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2023-11-29
In Germania salta il gigante immobiliare. Rischio contagio del settore bancario
Monaco di Baviera, un cantiere del gruppo immobiliare Signa (Getty Images)
Quando sabato abbiamo titolato che «servono soldi per il salva banche, ecco perché hanno fretta sul Mes» avevamo fatto un ragionamento in una prospettiva di medio periodo. I timori sollevati dalla Bce sulla bolla immobiliare nel Nord Europa (Germania in testa) erano là a ricordarci che le banche più esposte in quel settore avrebbero potuto avere difficoltà e quindi richiedere l’intervento del Fondo per la gestione delle crisi bancarie (Srf) che avrebbe potuto a sua volta avere bisogno del puntello del Mes (riformato).
Non è la prima volta che anche le nostre ipotesi più ardite vengono confermate dalla realtà, ma non immaginavamo che accadesse così in fretta. Infatti, venerdì scorso una società del gruppo immobiliare Signa controllato dal magnate austriaco René Benko ha presentato istanza di fallimento presso il Tribunale di Berlino e si teme che proprio oggi altre società del gruppo potrebbero fare altrettanto. Sono quelle dove è concentrata l’attività immobiliare, mentre la società berlinese è una scatola pressoché vuota, occupandosi solo dei servizi di progettazione e sviluppo. Parliamo di un gruppo societario estremamente articolato che è stato protagonista delle maggiori operazioni di sviluppo immobiliare negli ultimi anni in Germania e, da ultimo, sta costruendo ad Amburgo l’Elbtower, un grattacielo dalla forma avveniristica alto 254 metri. A Benko piace vantarsi che solo la Chiesa cattolica e la Casa reale inglese possiedono immobili comparabili per pregio e collocazione. Le attività del gruppo sono pari a 27 miliardi - tra cui la catena di grandi magazzini Selfridges a Londra, il Chrysler building a New York e il Kadewe a Berlino - ma se in pochi giorni non trova almeno 600 milioni di liquidità aggiuntiva rischia il collasso totale.
Un evento gravido di conseguenze sotto diversi aspetti, perché l’esposizione totale di Signa verso i creditori è pari a circa 13 miliardi, secondo una ricostruzione di Bloomberg. Benko è riuscito ad attrarre capitale azionario dai più blasonati e potenti gruppi imprenditoriali europei, come ad esempio la famiglia Peugeot che detiene il 4,6% di una società del gruppo. Investitori che hanno creduto ciecamente nelle sue iniziative, al punto da sottoscrivere un recente aumento di capitale per 1 miliardo.
Ma dopo gli azionisti, ci sono le banche, la cui esposizione verso Signa lascia intendere che la lezione della crisi 2008-2009 non sia stata sufficiente. La banca svizzera Julius Baer è esposta per circa 600 milioni, che però costituiscono ben il 40% del portafoglio crediti più rischiosi. Una concentrazione inaudita. Secondo indiscrezioni non confermate, Unicredit e l’austriaca Raffeisen bank international sarebbero esposte per circa 1,5 miliardi, di cui 755 milioni attribuiti a quest’ultima. Poi seguono tre Landesbanken come Helaba, Nordlb e Bayernlb (banche regionali di proprietà pubblica situate nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia) a cui Bloomberg attribuisce un’esposizione che si misura in centinaia di milioni. Le quotazioni dei bond sono già ridotte a poche decine di centesimi.
Benko sta manovrando da alcune settimane per trovare soci disposti a finanziarlo e già all’inizio del mese ha ceduto l’11,5% delle sue azioni al gruppo svizzero guidato da Arthur Eugster (macchine da caffè). Da ultimo, si parla di trattative in corso anche col gruppo americano Elliot management di Paul Singer e altri fondi arabi. Per contribuire alla causa, è in vendita anche il mega yacht Roma di 62 metri per la «modica» cifra di 40 milioni. In ogni caso una goccia d’acqua nel mare dei debiti.
