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2025-01-01
Gemini, il programma spaziale più importante ma meno celebrato
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Nasa
Sono passati sessant'anni dal programma spaziale Gemini, lo sforzo che la Nasa fece dopo il progetto Mercury e prima dell'Apollo. Ma mentre questi ultimi sono stati celebrati da opere cinematografiche e libri, poco si racconta, ma tanto si deve, a quello che fu il vero «ponte per la Luna». Poco o nulla, prima delle dodici missioni Gemini, si sapeva di come gli esseri umani avrebbero potuto sopravvivere per settimane nello spazio, mai era stata proposta l'idea di poter cambiare l'orbita delle capsule pilotandole da bordo, restare fuori dalla navicella spaziale o eseguire l'attracco ad altri veicoli spaziali. Tutte capacità essenziali per allunare e poter tornare sani e salvi sulla Terra. In un periodo di soli 20 mesi, dal marzo 1965 al novembre 1966, la Nasa riuscì a sviluppare e collaudare tecnologie all'avanguardia che hanno aperto la strada non solo all'Apollo ma anche agli Space Shuttle; che hanno dato indicazioni su come costruire lo Skylab prima e la Stazione spaziale internazionale dopo. E se oggi si pensa di nuovo alla Luna con la missione Artemis e a Marte, molto lo si deve proprio a quel periodo e a quegli astronauti, alcuni dei quali hanno partecipato a più programmi, diventando figure leggendarie, come Neil Armstrong, Jim Lovell, Gus Grissom (costui morirà nell'incendio di Apollo 1), e John Young, che comanderà il primo degli Shuttle. E questi ultimi due furono l'equipaggio della missione Gemini 3, il 23 marzo 1965. Questa storia comincia il 25 maggio 1961, tre settimane dopo che Alan Shepard era diventato il primo americano nello spazio a bordo di una navicella spaziale Mercury, il presidente John Kennedy sfidò la Nasa e la nazione a «far allunare un uomo e riportarlo sano e salvo sulla Terra prima della fine del decennio». E la risposta dell'ente spaziale statunitense, che fino ad allora aveva mandato nello spazio un uomo alla volta, fu appunto il programma Gemini, la parola latina di Gemelli, proprio perché la nuova capsula avrebbe ospitato due piloti. Ma era anche pesante più del doppio, quasi 4 tonnellate contro 1,5 circa, aveva un grande modulo annesso per trasportare l'equipaggiamento necessario alla sopravvivenza e anche il propellente per i propulsori Oams, da Orbital Attitude and Maneuvering System, che consentivano all'equipaggio di cambiare l'orbita della navicella, manovra necessaria per poter effettuare in futuro un l'incontro nello spazio con un altro veicolo. Maggiore peso significava però anche maggiore potenza del razzo lanciatore, che per l'occasione fu selezionato nel Titan II alto 33 metri. Nell'aprile 1964 e nel gennaio 1965 (Gemini I e II), furono lanciate due missioni senza piloti a bordo per verificare che tutto funzionasse, quindi partì Gemini III comandata da Gus Grissom, il quale diventò la prima persona a viaggiare nello spazio due volte. Con lui John Young, che sarebbe poi diventato il primo uomo a compiere sei voli spaziali, tra cui il comando dell'Apollo 16 durante il quale camminò sulla luna, fino a terminare la carriera comandando Sts-1, prima missione del Columbia. L'obiettivo di Gemini III, il cui nomignolo fu Molly Brown (riferimento a un popolare musical di Broadway dell'epoca, The Unsinkable Molly Brown), era collaudare il nuovo veicolo spaziale manovrabile. Nello spazio, i membri dell'equipaggio azionavano i propulsori per cambiare la forma della loro orbita, spostare leggermente il loro piano orbitale e scendere a un'altitudine inferiore. Il successo della missione aprì la strada a quelle dei rendez-vous successivi e dimostrò che era possibile per un modulo lunare sollevarsi dalla Luna e agganciarsi al modulo di comando orbitale lunare per il viaggio di ritorno sulla Terra. Ma significava anche che il veicolo spaziale poteva essere lanciato per poi agganciarsi a una stazione spaziale orbitante, fatto che oggi diamo per scontato. Durante le loro tre orbite Grissom e Young si presero del tempo per fotografare e commentare la vista dalla loro prospettiva dall'alto sopra la Terra, dalle formazioni nuvolose fino al sorgere dell'alba, foto che negli anni divennero iconiche. Quattro ore e 33 minuti dopo il lancio, mentre parlava via radio con la nave di tracciamento Rose Knot Victor, Grissom riferì: «Tutti i retrorazzi si sono accesi normalmente» e i due ammararono nell'Oceano Atlantico rientrando in 19 minuti con lo splash-down a circa 90 km dalla portaerei Uss Intrepid, dove furono raggiunti e recuperati da un elicottero.
