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2022-02-26
Il gas, la finanza, i Balcani. Così l’Ue targata Merkel ha reso più potente lo zar
Angela Merkel (Ansa)
È il 2006 quando l’Europa scopre il freddo. Mosca e Kiev per la prima volta avviano un contenzioso sul gas che per settimane provoca un dimezzamento dei flussi. Colpendo soprattutto Germania e Italia. Nei mesi estivi si cerca una mediazione economica, che per un po’ funziona. Fino a ottobre del 2007, quando Gazprom minaccia di ridurre le sue forniture se Kiev non salda entro la fine del mese un debito da 1,3 miliardi di dollari. La richiesta cade guarda caso nel momento in cui a Kiev si sta formando un governo filo occidentale. Il tira e molla va avanti per ulteriori due anni, fino al 2009, quando l’Ue decide di intervenire.
I problemi attuali nascono all’epoca e, nel merito, dal sovrapporsi di necessità e di strategie guidate, da una parte, dal mondo socialdemocratico europeo, che guarda a Barack Obama e al vice Joe Biden e, dall’altra parte, dal mondo del Ppe e della Cdu di Angela Merkel. La locomotiva tedesca, così è sempre stata chiamata, ha compreso che grazie alla moneta unica poteva avviare una nuova fase europea, quella dell’espansione nei Balcani e soprattutto a Est. L’idea era quella di allargare i confini Ue e inglobare nuovi mercati per far crescere le aziende tedesche e a ruota pure quelle italiane o francesi. Inutile dire che la strategia non poteva essere solo economica, almeno con l’intenzione di renderla stabile nel tempo.
Ma doveva essere in seconda istanza politica e poi militare. Dopo aver inglobato un nuovo mercato di consumo, Berlino e Bruxelles hanno più volte messo sul tavolo l’ipotesi di vedere nascere governi filo Ue. Sapendo che ciò avrebbe dato fastidio al vecchio vicino russo si è sempre giocato a sbandierare la carta della Nato. Due esempi su tutti. La Macedonia del Nord e l’Ucraina.
Nel primo caso, le pressioni portate avanti dal presidente Jean-Claude Juncker e da Lady Pesc, Federica Mogherini hanno avuto un enorme effetto destabilizzatore per Skopjie. Basti ricordare gli scandali delle intercettazioni illegali che sono serviti a mo’ di scusa per imporre giudici extra territoriali e forzare mediaticamente la mano a favore di Zoran Zaev, il premier socialista filo Obama e ben visto pure da George Soros. A soccombere è stato il partito di destra Vrmo, con un passato filo sovietico e un presente vicino al governo ungherese di Viktor Orbán. Intervenire a Skopjie è stato il secondo atto della presa del Kosovo e della limitazione territoriale della Serbia. Trascorsi oltre dieci anni, la politica di Mogherini & c. non ha portato certo ricchezza né stabilità nell’area, lasciando spazio alla crescita della Grande Albania e di comunità musulmane fin troppo vicine a estremisti del Medio Oriente. Stesso discorso, ma ancora più in grande, si può fare per le sorti dell’Ucraina. La svolta con le proteste di Piazza Maidan nel 2014 avrebbe dovuto fornire l’occasione all’Europa francotedesca di allargarsi fino alla Russia. Il culmine nel 2017, quando Juncker e Donald Tusk e Kiev celebravano lo speciale accordo con l’Ue. A osservare anche il capo della Nato, Jens Stoltenberg. Peccato che le promesse e le spinte di Obama, pur sovvenzionate con fondi europei, non hanno tenuto conto del problema di fondo. Cioè il gas, elemento scatenante della crisi del 2006. La soluzione avanzata dai tedeschi è stata quella di avviare due gasdotti in grado di aggirare l’Ucraina, con l’obiettivo di aprire un rapporto diretto con Mosca. Dei due gasdotti solo uno è passato dalla carta al cantiere.
