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2022-12-20
Gli esperti bocciano i vaccini a mRna: «Ne servono di nuovi»
iStock
Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association.
Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia.
A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.
L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma.
Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».
Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti.
Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto.
I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più
I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta.
Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo).
I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).
Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020.
«L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
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Un’autorevole rivista americana liquida i booster: «Utili solo per prendere tempo, ci vogliono sieri che fermino il contagio».I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più. Impressionante aumento dei casi di cancro. Colpa dei lockdown, che hanno fermato visite e cure, oltre a favorire stili malsani.Lo speciale comprende due articoli.Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association. Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia. A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma. Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti. Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. 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Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta. Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo). I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020. «L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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