True
2019-11-11
Gli scandali della Chiesa. Le scelte sbagliate di Francesco
Ansa
Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare.
L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari.
Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta.
Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?
Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.
L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.
Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?
Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato
C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell.
Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato.
Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria.
Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa.
Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario.
Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin.
«Incomprensibili le mosse del Pontefice»

aldomariavalli.it
Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco.
A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede?
«Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI».
Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria.
«Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue».
Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori?
«Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile».
Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola?
«No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga».
Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto.
«La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia».
Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto.
«Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti».
Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori.
«Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
Continua a leggereRiduci
Jorge Bergoglio aveva assicurato ambiziose riforme, ma si è circondato di collaboratori controversi. E finora nella Santa Sede non è cambiato nulla.Nel 2013 il successore di Pietro varò il Consiglio di cardinali per cambiare i dicasteri. Proprio in quel periodo Angelo Becciu trattava l'investimento in Angola e poi a Londra. E ora circolano voci su Pietro Parolin in lizza per il conclave.Il vaticanista Aldo Maria Valli: «Ha avuto 7 anni per fare pulizia: non c'è riuscito perché s'è affidato a persone inadeguate».Lo speciale contiene tre articoli.Sostiene la vulgata: papa Francesco vorrebbe riformare la Chiesa, ma un manipolo di avidi curiali glielo impedisce. Eppure i fatti mostrano che, nella migliore delle ipotesi, Jorge Mario Bergoglio ha pasticciato il suo disegno di «moralizzazione» della Santa Sede, perché l'ha affidato a persone inadatte, moralmente o penalmente esposte. Nella peggiore delle ipotesi - che per ossequio verso il Pontefice ci sentiremmo di escludere - quel progetto è un bluff. Cioè, Francesco non vuole davvero cambiare. L'esempio più eclatante degli scricchiolii del riformismo del Papa lo fornisce l'organismo vaticano che gestisce il patrimonio economico della Chiesa, l'Apsa, presieduta dall'estate 2018 da monsignor Nunzio Galantino. Un prelato in perfetta linea Bergoglio, grande sostenitore della linea sui porti aperti e l'accoglienza dei migranti. Sull'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede c'è una grande domanda da porsi: perché non è stata «ripulita» come s'è fatto, almeno in parte, con lo Ior? Diciamo «in parte», perché all'Istituto per le opere di religione sono finiti personaggi discutibili. Ad esempio, Francesco vi ha nominato prelato monsignor Battista Ricca, dai chiacchierati trascorsi come nunzio apostolico in Uruguay. A Montevideo erano sulla bocca di tutti le sue frequentazioni di locali gay e una convivenza «sospetta» con un capitano delle guardie svizzere, Patrick Haari. Ma torniamo all'Apsa, la banca centrale del Vaticano. Proprio presso lo Ior essa opera mediante dieci conti in differenti valute: 30 milioni di euro più altri 14,3 milioni in titoli, 500.000 dollari americani, 26.000 dollari canadesi, 80.000 sterline, 36.000 franchi svizzeri. Ma ci sarebbe anche un sistema di