompagnandola con la frase «chiaramente è superiore a te», replicando a un utente che gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Gli investigatori vi trovano discussioni che ruotano attorno al terrorismo internazionale e ai conflitti mediorientali. È la saldatura che più preoccupa gli analisti dell’intelligence. Suprematisti e jihadisti, spiegò alla Verità il capo del Servizio anti eversione Daniele Calenda, intervistato dal vicedirettore Giacomo Amadori, «hanno un obiettivo comune. Razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico, gli ebrei». Ma Ben Haddi, probabilmente sulla scia dello stesso intento dissimulatorio richiamato più volte dal gip, afferma: «Io non aderisco a correnti fasciste o neonaziste ma ammetto che in quel periodo avevo interesse per la politica di Terza posizione, ma non a quella degli anni Settanta». Il giudice, però, non deve avergli creduto.
Continua a leggereRiduci