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Giuseppi si improvvisa gran paciere e incassa lo schiaffone di Al Serraj

Giuseppi si improvvisa gran paciere e incassa lo schiaffone di Al Serraj
Ansa
  • Il premier convoca i due rivali a Palazzo Chigi, all'insaputa della Farnesina e grazie ai servizi. Ma il numero uno della Tripolitania si irrita e dà buca, su consiglio di Ankara. Un flop di cui Washington chiederà conto.
  • Tour africano per Luigi Di Maio mentre a Roma Giuseppe Conte lo esautora. Sul pasticcio giallorosso stavolta non ha colpe.

Lo speciale contiene due articoli.


Per chi ha le orecchie fini, ieri era possibile sentire gli scricchiolii dei vari corpi dello Stato. Da un lato la diplomazia tutta in viaggio tra Turchia ed Egitto, e dall'altro il premier, più mattarelliano che mai, a Roma nel tentativo di incontrare i due uomini forti della Libia. A fare da pontieri i servizi segreti, che avrebbero organizzato una sorta di trilaterale separata tra il generale Khalifa Haftar e il presidente di Tripoli, Fajez Al Serraj. Obiettivo fare da pacieri agli occhi del mondo. Risultato: flop totale. Al Serraj non si è presentato, una volta saputo che il generale di Bengasi era a Roma prima di lui. La diplomazia parallela dell'Aise stavolta si è infilata in un cul de sac.

Sarebbero stati i turchi a suggerire al numero uno della Tripolitania di non prendere l'aereo per l'Italia, ma ciò che conta è che l'iniziativa (quasi sicuramente non concordata con gli Usa) avrà serie ripercussioni interne ed esterne. Innanzitutto, qualcuno tirerà un linea sugli accordi Italia-Libia e sugli uomini che li hanno gestiti in continuità con la filosofia che è stata prima di Marco Minniti e poi di Matteo Salvini. Non è escluso che le frizioni che ieri hanno attraversato la capitale portino a una sorta di ritorno più o meno virtuale di ciò che è stato il Sisde, appunto prima che prendesse nome Aise. Al di là dei tecnicismi, il flop di ieri rischia di allontanare Giuseppe Conte e l'Italia ancora più dagli Usa. È circolata persino la folle ipotesi che il premier volesse far incontrare i due leader libici a loro insaputa, come fosse Raffaella Carrà a Carramba! Che sorpresa. Non vogliamo prendere in considerazione che sia vera, ma la circolazione stessa dell'ipotesi serve a intuire i veleni che si riverseranno nelle prossime ore, e al tempo stesso la situazione pericolosa in cui siamo messi.

Il flop - lo ribadiamo - finisce con il rafforzare Al Serraj e l'asse con la Turchia. Esattamente ciò che l'intelligence Usa voleva evitare. A riempire il corridoio di armi che andrà da Ankara a Tripoli saranno i russi, e non gli americani. Far saltare commesse miliardarie non aiuta a tenersi amica la Casa Bianca. Ciò dovrebbe spingere al contrario Conte a fare di tutto per non abbandonare la Libia a Recep Erdogan o trovare una soluzione a monte e non a valle. Cioè direttamente ad Ankara. Invece, non si capisce come ci stiamo muovendo. O quali siano i rapporti con la Francia in queste ore, mentre è chiaro che Parigi ci sta usando per fare il doppio gioco e barcamenarsi sotto traccia fino a che non avrà individuato il proprio posto al sole.

D'altronde, è anche difficile capire che senso avesse oggi recarsi in Egitto a trattare con il player che assieme a noi è uscito sconfitto dagli ultimi eventi geopolitici. Abdel Fattah Al Sisi non è più il dominus del Maghreb. E mettere assieme due debolezze (la nostra e quella egiziana) non serve a fare una forza. Anzi, al contrario, di solito ci si trascina verso il basso. Così ieri sera Di Maio era in compagnia dei ministri degli Esteri di Egitto, Francia, Cipro e Grecia. Ma nel vertice l'intesa non è stata trovata. L'Italia si è sfilata dal documento finale perché giudicato troppo duro con la Turchia e con il governo di Tripoli: lo stesso che contemporaneamente snobbava Conte.

«Non dobbiamo spaccare l'Unione europea in questo momento», ha detto Di Maio quasi vantandosi. «Il processo di Berlino non ci deve vedere sbilanciati da una sola parte, bensì in prima linea per dialogo e moderazione. Di Libia parliamo in Consiglio europeo venerdì». Queste dichiarazioni resteranno alla storia per l'inadeguatezza e per il Pd sono la goccia che dovrebbe far traboccare il vaso. Nell'intervista che il vice presidente Ue, Frans Timmermans, ha rilasciato al Corriere della Sera si dice espressamente che l'uomo giusto per mediare in Libia è Marco Minniti.

Il Pd non vuole più che i 5 stelle guidino la Farnesina. E il nome di Minniti non è per nulla casuale. Lui era al corrente del tentativo di far incontrare Haftar e Serraj a Roma. Un esito positivo sarebbe stato il trampolino giusto per tornare in Libia con i galloni e al tempo stesso riportare i 5 stelle in serie B. Adesso però sia la diplomazia sia i servizi di intelligence dovranno «andare in prigione» senza passare dal via. Che in questo caso significa tagliare qualche testa e far comprendere che l'atlantismo non è una dottrina opzionale per il nostro Paese. È l'unica strada che abbiamo di fronte.

