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2020-05-22
Ma Gualtieri sulle aste
ha tirato il freno. Perché?
Roberto Gualtieri (Ansa)
Perché il Tesoro ha tirato il freno nelle settimane più delicate dell'emergenza Covid? Come mai, mentre i nostri partner aumentavano le aste per scongiurare strette di liquidità, il Mef è andato in senso opposto? Ecco le cifre che rendono ineludibile la domanda, a maggior ragione visto il successo del collocamento dei Btp Italia, che hanno portato 22,3 miliardi. Se a questi ultimi sommassimo anche gli ulteriori 12 di domanda potenziale non soddisfatta, saliremmo a quasi 35 miliardi di incasso per lo Stato. In soli 4 giorni. Senza missioni di monitoraggio, senza verifiche post programma, senza analisi di sostenibilità del debito, senza condizioni poste in ordine alla destinazione di quelle somme. Potremmo costruire nuovi ospedali a prescindere dalle spese sostenute per la crisi da Covid 19 oppure fare assunzioni per rinforzare gli organici di medici e infermieri ridotti all'osso da anni di tagli - in termini di mancata fisiologica crescita - al bilancio del Servizio sanitario nazionale. Il tutto nel pieno esercizio dei poteri del governo e del Parlamento. Invece da mesi il dibattito appare paralizzato dalla discussione su uno strumento di finanziamento, come il Mes, concepito per Paesi sull'orlo del fallimento, i cui titoli del debito pubblico non trovano compratori.
Ieri abbiamo documentato l'inspiegabile esitazione nelle emissioni di titoli pubblici avvenuta a marzo. Con i rimborsi (58 miliardi) che hanno superato le emissioni (35 miliardi) per ben 23 miliardi. Nel momento del maggior bisogno, con titoli in scadenza per 58 miliardi, il Tesoro ha pensato bene di procedere con il freno tirato e fare leva sulle disponibilità liquide ridottesi al minimo dai tempi della crisi dello spread di fine 2011.
Che a marzo ci siano stati sobbalzi di notevole entità sui flussi finanziari riguardanti il nostro Paese è stato confermato anche dai dati relativi alla bilancia dei pagamenti pubblicati da Bankitalia. Vendite nette per 51 miliardi di titoli pubblici da parte degli stranieri, oltre a 13 miliardi in azioni e obbligazioni private. Ma soprattutto il primo dato va letto congiuntamente con le mancate emissioni del Tesoro. In altre parole, come accade ogni anno in agosto, se i rimborsi di titoli superano le emissioni, cos'altro possono fare gli stranieri se non alleggerirsi di nostri titoli pubblici? Abbiamo quindi ritenuto opportuno allargare l'orizzonte di osservazione e comparare le emissioni di titoli pubblici italiani sia con gli anni precedenti sia, soprattutto, con quelle degli altri tre maggiori Paesi dell'eurozona (Germania, Francia e Spagna).
I risultati avvalorano i peggiori dubbi sulle tensioni e i tentennamenti che ci sono stati in quelle settimane a Roma, tra via Nazionale e via XX Settembre.
Nel primo trimestre 2020, le emissioni nette italiane sono state pari alla modesta cifra di 13 miliardi. Negli stessi mesi Germania, Spagna e Francia, mietevano a piene mani raccogliendo rispettivamente 33, 24 e 64 miliardi. Il dato della Spagna, rispetto a quello dell'Italia, risulta ancora più clamoroso, considerando che il debito italiano (in cifra assoluta) è circa il doppio di quello spagnolo e quello francese è quasi uguale. Ma l'anomalia dei 13 miliardi del primo trimestre risulta ancora più evidente facendo il confronto con il primo trimestre del 2019 e del 2018, quando l'Italia effettuò emissioni nette, rispettivamente, per ben 48 e 35 miliardi. Confrontando il primo trimestre 2020 rispetto a quello dell'anno precedente, le emissioni nette francesi sono cresciute da 48 a 64 miliardi, quelle spagnole da 22 a 24 miliardi, quelle tedesche esplose da 10 a 33 miliardi. Solo noi siamo rimasti al palo.
