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2022-12-20
Gli esperti bocciano i vaccini a mRna: «Ne servono di nuovi»
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Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association.
Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia.
A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.
L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma.
Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».
Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti.
Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto.
I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più
I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta.
Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo).
I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).
Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020.
«L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
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Un’autorevole rivista americana liquida i booster: «Utili solo per prendere tempo, ci vogliono sieri che fermino il contagio».I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più. Impressionante aumento dei casi di cancro. Colpa dei lockdown, che hanno fermato visite e cure, oltre a favorire stili malsani.Lo speciale comprende due articoli.Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association. Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia. A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma. Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti. Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. 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Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta. Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo). I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020. «L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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