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2019-11-11
Gli scandali della Chiesa. Le scelte sbagliate di Francesco
Ansa
Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare.
L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari.
Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta.
Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?
Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.
L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.
Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?
Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato
C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell.
Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato.
Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria.
Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa.
Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario.
Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin.
«Incomprensibili le mosse del Pontefice»

aldomariavalli.it
Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco.
A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede?
«Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI».
Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria.
«Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue».
Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori?
«Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile».
Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola?
«No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga».
Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto.
«La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia».
Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto.
«Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti».
Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori.
«Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
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Jorge Bergoglio aveva assicurato ambiziose riforme, ma si è circondato di collaboratori controversi. E finora nella Santa Sede non è cambiato nulla.Nel 2013 il successore di Pietro varò il Consiglio di cardinali per cambiare i dicasteri. Proprio in quel periodo Angelo Becciu trattava l'investimento in Angola e poi a Londra. E ora circolano voci su Pietro Parolin in lizza per il conclave.Il vaticanista Aldo Maria Valli: «Ha avuto 7 anni per fare pulizia: non c'è riuscito perché s'è affidato a persone inadeguate».Lo speciale contiene tre articoli.Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare. L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari. Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta. Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giochi-finanziari-e-scalate-al-potere-ritratto-della-segreteria-di-stato" data-post-id="2641295412" data-published-at="1779798251" data-use-pagination="False"> Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell. Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato. Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria. Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa. Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario. Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="incomprensibili-le-mosse-del-pontefice" data-post-id="2641295412" data-published-at="1779798251" data-use-pagination="False"> «Incomprensibili le mosse del Pontefice» aldomariavalli.it Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco. A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede? «Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI». Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria. «Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue». Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori? «Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile». Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola? «No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga». Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto. «La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia». Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto. «Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti». Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori. «Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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