Finalmente ad aprile, soprattutto nella seconda quindicina, il Tesoro ha battuto un colpo. Le emissioni nette sono salite a 37 miliardi e quelle lorde a 66 miliardi. Un dato sicuramente rilevante, ma ancora inferiore a quello della Francia che ha emesso titoli per 95 miliardi. Nel frattempo il nostro governo, con un Paese già proiettato verso un calo del Pil annuale intorno al 10-12% (qualcosa come 170 miliardi) si baloccava ancora con una richiesta di maggior indebitamento per soli 20 miliardi.
I dati, reperibili sul dabatase della Bce, rivelano ancora un altro aspetto interessante. Il tasso nominale medio del nostro debito è pari al 2,6%, ma le nuove emissioni hanno un tasso medio che da gennaio decresce fino allo 0,4% di aprile, mentre i titoli rimborsati hanno un tasso medio del 1,4%. C'è un'occasione d'oro per mettere fieno in cascina, facendo entrare titoli con rendimenti storicamente bassissimi.
Ma qui arriva il convitato di pietra: il Presidente della Bce, Christine Lagarde. Pur con tutti i limiti «autoimposti» - ma dopo le sentenze della Corte di giustizia Ue e della Corte di Karlsruhe sull'Omt (2015-2016) e sul Qe nel (2018-2020), sappiamo che sono limiti superati i quali l'azione della Bce sarebbe giudicata in violazione dei Trattati - senza la Bce la speculazione martellerebbe senza pietà sul debito italiano. È lo «short» perfetto. Il programma Pspp partito a novembre 2019, ma rinforzato considerevolmente a marzo col Pepp, ha fatto registrare acquisti settimanali consistenti sin dalla seconda metà di marzo, fino a giungere a circa 45 miliardi medi settimanali a maggio. Su 26 miliardi di acquisti di debito degli Stati membri di aprile, il debito italiano ha fatto la parte del leone con 11 miliardi, il 42%. Il programma Pepp è arrivato a 182 miliardi al 15 maggio e conosceremo a breve la quota italiana.
Pur con molte remore e limitazioni, la Bce sta svolgendo il suo ruolo da tempo. Perché, se la fontana era aperta, il cavallo non è stato portato ad abbeverarsi? Lo si vuole condurre verso la pozza maleodorante del Mes?
In 4 giorni con i Btp avremmo potuto incassare come con il Salvastati
l Btp Italia anti Covid ha permesso al Tesoro di raccogliere in soli 4 giorni più di 22 miliardi di euro. Accettando le domande non accolte sarebbe arrivato quasi a 35 miliardi, più o meno la cifra promessa dal Mes, il fondo Salvastati. I sostenitori duri e puri dell'Europa sostengono che solo uno Stato sciocco preferisce andare sul mercato domestico e approvvigionarsi con un tasso dell'1,4%, quanto può ottenere soldi dal Mes a un tasso dello 0,1%. La differenza però sta nel fatto che nel secondo caso ci sono numerose condizioni, riassumibili nel fatto che il denaro può essere usato esclusivamente per il comparto sanitario e che impone una verifica ad ampio spettro da parte della ex Troika.
debito pubblico
È vero, gli ultimi governi sono stati un disastro i materia di debito pubblico. In generale, tutti gli italiani sono un disastro in materia di debito pubblico, per il semplice fatto che tutti noi abbiamo subito l'aumento delle tasse e ci siamo fatti fregare dalla bufala degli evasori che contribuiscono a peggiorare la situazione debitoria. Il risultato finale è che siamo arrivati ad affrontare la pandemia con il fardello più pesante dentro il perimetro dell'euro. Consegnare però le chiavi di casa ad altri significa non vedersele più restituire. Lo insegna la storia. Ecco che dall'altra parte si apre la strada della ricchezza privata. E quanto sta accadendo in questi giorni spiega come il risparmio possa essere un salvagente, seppur pieno di pericoli. Lo Stato italiano è certamente costretto a garantire ai cittadini che gli prestano i soldi un rendimento un po' più goloso. In compenso, ottiene la stabilità che il mare aperto delle aste non garantirebbe. Non a caso chi ha acquistato i Btp Italia otterrà un premio se non vende prima della scadenza. Ma il contentino dell'8 per mille non è il solo vantaggio. I Btp Italia sono nei fatti una protezione dalla patrimoniale. Qui sta l'equilibrio delicato della politica.