Si tratta del Nord stream 2, congelato giusto l’altro giorno per mano di Berlino. Sia tedeschi che russi hanno capito che quel tempo è finito e con esso la pipeline sotto il mar Baltico. Il risultato però è che l’Europa non ha creato una sua sovranità energetica, ha sperato di rendersi indipendente utilizzando la Nato senza voler pagare il conto. Conto che è arrivato adesso. La dottrina americana ha infatti spinto e sostenuto il continuo allargamento verso Est, consapevole che se i Paesi membri erano impegnati a inglobare nuovi territori non potevano pensare a diventare una federazione. L’Europa resta infatti il baricentro del mondo e gli Usa non desiderano uno solo al comando dell’Ue. Lo si comprende anche dalla posizione della Gran Bretagna, che prima ha soffiato sull’ideologia dell’allargamento e ora, dopo la Brexit, soffia sul fuoco dell’instabilità. Dal suo punto di vista fa benissimo. Il problema è il nostro.
Il punto è capire che cosa succederà d’ora in avanti. Di certo gli Usa hanno conseguito un successo. Azzoppati i tedeschi, sono diventati gli unici interlocutori dei russi. Quanto lo siano o lo saranno si capirà a breve. Su tutto pende una domanda. Perché la maggior parte delle ambasciate, invece di evacuare e lasciare l’Ucraina, si è trasferita a Leopoli? I diplomatici sanno già che quello sarà un punto di caduta? Una nuova capitale? Fa parte di un accordo sotto banco tra americani e russi per spartirsi l’ex Paese sovietico? Potrebbe anche essere l’opposto. Cioè un semplice ripiego nell’attesa di verificare se Putin e Xi Jinping abbiano fatto un accordo a loro volta. Se fosse così, recuperare i danni della getsione Merkel e Juncker sarà molto ma molto difficile.
Gli esperti avevano avvisato la Nato
Eravamo stati avvisati. Ce lo avevano detto i più brillanti studiosi di politica internazionale: portargli la Nato sulla soglia di casa avrebbe spinto Vladimir Putin a scatenare la guerra. Nella percezione del Cremlino, per esigenze difensive, più che per ambizioni imperialiste: l’Orso, già indebolito dallo sgretolamento dell’Urss, pretendeva una cintura di sicurezza attorno ai propri confini. Stringerlo a tenaglia significava indurlo a reagire con una zampata.
Già nel 1997, il teorico del contenimento, George Kennan, fu esplicito: allargare a Est la Nato «sarebbe il più tragico errore della politica americana» nell’era postsovietica. Il diplomatico, che invero, nel 1949, criticò l’idea stessa di istituire l’Alleanza atlantica, sapeva che l’espansione verso Oriente avrebbe «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa», danneggiando il processo di democratizzazione nella Federazione e restaurando «l’atmosfera della guerra fredda».
Una profezia inascoltata: nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorbaciov avesse incassato l’assicurazione verbale che la Nato non si sarebbe «spostata a Est di un millimetro», l’amministrazione Clinton, negli anni Novanta, diede nuovo impulso all’ampliamento del sodalizio militare. All’epoca, persino il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, lucidamente invocava un approccio cauto: l’accrescimento dell’Alleanza non doveva suscitare più tensioni di quante ne avrebbe potute eliminare. Niente da fare: anzitutto ci fu la ratifica dell’ingresso di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; poi, arrivarono Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Finché, nel 2008, Washington iniziò a premere per l’ammissione di Georgia e Ucraina. L’accelerazione di Tblisi, con tanto di riannessione di Abcasia e Ossezia del Sud, innescò la prima reazione armata di Mosca. Un incidente che avrebbe dovuto far suonare, a Occidente, un campanello d’allarme. Invece, Stati Uniti ed Europa hanno continuato a perseguire l’imprudente strategia anche con Kiev.
