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2021-02-17
I giallorossi scavano una trincea anti Lega
Giorgio Mulè (Fi), in corsa per il dicastero del Turismo (Ansa)
Al Senato nasce l'intergruppo giallorosso: i capigruppo di Pd, M5s e Leu, Andrea Marcucci, Ettore Licheri e Loredana De Petris, annunciano «la costituzione di un intergruppo parlamentare che, a partire dall'esperienza positiva del governo Conte 2, promuova iniziative comuni sulle grandi sfide del Paese, dall'emergenza sanitaria, economica e sociale fino alla transizione ecologica e alla innovazione digitale». L'iniziativa è giudicata «giusta e opportuna» dall'ex premier Giuseppe Conte. «In questa fase», commenta Giuseppi, «è ancora più urgente l'esigenza di costruire spazi e percorsi di riflessione che valorizzino il lavoro comune già svolto e contribuiscano a indirizzare la svolta ecologica e digitale e le riforme nel segno di una maggiore equità e inclusione sociale. Le forze che hanno già proficuamente lavorato insieme», esagera Conte, «devono nutrire la loro visione democratica e solidaristica con proposte concrete e con traiettorie riformatrici ben chiare, in modo da alimentare questo patrimonio comune e da affinare una condivisione di intenti e di obiettivi. È questo il modo migliore per affrontare il voto di fiducia al nuovo governo».
Lo schema che hanno in mente i tre partiti della ex maggioranza è evidente: connotare politicamente a sinistra il governo Draghi, sottomettendone le scelte a questo gruppone variopinto che conta ben 130 senatori, e dunque contraddicendo lo spirito di un esecutivo privo di connotazioni politiche, auspicato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al tempo stesso provocare un «fallo di reazione» della Lega di Matteo Salvini.
Intanto, la corsa agli incarichi di viceministro e sottosegretario impazza. Partiamo dal Pd. In pole position per la carica di sottosegretario alla Giustizia c'è Valeria Valente, senatrice napoletana; un posto di sottogoverno potrebbe andare a Piero De Luca, deputato salernitano, nonché figlio del presidente della Regione Campania, Vincenzo. Le conferme rispetto al Conte due dovrebbero essere Simona Malpezzi ai Rapporti col Parlamento e Lorenza Bonaccorsi ai Beni culturali e Antonio Misiani all'Economia, mentre il ministro agli Affari europei uscente, Enzo Amendola, dovrebbe essere recuperato come vice di Luigi Di Maio agli Esteri. La riconferma di Amendola al governo, andrebbe a inquadrarsi in un mosaico che La Verità apprende da altissime fonti dem: l'ex ministro degli Affari europei lascerebbe la candidatura a sindaco di Napoli a Roberto Fico, mentre Nicola Zingaretti si candiderebbe sindaco di Roma.
Passiamo al M5s: i gruppi parlamentari spingono per la riconferma di Laura Castelli come viceministro all'Economia. Stefano Buffagni potrebbe restare viceministro allo Sviluppo economico, così come Giancarlo Cancelleri sembra intoccabile ai Trasporti. Non si escludono nuovi ingressi, come Soave Alemanno, che punta ai Beni culturali o al Turismo. All'Istruzione, duello tra Luigi Gallo e Gianluca Vacca; in pole position per un incarico da sottosegretario anche Andrea Cioffi, Alessandra Maiorino, Luca Carabetta, Michele Sodano. Carlo Sibilia potrebbe restare al Viminale.
Situazione fluida nella Lega, dove Matteo Salvini sembra privilegiare, nella scelta dei viceministri e dei sottosegretari, chi ha già avuto ruoli di governo nel Conte 1, e quindi conosce la «macchina». Sembra così blindata la nomina di Nicola Molteni come sottosegretario all'Interno, carica ricoperta all'epoca del governo Lega-M5s anche da Stefano Candiani. In pole per un ruolo da sottosegretario al Sud c'è Pina Castiello, mentre Lucia Borgonzoni tornerebbe ai Beni culturali. Un ruolo da viceministro attende anche Gian Marco Centinaio. Sempre «caldo» il nome di Giulia Bongiorno, che sarebbe destinata alla Giustizia.
Forza Italia proporrà come viceministri e sottosegretari per lo più esponenti dell'ala filosovranista, per bilanciare la delegazione ministeriale, composta da due esponenti dell'ala moderata (Mara Carfagna e Renato Brunetta) e una «neutrale» come Mariastella Gelmini. I nomi: Francesco Paolo Sisto potrebbe andare alla Giustizia (ma c'è anche l'ipotesi di Giacomo Caliendo), Giorgio Mulè al Turismo, Valentino Valentini agli Esteri, Maria Rizzotti ai Beni Culturali, Andrea Mandelli alla Salute, Giuseppe Mangialavori allo Sviluppo economico, Francesco Battistoni all'Agricoltura.
