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2023-11-29
In Germania salta il gigante immobiliare. Rischio contagio del settore bancario
Monaco di Baviera, un cantiere del gruppo immobiliare Signa (Getty Images)
Quando sabato abbiamo titolato che «servono soldi per il salva banche, ecco perché hanno fretta sul Mes» avevamo fatto un ragionamento in una prospettiva di medio periodo. I timori sollevati dalla Bce sulla bolla immobiliare nel Nord Europa (Germania in testa) erano là a ricordarci che le banche più esposte in quel settore avrebbero potuto avere difficoltà e quindi richiedere l’intervento del Fondo per la gestione delle crisi bancarie (Srf) che avrebbe potuto a sua volta avere bisogno del puntello del Mes (riformato).
Non è la prima volta che anche le nostre ipotesi più ardite vengono confermate dalla realtà, ma non immaginavamo che accadesse così in fretta. Infatti, venerdì scorso una società del gruppo immobiliare Signa controllato dal magnate austriaco René Benko ha presentato istanza di fallimento presso il Tribunale di Berlino e si teme che proprio oggi altre società del gruppo potrebbero fare altrettanto. Sono quelle dove è concentrata l’attività immobiliare, mentre la società berlinese è una scatola pressoché vuota, occupandosi solo dei servizi di progettazione e sviluppo. Parliamo di un gruppo societario estremamente articolato che è stato protagonista delle maggiori operazioni di sviluppo immobiliare negli ultimi anni in Germania e, da ultimo, sta costruendo ad Amburgo l’Elbtower, un grattacielo dalla forma avveniristica alto 254 metri. A Benko piace vantarsi che solo la Chiesa cattolica e la Casa reale inglese possiedono immobili comparabili per pregio e collocazione. Le attività del gruppo sono pari a 27 miliardi - tra cui la catena di grandi magazzini Selfridges a Londra, il Chrysler building a New York e il Kadewe a Berlino - ma se in pochi giorni non trova almeno 600 milioni di liquidità aggiuntiva rischia il collasso totale.
Un evento gravido di conseguenze sotto diversi aspetti, perché l’esposizione totale di Signa verso i creditori è pari a circa 13 miliardi, secondo una ricostruzione di Bloomberg. Benko è riuscito ad attrarre capitale azionario dai più blasonati e potenti gruppi imprenditoriali europei, come ad esempio la famiglia Peugeot che detiene il 4,6% di una società del gruppo. Investitori che hanno creduto ciecamente nelle sue iniziative, al punto da sottoscrivere un recente aumento di capitale per 1 miliardo.
Ma dopo gli azionisti, ci sono le banche, la cui esposizione verso Signa lascia intendere che la lezione della crisi 2008-2009 non sia stata sufficiente. La banca svizzera Julius Baer è esposta per circa 600 milioni, che però costituiscono ben il 40% del portafoglio crediti più rischiosi. Una concentrazione inaudita. Secondo indiscrezioni non confermate, Unicredit e l’austriaca Raffeisen bank international sarebbero esposte per circa 1,5 miliardi, di cui 755 milioni attribuiti a quest’ultima. Poi seguono tre Landesbanken come Helaba, Nordlb e Bayernlb (banche regionali di proprietà pubblica situate nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia) a cui Bloomberg attribuisce un’esposizione che si misura in centinaia di milioni. Le quotazioni dei bond sono già ridotte a poche decine di centesimi.
Benko sta manovrando da alcune settimane per trovare soci disposti a finanziarlo e già all’inizio del mese ha ceduto l’11,5% delle sue azioni al gruppo svizzero guidato da Arthur Eugster (macchine da caffè). Da ultimo, si parla di trattative in corso anche col gruppo americano Elliot management di Paul Singer e altri fondi arabi. Per contribuire alla causa, è in vendita anche il mega yacht Roma di 62 metri per la «modica» cifra di 40 milioni. In ogni caso una goccia d’acqua nel mare dei debiti.