Nel 2014, all’indomani degli eventi di piazza Maidan e della destituzione del governo filorusso, fioccarono gli interventi critici della scuola realista. John Mearsheimer, ad esempio, vergò un saggio dal titolo eloquente: Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente. A suo parere, Putin sarebbe passato alle vie di fatto, occupando la Crimea, per tre motivi: primo, perché la Nato si stava trasferendo «nel giardino della Russia»; secondo, perché l’Ue si stava espandendo e, terzo, perché essa aveva sostenuto «il movimento pro democrazia», a partire dalla Rivoluzione arancione del 2004. «Quando i russi guardano all’ingegneria sociale occidentale in Ucraina», scriveva Mearsheimer, «temono che il loro Paese possa essere il prossimo sulla lista. E tali paure difficilmente risultano infondate». Alla faccia del Putin autocrate psicotico: «L’Ucraina svolge la funzione di Stato cuscinetto, che è di enorme importanza strategica per la Russia. Nessun leader russo sarebbe rimasto immobile, mentre l’Occidente dava una mano a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina» con Usa ed Europa. E intravedendo la prospettiva che la Federazione, tenuta sotto tiro da missili e truppe, fosse tagliata fuori dagli sbocchi sui mari caldi. Il punto, osservò Mearsheimer, era che «Washington può non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprendere la logica che c’è dietro». Ecco: «comprendere». L’alternativa è la spirale degli slogan psicologisti e moraleggianti: Putin pazzo, dittatore, male assoluto. Sarà vero, ma ciò non esenta dal bisogno di ricorrere all’analisi razionale.
Otto anni fa, anche Henry Kissinger, sul Washington Post, intervenne nel dibattito sulla crisi ucraina, aperto dall’editoriale bellicista di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Con molto equilibrio, il veterano della diplomazia americana tirava le orecchie sia all’inquilino del Cremlino («Dovrebbe capire che, quali che siano le sue rimostranze, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra guerra fredda»), sia agli Usa e all’Europa, che non potevano ignorare il legame storico e strategico di Kiev con la Russia. Kissinger, meno radicalmente di Mearsheimer, sosteneva che l’Ucraina, pur non condannata al ruolo di Stato cuscinetto, potesse essere, sì, lasciata libera di aderire all’Ue, ma non alla Nato.
Negli ultimi giorni, su Foreign Policy, è intervenuto pure Stephen Walt, che era stato chiarissimo già nel 2015: allargare la Nato ai Paesi dell’ex blocco sovietico è «un obiettivo pericoloso e non necessario». Il politologo ha contestato le perniciose ideologiche illusioni della diplomazia liberal, rimarcandone l’incapacità di convincere Mosca delle «benevole intenzioni della Nato». La Russia non ci ha mai creduto - e non per una perversa malizia dello zar. «I russi si guardano indietro», spiega alla Verità Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss. «Ricordano che, negli anni Venti del Novecento, i loro soldati si addestravano con l’esercito di Weimar. Poi, con i tedeschi, nel 1939, si spartirono la Polonia. Eppure, il 22 giugno del 1941, Adolf Hitler attaccò l’Unione sovietica. Le intenzioni cambiano nel tempo». E il Cremlino non solo non vuole offrire un vantaggio strutturale agli avversari, ma ha pure paura dell’«esportazione del modello delle rivoluzioni colorate». Eugenio Di Rienzo, autore, nel 2015, per Rubbettino, di un volume sul Conflitto russo-ucraino: geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, sostiene addirittura che «Putin, in una qualche misura, sia stato costretto a questo conflitto. Gli era stato assicurato che non fosse nell’agenda l’entrata dell’Ucraina nella Nato. Lui, però, pretendeva una garanzia scritta, pensando a quello che era successo a Gorbaciov e paventando che l’impegno dichiarato si riducesse a un protocollo diplomatico».
Il messaggio degli esperti, da anni, è inequivocabile: piaccia o meno il regime di Putin, portare l’Alleanza atlantica alle frontiere dello zar è un azzardo. La Russia considera tale intento una minaccia esistenziale. Quel monito è stato ignorato. Il prezzo della temeraria sfida, oggi, è il sangue.