Nasa
Tutti gli uomini e le missioni, fino all'Apollo
Con Gemini IV, James McDivitt ed Edward White riuscirono nella la prima passeggiata spaziale americana (White); su Gemini V, Gordon Cooper e Charles Conrad, restarono nello spazio per sette giorni, 22 ore, 55 minuti e 14 secondi, provarono le procedure per attraccare a un altro veicolo spaziale, i sistemi di guida, il sistema di alimentazione a celle a combustibile e il radar. L'attesa unione di sue capsule sarà fatta da Gemini VI-A (Walter Schirra e Thomas Stafford), con Gemini VII (Frank Borman e Jim Lovell, quest'ultimo sarà comandante di Apollo 13), in una missione di 14 giorni durante i quali collaudarono anche una tuta pressurizzata leggera. Neil Armstrong (sarà il primo sulla Luna) e David Scott, con Gemini VIII, eseguirono quattro test di attracco con il veicolo bersaglio Agena e una passeggiata spaziale (Eva), oltre a esperimenti tecnologici, medici e scientifici, mentre Tom Stafford ed Eugene Cernan, su Gemini IX-A, rifecero la passeggiata equipaggiati con l'Astronaut Maneuvering Unit (Amu), sistema che consentiva di dirigersi mentre si era nel vuoto. Con Gemini X (John Young e Michael Collins, che sarà su Apollo 11), furono perfezionati gli attracchi e fatti diversi esperimenti fotografici e scientifici che sarebbero stati poi utili al programma Apollo, mentre Gemini 11 (Charles Conrad e Richard Gordon), dimostrarono la maturità delle passeggiate spaziali e delle tecnologie fotografiche. Il programma si concluse con il volo Gemini XII, (Jim Lovell e Edwin Aldrin che sarà su Apollo 11), che in circa quattro giorni ripeterono tutte le manovre degli equipaggi precedenti. Così la Nasa nel novembre 1966 stabilì che lo scopo del programma Gemelli era stato raggiunto.
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Voli lunghi con due persone a bordo, passeggiate spaziali, agganci tra navicelle. Ancora oggi l'aerospazio deve molto alle missioni di metà anni Sessanta e agli astronauti di quella generazione.Sono passati sessant'anni dal programma spaziale Gemini, lo sforzo che la Nasa fece dopo il progetto Mercury e prima dell'Apollo. Ma mentre questi ultimi sono stati celebrati da opere cinematografiche e libri, poco si racconta, ma tanto si deve, a quello che fu il vero «ponte per la Luna». Poco o nulla, prima delle dodici missioni Gemini, si sapeva di come gli esseri umani avrebbero potuto sopravvivere per settimane nello spazio, mai era stata proposta l'idea di poter cambiare l'orbita delle capsule pilotandole da bordo, restare fuori dalla navicella spaziale o eseguire l'attracco ad altri veicoli spaziali. Tutte capacità essenziali per allunare e poter tornare sani e salvi sulla Terra. In un periodo di soli 20 mesi, dal marzo 1965 al novembre 1966, la Nasa riuscì a sviluppare e collaudare tecnologie all'avanguardia che hanno aperto la strada non solo all'Apollo ma anche agli Space Shuttle; che hanno dato indicazioni su come costruire lo Skylab prima e la Stazione spaziale internazionale dopo. E se oggi si pensa di nuovo alla Luna con la missione Artemis e a Marte, molto lo si deve proprio a quel periodo e a quegli astronauti, alcuni dei quali hanno partecipato a più programmi, diventando figure leggendarie, come Neil Armstrong, Jim Lovell, Gus Grissom (costui morirà nell'incendio di Apollo 1), e John Young, che comanderà il primo degli Shuttle. E questi ultimi due furono l'equipaggio della missione Gemini 3, il 23 marzo 1965. Questa storia comincia il 25 maggio 1961, tre settimane dopo che Alan Shepard era diventato il primo americano nello spazio a bordo di una navicella spaziale Mercury, il presidente John Kennedy sfidò la Nasa e la nazione a «far allunare un uomo e riportarlo sano e salvo sulla Terra prima della fine del decennio». E la risposta dell'ente spaziale statunitense, che fino ad allora aveva mandato nello spazio un uomo alla volta, fu appunto il programma Gemini, la parola latina di Gemelli, proprio perché la nuova capsula avrebbe ospitato due piloti. Ma era anche pesante più del doppio, quasi 4 tonnellate contro 1,5 circa, aveva un grande modulo annesso per trasportare l'equipaggiamento necessario alla