Signa è l’ennesimo classico esempio di crescita finanziata a debito finita in difficoltà. La duplice tenaglia costituita da un lato dall’aumento dei tassi di interesse e, dall’altro, dall’aumento dei costi di costruzione (materie prime in particolare) ha in breve tempo ridotto in carta straccia i business plan del magnate austriaco. I suoi progetti erano fondati su un fondamentale assunto: che i valori degli immobili crescessero sempre. Ma 450 punti di aumento dei tassi in 12 mesi sono stati il pungiglione che ha fatto scoppiare la bolla.
Il caso Signa - i cui effetti sul sistema bancario potrebbero ancora essere contenuti - costituisce però il primo (importante) scricchiolio in un settore che è già sotto i riflettori della Bce. Risale infatti a martedì scorso un intervento del membro del comitato direttivo, Isabel Schnabel, all’università di Würzburg in cui è stato posto l’accento sulla repentina crescita dei prezzi degli immobili residenziali in Olanda, Germania e Francia. Rispetto al dicembre 2019, in Germania l’aumento è arrivato poco sopra il 30%, per attestarsi attualmente ancora al di sopra del 20%. In Italia siamo inchiodati intorno al 5%. Se le difficoltà di Signa dovessero allargarsi a macchia d’olio a tutto il settore, coinvolgerebbero un quinto del Pil tedesco e un decimo dei posti di lavoro. E la prospettiva, avanzata sabato su queste colonne, di un rapido coinvolgimento del Srf diventerebbe concreta. Con la conseguenza che saranno i contributi delle nostre banche a quel fondo a salvare quelle tedesche e austriache e i contributi della Repubblica italiana al Mes (14 miliardi) a consentirgli di erogare quel prestito paracadute al Srf per non farlo restare a secco. Dopo 12 anni, «Fate presto» potrebbe essere il titolo di qualche quotidiano tedesco per chiedere la ratifica della riforma del trattato del Mes.
Crac anche degli scooter verdi Unu
Con l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia, la mobilità elettrica diventa sempre meno sostenibile. A saltare, ad esempio, venerdì scorso è stato il produttore tedesco di scooter elettrici Unu, che ha presentato istanza di fallimento al tribunale distrettuale di Berlino Charlottenburg. «Le ragioni dell’insolvenza sono l’aumento dei costi dei materiali e dei trasporti, i maggiori costi operativi e il forte calo della domanda dovuto all’inflazione», ha dichiarato l’azienda. Le operazioni commerciali continueranno nell’ambito della procedura di insolvenza. Nel frattempo, la compagnia sta cercando di ristrutturarsi.
Il gruppo tedesco è stato fondato dieci anni fa nella capitale e aveva circa 50 dipendenti. Unu commercializzava i suoi ciclomotori a batteria in Germania, Francia, Austria e Paesi Bassi. Certo, i problemi negli anni non sono mancati. Nel corso della pandemia, la compagnia ha dichiarato di aver dovuto interrompere la produzione per diversi mesi. Successivamente sono arrivati i problemi di fornitura dei chip e, più di recente, la scarsa fiducia dei consumatori ha causato non pochi problemi ai fornitori.
«Nel 2023, l’azienda ha rinnovato radicalmente l’abbonamento agli scooter e ha anche ampliato la sua presenza offline con partner di vendita al dettaglio», ha spiegato in una nota Unu. «Per questo motivo, vediamo buone possibilità di raggiungere una soluzione di riorganizzazione e di continuare la vendita e l’assistenza degli scooter», ha concluso il curatore fallimentare Gordon Geiser.
Del resto, quella di Unu è solo l’ultima caduta nel mondo della mobilità elettrica. La settimana scorsa ha abbassato la serranda in Italia Cityscoot, piattaforma francese di scooter sharing che operava in diverse città italiane. Già in passato l’azienda aveva smesso di operare a Roma e di recente ha comunicato l’interruzione del servizio anche a Torino e Milano.
