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2020-10-08
Gli amici delle Ong in cortocircuito. Pressing sul Viminale per lo ius soli
Elly Schlein (Ansa)
Cortocircuito a sinistra: un governo che era nato contro la presunta «ferocia» delle politiche sull'immigrazione di Matteo Salvini, si ritrova a dover maneggiare un caso di patente ed estrema violazione dei diritti umani, la tragica morte del quindicenne Abou, denutrito, con segni sul corpo di precedente tortura, rimasto per dodici giorni sulla nave quarantena Allegra.
Il primo lato della questione è fin troppo facile da mettere a fuoco. Stavolta, essendoci la sinistra al potere ed essendo impossibile dare la colpa agli odiati sovranisti, giornaloni e mainstream media tengono bassa la questione, e, quando proprio sono costretti ad affrontarla, la trattano con inconsueta delicatezza e con toni finalmente adeguati, cioè sobri e addolorati. Non serve particolare fantasia per immaginare - a parti invertite - cosa sarebbe accaduto se al Viminale, al posto di Luciana Lamorgese (che ovviamente qui ci guardiamo bene dal colpevolizzare), sedesse ancora il «cattivo» Salvini: la notizia avrebbe occupato ore intere di programmazione televisiva, l'apertura di tutti i telegiornali, le prime pagine dei quotidiani pressoché senza eccezione, con gara di sdegno, corsa alla strumentalizzazione, ampio concorso di intellettuali veri o presunti, e il tentativo (inutile negarlo: sappiamo tutti che sarebbe andata così) di scagliare contro Salvini il corpo martoriato di un ragazzo che invece merita solo rispetto, dolore profondo per una tragedia assoluta, e - per chi crede - il conforto di una preghiera. Nel frattempo Leoluca Orlando, già fiero avversario di Salvini, ha annunciato che, se la Procura dovesse chiedere un rinvio a giudizio per i responsabili della morte di Abou e ci fosse un processo, il Comune di Palermo si costituirà parte civile. Scordandosiche al governo c'è la sua maggioranza.
E la cartina tornasole di questa cattiva coscienza si ritrova anche sui social network: per tutta la giornata di ieri (a meno di nostri errori e omissioni sempre possibili) non abbiamo trovato gli interventi dei professionisti dell'indignazione a senso unico, dei twittatori compulsivi, degli intellettuali firma-appelli, dei vipponi anti-Salvini, degli scrittori «impegnati». Non una parola, non una sillaba, non un sospiro: semmai, un eloquente imbarazzo e un rumoroso silenzio.
Il secondo lato della questione (e qui sta il cortocircuito) è invece il tono altissimo, il rilancio perenne, l'asticella sempre più innalzata, il gioco al «più uno», la gara all'incontentabilità, su ogni altro aspetto della regolamentazione dell'immigrazione. Il governo fa a pezzi i decreti Salvini (peraltro alle spalle degli elettori, cioè a urne appena chiuse)? Immediatamente, c'è chi scende in campo per gridare che «non basta», che «ci vuole di più», che è «solo una prima e parziale tappa». Tra le prime, Elly Schlein, vicepresidente della giunta dell'Emilia-Romagna, che dà atto al suo governo del risultato («un passo avanti») ma subito alza il tiro: «La legge sulla cittadinanza è superata, ora serve lo ius soli». Intervistata dalla Stampa, lamenta le «tante ambiguità» che restano nella linea di governo e tuona: «Non si possono criminalizzare le Ong».
E resta sulle barricate pure padre Alex Zanotelli, anche lui non placato dall'intervento governativo sui decreti Salvini: «Un piccolo passo avanti, ma è davvero troppo poco contro quei decreti, un distillato di razzismo di stato», dice all'Adnkronos. Poi il comboniano passa a psicanalizzare i grillini: «Certo, qualcosa sta cambiando ma credo che tra i 5 stelle ci sia ancora il dissenso da parte dell'anima che ha favorito Salvini. […] È grave che rimanga dentro questa roba, non è tollerabile, bisogna urlarlo con forza. […] Ancora più grave poi continuare a finanziare la guardia costiera libica». Morale: la mobilitazione prosegue, e Zanotelli fa sapere che la prossima settimana (il 14 ottobre) sarà davanti alla Camera per quello che definisce «il digiuno di giustizia con i migranti».
