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2022-12-20
Gli esperti bocciano i vaccini a mRna: «Ne servono di nuovi»
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Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association.
Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia.
A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.
L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma.
Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».
Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti.
Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. Ma ve l’avevamo detto.
I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più
I danni della gestione pandemica si fanno sempre più evidenti. Gli italiani tornano a fare gli screening oncologici come prima del Covid, ma il numero delle nuove diagnosi, nel 2022, schizza a valori mai visti: 14.000 in più del 2020 e 2021. Lo rivela il report «I numeri del cancro in Italia» presentato ieri al ministero della Salute, realizzato dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) e le principali società scientifiche del settore. Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta.
Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo).
I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).
Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020.
«L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
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Un’autorevole rivista americana liquida i booster: «Utili solo per prendere tempo, ci vogliono sieri che fermino il contagio».I danni della politica pandemica: 14.000 tumori in più. Impressionante aumento dei casi di cancro. Colpa dei lockdown, che hanno fermato visite e cure, oltre a favorire stili malsani.Lo speciale comprende due articoli.Non è mai bello dire: ve l’avevamo detto. Però ve l’avevamo detto. Ve l’avevamo detto che questi vaccini non erano l’unica salvezza. Ve l’avevamo detto che, certamente, avrebbero protetto dalle conseguenze gravi del coronavirus i fragili, ma che non sarebbero bastati a porre fine alla pandemia. La cui archiviazione, d’altronde, è una questione di scelta politica. Ve l’avevamo detto, quando ancora i Pr della puntura provavano a stordirvi con lo slogan: «Ne usciremo solo con i vaccini». Ve l’avevamo detto. E adesso ve lo dice anche una rivistina scientifica non proprio di secondo livello, il Journal of the american medical association. Qualche giorno fa, tre studiosi statunitensi (Peter W. Marks del Maryland, Philip A. Gruppuso ed Eli Y. Adashi del Rhode Island) hanno vergato un editoriale il cui titolo è già abbastanza eloquente: «Il bisogno urgente di vaccini Covid-19 di nuova generazione». Attenzione, però: gli scienziati non si riferiscono ai bivalenti, fabbricati da Pfizer e Moderna per colpire la variante Omicron. La loro introduzione, scrivono infatti gli autori, «probabilmente rappresenta solo una misura per prendere tempo, finché emergeranno varianti per cui ci sarà bisogno di effettuare ulteriori richiami, o di modificare l’attuale generazione di vaccini». È la logica perversa della giostra dei booster, sul cui carattere velleitario si è espresso persino Fabrizio Pregliasco, alla vigilia della sua candidatura con la sinistra in Lombardia. A parlare dei plurivaccinati come fossero dei no vax, ormai, è rimasto soltanto Walter Ricciardi. Secondo l’ex consulente di Roberto Speranza, i morti di Covid registrati ancora in Italia sono «o persone non vaccinate, o che hanno due dosi, o al massimo tre, ma certamente non ne hanno quattro». Ah, ecco, si spiega tutto: era la quarta dose quella buona. Per la serie: ritenta, sarai più fortunato. Il professore dovrebbe dare un’occhiata ai dati dell’Iss. In realtà, chi ha ricevuto il quarto shot da oltre 120 giorni, quanto a ricoveri, sia in reparti ordinari sia in terapia intensiva, e quanto a decessi, è messo peggio di quelli che, di vaccinazioni, ne hanno avute due. E, presumibilmente, sono poi guariti dall’infezione. La quarta dose offre uno schermo in più? Sì. Peccato che esso duri quattro mesi. Dopo, si torna punto e a capo.L’obiezione avanzata dal Jama riguarda esattamente questo aspetto: la strategia dei booster non è mai risolutiva. È un salvagente, buono per restare a galla, finché la successiva procella non ci rimanda a picco. E sebbene non sia affermato esplicitamente, dall’articolo si evince chiaramente che il parziale fiasco dei farmaci ora disponibili dipende dal limite intrinseco alla tecnologia a mRna. Ecco perché i ricercatori specificano che serviranno «nuovi vaccini». Tipologie di medicinali del tutto diverse. Non una banale «riverniciata» ai preparati esistenti. Per intenderci: sarebbe l’opposto della linea promossa da Big pharma. Il lavoro di elaborazione di altri antidoti per il Covid, si legge nel paper, «richiederà quasi certamente di più che attuare semplici modifiche incrementali alla presente generazione di vaccini». Alla faccia dei vertici di Pfizer e Moderna, che da mesi insistono affinché le procedure di autorizzazione siano snellite: «Quando ai vaccini vengono applicate modifiche più significative, gli effetti clinici spesso sono inaspettati». In sostanza, se cerchiamo qualcosa di più di una pezza da mettere ogni volta che si apre una falla, dobbiamo rassegnarci a investire soldi, tempo ed energie su prodotti che garantiscano