conti sommersi e bilanci non pubblicati, già fotografato da Benedetto XVI, il quale ne aveva debitamente informato il suo successore. E Francesco, per fare chiarezza, chi aveva pensato di chiamare a Roma? Un uomo a lui molto vicino: Gustavo Óscar Zanchetta, nominato da Bergoglio vescovo di Orán, in Argentina. Senonché, monsignor Zanchetta, collocato all'Apsa nel dicembre del 2017, nel luglio di quell'anno si era dimesso dalla sua diocesi, adducendo mai precisati motivi di salute. In verità, su di lui incombevano le pesanti accuse di abusi sessuali di alcuni seminaristi, accuse per le quali, nell'estate 2019, è finito alla sbarra. Formalmente, Zanchetta era stato rimosso subito dopo lo scandalo. Eppure, pochi mesi fa, il giudice argentino lo ha autorizzato a rientrare a Roma «per continuare il suo lavoro quotidiano». A giustificazione era stato addotto un documento del 3 giugno 2019, firmato da un avvocato della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e da monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari generali della stessa Segreteria, secondo cui Zanchetta era ancora «impiegato dal Vaticano» all'Apsa e abitava «nella residenza di Santa Marta». Ossia, accanto al Papa. Come se non bastasse, un quotidiano argentino, El Tribuno, alcuni mesi fa aveva pubblicato delle carte che dimostravano come diversi vescovi, il primate di Argentina, il nunzio apostolico e anche il Pontefice fossero al corrente già dal 2015 delle macchie nel passato di monsignor Zanchetta. Un personaggio potenzialmente ricattabile era in grado di infilare liberamente il naso nei conti segreti dell'Apsa? Si poteva sperare che portasse a termine con successo una riforma così delicata? Tanto più che persino Francesco, interpellato da una giornalista messicana sui motivi di quella nomina, ha definito Zanchetta «economicamente disordinato». Ma come? Si incarica un uomo «economicamente disordinato» di sistemare i conti di una banca centrale?Non finisce qui. Sull'Apsa grava pure il dossier immobiliare. Una seconda branca dell'organismo gestisce infatti l'immenso patrimonio (2,7 miliardi di euro) di palazzi della Santa Sede. Una miriade di appartamenti di lusso affittati a canoni irrisori ad alti prelati. Come ha denunciato Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro, si tratta di «4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell'Apsa». Tra questi, 800 risultano sfitti, altri 3.200 sono in locazione, ma il 15% è a canone zero, mentre il resto è a prezzi di favore, con morosità che «arrivano a 2,7 milioni». L'Apsa, sostiene Nuzzi, si è vista costretta a tamponare le perdite ricorrendo ai milioni tratti dall'Obolo di San Pietro. Il nuovo vertice dell'ente, monsignor Galantino, ha replicato che nei mastodontici palazzi della Chiesa, «se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come adesso, non valgono niente». I canoni agevolati sarebbero «una forma di housing sociale» a beneficio dei dipendenti. E l'Apsa avrebbe invero un utile di 22 milioni, anche se il Vaticano sta lavorando alla spending review. Nel frattempo, nella bufera potrebbero finire pure alcuni investimenti immobiliari realizzati dall'Apsa per l'ospedale Bambin Gesù: un complesso in Villa Pamphili (32,8 milioni), la casa di cura Villa Luisa (15,2 milioni) e l'affitto del rinascimentale Palazzo Alicorni.L'Aif, Autorità vaticana di controllo finanziario realizzata da Benedetto XVI, tanto efficiente da aver scoperchiato lo scandalo degli investimenti a Londra collegati alla Segreteria di Stato, ha invece ribadito in più di un'occasione di non avere poteri di supervisione sull'Apsa. Papa Francesco aveva accentrato le funzioni di controllo nella Segreteria per l'economia, creata per accelerare il processo riformatore. Ma anche in questo caso, qualcosa s'è intoppato. Prefetto del dicastero era stato nominato, nel 2014, il cardinale australiano George Pell. Tre anni dopo, però, Pell è stato travolto dalle accuse di molestie su minori risalenti al 1996. Curiosa coincidenza: la tempesta giudiziaria si è scatenata solo dopo che Pell aveva dichiarato di aver scoperto un