Signa è l’ennesimo classico esempio di crescita finanziata a debito finita in difficoltà. La duplice tenaglia costituita da un lato dall’aumento dei tassi di interesse e, dall’altro, dall’aumento dei costi di costruzione (materie prime in particolare) ha in breve tempo ridotto in carta straccia i business plan del magnate austriaco. I suoi progetti erano fondati su un fondamentale assunto: che i valori degli immobili crescessero sempre. Ma 450 punti di aumento dei tassi in 12 mesi sono stati il pungiglione che ha fatto scoppiare la bolla.
Il caso Signa - i cui effetti sul sistema bancario potrebbero ancora essere contenuti - costituisce però il primo (importante) scricchiolio in un settore che è già sotto i riflettori della Bce. Risale infatti a martedì scorso un intervento del membro del comitato direttivo, Isabel Schnabel, all’università di Würzburg in cui è stato posto l’accento sulla repentina crescita dei prezzi degli immobili residenziali in Olanda, Germania e Francia. Rispetto al dicembre 2019, in Germania l’aumento è arrivato poco sopra il 30%, per attestarsi attualmente ancora al di sopra del 20%. In Italia siamo inchiodati intorno al 5%. Se le difficoltà di Signa dovessero allargarsi a macchia d’olio a tutto il settore, coinvolgerebbero un quinto del Pil tedesco e un decimo dei posti di lavoro. E la prospettiva, avanzata sabato su queste colonne, di un rapido coinvolgimento del Srf diventerebbe concreta. Con la conseguenza che saranno i contributi delle nostre banche a quel fondo a salvare quelle tedesche e austriache e i contributi della Repubblica italiana al Mes (14 miliardi) a consentirgli di erogare quel prestito paracadute al Srf per non farlo restare a secco. Dopo 12 anni, «Fate presto» potrebbe essere il titolo di qualche quotidiano tedesco per chiedere la ratifica della riforma del trattato del Mes.
Crac anche degli scooter verdi Unu
Con l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia, la mobilità elettrica diventa sempre meno sostenibile. A saltare, ad esempio, venerdì scorso è stato il produttore tedesco di scooter elettrici Unu, che ha presentato istanza di fallimento al tribunale distrettuale di Berlino Charlottenburg. «Le ragioni dell’insolvenza sono l’aumento dei costi dei materiali e dei trasporti, i maggiori costi operativi e il forte calo della domanda dovuto all’inflazione», ha dichiarato l’azienda. Le operazioni commerciali continueranno nell’ambito della procedura di insolvenza. Nel frattempo, la compagnia sta cercando di ristrutturarsi.
Il gruppo tedesco è stato fondato dieci anni fa nella capitale e aveva circa 50 dipendenti. Unu commercializzava i suoi ciclomotori a batteria in Germania, Francia, Austria e Paesi Bassi. Certo, i problemi negli anni non sono mancati. Nel corso della pandemia, la compagnia ha dichiarato di aver dovuto interrompere la produzione per diversi mesi. Successivamente sono arrivati i problemi di fornitura dei chip e, più di recente, la scarsa fiducia dei consumatori ha causato non pochi problemi ai fornitori.
«Nel 2023, l’azienda ha rinnovato radicalmente l’abbonamento agli scooter e ha anche ampliato la sua presenza offline con partner di vendita al dettaglio», ha spiegato in una nota Unu. «Per questo motivo, vediamo buone possibilità di raggiungere una soluzione di riorganizzazione e di continuare la vendita e l’assistenza degli scooter», ha concluso il curatore fallimentare Gordon Geiser.
Del resto, quella di Unu è solo l’ultima caduta nel mondo della mobilità elettrica. La settimana scorsa ha abbassato la serranda in Italia Cityscoot, piattaforma francese di scooter sharing che operava in diverse città italiane. Già in passato l’azienda aveva smesso di operare a Roma e di recente ha comunicato l’interruzione del servizio anche a Torino e Milano.