L'obiettivo è fin troppo chiaro: creare un clima favorevole al colpo di mano parlamentare, affinché, quando giungerà in Aula per la conversione il decreto legge con cui il governo rivede le norme salviniane, si tenti con emendamenti parlamentari un ulteriore mega rilancio, alzando ancora la posta (con lo ius soli o la variante - più che altro lessicale - dello ius culturae) e conducendo al traguardo un capovolgimento a centottanta gradi delle politiche in materia di immigrazione e cittadinanza. Altro che mero «ritocco» dei decreti, altro che mero «recepimento» dei rilievi con cui Sergio Mattarella aveva accompagnato la promulgazione delle vecchie norme. Ora che la finestra elettorale è chiusa per un bel pezzo, la mobilitazione crescerà per indurre il Pd a fare il colpaccio e per forzare i grillini a ingoiare un rovesciamento integrale di ciò che avevano co-deciso ai tempi del governo gialloblù.
Ma proprio questo prevedibilissimo pressing, proprio questa scontata forzatura, proprio questa accelerazione che è già scritta nelle cose, rende ancora più evidente il contrasto con la cortina di silenzio che sta coprendo - a sinistra - la tragica morte del povero Abou. Stavolta, niente hashtag virali e solidali sui social network, niente paginoni umanitari, nessuna mobilitazione politica nazionale, né fisica né online. Per molti, meglio attendere che la terribile notizia sia dimenticata.
Più clandestini, «Repubblica» esulta
Evviva, arrivano i clandestini. Depurando la notizia della retorica, il titolo di prima pagina di Repubblica di ieri può essere riassunto così. «Meno profughi, più lavoratori. La nuova Italia dei migranti», si legge.
Non si capisce bene cosa voglia dire, ma potrebbe sembrare un fatto positivo: in fondo arrivano «più lavoratori», e il lavoro è una cosa buona, no? Il titolo all'interno è più chiaro: «Sbarchi, meno profughi più migranti economici. L'invasione che non c'è». Ah, ecco. I «lavoratori» erano semplicemente i «migranti economici». Cioè gente che non fugge da nessuna guerra e non ha alcun titolo per stare qui, tant'è che anche il tanto strombazzato «nuovo patto di Dublino» prevede che debbano essere rimpatriati. Insomma, arrivano più clandestini, ma Repubblica sembra contenta. Sbarcano meno persone che qualche motivo per partire potrebbero anche avercelo e che magari, una volta cessata l'emergenza umanitaria che li ha fatti fuggire, potrebbero tornare a casa, ma in compenso ci ritroviamo più gente in cerca di fortuna. Eccolo, il successone da sbattere in prima pagina.
Ma andiamo a vedere nel dettaglio. Repubblica, dopo aver visionato «i report riservati del governo sull'immigrazione irregolare, riferiti agli ultimi cinque anni e aggiornati a lunedì 5 ottobre» (cosa siano questi «report riservati» non è però chiarissimo), è giunta alla conclusione che «non c'è alcuna emergenza immigrazione, non c'è alcuna invasione», come scrive Fabio Tonacci. Vediamo dunque i numeri: «Gli arrivi sulle coste italiane registrati nel 2020 sono di poco superiori a 24.000, ossia sui livelli del 2018: lontanissimi, dunque, dagli anni veramente difficili del quadriennio 2014-2017 quando si toccò il picco di 181.436 sbarcati (2016), la maggior parte dei quali (162.000) in fuga da un solo Paese, la Libia».
