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2025-01-01
Gemini, il programma spaziale più importante ma meno celebrato
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Nasa
Sono passati sessant'anni dal programma spaziale Gemini, lo sforzo che la Nasa fece dopo il progetto Mercury e prima dell'Apollo. Ma mentre questi ultimi sono stati celebrati da opere cinematografiche e libri, poco si racconta, ma tanto si deve, a quello che fu il vero «ponte per la Luna». Poco o nulla, prima delle dodici missioni Gemini, si sapeva di come gli esseri umani avrebbero potuto sopravvivere per settimane nello spazio, mai era stata proposta l'idea di poter cambiare l'orbita delle capsule pilotandole da bordo, restare fuori dalla navicella spaziale o eseguire l'attracco ad altri veicoli spaziali. Tutte capacità essenziali per allunare e poter tornare sani e salvi sulla Terra. In un periodo di soli 20 mesi, dal marzo 1965 al novembre 1966, la Nasa riuscì a sviluppare e collaudare tecnologie all'avanguardia che hanno aperto la strada non solo all'Apollo ma anche agli Space Shuttle; che hanno dato indicazioni su come costruire lo Skylab prima e la Stazione spaziale internazionale dopo. E se oggi si pensa di nuovo alla Luna con la missione Artemis e a Marte, molto lo si deve proprio a quel periodo e a quegli astronauti, alcuni dei quali hanno partecipato a più programmi, diventando figure leggendarie, come Neil Armstrong, Jim Lovell, Gus Grissom (costui morirà nell'incendio di Apollo 1), e John Young, che comanderà il primo degli Shuttle. E questi ultimi due furono l'equipaggio della missione Gemini 3, il 23 marzo 1965. Questa storia comincia il 25 maggio 1961, tre settimane dopo che Alan Shepard era diventato il primo americano nello spazio a bordo di una navicella spaziale Mercury, il presidente John Kennedy sfidò la Nasa e la nazione a «far allunare un uomo e riportarlo sano e salvo sulla Terra prima della fine del decennio». E la risposta dell'ente spaziale statunitense, che fino ad allora aveva mandato nello spazio un uomo alla volta, fu appunto il programma Gemini, la parola latina di Gemelli, proprio perché la nuova capsula avrebbe ospitato due piloti. Ma era anche pesante più del doppio, quasi 4 tonnellate contro 1,5 circa, aveva un grande modulo annesso per trasportare l'equipaggiamento necessario alla sopravvivenza e anche il propellente per i propulsori Oams, da Orbital Attitude and Maneuvering System, che consentivano all'equipaggio di cambiare l'orbita della navicella, manovra necessaria per poter effettuare in futuro un l'incontro nello spazio con un altro veicolo. Maggiore peso significava però anche maggiore potenza del razzo lanciatore, che per l'occasione fu selezionato nel Titan II alto 33 metri. Nell'aprile 1964 e nel gennaio 1965 (Gemini I e II), furono lanciate due missioni senza piloti a bordo per verificare che tutto funzionasse, quindi partì Gemini III comandata da Gus Grissom, il quale diventò la prima persona a viaggiare nello spazio due volte. Con lui John Young, che sarebbe poi diventato il primo uomo a compiere sei voli spaziali, tra cui il comando dell'Apollo 16 durante il quale camminò sulla luna, fino a terminare la carriera comandando Sts-1, prima missione del Columbia. L'obiettivo di Gemini III, il cui nomignolo fu Molly Brown (riferimento a un popolare musical di Broadway dell'epoca, The Unsinkable Molly Brown), era collaudare il nuovo veicolo spaziale manovrabile. Nello spazio, i membri dell'equipaggio azionavano i propulsori per cambiare la forma della loro orbita, spostare leggermente il loro piano orbitale e scendere a un'altitudine inferiore. Il successo della missione aprì la strada a quelle dei rendez-vous successivi e dimostrò che era possibile per un modulo lunare sollevarsi dalla Luna e agganciarsi al modulo di comando orbitale lunare per il viaggio di ritorno sulla Terra. Ma significava anche che il veicolo spaziale poteva essere lanciato per poi agganciarsi a una stazione spaziale orbitante, fatto che oggi diamo per scontato. Durante le loro tre orbite Grissom e Young si presero del tempo per fotografare e commentare la vista dalla loro prospettiva dall'alto sopra la Terra, dalle formazioni nuvolose fino al sorgere dell'alba, foto che negli anni divennero iconiche. Quattro ore e 33 minuti dopo il lancio, mentre parlava via radio con la nave di tracciamento Rose Knot Victor, Grissom riferì: «Tutti i retrorazzi si sono accesi normalmente» e i due ammararono nell'Oceano Atlantico rientrando in 19 minuti con lo splash-down a circa 90 km dalla portaerei Uss Intrepid, dove furono raggiunti e recuperati da un elicottero.