«Nonostante i nostri numerosi sforzi per restare aperti, le nostre energie non sono bastate», ha reso noto l’azienda in un comunicato. «Pertanto, con estremo rammarico, siamo costretti a sospendere il servizio a Torino e a Milano dal 30 novembre a tempo indeterminato. Abbiamo un solo obiettivo: tornare. Faremo tutto il possibile per mantenere questa promessa», fa sapere ancora la società. «Se hai minuti accreditati sul tuo conto, potrai utilizzarli fino al 30 novembre compreso. Vi ringraziamo per la fiducia accordataci in tutti questi anni. Siamo particolarmente orgogliosi di aver potuto contribuire fattivamente a questa piccola rivoluzione che è la mobilità dolce nelle nostre città. Dal 2018 Cityscoot Italia ha gestito più di 3 milioni di viaggi per un totale di 150.000 utenti e 12 milioni di chilometri percorsi», ha concluso il gruppo.
Cityscoot ora è stata posta in amministrazione controllata e sta cercando nuovi investitori. La società francese, che nel Paese vanta 168 dipendenti, è alla ricerca di «partner finanziari per cambiare il suo modello economico e implementare la sua nuova flotta di scooter» meno costosi da gestire, a partire dal 2024.
Fatto sta che la mobilità elettrica si sta dimostrando sempre più difficoltosa sotto il profilo finanziario. In Italia, prima di Cityscoot hanno messo in pausa il servizio di scooter in condivisione Zig Zag e Acciona. Persino i grandi nomi dell’automotive come Daimler e Bmw che avevano iniziato il loro servizio di car sharing con Car2go e Drive now ci hanno rinunciato, prima fondendo i due servizi in Sharenow per poi cedere tutto a Stellantis nel 2022 all’interno del servizio Free2move.
Per non parlare, poi, dei 20 operatori di monopattini in condivisione che erano sul mercato prima del Covid e che oggi sono solo sette anche per motivi regolamentari e di sicurezza.
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Secondo indiscrezioni sarebbe esposta pure Unicredit. La crisi spiega il pressing sull’Italia per la ratifica della riforma del Mes.Il produttore tedesco di motorini elettrici Unu ha depositato domanda di insolvenza: costi troppo alti e poca domanda. Intanto da noi lascia il servizio di sharing Cityscoot.Lo speciale contiene due articoli.Quando sabato abbiamo titolato che «servono soldi per il salva banche, ecco perché hanno fretta sul Mes» avevamo fatto un ragionamento in una prospettiva di medio periodo. I timori sollevati dalla Bce sulla bolla immobiliare nel Nord Europa (Germania in testa) erano là a ricordarci che le banche più esposte in quel settore avrebbero potuto avere difficoltà e quindi richiedere l’intervento del Fondo per la gestione delle crisi bancarie (Srf) che avrebbe potuto a sua volta avere bisogno del puntello del Mes (riformato). Non è la prima volta che anche le nostre ipotesi più ardite vengono confermate dalla realtà, ma non immaginavamo che accadesse così in fretta. Infatti, venerdì scorso una società del gruppo immobiliare Signa controllato dal magnate austriaco René Benko ha presentato istanza di fallimento presso il Tribunale di Berlino e si teme che proprio oggi altre società del gruppo potrebbero fare altrettanto. Sono quelle dove è concentrata l’attività immobiliare, mentre la società berlinese è una scatola pressoché vuota, occupandosi solo dei servizi di progettazione e sviluppo. Parliamo di un gruppo societario estremamente articolato che è stato protagonista delle maggiori operazioni di sviluppo immobiliare negli ultimi anni in Germania e, da ultimo, sta costruendo ad Amburgo l’Elbtower, un grattacielo dalla forma avveniristica alto 254 metri. A Benko piace vantarsi che solo la Chiesa cattolica e la Casa reale inglese possiedono immobili comparabili per pregio e collocazione. Le attività del gruppo sono pari a 27 miliardi - tra cui la catena di grandi magazzini Selfridges a Londra, il Chrysler building a New York e il Kadewe a Berlino - ma se in pochi giorni non trova