Se ci fidassimo di chi ci governa, avremmo probabilmente già risolto il problema del debito pubblico. Su 2.400 miliardi investiti e di proprietà degli italiani basterebbe metterne 500 in una emissione extra e tutto rientrerebbe. Solo che i contribuenti temono (a ragione) che in due anni tutta la cifra si possa sprecare, magari con maxi redditi di cittadinanza o altre regalie elettorali. Così si è costretti a procedere con una sorta di mediazione. E questo nei fatti è il Btp Italia. Fornire liquidità in modo volontario renderà molto meno probabile che a fine anno, in occasione della legge Finanziaria, venga applicata la patrimoniale. Come abbiamo già spiegato su queste colonne, non ci riferiamo al prelievo forzoso di Giuliano Amato, ma a ulteriori tasse o, peggio, (se ne discute al Mef) la conversione di una parte dei conti correnti in obbligazioni permanenti. Queste - è bene spiegarlo - non garantirebbero alcun vantaggio a chi le detiene, ma solo a chi le emette.
Purtroppo chi elogia la bontà del Mes dimentica che il costo del denaro non è tutto. Il rischio patrimoniale con il Mes non diminuisce, ma aumenta. Dunque dove starebbe il vantaggio per i cittadini italiani? La politica non è fatta solo di cedole e tassi, ma di valutazioni di pancia. E di scelte strategiche. Come ha sintetizzato bene il mese scorso in una lunga intervista Giovanni Bazoli che, ovviamente sul Corriere, ha sollecitato gli italiani a partecipare a una maxi emissione. E Bazoli non si può certo tacciare di sovranismo. È un banchiere che ha fatto tanta politica.
il capo di intesa
Non a caso ieri sul tema è intervenuto anche il capo di Intesa, Carlo Messina. «L'eccellente esito del collocamento del Btp Italia, con una considerevole sottoscrizione da parte degli investitori istituzionali e retail è la dimostrazione di quanto il debito italiano sia considerato sostenibile in un'ottica di medio e lungo periodo», ha spiegato, aggiungendo che «allo stesso tempo la forte domanda conferma l'elemento di forza rappresentato dal risparmio degli italiani. Quando si verificano le condizioni, il risparmio privato italiano manifesta interesse nei confronti del nostro debito pubblico, con l'effetto di stabilizzarlo ulteriormente e di migliorare le prospettive generali della nostra economia. Tanto più in un contesto che può godere di maggiore fiducia nell'evoluzione delle politiche europee come quello attuale». Come dire, prima ci si rafforza in casa, poi si cerca un dialogo in Europa. In sintesi, è meglio chiedere soldi quando se ne ha meno bisogno rispetto a quando si ha l'acqua alla gola. E in questi gironi il sistema bancario e pure quello del risparmio gestito si stanno muovendo compatti a favore della stabilità del nostro debito.
Ad esempio, Unicredit, per bypassare la situazione di mezzo lockdown, ha collocato il 43% dell'offerta per gli investitori individuali attraverso i canali digitali. Ed è tanto, perché il Btp è un tipico prodotto da sportello destinato alla clientela agée. Significa che anche la banca di Jean Pierre Mustier ha spinto il prodotto. E che il momento è maturo. Ieri, Assogestioni ha diffuso i dati della raccolta del trimestre. C'è stato un calo di 12 miliardi. Ma su una massa di oltre 2.140. Significa che non c'è alcuna fuga in atto. E che i margini per collocare Btp lungo la Penisola possono crescere ancor di più.