Nasa
Tutti gli uomini e le missioni, fino all'Apollo
Con Gemini IV, James McDivitt ed Edward White riuscirono nella la prima passeggiata spaziale americana (White); su Gemini V, Gordon Cooper e Charles Conrad, restarono nello spazio per sette giorni, 22 ore, 55 minuti e 14 secondi, provarono le procedure per attraccare a un altro veicolo spaziale, i sistemi di guida, il sistema di alimentazione a celle a combustibile e il radar. L'attesa unione di sue capsule sarà fatta da Gemini VI-A (Walter Schirra e Thomas Stafford), con Gemini VII (Frank Borman e Jim Lovell, quest'ultimo sarà comandante di Apollo 13), in una missione di 14 giorni durante i quali collaudarono anche una tuta pressurizzata leggera. Neil Armstrong (sarà il primo sulla Luna) e David Scott, con Gemini VIII, eseguirono quattro test di attracco con il veicolo bersaglio Agena e una passeggiata spaziale (Eva), oltre a esperimenti tecnologici, medici e scientifici, mentre Tom Stafford ed Eugene Cernan, su Gemini IX-A, rifecero la passeggiata equipaggiati con l'Astronaut Maneuvering Unit (Amu), sistema che consentiva di dirigersi mentre si era nel vuoto. Con Gemini X (John Young e Michael Collins, che sarà su Apollo 11), furono perfezionati gli attracchi e fatti diversi esperimenti fotografici e scientifici che sarebbero stati poi utili al programma Apollo, mentre Gemini 11 (Charles Conrad e Richard Gordon), dimostrarono la maturità delle passeggiate spaziali e delle tecnologie fotografiche. Il programma si concluse con il volo Gemini XII, (Jim Lovell e Edwin Aldrin che sarà su Apollo 11), che in circa quattro giorni ripeterono tutte le manovre degli equipaggi precedenti. Così la Nasa nel novembre 1966 stabilì che lo scopo del programma Gemelli era stato raggiunto.
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Voli lunghi con due persone a bordo, passeggiate spaziali, agganci tra navicelle. Ancora oggi l'aerospazio deve molto alle missioni di metà anni Sessanta e agli astronauti di quella generazione.Sono passati sessant'anni dal programma spaziale Gemini, lo sforzo che la Nasa fece dopo il progetto Mercury e prima dell'Apollo. Ma mentre questi ultimi sono stati celebrati da opere cinematografiche e libri, poco si racconta, ma tanto si deve, a quello che fu il vero «ponte per la Luna». Poco o nulla, prima delle dodici missioni Gemini, si sapeva di come gli esseri umani avrebbero potuto sopravvivere per settimane nello spazio, mai era stata proposta l'idea di poter cambiare l'orbita delle capsule pilotandole da bordo, restare fuori dalla navicella spaziale o eseguire l'attracco ad altri veicoli spaziali. Tutte capacità essenziali per allunare e poter tornare sani e salvi sulla Terra. In un periodo di soli 20 mesi, dal marzo 1965 al novembre 1966, la Nasa riuscì a sviluppare e collaudare tecnologie all'avanguardia che hanno aperto la strada non solo all'Apollo ma anche agli Space Shuttle; che hanno dato indicazioni su come costruire lo Skylab prima e la Stazione spaziale internazionale dopo. E se oggi si pensa di nuovo alla Luna con la missione Artemis e a Marte, molto lo si deve proprio a quel periodo e a quegli astronauti, alcuni dei quali hanno partecipato a più programmi, diventando figure leggendarie, come Neil Armstrong, Jim Lovell, Gus Grissom (costui morirà nell'incendio di Apollo 1), e John Young, che comanderà il primo degli Shuttle. E questi ultimi due furono l'equipaggio della missione Gemini 3, il 23 marzo 1965. Questa storia comincia il 25 maggio 1961, tre settimane dopo che Alan Shepard era diventato il primo americano nello spazio a bordo di una navicella spaziale Mercury, il presidente John Kennedy sfidò la Nasa e la nazione a «far allunare un uomo e riportarlo sano e salvo sulla Terra prima della fine del decennio». E la risposta dell'ente spaziale statunitense, che fino ad allora aveva mandato nello spazio un uomo alla volta, fu appunto il programma Gemini, la parola latina di Gemelli, proprio perché la nuova capsula avrebbe ospitato due piloti. Ma era anche pesante più del doppio, quasi 4 tonnellate contro 1,5 circa, aveva un grande modulo annesso per trasportare l'equipaggiamento necessario alla