almeno 600 milioni di liquidità aggiuntiva rischia il collasso totale.Un evento gravido di conseguenze sotto diversi aspetti, perché l’esposizione totale di Signa verso i creditori è pari a circa 13 miliardi, secondo una ricostruzione di Bloomberg. Benko è riuscito ad attrarre capitale azionario dai più blasonati e potenti gruppi imprenditoriali europei, come ad esempio la famiglia Peugeot che detiene il 4,6% di una società del gruppo. Investitori che hanno creduto ciecamente nelle sue iniziative, al punto da sottoscrivere un recente aumento di capitale per 1 miliardo.Ma dopo gli azionisti, ci sono le banche, la cui esposizione verso Signa lascia intendere che la lezione della crisi 2008-2009 non sia stata sufficiente. La banca svizzera Julius Baer è esposta per circa 600 milioni, che però costituiscono ben il 40% del portafoglio crediti più rischiosi. Una concentrazione inaudita. Secondo indiscrezioni non confermate, Unicredit e l’austriaca Raffeisen bank international sarebbero esposte per circa 1,5 miliardi, di cui 755 milioni attribuiti a quest’ultima. Poi seguono tre Landesbanken come Helaba, Nordlb e Bayernlb (banche regionali di proprietà pubblica situate nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia) a cui Bloomberg attribuisce un’esposizione che si misura in centinaia di milioni. Le quotazioni dei bond sono già ridotte a poche decine di centesimi.Benko sta manovrando da alcune settimane per trovare soci disposti a finanziarlo e già all’inizio del mese ha ceduto l’11,5% delle sue azioni al gruppo svizzero guidato da Arthur Eugster (macchine da caffè). Da ultimo, si parla di trattative in corso anche col gruppo americano Elliot management di Paul Singer e altri fondi arabi. Per contribuire alla causa, è in vendita anche il mega yacht Roma di 62 metri per la «modica» cifra di 40 milioni. In ogni caso una goccia d’acqua nel mare dei debiti.Signa è l’ennesimo classico esempio di crescita finanziata a debito finita in difficoltà. La duplice tenaglia costituita da un lato dall’aumento dei tassi di interesse e, dall’altro, dall’aumento dei costi di costruzione (materie prime in particolare) ha in breve tempo ridotto in carta straccia i business plan del magnate austriaco. I suoi progetti erano fondati su un fondamentale assunto: che i valori degli immobili crescessero sempre. Ma 450 punti di aumento dei tassi in 12 mesi sono stati il pungiglione che ha fatto scoppiare la bolla.Il caso Signa - i cui effetti sul sistema bancario potrebbero ancora essere contenuti - costituisce però il primo (importante) scricchiolio in un settore che è già sotto i riflettori della Bce. Risale infatti a martedì scorso un intervento del membro del comitato direttivo, Isabel Schnabel, all’università di Würzburg in cui è stato posto l’accento sulla repentina crescita dei prezzi degli immobili residenziali in Olanda, Germania e Francia. Rispetto al dicembre 2019, in Germania l’aumento è arrivato poco sopra il 30%, per attestarsi attualmente ancora al di sopra del 20%. In Italia siamo inchiodati intorno al 5%. Se le difficoltà di Signa dovessero allargarsi a macchia d’olio a tutto il settore, coinvolgerebbero un quinto del Pil tedesco e un decimo dei posti di lavoro. E la prospettiva, avanzata sabato su queste colonne, di un rapido coinvolgimento del Srf diventerebbe concreta. Con la conseguenza che saranno i contributi delle nostre banche a quel fondo a salvare quelle tedesche e austriache e i contributi della Repubblica italiana al Mes (14 miliardi) a consentirgli di erogare quel prestito paracadute al Srf per non farlo restare a secco. Dopo 12 anni, «Fate presto» potrebbe essere il titolo di qualche quotidiano tedesco per chiedere la ratifica della riforma del trattato del Mes.