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Comparando le offerte dei titoli pubblici italiani con quelle fatte da Germania, Francia e Spagna emerge un dato inspiegabile: alla comparsa del coronavirus, tutti hanno accelerato, il nostro Tesoro invece è restato al palo. Perché questi tentennamenti?Raccolti dal Tesoro 22 miliardi, con le domande inevase sarebbero stati 35: quasi la cifra promessa dall'Ue Soldi non soggetti a condizioni e vincoli, a differenza di quelli prestati dal Meccanismo europeo di stabilitàLo speciale contiene due articoli Perché il Tesoro ha tirato il freno nelle settimane più delicate dell'emergenza Covid? Come mai, mentre i nostri partner aumentavano le aste per scongiurare strette di liquidità, il Mef è andato in senso opposto? Ecco le cifre che rendono ineludibile la domanda, a maggior ragione visto il successo del collocamento dei Btp Italia, che hanno portato 22,3 miliardi. Se a questi ultimi sommassimo anche gli ulteriori 12 di domanda potenziale non soddisfatta, saliremmo a quasi 35 miliardi di incasso per lo Stato. In soli 4 giorni. Senza missioni di monitoraggio, senza verifiche post programma, senza analisi di sostenibilità del debito, senza condizioni poste in ordine alla destinazione di quelle somme. Potremmo costruire nuovi ospedali a prescindere dalle spese sostenute per la crisi da Covid 19 oppure fare assunzioni per rinforzare gli organici di medici e infermieri ridotti all'osso da anni di tagli - in termini di mancata fisiologica crescita - al bilancio del Servizio sanitario nazionale. Il tutto nel pieno esercizio dei poteri del governo e del Parlamento. Invece da mesi il dibattito appare paralizzato dalla discussione su uno strumento di finanziamento, come il Mes, concepito per Paesi sull'orlo del fallimento, i cui titoli del debito pubblico non trovano compratori. Ieri abbiamo documentato l'inspiegabile esitazione nelle emissioni di titoli pubblici avvenuta a marzo. Con i rimborsi (58 miliardi) che hanno superato le emissioni (35 miliardi) per ben 23 miliardi. Nel momento del maggior bisogno, con titoli in scadenza per 58 miliardi, il Tesoro ha pensato bene di procedere con il freno tirato e fare leva sulle disponibilità liquide ridottesi al minimo dai tempi della crisi dello spread di fine 2011.Che a marzo ci siano stati sobbalzi di notevole entità sui flussi finanziari riguardanti il nostro Paese è stato confermato anche dai dati relativi alla bilancia dei pagamenti pubblicati da Bankitalia. Vendite nette per 51 miliardi di titoli pubblici da parte degli stranieri, oltre a 13 miliardi in azioni e obbligazioni private. Ma soprattutto il primo dato va letto congiuntamente con le mancate emissioni del Tesoro. In altre parole, come accade ogni anno in agosto, se i rimborsi di titoli superano le emissioni, cos'altro possono fare gli stranieri se non alleggerirsi di nostri titoli pubblici? Abbiamo quindi ritenuto opportuno allargare l'orizzonte di osservazione e comparare le emissioni di titoli pubblici italiani sia con gli anni precedenti sia, soprattutto, con quelle degli altri tre maggiori Paesi dell'eurozona (Germania, Francia e Spagna). I risultati avvalorano i peggiori dubbi sulle tensioni e i tentennamenti che ci sono stati in quelle settimane a Roma, tra via Nazionale e via XX Settembre.Nel primo trimestre 2020, le emissioni nette italiane sono state pari alla modesta cifra di 13 miliardi. Negli stessi mesi Germania, Spagna e Francia, mietevano a piene mani raccogliendo rispettivamente 33, 24 e 64 miliardi. Il dato della Spagna, rispetto a quello dell'Italia, risulta ancora più clamoroso, considerando che il debito italiano (in cifra assoluta) è circa il doppio di quello spagnolo e quello francese è quasi uguale. Ma l'anomalia dei 13 miliardi del primo trimestre risulta ancora più evidente facendo il confronto con il primo trimestre del 2019 e del 2018, quando l'Italia effettuò emissioni nette, rispettivamente, per ben 48 e 35 miliardi. Confrontando il primo trimestre 2020 rispetto a quello