Dunque si afferma che non c'è più una «invasione» perché non siamo più sui livelli del quadriennio 2014-2017. Dobbiamo dedurne che in quegli «anni veramente difficili», invece, l'invasione ce l'abbiamo avuta davvero? Ammissione tardiva, ma comunque benvenuta. Si noterà, peraltro, che i nuovi arrivati vanno ovviamente ad aggiungersi a quelli arrivati negli «anni veramente difficili», salvo i pochi rimpatriati e chi è andato nel Nord Europa, quindi non si capisce bene di che cantare vittoria. Oltre al fatto che le espressioni «invasione» ed «emergenza immigrazione» designano concetti politici, non statistici, ed è quindi del tutto opinabile che 24.000 arrivi in 9 mesi rappresentino o meno un'invasione.
Ad ogni modo, se i flussi diminuiscono, di chi sarà il merito? Di Minniti, del Covid, di chiunque, ma ovviamente non di Salvini. Il primo calo si ebbe infatti nel 2015, «per effetto della politica di governo dei flussi dell'allora ministro Marco Minniti», spiega Tonacci. Che poi cita Chiara Cardoletti, rappresentante dell'Alto commissariato Onu dei rifugiati per l'Italia: «Le oscillazioni degli ingressi che si sono avute poi tra il 2018 e il 2020 non sono la conseguenza dell'entrata in vigore dei decreti sicurezza di Salvini, ma derivano da fattori esterni, che riguardano ciò che è successo nei Paesi di partenza». Ma non è forse vero che al 5 ottobre del 2019, appena caduti i gialloblù, gli sbarcati erano stati 7.894 e quest'anno sono 24.332, cioè più del triplo? Sì, ma anche qui non c'entra nulla Salvini: ha fatto tutto il Covid. Anzi, per il ricercatore dell'Ispi Matteo Villa, «nell'estate 2019, appena entrato in vigore il decreto sicurezza bis, le partenze dal Nord Africa erano persino aumentate». Tra un po' processeranno Salvini per averli aperti, i porti.
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La sinistra voleva discontinuità sul tema dei migranti ma si ritrova a fare i conti con la tragedia di Palermo. E allora, da padre Alex Zanotelli a Elly Schlein, scatta la richiesta di ulteriori fughe in avanti per la cittadinanza.Il quotidiano Repubblica annuncia raggiante in prima pagina: «Meno profughi, più lavoratori». Ma in realtà si riferisce a chi è entrato in Italia irregolarmente in cerca di fortuna.Lo speciale contiene due articoli.Cortocircuito a sinistra: un governo che era nato contro la presunta «ferocia» delle politiche sull'immigrazione di Matteo Salvini, si ritrova a dover maneggiare un caso di patente ed estrema violazione dei diritti umani, la tragica morte del quindicenne Abou, denutrito, con segni sul corpo di precedente tortura, rimasto per dodici giorni sulla nave quarantena Allegra. Il primo lato della questione è fin troppo facile da mettere a fuoco. Stavolta, essendoci la sinistra al potere ed essendo impossibile dare la colpa agli odiati sovranisti, giornaloni e mainstream media tengono bassa la questione, e, quando proprio sono costretti ad affrontarla, la trattano con inconsueta delicatezza e con toni finalmente adeguati, cioè sobri e addolorati. Non serve particolare fantasia per immaginare - a parti invertite - cosa sarebbe accaduto se al Viminale, al posto di Luciana Lamorgese (che ovviamente qui ci guardiamo bene dal colpevolizzare), sedesse ancora il «cattivo» Salvini: la notizia avrebbe occupato ore intere di programmazione televisiva, l'apertura di tutti i telegiornali, le prime pagine dei quotidiani pressoché senza eccezione, con gara di sdegno, corsa alla strumentalizzazione, ampio concorso di intellettuali veri o presunti, e il tentativo (inutile negarlo: sappiamo tutti che sarebbe andata così) di scagliare contro Salvini il corpo martoriato di un ragazzo che invece merita solo rispetto, dolore profondo per una tragedia assoluta, e - per chi crede - il conforto di una preghiera. Nel frattempo Leoluca Orlando, già fiero avversario di Salvini, ha annunciato che, se la Procura dovesse chiedere un rinvio