milione di euro di fondi custoditi in conti occulti. Non ha fatto in tempo ad annunciare un report, che è finito alla sbarra in Australia. Chi contesta la versione ufficiale evoca le forti resistenze dalla Segreteria di Stato e dagli uomini di Tarcisio Bertone. Quel che è certo, è che il processo a Pell, che ne ha portato alla condanna nel marzo 2019, si fondava su elementi tutt'altro che solidi: un'unica testimonianza, con parecchie incongruenze. In particolare, questa implicava che Pell avesse molestato i chierichetti nei corridoi della cattedrale di Melbourne subito dopo la messa, dove si radunavano i fedeli e dove tutti avrebbero potuto sorprenderlo in flagrante. Però nessuno si è mai accorto di nulla.Che Pell sia vittima di una congiura, o che fosse soltanto un'alra figura dal passato oscuro, come Zanchetta, è comunque un dato di fatto che la sua condanna abbia sancito una battuta d'arresto nell'attività della Segreteria dell'economia. E la prefettura del dicastero, cioè la carica occupata dal cardinale australiano, a mesi dalla sua rimozione, è ancora vacante. I riflettori sull'Apsa si sono spenti. Il suo nuovo vertice, monsignor Galantino, nega l'esistenza di conti occulti e celebra i passi avanti sulla spending review. Possibile che all'Apsa basti una cura Cottarelli?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giochi-finanziari-e-scalate-al-potere-ritratto-della-segreteria-di-stato" data-post-id="2641295412" data-published-at="1779234394" data-use-pagination="False"> Giochi finanziari e scalate al potere. Ritratto della segreteria di Stato C'è un altro organismo della Chiesa apparentemente refrattario alla riforme di Francesco: si tratta della Segreteria di Stato, l'esecutivo vaticano, dicastero a lungo monopolizzato dal cardinale Tarcisio Bertone, che sarebbe riuscito a frenare chiunque avesse cercato di vederci chiaro sui presunti capitali segreti nei forzieri vaticani, dall'ex revisore dei conti Libero Milone all'ex prefetto della Segreteria per l'economia, George Pell. Un giro di vite in Curia era uno dei desiderata di Francesco. Era a questo scopo che Jorge Mario Bergoglio, nel settembre 2013, aveva istituito il Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, con il compito di modificare la costituzione apostolica Pastor Bonus, che aveva istituito i cinque dicasteri della Santa Sede - capitanati, appunto, dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, anche l'avventura del C9 non è stata fortunata. Di risultati concreti nemmeno l'ombra. D'altronde, a coordinare il Consiglio, Bergoglio ha chiamato a Roma un suo fedelissimo, il cardinale Óscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, la capitale honduregna. Peccato che, a fine 2017, Maradiaga - il quale, in una recente intervista a Repubblica, ha accusato i prelati conservatori nordamericani di ostacolare le riforme di Francesco - sia stato coinvolto in un controverso investimento. Il cardinale avrebbe convinto Martha Alegria Reichman, la vedova di un ex diplomatico vaticano dell'Honduras, a piazzare i risparmi di una vita in un fondo britannico, gestito da un musulmano amico del cardinale. Il mediatore, purtroppo, ha incassato il gruzzolo e per poi sparire. La signora avrebbe voluto riottenere la somma, ma nonostante un'udienza in Vaticano con Francesco, sia Maradiaga sia il Papa finora hanno glissato. Grosse somme di denaro, investimenti temerari, la capitale britannica. Elementi che tornano nelle ultime vicissitudini della Segreteria di Stato. Come l'indagine a carico di alcuni dipendenti del dicastero per una controversa operazione finanziaria. Nel 2013, l'allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria, monsignor Angelo Becciu, tratta con un consulente di Credit suisse, Enrico Crasso, un investimento di 250 milioni di dollari per un blocco petrolifero in Angola. A tale scopo, viene disposta la creazione dell'Athena capital commodities fund, gestito dal finanziere Raffaele Mincione. Qualcosa, però, non funziona. E dall'oro nero si passa a un investimento immobiliare a Londra, a Sloane Square, per 200 milioni di euro, provenienti