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Tutti gli errori dell’Europa e dell’ideologia dell’allargamento a Est. Berlino ha inglobato i mercati degli ex satelliti Urss, Federica Mogherini ha lasciato il caos nei Balcani. Ignorando la sovranità energetica.Da Henry Kissinger a John Mearsheimer, i politologi realisti sconsigliano da sempre l’azzardo dell’espansione verso Oriente. Persino Romano Prodi, negli anni Novanta, invocava cautela.Lo speciale contiene due articoli.È il 2006 quando l’Europa scopre il freddo. Mosca e Kiev per la prima volta avviano un contenzioso sul gas che per settimane provoca un dimezzamento dei flussi. Colpendo soprattutto Germania e Italia. Nei mesi estivi si cerca una mediazione economica, che per un po’ funziona. Fino a ottobre del 2007, quando Gazprom minaccia di ridurre le sue forniture se Kiev non salda entro la fine del mese un debito da 1,3 miliardi di dollari. La richiesta cade guarda caso nel momento in cui a Kiev si sta formando un governo filo occidentale. Il tira e molla va avanti per ulteriori due anni, fino al 2009, quando l’Ue decide di intervenire. I problemi attuali nascono all’epoca e, nel merito, dal sovrapporsi di necessità e di strategie guidate, da una parte, dal mondo socialdemocratico europeo, che guarda a Barack Obama e al vice Joe Biden e, dall’altra parte, dal mondo del Ppe e della Cdu di Angela Merkel. La locomotiva tedesca, così è sempre stata chiamata, ha compreso che grazie alla moneta unica poteva avviare una nuova fase europea, quella dell’espansione nei Balcani e soprattutto a Est. L’idea era quella di allargare i confini Ue e inglobare nuovi mercati per far crescere le aziende tedesche e a ruota pure quelle italiane o francesi. Inutile dire che la strategia non poteva essere solo economica, almeno con l’intenzione di renderla stabile nel tempo. Ma doveva essere in seconda istanza politica e poi militare. Dopo aver inglobato un nuovo mercato di consumo, Berlino e Bruxelles hanno più volte messo sul tavolo l’ipotesi di vedere nascere governi filo Ue. Sapendo che ciò avrebbe dato fastidio al vecchio vicino russo si è sempre giocato a sbandierare la carta della Nato. Due esempi su tutti. La Macedonia del Nord e l’Ucraina. Nel primo caso, le pressioni portate avanti dal presidente Jean-Claude Juncker e da Lady Pesc, Federica Mogherini hanno avuto un enorme effetto destabilizzatore per Skopjie. Basti ricordare gli scandali delle intercettazioni illegali che sono serviti a mo’ di scusa per imporre giudici extra territoriali e forzare mediaticamente la mano a favore di Zoran Zaev, il premier socialista filo Obama e ben visto pure da George Soros. A soccombere è stato il partito di destra Vrmo, con un passato filo sovietico e un presente vicino al governo ungherese di Viktor Orbán. Intervenire a Skopjie è stato il secondo atto della presa del Kosovo e della limitazione territoriale della Serbia. Trascorsi oltre dieci anni, la politica di Mogherini & c. non ha portato certo ricchezza né stabilità nell’area, lasciando spazio alla crescita della Grande Albania e di comunità musulmane fin troppo vicine a estremisti del Medio Oriente. Stesso discorso, ma ancora più in grande, si può fare per le sorti dell’Ucraina. La svolta con le proteste di Piazza Maidan nel 2014 avrebbe dovuto fornire l’occasione all’Europa francotedesca di allargarsi fino alla Russia. Il culmine nel 2017, quando Juncker e Donald Tusk e Kiev celebravano lo speciale accordo con l’Ue. A osservare anche il capo della Nato, Jens Stoltenberg. Peccato che le promesse e le spinte di Obama, pur sovvenzionate con fondi europei, non hanno tenuto conto del problema di fondo. Cioè il gas, elemento scatenante della crisi del 2006. La soluzione avanzata dai tedeschi è stata quella di avviare due gasdotti in grado di aggirare l’Ucraina, con l’obiettivo di aprire un rapporto diretto con Mosca. Dei due gasdotti solo uno è passato dalla carta al cantiere. Si tratta del Nord stream 2, congelato giusto l’altro giorno per mano di Berlino. Sia tedeschi che russi hanno capito che quel tempo è finito e con esso la pipeline sotto il mar Baltico. Il risultato però è che l’Europa non ha creato una sua sovranità energetica, ha sperato di rendersi indipendente utilizzando la Nato senza voler pagare il conto. Conto che è arrivato adesso. La dottrina americana ha infatti spinto e sostenuto il continuo allargamento verso Est, consapevole che se i Paesi membri erano impegnati a inglobare nuovi territori non potevano