True
2022-12-20
Gli esperti bocciano i vaccini a mRna: «Ne servono di nuovi»
iStock
Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association.
Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia.
A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.
L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma.
Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».
Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti.
Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto.
I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più
I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta.
Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo).
I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).
Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020.
«L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
Continua a leggereRiduci
Un’autorevole rivista americana liquida i booster: «Utili solo per prendere tempo, ci vogliono sieri che fermino il contagio».I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più. Impressionante aumento dei casi di cancro. Colpa dei lockdown, che hanno fermato visite e cure, oltre a favorire stili malsani.Lo speciale comprende due articoli.Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association. Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia. A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma. Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti. Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-esperti-bocciano-i-vaccini-a-mrna-ne-servono-di-nuovi-2658988416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-danni-della-politica-pandemica-14-000-tumori-in-piu" data-post-id="2658988416" data-published-at="1671543032" data-use-pagination="False"> I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta. Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo). I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020. «L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
Continua a leggereRiduci