a giudizio per i responsabili della morte di Abou e ci fosse un processo, il Comune di Palermo si costituirà parte civile. Scordandosiche al governo c'è la sua maggioranza. E la cartina tornasole di questa cattiva coscienza si ritrova anche sui social network: per tutta la giornata di ieri (a meno di nostri errori e omissioni sempre possibili) non abbiamo trovato gli interventi dei professionisti dell'indignazione a senso unico, dei twittatori compulsivi, degli intellettuali firma-appelli, dei vipponi anti-Salvini, degli scrittori «impegnati». Non una parola, non una sillaba, non un sospiro: semmai, un eloquente imbarazzo e un rumoroso silenzio.Il secondo lato della questione (e qui sta il cortocircuito) è invece il tono altissimo, il rilancio perenne, l'asticella sempre più innalzata, il gioco al «più uno», la gara all'incontentabilità, su ogni altro aspetto della regolamentazione dell'immigrazione. Il governo fa a pezzi i decreti Salvini (peraltro alle spalle degli elettori, cioè a urne appena chiuse)? Immediatamente, c'è chi scende in campo per gridare che «non basta», che «ci vuole di più», che è «solo una prima e parziale tappa». Tra le prime, Elly Schlein, vicepresidente della giunta dell'Emilia-Romagna, che dà atto al suo governo del risultato («un passo avanti») ma subito alza il tiro: «La legge sulla cittadinanza è superata, ora serve lo ius soli». Intervistata dalla Stampa, lamenta le «tante ambiguità» che restano nella linea di governo e tuona: «Non si possono criminalizzare le Ong». E resta sulle barricate pure padre Alex Zanotelli, anche lui non placato dall'intervento governativo sui decreti Salvini: «Un piccolo passo avanti, ma è davvero troppo poco contro quei decreti, un distillato di razzismo di stato», dice all'Adnkronos. Poi il comboniano passa a psicanalizzare i grillini: «Certo, qualcosa sta cambiando ma credo che tra i 5 stelle ci sia ancora il dissenso da parte dell'anima che ha favorito Salvini. […] È grave che rimanga dentro questa roba, non è tollerabile, bisogna urlarlo con forza. […] Ancora più grave poi continuare a finanziare la guardia costiera libica». Morale: la mobilitazione prosegue, e Zanotelli fa sapere che la prossima settimana (il 14 ottobre) sarà davanti alla Camera per quello che definisce «il digiuno di giustizia con i migranti». L'obiettivo è fin troppo chiaro: creare un clima favorevole al colpo di mano parlamentare, affinché, quando giungerà in Aula per la conversione il decreto legge con cui il governo rivede le norme salviniane, si tenti con emendamenti parlamentari un ulteriore mega rilancio, alzando ancora la posta (con lo ius soli o la variante - più che altro lessicale - dello ius culturae) e conducendo al traguardo un capovolgimento a centottanta gradi delle politiche in materia di immigrazione e cittadinanza. Altro che mero «ritocco» dei decreti, altro che mero «recepimento» dei rilievi con cui Sergio Mattarella aveva accompagnato la promulgazione delle vecchie norme. Ora che la finestra elettorale è chiusa per un bel pezzo, la mobilitazione crescerà per indurre il Pd a fare il colpaccio e per forzare i grillini a ingoiare un rovesciamento integrale di ciò che avevano co-deciso ai tempi del governo gialloblù. Ma proprio questo prevedibilissimo pressing, proprio questa scontata forzatura, proprio questa accelerazione che è già scritta nelle cose, rende ancora più evidente il contrasto con la cortina di silenzio che sta coprendo - a sinistra - la tragica morte del povero Abou. Stavolta, niente hashtag virali e solidali sui social network, niente paginoni umanitari, nessuna mobilitazione politica nazionale, né fisica né online. Per molti, meglio attendere che la terribile notizia sia dimenticata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-amici-delle-ong-in-cortocircuito-pressing-sul-viminale-per-lo-ius-soli-2648134522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-clandestini-repubblica-esulta" data-post-id="2648134522" data-published-at="1602118274" data-use-pagination="False"> Più