sopravvivenza e anche il propellente per i propulsori Oams, da Orbital Attitude and Maneuvering System, che consentivano all'equipaggio di cambiare l'orbita della navicella, manovra necessaria per poter effettuare in futuro un l'incontro nello spazio con un altro veicolo. Maggiore peso significava però anche maggiore potenza del razzo lanciatore, che per l'occasione fu selezionato nel Titan II alto 33 metri. Nell'aprile 1964 e nel gennaio 1965 (Gemini I e II), furono lanciate due missioni senza piloti a bordo per verificare che tutto funzionasse, quindi partì Gemini III comandata da Gus Grissom, il quale diventò la prima persona a viaggiare nello spazio due volte. Con lui John Young, che sarebbe poi diventato il primo uomo a compiere sei voli spaziali, tra cui il comando dell'Apollo 16 durante il quale camminò sulla luna, fino a terminare la carriera comandando Sts-1, prima missione del Columbia. L'obiettivo di Gemini III, il cui nomignolo fu Molly Brown (riferimento a un popolare musical di Broadway dell'epoca, The Unsinkable Molly Brown), era collaudare il nuovo veicolo spaziale manovrabile. Nello spazio, i membri dell'equipaggio azionavano i propulsori per cambiare la forma della loro orbita, spostare leggermente il loro piano orbitale e scendere a un'altitudine inferiore. Il successo della missione aprì la strada a quelle dei rendez-vous successivi e dimostrò che era possibile per un modulo lunare sollevarsi dalla Luna e agganciarsi al modulo di comando orbitale lunare per il viaggio di ritorno sulla Terra. Ma significava anche che il veicolo spaziale poteva essere lanciato per poi agganciarsi a una stazione spaziale orbitante, fatto che oggi diamo per scontato. Durante le loro tre orbite Grissom e Young si presero del tempo per fotografare e commentare la vista dalla loro prospettiva dall'alto sopra la Terra, dalle formazioni nuvolose fino al sorgere dell'alba, foto che negli anni divennero iconiche. Quattro ore e 33 minuti dopo il lancio, mentre parlava via radio con la nave di tracciamento Rose Knot Victor, Grissom riferì: «Tutti i retrorazzi si sono accesi normalmente» e i due ammararono nell'Oceano Atlantico rientrando in 19 minuti con lo splash-down a circa 90 km dalla portaerei Uss Intrepid, dove furono raggiunti e recuperati da un elicottero. NasaTutti gli uomini e le missioni, fino all'ApolloCon Gemini IV, James McDivitt ed Edward White riuscirono nella la prima passeggiata spaziale americana (White); su Gemini V, Gordon Cooper e Charles Conrad, restarono nello spazio per sette giorni, 22 ore, 55 minuti e 14 secondi, provarono le procedure per attraccare a un altro veicolo spaziale, i sistemi di guida, il sistema di alimentazione a celle a combustibile e il radar. L'attesa unione di sue capsule sarà fatta da Gemini VI-A (Walter Schirra e Thomas Stafford), con Gemini VII (Frank Borman e Jim Lovell, quest'ultimo sarà comandante di Apollo 13), in una missione di 14 giorni durante i quali collaudarono anche una tuta pressurizzata leggera. Neil Armstrong (sarà il primo sulla Luna) e David Scott, con Gemini VIII, eseguirono quattro test di attracco con il veicolo bersaglio Agena e una passeggiata spaziale (Eva), oltre a esperimenti tecnologici, medici e scientifici, mentre Tom Stafford ed Eugene Cernan, su Gemini IX-A, rifecero la passeggiata equipaggiati con l'Astronaut Maneuvering Unit (Amu), sistema che consentiva di dirigersi mentre si era nel vuoto. Con Gemini X (John Young e Michael Collins, che sarà su Apollo 11), furono perfezionati gli attracchi e fatti diversi esperimenti fotografici e scientifici che sarebbero stati poi utili al programma Apollo, mentre Gemini 11 (Charles Conrad e Richard Gordon), dimostrarono la maturità delle passeggiate spaziali e delle tecnologie fotografiche. Il programma si concluse con il volo Gemini XII, (Jim Lovell e Edwin Aldrin che sarà su Apollo 11), che in circa quattro giorni ripeterono tutte le manovre degli equipaggi precedenti. Così la Nasa nel novembre 1966 stabilì che lo scopo del programma Gemelli era stato raggiunto.
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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