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Renzi tiene ancora in pugno il Pd e vuole farlo alleare con Forza Italia

Renzi tiene ancora
 in pugno il Pd e vuole farlo alleare con Forza Italia
ANSA

Matteo Renzi è tornato. Anzi: come sospettavamo, non se n'è mai andato. Le sue dimissioni da segretario del Pd, come quelle da presidente del Consiglio, sono state una finta. Semplicemente l'ex premier si è messo di lato, ma nel Partito democratico è sempre lui a comandare, prova ne sia che nei posti chiave vengono nominati gli uomini suoi. Ieri, per esempio, il senatore semplice di Scandicci ha imposto come capogruppo a Palazzo Madama un fedelissimo come Andrea Marcucci.

Del resto non c'è da stupirsi. Nell'ora più buia, quando fu costretto a levarsi dai piedi dalle dimensioni della sconfitta elettorale, Renzi lasciò annunciando che anche dopo l'addio sarebbe sempre stato lui a dare le carte dentro il Pd. Ricordate? In pratica l'ex segretario disse che le dimissioni sarebbero state operative dal momento in cui si fossero insediate le nuove Camere e fosse stato nominato il nuovo governo. Solo dopo, una volta sicuro che tutto sarebbe stato fatto secondo i suoi desideri, se ne sarebbe andato. Tuttavia, mentre annunciava che si sarebbe fatto da parte, l'ex presidente del Consiglio dettò anche la linea, precisando che «il Pd sarebbe stato là dove lo hanno messo gli elettori, ossia all'opposizione». Ancora non si erano riuniti di organi del partito, né si era convocata un'assemblea della direzione o degli iscritti. Nessuno aveva ancora analizzato le cause della disfatta elettorale, per comprendere perché gli italiani avessero voltato le spalle al Pd. E però Renzi sapeva già come il Pd avrebbe dovuto comportarsi. Anzi: Renzi dettava la linea che il partito avrebbe adottato di lì in poi.

Non si era mai visto un dimissionario che getta la spugna e insieme il guanto di sfida, dicendo che lascia, ma rimane per vigilare. Di fronte alle proteste di quella che pareva l'ennesima piroetta, un'uscita di scena che preparava l'immediato rientro, il senatore semplice di Scandicci è poi stato costretto a formalizzare le dimissioni, lasciando le redini a Maurizio Martina. Tuttavia, anche dopo l'addio, mentre annunciava che per due anni non avrebbe parlato, Renzi teneva fede al suo schema di gioco. Mi dimetto, ma resto io il capo. Un po' come accadde quando, dopo la sconfitta referendaria, comunicò agli italiani le dimissioni scegliendosi il successore, in modo da poter continuare a tenere in pugno il governo del Paese, Renzi prova a guidare per interposte persone il partito. Per ora lo fa con i gruppi parlamentari, nominando persone che riferiscono direttamente a lui e che con lui dovranno fare i conti. Poi replicherà lo schema quando sarà l'ora di rinnovare i vertici del Pd, decidendo chi dovrà guidarlo nei prossimi mesi. In ogni caso, che la scelta ricada su Delrio o Paolo Gentiloni, sarà sempre il senatore semplice di Scandicci a tenere in mano le leve del comando.

Del resto, il giorno della direzione in cui il Pd doveva prendere atto delle dimissioni del suo segretario, Renzi, per oscurare il dibattito all'interno del partito, se ne uscì con un'intervista al Corriere della Sera che era tutto un programma. Non solo scaricava su altri (il presidente della Repubblica e Gentiloni) le ragioni della débacle, ma aggiungeva una frase sibillina: «La ruota gira e la rivincita arriverà prestissimo». La dimostrazione è stata data ieri: il senatore semplice non se n'è andato ma tesse la sua tela e, soprattutto, i suoi intrighi. Occhio, dunque: con lui bisognerà ancora fare i conti. Purtroppo non solo nel Pd, ma forse anche in Parlamento, visto che Renzi non ha affatto abbandonato l'intenzione di trovare un accordo con Silvio Berlusconi e rientrare in qualche nodo nella partita del governo giocando di sponda con il centrodestra.

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