Mischiare lotte politiche interne, lotte di servizi e cambi di casacca (internazionale) allo stesso momento è terribilmente pericoloso. Il presidente Sergio Mattarella dovrebbe saperlo e dare a chi conta al di fuori dei nostri confini qualche rassicurazione di sostanza. Non più di facciata.

Di Maio tagliato fuori, anche dalla figuraccia

Si sarebbe tentati di maramaldeggiare su Luigi Di Maio, la cui inadeguatezza è ormai leggendaria. Eppure, alla fine della surreale giornata di ieri, il titolare della Farnesina appariva quasi il meno colpevole del pasticcio.

Parliamoci chiaro, quella di Di Maio - ieri - è stata una specie di tragicommedia in Nord Africa: per tutto il giorno, post frenetici su Facebook (e anche su Instagram, il social network delle foto), con ampio codazzo di ambasciatori e collaboratori, mentre però le cose più importanti della giornata accadevano (e allo stesso tempo: non accadevano) nella sua Capitale, a Roma, dove il suo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva nel frattempo platealmente tentato di scavalcarlo, commissariarlo e umiliarlo.

Il piano di Conte era abbastanza chiaro. Forte della delega sui servizi (abilmente mantenuta a Palazzo Chigi) e probabilmente di un filo diretto con il Quirinale, il premier aveva provato - tramite canali separati dalla Farnesina - a fare il colpaccio: portare a Roma sia Haftar sia Al Serraj, accreditando sì una mediazione italiana, ma sua personale, non certo del povero Di Maio, disperso in Nord Africa.

E in effetti, è inutile girarci intorno: Di Maio appare sempre più unfit. Scaricato di fatto da Beppe Grillo; contestato dai suoi parlamentari; abbandonato da scissionisti di tutti i tipi; ignorato dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo; beccato in vacanza allo scoppio di una crisi; e infine respinto quando - due giorni fa - aveva provato a metter su in fretta e furia una missione europea a Tripoli, da dove gli avevano fatto sapere che poteva risparmiarsi il viaggio.

Circondato da ambasciatori e badanti di politica internazionale, il povero Di Maio aveva provato a non perdersi d'animo, prima inventandosi lo scioglilingua del «gruppo di contatto», poi facendo sfoggio - neanche fossero giocattoli nuovi - delle parole «escalation» e «de-escalation», quindi facendosi fotografare a cena con l'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, (l'unico a dargli un po' di retta, essendo irrilevante quasi quanto lui).

L'altro ieri, agitatissimo, Di Maio era volato a Bruxelles per un incontro con i suoi omologhi europei, e poi in Turchia per vedere Mevlut Cavusoglu, il ministro degli Esteri di Ankara. E già lì si era a un passo dal surreale: una specie di tavolo dei ragazzi, separato da quello degli adulti (Recep Erdogan e Vladimir Putin), che si sono visti per proprio conto ieri a Istanbul, ovviamente senza alcun bisogno di intermediari.

E infine, ieri, la missione africana, alla quale arriveremo tra un attimo. In mattinata, dopo la tentata rappresaglia iraniana in Iraq, Di Maio ha pubblicato un post su Facebook per «invitare entrambe le parti alla moderazione e alla responsabilità. Non è più accettabile tutto questo. Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo». Più le consuete frasette tratte dal lessico delle aspiranti Miss Italia: «Bisogna smetterla di vendere armi, bisogna fermare ogni interferenza esterna in Libia».

Più tardi, verso le 15 (proprio mentre Haftar entrava a Palazzo Chigi), un altro post per annunciare: «Appena atterrato a Il Cairo. Fra poco parteciperò a una riunione con i ministri degli Esteri di Egitto, Grecia, Cipro e Francia. Continuiamo a lavorare sulla Libia e sulla stabilità della regione». E a seguire un breve video del tavolo con i rappresentanti degli altri Paesi. Altre tappe sono annunciate in Algeria e Tunisia. Questo dunque il tour di Di Maio, su cui il ministro degli Esteri ha preannunciato, sempre ieri, che riferirà in Senato il 15 gennaio prossimo.

Tornando al piano di Conte, la logica era chiara e politicamente sadica ai danni del sempre più fragile capo politico M5s: far concentrare microfoni, taccuini e telecamere davanti al portone di Palazzo Chigi, con il povero Di Maio lontano e irrilevante, come un turista che pubblica sui social le noiose testimonianze dei suoi viaggi.

Ma il forfait serale di Al Serraj ha scombinato i progetti del premier, esponendolo a una figura ben peggiore di quella di Di Maio, irritando un'altra volta sia gli Usa sia gli altri maggiori player internazionali. Da questo punto di vista, nella debolezza e nell'irrilevanza generale, è stato proprio il titolare della Farnesina, ieri sera, a poter tirare un sospiro di sollievo: davanti alla prevedibile irritazione di Washington per l'alzata d'ingegno di Conte, il titolare della Farnesina potrà almeno dire: «Non ne sapevo nulla, hanno fatto tutto alle mie spalle».


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