stavolta dall'Obolo di San Pietro. Vale a dire, dalle offerte dei fedeli per le attività caritatevoli e il sostentamento della Chiesa. Alla fine, lo scorso luglio, per chiudere definitivamente con i fondi, monsignor Edgar Peña Parra chiede allo Ior d'intervenire con 150 milioni di euro. Il tribunale vaticano ora ipotizza «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio e autoriciclaggio», oltre che i reati di «appropriazione indebita e favoreggiamento». Intanto, la Procura di Roma sta indagando anche Mincione per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e truffa, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco: nel mirino c'è una somma che la cassa dei commercialisti avrebbe dovuto utilizzare per altri scopi e che invece sarebbe stata dirottata per l'acquisto del famoso immobile londinese da parte di Mincione, il quale poi lo avrebbe rivenduto alla Santa Sede a prezzo maggiorato. Al di là degli eventuali risvolti penali, siamo lontani dal paradigma di Chiesa povera per i poveri, su cui insiste il Papa. Nella vicenda del fondo Mincione è protagonista monsignor Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria fino al 2018. Ma il vertice della Segreteria di Stato è monsignor Pietro Parolin. Di lui si vocifera sia entrato in rotta di collisione con il Pontefice. I fatti, però, parlano di una piena sintonia con Francesco, che lo aveva nominato anche nella commissione di vigilanza sullo Ior e del quale Parolin, nel maggio scorso, ha elogiato «le proposte in materia politica ed economica». Per un certo periodo, il segretario di Stato ha avuto una notevole influenza su Francesco, tanto da indurlo a un improvviso commissariamento dell'Ordine di Malta, finito nel caos per dissidi interni tra i suoi vertici e sul quale gravitavano notevoli interessi economici, come un lascito di 120 milioni di franchi svizzeri e un fondo milionario. Poche settimane fa, l'editorialista del Corsera, Massimo Franco, ipotizzava che Parolin e Bergoglio fossero ai ferri corti. Motivo dello scontro, la progressiva messa da parte del segretario di Stato, che non sarebbe stato informato del blitz ai danni degli indagati per la vicenda dell'investimento immobiliare londinese. La Verità, però, ha appreso che Francesco sarebbe in procinto di nominare Parolin a Patriarca di Venezia. Una mossa che può essere interpretata in due modi: un tentativo di degradarlo e allontanarlo dalla Segreteria, oppure un modo per «tenerlo in caldo» in vista del futuro conclave, permettendogli di costruirsi le giuste credenziali da pastore d'anime. Se così fosse, la continuità nello stile di governo tra Parolin e Bergoglio apparirebbe lampante. Sullo sfondo, restano le illazioni su una delle operazioni politicamente più spregiudicate della Santa Sede, di cui spesso si è parlato sugli organi d'informazione tradizionalisti, ma che nessuno è riuscito a provare: l'utilizzo di una somma tratta, come nel caso di Londra, dall'Obolo di San Pietro, per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, nei mesi in cui Francesco, in visita negli Usa, praticamente scomunicava il candidato repubblicano Donald Trump. Chi ventila tale ipotesi, ritiene che a convincere il Papa a esporsi in quel modo fosse stato proprio il segretario di Stato Parolin. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/gli-scandali-della-chiesa-le-scelte-sbagliate-di-francesco-2641295412.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="incomprensibili-le-mosse-del-pontefice" data-post-id="2641295412" data-published-at="1779234394" data-use-pagination="False"> «Incomprensibili le mosse del Pontefice» aldomariavalli.it Aldo Maria Valli è uno dei più noti vaticanisti in attività. Ha seguito da giornalista il cardinale Carlo Maria Martini, poi Giovanni Paolo II, ha scritto numerosi libri, anche critici nei confronti di papa Francesco. A distanza di quasi sette anni dall'elezione al Soglio di Jorge Mario Bergoglio, in Vaticano ci sono ancora indagini sulla gestione finanziaria della Santa Sede? «Benedetto XVI consegnò subito a Francesco le carte con i risultati dell'indagine