«Nonostante i nostri numerosi sforzi per restare aperti, le nostre energie non sono bastate», ha reso noto l’azienda in un comunicato. «Pertanto, con estremo rammarico, siamo costretti a sospendere il servizio a Torino e a Milano dal 30 novembre a tempo indeterminato. Abbiamo un solo obiettivo: tornare. Faremo tutto il possibile per mantenere questa promessa», fa sapere ancora la società. «Se hai minuti accreditati sul tuo conto, potrai utilizzarli fino al 30 novembre compreso. Vi ringraziamo per la fiducia accordataci in tutti questi anni. Siamo particolarmente orgogliosi di aver potuto contribuire fattivamente a questa piccola rivoluzione che è la mobilità dolce nelle nostre città. Dal 2018 Cityscoot Italia ha gestito più di 3 milioni di viaggi per un totale di 150.000 utenti e 12 milioni di chilometri percorsi», ha concluso il gruppo.
Cityscoot ora è stata posta in amministrazione controllata e sta cercando nuovi investitori. La società francese, che nel Paese vanta 168 dipendenti, è alla ricerca di «partner finanziari per cambiare il suo modello economico e implementare la sua nuova flotta di scooter» meno costosi da gestire, a partire dal 2024.
Fatto sta che la mobilità elettrica si sta dimostrando sempre più difficoltosa sotto il profilo finanziario. In Italia, prima di Cityscoot hanno messo in pausa il servizio di scooter in condivisione Zig Zag e Acciona. Persino i grandi nomi dell’automotive come Daimler e Bmw che avevano iniziato il loro servizio di car sharing con Car2go e Drive now ci hanno rinunciato, prima fondendo i due servizi in Sharenow per poi cedere tutto a Stellantis nel 2022 all’interno del servizio Free2move.
Per non parlare, poi, dei 20 operatori di monopattini in condivisione che erano sul mercato prima del Covid e che oggi sono solo sette anche per motivi regolamentari e di sicurezza.
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Secondo indiscrezioni sarebbe esposta pure Unicredit. La crisi spiega il pressing sull’Italia per la ratifica della riforma del Mes.Il produttore tedesco di motorini elettrici Unu ha depositato domanda di insolvenza: costi troppo alti e poca domanda. Intanto da noi lascia il servizio di sharing Cityscoot.Lo speciale contiene due articoli.Quando sabato abbiamo titolato che «servono soldi per il salva banche, ecco perché hanno fretta sul Mes» avevamo fatto un ragionamento in una prospettiva di medio periodo. I timori sollevati dalla Bce sulla bolla immobiliare nel Nord Europa (Germania in testa) erano là a ricordarci che le banche più esposte in quel settore avrebbero potuto avere difficoltà e quindi richiedere l’intervento del Fondo per la gestione delle crisi bancarie (Srf) che avrebbe potuto a sua volta avere bisogno del puntello del Mes (riformato). Non è la prima volta che anche le nostre ipotesi più ardite vengono confermate dalla realtà, ma non immaginavamo che accadesse così in fretta. Infatti, venerdì scorso una società del gruppo immobiliare Signa controllato dal magnate austriaco René Benko ha presentato istanza di fallimento presso il Tribunale di Berlino e si teme che proprio oggi altre società del gruppo potrebbero fare altrettanto. Sono quelle dove è concentrata l’attività immobiliare, mentre la società berlinese è una scatola pressoché vuota, occupandosi solo dei servizi di progettazione e sviluppo. Parliamo di un gruppo societario estremamente articolato che è stato protagonista delle maggiori operazioni di sviluppo immobiliare negli ultimi anni in Germania e, da ultimo, sta costruendo ad Amburgo l’Elbtower, un grattacielo dalla forma avveniristica alto 254 metri. A Benko piace vantarsi che solo la Chiesa cattolica e la Casa reale inglese possiedono immobili comparabili per pregio e collocazione. Le attività del gruppo sono pari a 27 miliardi - tra cui la catena di grandi magazzini Selfridges a Londra, il Chrysler building a New York e il Kadewe a Berlino - ma se in pochi giorni non trova