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2019-11-11
Gli scandali della Chiesa. Le scelte sbagliate di Francesco
Ansa
Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare.
L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari.
Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta.
Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?
Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.
L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.
Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?
Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato
C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell.
Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato.
Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria.
Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa.
Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario.
Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin.
«Incomprensibili le mosse del Pontefice»

aldomariavalli.it
Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco.
A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede?
«Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI».
Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria.
«Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue».
Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori?
«Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile».
Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola?
«No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga».
Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto.
«La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia».
Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto.
«Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti».
Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori.
«Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
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Jorge Bergoglio aveva assicurato ambiziose riforme, ma si è circondato di collaboratori controversi. E finora nella Santa Sede non è cambiato nulla.Nel 2013 il successore di Pietro varò il Consiglio di cardinali per cambiare i dicasteri. Proprio in quel periodo Angelo Becciu trattava l'investimento in Angola e poi a Londra. E ora circolano voci su Pietro Parolin in lizza per il conclave.Il vaticanista Aldo Maria Valli: «Ha avuto 7 anni per fare pulizia: non c'è riuscito perché s'è affidato a persone inadeguate».Lo speciale contiene tre articoli.Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare. L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari. Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta. Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giochi-finanziari-e-scalate-al-potere-ritratto-della-segreteria-di-stato" data-post-id="2641295412" data-published-at="1781545235" data-use-pagination="False"> Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell. Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato. Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria. Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa. Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario. Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="incomprensibili-le-mosse-del-pontefice" data-post-id="2641295412" data-published-at="1781545235" data-use-pagination="False"> «Incomprensibili le mosse del Pontefice» aldomariavalli.it Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco. A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede? «Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI». Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria. «Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue». Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori? «Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile». Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola? «No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga». Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto. «La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia». Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto. «Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti». Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori. «Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
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Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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