dell'anno precedente, le emissioni nette francesi sono cresciute da 48 a 64 miliardi, quelle spagnole da 22 a 24 miliardi, quelle tedesche esplose da 10 a 33 miliardi. Solo noi siamo rimasti al palo.Finalmente ad aprile, soprattutto nella seconda quindicina, il Tesoro ha battuto un colpo. Le emissioni nette sono salite a 37 miliardi e quelle lorde a 66 miliardi. Un dato sicuramente rilevante, ma ancora inferiore a quello della Francia che ha emesso titoli per 95 miliardi. Nel frattempo il nostro governo, con un Paese già proiettato verso un calo del Pil annuale intorno al 10-12% (qualcosa come 170 miliardi) si baloccava ancora con una richiesta di maggior indebitamento per soli 20 miliardi. I dati, reperibili sul dabatase della Bce, rivelano ancora un altro aspetto interessante. Il tasso nominale medio del nostro debito è pari al 2,6%, ma le nuove emissioni hanno un tasso medio che da gennaio decresce fino allo 0,4% di aprile, mentre i titoli rimborsati hanno un tasso medio del 1,4%. C'è un'occasione d'oro per mettere fieno in cascina, facendo entrare titoli con rendimenti storicamente bassissimi.Ma qui arriva il convitato di pietra: il Presidente della Bce, Christine Lagarde. Pur con tutti i limiti «autoimposti» - ma dopo le sentenze della Corte di giustizia Ue e della Corte di Karlsruhe sull'Omt (2015-2016) e sul Qe nel (2018-2020), sappiamo che sono limiti superati i quali l'azione della Bce sarebbe giudicata in violazione dei Trattati - senza la Bce la speculazione martellerebbe senza pietà sul debito italiano. È lo «short» perfetto. Il programma Pspp partito a novembre 2019, ma rinforzato considerevolmente a marzo col Pepp, ha fatto registrare acquisti settimanali consistenti sin dalla seconda metà di marzo, fino a giungere a circa 45 miliardi medi settimanali a maggio. Su 26 miliardi di acquisti di debito degli Stati membri di aprile, il debito italiano ha fatto la parte del leone con 11 miliardi, il 42%. Il programma Pepp è arrivato a 182 miliardi al 15 maggio e conosceremo a breve la quota italiana.Pur con molte remore e limitazioni, la Bce sta svolgendo il suo ruolo da tempo. Perché, se la fontana era aperta, il cavallo non è stato portato ad abbeverarsi? Lo si vuole condurre verso la pozza maleodorante del Mes?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-altri-aumentavano-le-aste-noi-dormivamo-2646056249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-4-giorni-con-i-btp-avremmo-potuto-incassare-come-con-il-salvastati" data-post-id="2646056249" data-published-at="1590097913" data-use-pagination="False"> In 4 giorni con i Btp avremmo potuto incassare come con il Salvastati l Btp Italia anti Covid ha permesso al Tesoro di raccogliere in soli 4 giorni più di 22 miliardi di euro. Accettando le domande non accolte sarebbe arrivato quasi a 35 miliardi, più o meno la cifra promessa dal Mes, il fondo Salvastati. I sostenitori duri e puri dell'Europa sostengono che solo uno Stato sciocco preferisce andare sul mercato domestico e approvvigionarsi con un tasso dell'1,4%, quanto può ottenere soldi dal Mes a un tasso dello 0,1%. La differenza però sta nel fatto che nel secondo caso ci sono numerose condizioni, riassumibili nel fatto che il denaro può essere usato esclusivamente per il comparto sanitario e che impone una verifica ad ampio spettro da parte della ex Troika. debito pubblico È vero, gli ultimi governi sono stati un disastro i materia di debito pubblico. In generale, tutti gli italiani sono un disastro in materia di debito pubblico, per il semplice fatto che tutti noi abbiamo subito l'aumento delle tasse e ci siamo fatti fregare dalla bufala degli evasori che contribuiscono a peggiorare la situazione debitoria. Il risultato finale è che siamo arrivati ad affrontare la pandemia con il fardello più pesante dentro il perimetro dell'euro. Consegnare però le chiavi di casa ad altri significa non vedersele più restituire. Lo insegna la storia. Ecco che dall'altra parte si apre la strada della ricchezza privata. E quanto sta accadendo in