una copertura duratura. Farmaci che poi andranno testati adeguatamente, non messi in commercio con la stessa disinvoltura riservata ai bivalenti anti Omicron. Persino formule trivalenti o quadrivalenti, d’altronde, non riuscirebbero ad assicurare «la profondità e l’ampiezza della protezione che serve per interrompere la trasmissione virale per un periodo prolungato».Dobbiamo sperare nei vaccini nasali? I precedenti non sempre sono stati promettenti. Arriverà il «panvaccino», sviluppato a San Diego dall’italiano Maurizio Zanetti? Si cambierà bersaglio, deviando l’attenzione dalla proteina Spike, per concentrarsi su porzioni della membrana del Sars-Cov-2? Si punterà sulle cellule T? Le possibilità sono molte. Il requisito essenziale, secondo gli studiosi americani, è che la capacità del vaccino di contrastare l’infezione sia paragonabile a quella degli antinfluenzali, ai quali è richiesta un’efficacia del 75%. Ma si può prevedere che pure «un criterio di successo basato su una moderata riduzione nella trasmissione, tra il 40 e il 60%, abbia un rilevante impatto positivo sul controllo dei focolai». Con buona pace di chi, i trial sulle capacità immunizzanti dei vaccini, per sua stessa ammissione, non li aveva manco mai fatti. Lo sappiamo, non è elegante dire: ve l’avevamo detto. 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Rispetto però al 2019, l’incremento è di circa 20.000 casi, ma il documento non lo riporta. Colpisce che a preoccupare gli esperti siano gli stili di vita scorretti degli italiani: il 33% in sovrappeso, il 24% fuma e i sedentari sono passati dal 23% nel 2008 al 31% nel 2021. Il motivo? La pandemia: le quarantene, la didattica a distanza e le restrizioni che, riducendo il movimento, hanno favorito quelle condizioni note per predisporre allo sviluppo del cancro (e non solo). I numeri sono impietosi. Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600, 371.000 nel 2019) l’incremento è stato di 14.100 casi rispetto al primo anno di Covid, ma di 19.700 riferendosi all’epoca pre pandemica, dato che si trova nel report 2019. Invariata la classifica dei tumori più diagnosticati nel 2022: carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), del colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%) e vescica (29.200, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne). Il problema è che il calo degli screening oncologici e il rallentamento delle attività diagnostiche del 2020, come ricordano gli oncologi, comporta la scoperta di un numero più elevato di malattie in stadi più avanzati di sviluppo, quindi più difficili da trattare. In altre parole, si riduce la speranza di vita che si è guadagnata nei decenni. Mentre infatti il ministro della Salute Roberto Speranza pensava solo alla vaccinazione anti-Covid, in Italia si è registrato un aumento della mortalità dei pazienti oncologici, soprattutto nei maschi, in età avanzata, con tumore diagnosticato da meno di 2 anni e nelle neoplasie ematologiche, segnala il documento. Con una situazione così disastrosa, dopo anni di rallentamento su diagnosi e cure, è praticamente impossibile che non ci siano dei miglioramenti. Infatti, nel 2021, l’adesione ai programmi di screening per il tumore al seno, che nel 2020 si era attestata al 30%, è tornata al 46,3%, in linea al periodo 2018-2019. Per lo screening colon-rettale il valore complessivo è intorno al 30%, contro il 17% del 2020. Anche gli interventi chirurgici sono aumentati. I tumori alla mammella operati nel 2020, del 4,7% più bassi (-151 casi) rispetto al 2019, è risalito nel 2021 (+ 441 casi, +14,5%). Il -10,8% degli interventi per carcinomi del colon-retto del 2020 sul 2019 è cresciuto dell’11,9% nel 2021, a confronto con il 2020. «L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti», ammette Saverio Cinieri, presidente Aiom. La questione è complessa e in divenire: per la crisi pandemica, solo in oncologia, sono saltati del 30% circa gli screening, le visite e gli interventi. I danni che vediamo oggi sono solo la punta di un iceberg. «Mai come adesso è necessario offrire le pratiche migliori di prevenzione, cura e assistenza», evidenzia lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del report, «questi ritardi sicuramente influiranno sull’incidenza futura delle patologie neoplastiche», ammette il ministro, sottolineando l’importanza di investire sugli stili di vita. «Il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche», scrive, «possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili». Certo, ma per recuperare velocemente il terreno perso su prevenzione e cure oncologiche a causa del Covid-19, servirebbe anche qualcosa in più. «È necessario abbattere quanto più possibile i tempi di accesso alle prestazioni», suggerisce Tonino Aceti, presidente di Salutequità, «è fondamentale che nella prossima legge di Bilancio siano rifinanziate le misure per il recupero delle liste d’attesa. Si approvi velocemente il decreto tariffe sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) per ridurre le disuguaglianze e includere nei Lea, ad esempio, i Next generation sequencing (Ngs)», test genetici che permettono cure mirate sul tumore, ma che sono a disposizione di meno della metà dei pazienti che potrebbero beneficiarne.
La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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