clandestini, «Repubblica» esulta Evviva, arrivano i clandestini. Depurando la notizia della retorica, il titolo di prima pagina di Repubblica di ieri può essere riassunto così. «Meno profughi, più lavoratori. La nuova Italia dei migranti», si legge. Non si capisce bene cosa voglia dire, ma potrebbe sembrare un fatto positivo: in fondo arrivano «più lavoratori», e il lavoro è una cosa buona, no? Il titolo all'interno è più chiaro: «Sbarchi, meno profughi più migranti economici. L'invasione che non c'è». Ah, ecco. I «lavoratori» erano semplicemente i «migranti economici». Cioè gente che non fugge da nessuna guerra e non ha alcun titolo per stare qui, tant'è che anche il tanto strombazzato «nuovo patto di Dublino» prevede che debbano essere rimpatriati. Insomma, arrivano più clandestini, ma Repubblica sembra contenta. Sbarcano meno persone che qualche motivo per partire potrebbero anche avercelo e che magari, una volta cessata l'emergenza umanitaria che li ha fatti fuggire, potrebbero tornare a casa, ma in compenso ci ritroviamo più gente in cerca di fortuna. Eccolo, il successone da sbattere in prima pagina. Ma andiamo a vedere nel dettaglio. Repubblica, dopo aver visionato «i report riservati del governo sull'immigrazione irregolare, riferiti agli ultimi cinque anni e aggiornati a lunedì 5 ottobre» (cosa siano questi «report riservati» non è però chiarissimo), è giunta alla conclusione che «non c'è alcuna emergenza immigrazione, non c'è alcuna invasione», come scrive Fabio Tonacci. Vediamo dunque i numeri: «Gli arrivi sulle coste italiane registrati nel 2020 sono di poco superiori a 24.000, ossia sui livelli del 2018: lontanissimi, dunque, dagli anni veramente difficili del quadriennio 2014-2017 quando si toccò il picco di 181.436 sbarcati (2016), la maggior parte dei quali (162.000) in fuga da un solo Paese, la Libia». Dunque si afferma che non c'è più una «invasione» perché non siamo più sui livelli del quadriennio 2014-2017. Dobbiamo dedurne che in quegli «anni veramente difficili», invece, l'invasione ce l'abbiamo avuta davvero? Ammissione tardiva, ma comunque benvenuta. Si noterà, peraltro, che i nuovi arrivati vanno ovviamente ad aggiungersi a quelli arrivati negli «anni veramente difficili», salvo i pochi rimpatriati e chi è andato nel Nord Europa, quindi non si capisce bene di che cantare vittoria. Oltre al fatto che le espressioni «invasione» ed «emergenza immigrazione» designano concetti politici, non statistici, ed è quindi del tutto opinabile che 24.000 arrivi in 9 mesi rappresentino o meno un'invasione. Ad ogni modo, se i flussi diminuiscono, di chi sarà il merito? Di Minniti, del Covid, di chiunque, ma ovviamente non di Salvini. Il primo calo si ebbe infatti nel 2015, «per effetto della politica di governo dei flussi dell'allora ministro Marco Minniti», spiega Tonacci. Che poi cita Chiara Cardoletti, rappresentante dell'Alto commissariato Onu dei rifugiati per l'Italia: «Le oscillazioni degli ingressi che si sono avute poi tra il 2018 e il 2020 non sono la conseguenza dell'entrata in vigore dei decreti sicurezza di Salvini, ma derivano da fattori esterni, che riguardano ciò che è successo nei Paesi di partenza». Ma non è forse vero che al 5 ottobre del 2019, appena caduti i gialloblù, gli sbarcati erano stati 7.894 e quest'anno sono 24.332, cioè più del triplo? Sì, ma anche qui non c'entra nulla Salvini: ha fatto tutto il Covid. Anzi, per il ricercatore dell'Ispi Matteo Villa, «nell'estate 2019, appena entrato in vigore il decreto sicurezza bis, le partenze dal Nord Africa erano persino aumentate». Tra un po' processeranno Salvini per averli aperti, i porti.
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Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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