Italia viva punta a una delega per Luigi Marattin all'Economia, mentre Lucia Annibali è in corsa per il ruolo di sottosegretario alla Giustizia. Leu potrebbe vedere l'ingresso al governo di Loredana De Petris.
Il socialista Riccardo Nencini è in corsa per la carica di sottosegretario ai Trasporti, mentre per il Maie Ricardo Merlo punta alla riconferma come sottosegretario agli Esteri.
Paola Binetti, dell'Udc, potrebbe diventare sottosegretario alla Famiglia. Queste le indicazioni dei partiti, poi ovviamente a decidere sarà Draghi, in collaborazione con il Quirinale, così come è accaduto per la composizione del governo. Il completamento della squadra con le nomine di viceministri e sottosegretari è previsto entro la fine della settimana.
Verso la fiducia-plebiscito a Mr Bce. È zuffa tra partiti per arruolarlo
Da adesso, si fa sul serio. Il governo presieduto da Mario Draghi, che si affaccia oggi per la prima volta in Parlamento per incassare una fiducia scontata, sarà il terzo dall'inizio di una delle legislature politicamente eccentriche della storia repubblicana. Ma non è detto che i colpi di scena siano terminati, perché l'eterogeneità delle forze che lo appoggiano fa propendere per un tragitto tormentato, peraltro annunciato dalle schermaglie delle ultime ore.
Stamani alle 10 il sipario si aprirà nell'aula di Palazzo Madama dove, dopo giorni di silenzio, Draghi svelerà le linee guida del suo programma di governo. Le voci sui contenuti, come di consueto in queste occasioni, si stanno inseguendo, ma convergono tutte su un discorso asciutto, al massimo di una mezz'ora, con pochi punti qualificanti. Draghi rilancerà l'appello del capo dello Stato all'unità nazionale e alla coesione delle forze di maggioranza, facendo leva sulla sfida imposta dalla pandemia. E ripeterà i concetti espressi ai suoi interlocutori, nel corso delle consultazioni, quando ha insistito sulla necessità delle riforme poste dall'Unione europea come condizione dell'utilizzo del Recovery fund, vale a dire il fisco, la giustizia civile e la Pa. La questione ambientale sarà un altro elemento cardine del suo intervento, così come il richiamo alla vocazione europeista e atlantista dell'Italia. Al momento, invece, non è dato sapere se Draghi prenderà di petto la delicata questione del possibile nuovo lockdown e in generale delle chiusure.
Di fronte a sé, in aula, il premier avrà, nella veste inedita di leader della stessa maggioranza, Matteo Salvini e Matteo Renzi, che con ogni probabilità prenderanno la parola per presidiare, assieme agli altri colleghi, i temi più cari ai rispettivi partiti. Verosimilmente, emergeranno le differenze, con una Lega agguerrita sul versante Covid, pronta a chiedere la testa del commissario Domenico Arcuri, a contestare la logica delle chiusure indiscriminate e a incalzare sui ristori ancora insufficienti. Le darà manforte Forza Italia, che porrà poi l'accento sulla necessità di una riforma complessiva della giustizia, trovando con ogni probabilità una sponda anche in Renzi, che si intesterà il merito di aver portato il «più bravo» degli italiani alla guida del Paese.
Dall'altra parte dell'emiciclo, dal Pd, filtra la volontà di calcare la mano sull'europeismo, senza però attaccare frontalmente Salvini (che non a caso si è incontrato con Nicola Zingaretti nei giorni scorsi), ma è sul M5s che è puntata la maggior parte dei riflettori. Non tanto per quello che dirà il relatore designato dal gruppo dirigente grillino, quanto per gli eventuali interventi in dissenso e, soprattutto, sull'entità della fronda antigovernativa. Dopo numerose riunioni e tentativi di moderare la dissidenza, i no alla fiducia degli eletti pentastellati sarebbero una quindicina sia alla Camera sia al Senato, che si aggiungerebbero a quelli di Fdi e del segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni. In ogni caso, i numeri saranno «bulgari», e partiranno da una base di 550 voti a Montecitorio e 260 a Palazzo Madama. Dopo aver parlato al Senato, Draghi si recherà alla Camera per depositare il suo discorso, per poi fare ritorno nell'aula di Palazzo Madama, dove assisterà al dibattito e al voto di fiducia, il cui esito sarà noto in serata. Domani la scena, con una tempistica molto simile, si ripeterà nell'Aula di Montecitorio.