almeno 600 milioni di liquidità aggiuntiva rischia il collasso totale.Un evento gravido di conseguenze sotto diversi aspetti, perché l’esposizione totale di Signa verso i creditori è pari a circa 13 miliardi, secondo una ricostruzione di Bloomberg. Benko è riuscito ad attrarre capitale azionario dai più blasonati e potenti gruppi imprenditoriali europei, come ad esempio la famiglia Peugeot che detiene il 4,6% di una società del gruppo. Investitori che hanno creduto ciecamente nelle sue iniziative, al punto da sottoscrivere un recente aumento di capitale per 1 miliardo.Ma dopo gli azionisti, ci sono le banche, la cui esposizione verso Signa lascia intendere che la lezione della crisi 2008-2009 non sia stata sufficiente. La banca svizzera Julius Baer è esposta per circa 600 milioni, che però costituiscono ben il 40% del portafoglio crediti più rischiosi. Una concentrazione inaudita. Secondo indiscrezioni non confermate, Unicredit e l’austriaca Raffeisen bank international sarebbero esposte per circa 1,5 miliardi, di cui 755 milioni attribuiti a quest’ultima. Poi seguono tre Landesbanken come Helaba, Nordlb e Bayernlb (banche regionali di proprietà pubblica situate nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia) a cui Bloomberg attribuisce un’esposizione che si misura in centinaia di milioni. Le quotazioni dei bond sono già ridotte a poche decine di centesimi.Benko sta manovrando da alcune settimane per trovare soci disposti a finanziarlo e già all’inizio del mese ha ceduto l’11,5% delle sue azioni al gruppo svizzero guidato da Arthur Eugster (macchine da caffè). Da ultimo, si parla di trattative in corso anche col gruppo americano Elliot management di Paul Singer e altri fondi arabi. Per contribuire alla causa, è in vendita anche il mega yacht Roma di 62 metri per la «modica» cifra di 40 milioni. In ogni caso una goccia d’acqua nel mare dei debiti.Signa è l’ennesimo classico esempio di crescita finanziata a debito finita in difficoltà. La duplice tenaglia costituita da un lato dall’aumento dei tassi di interesse e, dall’altro, dall’aumento dei costi di costruzione (materie prime in particolare) ha in breve tempo ridotto in carta straccia i business plan del magnate austriaco. I suoi progetti erano fondati su un fondamentale assunto: che i valori degli immobili crescessero sempre. Ma 450 punti di aumento dei tassi in 12 mesi sono stati il pungiglione che ha fatto scoppiare la bolla.Il caso Signa - i cui effetti sul sistema bancario potrebbero ancora essere contenuti - costituisce però il primo (importante) scricchiolio in un settore che è già sotto i riflettori della Bce. Risale infatti a martedì scorso un intervento del membro del comitato direttivo, Isabel Schnabel, all’università di Würzburg in cui è stato posto l’accento sulla repentina crescita dei prezzi degli immobili residenziali in Olanda, Germania e Francia. Rispetto al dicembre 2019, in Germania l’aumento è arrivato poco sopra il 30%, per attestarsi attualmente ancora al di sopra del 20%. In Italia siamo inchiodati intorno al 5%. Se le difficoltà di Signa dovessero allargarsi a macchia d’olio a tutto il settore, coinvolgerebbero un quinto del Pil tedesco e un decimo dei posti di lavoro. E la prospettiva, avanzata sabato su queste colonne, di un rapido coinvolgimento del Srf diventerebbe concreta. Con la conseguenza che saranno i contributi delle nostre banche a quel fondo a salvare quelle tedesche e austriache e i contributi della Repubblica italiana al Mes (14 miliardi) a consentirgli di erogare quel prestito paracadute al Srf per non farlo restare a secco. Dopo 12 anni, «Fate presto» potrebbe essere il titolo di qualche quotidiano tedesco per chiedere la ratifica della riforma del trattato del Mes.