sopravvivenza e anche il propellente per i propulsori Oams, da Orbital Attitude and Maneuvering System, che consentivano all'equipaggio di cambiare l'orbita della navicella, manovra necessaria per poter effettuare in futuro un l'incontro nello spazio con un altro veicolo. Maggiore peso significava però anche maggiore potenza del razzo lanciatore, che per l'occasione fu selezionato nel Titan II alto 33 metri. Nell'aprile 1964 e nel gennaio 1965 (Gemini I e II), furono lanciate due missioni senza piloti a bordo per verificare che tutto funzionasse, quindi partì Gemini III comandata da Gus Grissom, il quale diventò la prima persona a viaggiare nello spazio due volte. Con lui John Young, che sarebbe poi diventato il primo uomo a compiere sei voli spaziali, tra cui il comando dell'Apollo 16 durante il quale camminò sulla luna, fino a terminare la carriera comandando Sts-1, prima missione del Columbia. L'obiettivo di Gemini III, il cui nomignolo fu Molly Brown (riferimento a un popolare musical di Broadway dell'epoca, The Unsinkable Molly Brown), era collaudare il nuovo veicolo spaziale manovrabile. Nello spazio, i membri dell'equipaggio azionavano i propulsori per cambiare la forma della loro orbita, spostare leggermente il loro piano orbitale e scendere a un'altitudine inferiore. Il successo della missione aprì la strada a quelle dei rendez-vous successivi e dimostrò che era possibile per un modulo lunare sollevarsi dalla Luna e agganciarsi al modulo di comando orbitale lunare per il viaggio di ritorno sulla Terra. Ma significava anche che il veicolo spaziale poteva essere lanciato per poi agganciarsi a una stazione spaziale orbitante, fatto che oggi diamo per scontato. Durante le loro tre orbite Grissom e Young si presero del tempo per fotografare e commentare la vista dalla loro prospettiva dall'alto sopra la Terra, dalle formazioni nuvolose fino al sorgere dell'alba, foto che negli anni divennero iconiche. Quattro ore e 33 minuti dopo il lancio, mentre parlava via radio con la nave di tracciamento Rose Knot Victor, Grissom riferì: «Tutti i retrorazzi si sono accesi normalmente» e i due ammararono nell'Oceano Atlantico rientrando in 19 minuti con lo splash-down a circa 90 km dalla portaerei Uss Intrepid, dove furono raggiunti e recuperati da un elicottero. NasaTutti gli uomini e le missioni, fino all'ApolloCon Gemini IV, James McDivitt ed Edward White riuscirono nella la prima passeggiata spaziale americana (White); su Gemini V, Gordon Cooper e Charles Conrad, restarono nello spazio per sette giorni, 22 ore, 55 minuti e 14 secondi, provarono le procedure per attraccare a un altro veicolo spaziale, i sistemi di guida, il sistema di alimentazione a celle a combustibile e il radar. L'attesa unione di sue capsule sarà fatta da Gemini VI-A (Walter Schirra e Thomas Stafford), con Gemini VII (Frank Borman e Jim Lovell, quest'ultimo sarà comandante di Apollo 13), in una missione di 14 giorni durante i quali collaudarono anche una tuta pressurizzata leggera. Neil Armstrong (sarà il primo sulla Luna) e David Scott, con Gemini VIII, eseguirono quattro test di attracco con il veicolo bersaglio Agena e una passeggiata spaziale (Eva), oltre a esperimenti tecnologici, medici e scientifici, mentre Tom Stafford ed Eugene Cernan, su Gemini IX-A, rifecero la passeggiata equipaggiati con l'Astronaut Maneuvering Unit (Amu), sistema che consentiva di dirigersi mentre si era nel vuoto. Con Gemini X (John Young e Michael Collins, che sarà su Apollo 11), furono perfezionati gli attracchi e fatti diversi esperimenti fotografici e scientifici che sarebbero stati poi utili al programma Apollo, mentre Gemini 11 (Charles Conrad e Richard Gordon), dimostrarono la maturità delle passeggiate spaziali e delle tecnologie fotografiche. Il programma si concluse con il volo Gemini XII, (Jim Lovell e Edwin Aldrin che sarà su Apollo 11), che in circa quattro giorni ripeterono tutte le manovre degli equipaggi precedenti. Così la Nasa nel novembre 1966 stabilì che lo scopo del programma Gemelli era stato raggiunto.
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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