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2022-12-20
Gli esperti bocciano i vaccini a mRna: «Ne servono di nuovi»
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Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association.
Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia.
A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.
L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma.
Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».
Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti.
Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto.
I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più
I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta.
Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo).
I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).
Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020.
«L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
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Un’autorevole rivista americana liquida i booster: «Utili solo per prendere tempo, ci vogliono sieri che fermino il contagio».I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più. Impressionante aumento dei casi di cancro. Colpa dei lockdown, che hanno fermato visite e cure, oltre a favorire stili malsani.Lo speciale comprende due articoli.Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association. Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia. A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma. Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti. Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. 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Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta. Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo). I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020. «L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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