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Al Senato nasce l'intergruppo Pd-M5s-Leu: subito Giuseppe Conte loda la mossa fatta per sgambettare il Carroccio. Prosegue la corsa alle nomine: Fi punta su sottosegretari vicini ai sovranisti, Amendola vuole la Farnesina per lasciare a Roberto Fico la candidatura a Napoli.A Palazzo Madama il presidente terrà il primo (stringato) discorso. In serata il voto.Lo speciale contiene due articoli.Al Senato nasce l'intergruppo giallorosso: i capigruppo di Pd, M5s e Leu, Andrea Marcucci, Ettore Licheri e Loredana De Petris, annunciano «la costituzione di un intergruppo parlamentare che, a partire dall'esperienza positiva del governo Conte 2, promuova iniziative comuni sulle grandi sfide del Paese, dall'emergenza sanitaria, economica e sociale fino alla transizione ecologica e alla innovazione digitale». L'iniziativa è giudicata «giusta e opportuna» dall'ex premier Giuseppe Conte. «In questa fase», commenta Giuseppi, «è ancora più urgente l'esigenza di costruire spazi e percorsi di riflessione che valorizzino il lavoro comune già svolto e contribuiscano a indirizzare la svolta ecologica e digitale e le riforme nel segno di una maggiore equità e inclusione sociale. Le forze che hanno già proficuamente lavorato insieme», esagera Conte, «devono nutrire la loro visione democratica e solidaristica con proposte concrete e con traiettorie riformatrici ben chiare, in modo da alimentare questo patrimonio comune e da affinare una condivisione di intenti e di obiettivi. È questo il modo migliore per affrontare il voto di fiducia al nuovo governo». Lo schema che hanno in mente i tre partiti della ex maggioranza è evidente: connotare politicamente a sinistra il governo Draghi, sottomettendone le scelte a questo gruppone variopinto che conta ben 130 senatori, e dunque contraddicendo lo spirito di un esecutivo privo di connotazioni politiche, auspicato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al tempo stesso provocare un «fallo di reazione» della Lega di Matteo Salvini. Intanto, la corsa agli incarichi di viceministro e sottosegretario impazza. Partiamo dal Pd. In pole position per la carica di sottosegretario alla Giustizia c'è Valeria Valente, senatrice napoletana; un posto di sottogoverno potrebbe andare a Piero De Luca, deputato salernitano, nonché figlio del presidente della Regione Campania, Vincenzo. Le conferme rispetto al Conte due dovrebbero essere Simona Malpezzi ai Rapporti col Parlamento e Lorenza Bonaccorsi ai Beni culturali e Antonio Misiani all'Economia, mentre il ministro agli Affari europei uscente, Enzo Amendola, dovrebbe essere recuperato come vice di Luigi Di Maio agli Esteri. La riconferma di Amendola al governo, andrebbe a inquadrarsi in un mosaico che La Verità apprende da altissime fonti dem: l'ex ministro degli Affari europei lascerebbe la candidatura a sindaco di Napoli a Roberto Fico, mentre Nicola Zingaretti si candiderebbe sindaco di Roma. Passiamo al M5s: i gruppi parlamentari spingono per la riconferma di Laura Castelli come viceministro all'Economia. Stefano Buffagni potrebbe restare viceministro allo Sviluppo economico, così come Giancarlo Cancelleri sembra intoccabile ai Trasporti. Non si escludono nuovi ingressi, come Soave Alemanno, che punta ai Beni culturali o al Turismo. All'Istruzione, duello tra Luigi Gallo e Gianluca Vacca; in pole position per un incarico da sottosegretario anche Andrea Cioffi, Alessandra Maiorino, Luca Carabetta, Michele Sodano. Carlo Sibilia potrebbe restare al Viminale. Situazione fluida nella Lega, dove Matteo Salvini sembra privilegiare, nella scelta dei viceministri e dei sottosegretari, chi ha già avuto ruoli di governo nel Conte 1, e quindi conosce la «macchina». Sembra così blindata la nomina di Nicola Molteni come sottosegretario all'Interno, carica ricoperta all'epoca del governo Lega-M5s anche da Stefano Candiani. In pole per un ruolo da sottosegretario al Sud c'è Pina Castiello, mentre Lucia Borgonzoni tornerebbe ai Beni culturali. Un ruolo da viceministro attende anche Gian Marco Centinaio. Sempre «caldo» il nome di Giulia Bongiorno, che sarebbe destinata alla Giustizia. Forza Italia proporrà come viceministri e sottosegretari per lo più esponenti dell'ala filosovranista, per bilanciare la delegazione ministeriale, composta da due esponenti dell'ala moderata (Mara Carfagna e Renato Brunetta) e una «neutrale» come Mariastella Gelmini. I nomi: Francesco Paolo Sisto potrebbe andare alla Giustizia (ma c'è anche l'ipotesi di Giacomo Caliendo), Giorgio Mulè al Turismo, Valentino Valentini agli Esteri, Maria Rizzotti ai Beni Culturali, Andrea Mandelli alla Salute, Giuseppe Mangialavori allo Sviluppo economico, Francesco