commissionata ai tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi. Lì c'era tutto su corruzione, malgoverno e irregolarità. Inoltre monsignor Carlo Maria Viganò ha riferito che nell'incontro con Francesco del 13 giugno 2013, quando l'allora nunzio negli Usa avvertì il Papa delle malefatte del cardinale Thedore McCarrick, consegnò a sua volta a Bergoglio un rapporto sulla cattiva gestione del governatorato, l'organismo che amministra la Città del Vaticano. Francesco dunque ebbe la possibilità di farsi un quadro della situazione, ma non ci sono mai state azioni conseguenti. Il problema arriva da lontano. Ricordiamo che già prima dell'avvento di Bergoglio il cardinale Tarcisio Bertone depotenziò la legge voluta da Benedetto XVI». Nelle scorse settimane si è dimesso Domenico Giani, capo della Gendarmeria. «Giani, secondo quel che mi viene detto, da buon militare ha obbedito agli ordini. Qualcuno evidentemente non ha gradito e gli ha attribuito responsabilità non sue». Papa Francesco (vedi la nomina di monsignor Gustavo Zanchetta all'Apsa) ha commesso errori? «Nominato all'Apsa nel 2017, Zanchetta è un vescovo argentino, amico di Bergoglio, accusato di cattiva gestione finanziaria e abusi sessuali. Non ne sapevamo niente, è stata la difesa del Vaticano, ma un religioso ha riferito di aver avvertito Roma fin dal 2015. Sta di fatto che Francesco per Zanchetta ha perfino creato un incarico ad hoc. Francamente incomprensibile». Come spiega l'attivismo del cardinale Angelo Becciu con il fondo Mincione? È normale che il Vaticano decida di investire 250 milioni di dollari in un giacimento off shore in Angola? «No, non è normale, così come non è normale investire in immobili di lusso (si veda il caso di Londra). Nulla vieta al Vaticano di fare investimenti, ma quando si maneggiano soldi che devono servire per gestire la Chiesa, sostenere l'opera di evangelizzazione e aiutare i bisognosi, sarebbe necessario garantire oculatezza e trasparenza. Invece apprendiamo che la Segreteria di Stato avrebbe utilizzato per operazioni quanto meno “opache" (parola del cardinale Pietro Parolin) fondi fuori bilancio, provenienti per giunta dall'Obolo di San Pietro, ovvero dalle offerte che i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa perché siano utilizzate per opere di carità. La strada verso la trasparenza sembra ancora lunga». Nel suo blog lei scrive della fragilità delle accuse al cardinale George Pell che papa Bergoglio aveva posto a capo della Segreteria per l'economia. Pell si scontrò duramente con la Segreteria di Stato prima di finire in arresto. «La fragilità delle accuse di abusi sessuali sta emergendo con tutta evidenza, così come il pregiudizio da parte degli inquirenti australiani. Pell è un eccellente teologo e, mi viene detto, anche un sant'uomo. A quanto mi risulta agì con competenza, ma gli furono precluse informazioni. Le amministrazioni fecero muro contro di lui ed è probabile che qualcuno abbia gioito per i suoi guai giudiziari in Australia». Il Vaticano è molto legato agli investimenti nel patrimonio immobiliare. Una strategia giusta? A giudicare dalle inchieste, non molto. «Il Vaticano ha sempre investito in immobili, sia per minimizzare i rischi sia perché ha bisogno di appartamenti per il personale. Poi tutto dipende da come avvengono gli investimenti e dal grado di trasparenza. E su questo piano, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti». Francesco ha raccolto una difficile eredità. Aveva promesso un cambio di passo, ma si ritrova nella stessa situazione dei predecessori. «Non credo alla narrativa del povero Papa circondato da cattivoni che remano contro di lui. Dopo quasi sette anni di pontificato tutti i collaboratori, nei luoghi chiave, sono stati scelti da Bergoglio. Di tempo per fare pulizia ne ha avuto in abbondanza. Se non c'è riuscito è perché spesso ha sbagliato nella scelta delle persone e perché è mancato un piano organico».
Domenico Paganelli
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
Continua a leggereRiduci
Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
Continua a leggereRiduci