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-crisi-immobiliare-2666380764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crac-anche-degli-scooter-verdi-unu" data-post-id="2666380764" data-published-at="1701208573" data-use-pagination="False"> Crac anche degli scooter verdi Unu Con l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia, la mobilità elettrica diventa sempre meno sostenibile. A saltare, ad esempio, venerdì scorso è stato il produttore tedesco di scooter elettrici Unu, che ha presentato istanza di fallimento al tribunale distrettuale di Berlino Charlottenburg. «Le ragioni dell’insolvenza sono l’aumento dei costi dei materiali e dei trasporti, i maggiori costi operativi e il forte calo della domanda dovuto all’inflazione», ha dichiarato l’azienda. Le operazioni commerciali continueranno nell’ambito della procedura di insolvenza. Nel frattempo, la compagnia sta cercando di ristrutturarsi. Il gruppo tedesco è stato fondato dieci anni fa nella capitale e aveva circa 50 dipendenti. Unu commercializzava i suoi ciclomotori a batteria in Germania, Francia, Austria e Paesi Bassi. Certo, i problemi negli anni non sono mancati. Nel corso della pandemia, la compagnia ha dichiarato di aver dovuto interrompere la produzione per diversi mesi. Successivamente sono arrivati i problemi di fornitura dei chip e, più di recente, la scarsa fiducia dei consumatori ha causato non pochi problemi ai fornitori. «Nel 2023, l’azienda ha rinnovato radicalmente l’abbonamento agli scooter e ha anche ampliato la sua presenza offline con partner di vendita al dettaglio», ha spiegato in una nota Unu. «Per questo motivo, vediamo buone possibilità di raggiungere una soluzione di riorganizzazione e di continuare la vendita e l’assistenza degli scooter», ha concluso il curatore fallimentare Gordon Geiser. Del resto, quella di Unu è solo l’ultima caduta nel mondo della mobilità elettrica. La settimana scorsa ha abbassato la serranda in Italia Cityscoot, piattaforma francese di scooter sharing che operava in diverse città italiane. Già in passato l’azienda aveva smesso di operare a Roma e di recente ha comunicato l’interruzione del servizio anche a Torino e Milano. «Nonostante i nostri numerosi sforzi per restare aperti, le nostre energie non sono bastate», ha reso noto l’azienda in un comunicato. «Pertanto, con estremo rammarico, siamo costretti a sospendere il servizio a Torino e a Milano dal 30 novembre a tempo indeterminato. Abbiamo un solo obiettivo: tornare. Faremo tutto il possibile per mantenere questa promessa», fa sapere ancora la società. «Se hai minuti accreditati sul tuo conto, potrai utilizzarli fino al 30 novembre compreso. Vi ringraziamo per la fiducia accordataci in tutti questi anni. Siamo particolarmente orgogliosi di aver potuto contribuire fattivamente a questa piccola rivoluzione che è la mobilità dolce nelle nostre città. Dal 2018 Cityscoot Italia ha gestito più di 3 milioni di viaggi per un totale di 150.000 utenti e 12 milioni di chilometri percorsi», ha concluso il gruppo. Cityscoot ora è stata posta in amministrazione controllata e sta cercando nuovi investitori. La società francese, che nel Paese vanta 168 dipendenti, è alla ricerca di «partner finanziari per cambiare il suo modello economico e implementare la sua nuova flotta di scooter» meno costosi da gestire, a partire dal 2024. Fatto sta che la mobilità elettrica si sta dimostrando sempre più difficoltosa sotto il profilo finanziario. In Italia, prima di Cityscoot hanno messo in pausa il servizio di scooter in condivisione Zig Zag e Acciona. Persino i grandi nomi dell’automotive come Daimler e Bmw che avevano iniziato il loro servizio di car sharing con Car2go e Drive now ci hanno rinunciato, prima fondendo i due servizi in Sharenow per poi cedere tutto a Stellantis nel 2022 all’interno del servizio Free2move. Per non parlare, poi, dei 20 operatori di monopattini in condivisione che erano sul mercato prima del Covid e che oggi sono solo sette anche per motivi regolamentari e di sicurezza.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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