questi giorni spiega come il risparmio possa essere un salvagente, seppur pieno di pericoli. Lo Stato italiano è certamente costretto a garantire ai cittadini che gli prestano i soldi un rendimento un po' più goloso. In compenso, ottiene la stabilità che il mare aperto delle aste non garantirebbe. Non a caso chi ha acquistato i Btp Italia otterrà un premio se non vende prima della scadenza. Ma il contentino dell'8 per mille non è il solo vantaggio. I Btp Italia sono nei fatti una protezione dalla patrimoniale. Qui sta l'equilibrio delicato della politica. Se ci fidassimo di chi ci governa, avremmo probabilmente già risolto il problema del debito pubblico. Su 2.400 miliardi investiti e di proprietà degli italiani basterebbe metterne 500 in una emissione extra e tutto rientrerebbe. Solo che i contribuenti temono (a ragione) che in due anni tutta la cifra si possa sprecare, magari con maxi redditi di cittadinanza o altre regalie elettorali. Così si è costretti a procedere con una sorta di mediazione. E questo nei fatti è il Btp Italia. Fornire liquidità in modo volontario renderà molto meno probabile che a fine anno, in occasione della legge Finanziaria, venga applicata la patrimoniale. Come abbiamo già spiegato su queste colonne, non ci riferiamo al prelievo forzoso di Giuliano Amato, ma a ulteriori tasse o, peggio, (se ne discute al Mef) la conversione di una parte dei conti correnti in obbligazioni permanenti. Queste - è bene spiegarlo - non garantirebbero alcun vantaggio a chi le detiene, ma solo a chi le emette. Purtroppo chi elogia la bontà del Mes dimentica che il costo del denaro non è tutto. Il rischio patrimoniale con il Mes non diminuisce, ma aumenta. Dunque dove starebbe il vantaggio per i cittadini italiani? La politica non è fatta solo di cedole e tassi, ma di valutazioni di pancia. E di scelte strategiche. Come ha sintetizzato bene il mese scorso in una lunga intervista Giovanni Bazoli che, ovviamente sul Corriere, ha sollecitato gli italiani a partecipare a una maxi emissione. E Bazoli non si può certo tacciare di sovranismo. È un banchiere che ha fatto tanta politica. il capo di intesa Non a caso ieri sul tema è intervenuto anche il capo di Intesa, Carlo Messina. «L'eccellente esito del collocamento del Btp Italia, con una considerevole sottoscrizione da parte degli investitori istituzionali e retail è la dimostrazione di quanto il debito italiano sia considerato sostenibile in un'ottica di medio e lungo periodo», ha spiegato, aggiungendo che «allo stesso tempo la forte domanda conferma l'elemento di forza rappresentato dal risparmio degli italiani. Quando si verificano le condizioni, il risparmio privato italiano manifesta interesse nei confronti del nostro debito pubblico, con l'effetto di stabilizzarlo ulteriormente e di migliorare le prospettive generali della nostra economia. Tanto più in un contesto che può godere di maggiore fiducia nell'evoluzione delle politiche europee come quello attuale». Come dire, prima ci si rafforza in casa, poi si cerca un dialogo in Europa. In sintesi, è meglio chiedere soldi quando se ne ha meno bisogno rispetto a quando si ha l'acqua alla gola. E in questi gironi il sistema bancario e pure quello del risparmio gestito si stanno muovendo compatti a favore della stabilità del nostro debito. Ad esempio, Unicredit, per bypassare la situazione di mezzo lockdown, ha collocato il 43% dell'offerta per gli investitori individuali attraverso i canali digitali. Ed è tanto, perché il Btp è un tipico prodotto da sportello destinato alla clientela agée. Significa che anche la banca di Jean Pierre Mustier ha spinto il prodotto. E che il momento è maturo. Ieri, Assogestioni ha diffuso i dati della raccolta del trimestre. C'è stato un calo di 12 miliardi. Ma su una massa di oltre 2.140. Significa che non c'è alcuna fuga in atto. E che i margini per collocare Btp lungo la Penisola possono crescere ancor di più.
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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