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-crisi-immobiliare-2666380764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crac-anche-degli-scooter-verdi-unu" data-post-id="2666380764" data-published-at="1701208573" data-use-pagination="False"> Crac anche degli scooter verdi Unu Con l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia, la mobilità elettrica diventa sempre meno sostenibile. A saltare, ad esempio, venerdì scorso è stato il produttore tedesco di scooter elettrici Unu, che ha presentato istanza di fallimento al tribunale distrettuale di Berlino Charlottenburg. «Le ragioni dell’insolvenza sono l’aumento dei costi dei materiali e dei trasporti, i maggiori costi operativi e il forte calo della domanda dovuto all’inflazione», ha dichiarato l’azienda. Le operazioni commerciali continueranno nell’ambito della procedura di insolvenza. Nel frattempo, la compagnia sta cercando di ristrutturarsi. Il gruppo tedesco è stato fondato dieci anni fa nella capitale e aveva circa 50 dipendenti. Unu commercializzava i suoi ciclomotori a batteria in Germania, Francia, Austria e Paesi Bassi. Certo, i problemi negli anni non sono mancati. Nel corso della pandemia, la compagnia ha dichiarato di aver dovuto interrompere la produzione per diversi mesi. Successivamente sono arrivati i problemi di fornitura dei chip e, più di recente, la scarsa fiducia dei consumatori ha causato non pochi problemi ai fornitori. «Nel 2023, l’azienda ha rinnovato radicalmente l’abbonamento agli scooter e ha anche ampliato la sua presenza offline con partner di vendita al dettaglio», ha spiegato in una nota Unu. «Per questo motivo, vediamo buone possibilità di raggiungere una soluzione di riorganizzazione e di continuare la vendita e l’assistenza degli scooter», ha concluso il curatore fallimentare Gordon Geiser. Del resto, quella di Unu è solo l’ultima caduta nel mondo della mobilità elettrica. La settimana scorsa ha abbassato la serranda in Italia Cityscoot, piattaforma francese di scooter sharing che operava in diverse città italiane. Già in passato l’azienda aveva smesso di operare a Roma e di recente ha comunicato l’interruzione del servizio anche a Torino e Milano. «Nonostante i nostri numerosi sforzi per restare aperti, le nostre energie non sono bastate», ha reso noto l’azienda in un comunicato. «Pertanto, con estremo rammarico, siamo costretti a sospendere il servizio a Torino e a Milano dal 30 novembre a tempo indeterminato. Abbiamo un solo obiettivo: tornare. Faremo tutto il possibile per mantenere questa promessa», fa sapere ancora la società. «Se hai minuti accreditati sul tuo conto, potrai utilizzarli fino al 30 novembre compreso. Vi ringraziamo per la fiducia accordataci in tutti questi anni. Siamo particolarmente orgogliosi di aver potuto contribuire fattivamente a questa piccola rivoluzione che è la mobilità dolce nelle nostre città. Dal 2018 Cityscoot Italia ha gestito più di 3 milioni di viaggi per un totale di 150.000 utenti e 12 milioni di chilometri percorsi», ha concluso il gruppo. Cityscoot ora è stata posta in amministrazione controllata e sta cercando nuovi investitori. La società francese, che nel Paese vanta 168 dipendenti, è alla ricerca di «partner finanziari per cambiare il suo modello economico e implementare la sua nuova flotta di scooter» meno costosi da gestire, a partire dal 2024. Fatto sta che la mobilità elettrica si sta dimostrando sempre più difficoltosa sotto il profilo finanziario. In Italia, prima di Cityscoot hanno messo in pausa il servizio di scooter in condivisione Zig Zag e Acciona. Persino i grandi nomi dell’automotive come Daimler e Bmw che avevano iniziato il loro servizio di car sharing con Car2go e Drive now ci hanno rinunciato, prima fondendo i due servizi in Sharenow per poi cedere tutto a Stellantis nel 2022 all’interno del servizio Free2move. Per non parlare, poi, dei 20 operatori di monopattini in condivisione che erano sul mercato prima del Covid e che oggi sono solo sette anche per motivi regolamentari e di sicurezza.
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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