Battistoni all'Agricoltura. Italia viva punta a una delega per Luigi Marattin all'Economia, mentre Lucia Annibali è in corsa per il ruolo di sottosegretario alla Giustizia. Leu potrebbe vedere l'ingresso al governo di Loredana De Petris.Il socialista Riccardo Nencini è in corsa per la carica di sottosegretario ai Trasporti, mentre per il Maie Ricardo Merlo punta alla riconferma come sottosegretario agli Esteri. Paola Binetti, dell'Udc, potrebbe diventare sottosegretario alla Famiglia. Queste le indicazioni dei partiti, poi ovviamente a decidere sarà Draghi, in collaborazione con il Quirinale, così come è accaduto per la composizione del governo. Il completamento della squadra con le nomine di viceministri e sottosegretari è previsto entro la fine della settimana.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giallorossi-scavano-trincea-anti-lega-2650558178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-la-fiducia-plebiscito-a-mr-bce-e-zuffa-tra-partiti-per-arruolarlo" data-post-id="2650558178" data-published-at="1613512489" data-use-pagination="False"> Verso la fiducia-plebiscito a Mr Bce. È zuffa tra partiti per arruolarlo Da adesso, si fa sul serio. Il governo presieduto da Mario Draghi, che si affaccia oggi per la prima volta in Parlamento per incassare una fiducia scontata, sarà il terzo dall'inizio di una delle legislature politicamente eccentriche della storia repubblicana. Ma non è detto che i colpi di scena siano terminati, perché l'eterogeneità delle forze che lo appoggiano fa propendere per un tragitto tormentato, peraltro annunciato dalle schermaglie delle ultime ore. Stamani alle 10 il sipario si aprirà nell'aula di Palazzo Madama dove, dopo giorni di silenzio, Draghi svelerà le linee guida del suo programma di governo. Le voci sui contenuti, come di consueto in queste occasioni, si stanno inseguendo, ma convergono tutte su un discorso asciutto, al massimo di una mezz'ora, con pochi punti qualificanti. Draghi rilancerà l'appello del capo dello Stato all'unità nazionale e alla coesione delle forze di maggioranza, facendo leva sulla sfida imposta dalla pandemia. E ripeterà i concetti espressi ai suoi interlocutori, nel corso delle consultazioni, quando ha insistito sulla necessità delle riforme poste dall'Unione europea come condizione dell'utilizzo del Recovery fund, vale a dire il fisco, la giustizia civile e la Pa. La questione ambientale sarà un altro elemento cardine del suo intervento, così come il richiamo alla vocazione europeista e atlantista dell'Italia. Al momento, invece, non è dato sapere se Draghi prenderà di petto la delicata questione del possibile nuovo lockdown e in generale delle chiusure. Di fronte a sé, in aula, il premier avrà, nella veste inedita di leader della stessa maggioranza, Matteo Salvini e Matteo Renzi, che con ogni probabilità prenderanno la parola per presidiare, assieme agli altri colleghi, i temi più cari ai rispettivi partiti. Verosimilmente, emergeranno le differenze, con una Lega agguerrita sul versante Covid, pronta a chiedere la testa del commissario Domenico Arcuri, a contestare la logica delle chiusure indiscriminate e a incalzare sui ristori ancora insufficienti. Le darà manforte Forza Italia, che porrà poi l'accento sulla necessità di una riforma complessiva della giustizia, trovando con ogni probabilità una sponda anche in Renzi, che si intesterà il merito di aver portato il «più bravo» degli italiani alla guida del Paese. Dall'altra parte dell'emiciclo, dal Pd, filtra la volontà di calcare la mano sull'europeismo, senza però attaccare frontalmente Salvini (che non a caso si è incontrato con Nicola Zingaretti nei giorni scorsi), ma è sul M5s che è puntata la maggior parte dei riflettori. Non tanto per quello che dirà il relatore designato dal gruppo dirigente grillino, quanto per gli eventuali interventi in dissenso e, soprattutto, sull'entità della fronda antigovernativa. Dopo numerose riunioni e tentativi di moderare la dissidenza, i no alla fiducia degli eletti pentastellati sarebbero una quindicina sia alla Camera sia al Senato, che si aggiungerebbero a quelli di Fdi e del segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni. In ogni caso, i numeri saranno «bulgari», e partiranno da una base di 550 voti a Montecitorio e 260 a Palazzo Madama. Dopo aver parlato al Senato, Draghi si recherà alla Camera per depositare il suo discorso, per poi fare ritorno nell'aula di Palazzo Madama, dove assisterà al dibattito e al voto di fiducia, il cui esito sarà noto in serata. Domani la scena, con una tempistica molto simile, si ripeterà nell'Aula di Montecitorio.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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