pensare a diventare una federazione. L’Europa resta infatti il baricentro del mondo e gli Usa non desiderano uno solo al comando dell’Ue. Lo si comprende anche dalla posizione della Gran Bretagna, che prima ha soffiato sull’ideologia dell’allargamento e ora, dopo la Brexit, soffia sul fuoco dell’instabilità. Dal suo punto di vista fa benissimo. Il problema è il nostro. Il punto è capire che cosa succederà d’ora in avanti. Di certo gli Usa hanno conseguito un successo. Azzoppati i tedeschi, sono diventati gli unici interlocutori dei russi. Quanto lo siano o lo saranno si capirà a breve. Su tutto pende una domanda. Perché la maggior parte delle ambasciate, invece di evacuare e lasciare l’Ucraina, si è trasferita a Leopoli? I diplomatici sanno già che quello sarà un punto di caduta? Una nuova capitale? Fa parte di un accordo sotto banco tra americani e russi per spartirsi l’ex Paese sovietico? Potrebbe anche essere l’opposto. Cioè un semplice ripiego nell’attesa di verificare se Putin e Xi Jinping abbiano fatto un accordo a loro volta. 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Già nel 1997, il teorico del contenimento, George Kennan, fu esplicito: allargare a Est la Nato «sarebbe il più tragico errore della politica americana» nell’era postsovietica. Il diplomatico, che invero, nel 1949, criticò l’idea stessa di istituire l’Alleanza atlantica, sapeva che l’espansione verso Oriente avrebbe «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa», danneggiando il processo di democratizzazione nella Federazione e restaurando «l’atmosfera della guerra fredda». Una profezia inascoltata: nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorbaciov avesse incassato l’assicurazione verbale che la Nato non si sarebbe «spostata a Est di un millimetro», l’amministrazione Clinton, negli anni Novanta, diede nuovo impulso all’ampliamento del sodalizio militare. All’epoca, persino il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, lucidamente invocava un approccio cauto: l’accrescimento dell’Alleanza non doveva suscitare più tensioni di quante ne avrebbe potute eliminare. Niente da fare: anzitutto ci fu la ratifica dell’ingresso di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; poi, arrivarono Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Finché, nel 2008, Washington iniziò a premere per l’ammissione di Georgia e Ucraina. L’accelerazione di Tblisi, con tanto di riannessione di Abcasia e Ossezia del Sud, innescò la prima reazione armata di Mosca. Un incidente che avrebbe dovuto far suonare, a Occidente, un campanello d’allarme. Invece, Stati Uniti ed Europa hanno continuato a perseguire l’imprudente strategia anche con Kiev. Nel 2014, all’indomani degli eventi di piazza Maidan e della destituzione del governo filorusso, fioccarono gli interventi critici della scuola realista. John Mearsheimer, ad esempio, vergò un saggio dal titolo eloquente: Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente. A suo parere, Putin sarebbe passato alle vie di fatto, occupando la Crimea, per tre motivi: primo, perché la Nato si stava trasferendo «nel giardino della Russia»; secondo, perché l’Ue si stava espandendo e, terzo, perché essa aveva sostenuto «il movimento pro democrazia», a partire dalla Rivoluzione arancione del 2004. «Quando i russi guardano all’ingegneria sociale occidentale in Ucraina», scriveva Mearsheimer, «temono che il loro Paese possa essere il prossimo sulla lista. E tali paure difficilmente risultano infondate». Alla faccia del Putin autocrate psicotico: «L’Ucraina svolge la funzione di Stato cuscinetto, che è di enorme importanza strategica per la Russia. Nessun leader russo sarebbe rimasto immobile, mentre l’Occidente dava una mano a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina» con Usa ed Europa. E intravedendo la prospettiva che la Federazione, tenuta sotto tiro da missili e truppe, fosse tagliata fuori dagli sbocchi sui mari caldi. Il punto, osservò Mearsheimer, era che «Washington può non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprendere la logica che c’è dietro». Ecco: «comprendere». L’alternativa è la spirale degli slogan psicologisti e moraleggianti: Putin pazzo, dittatore, male assoluto. Sarà vero, ma ciò non esenta dal bisogno di ricorrere all’analisi razionale. Otto anni fa, anche Henry Kissinger, sul Washington Post, intervenne nel dibattito sulla crisi ucraina, aperto dall’editoriale bellicista di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Con molto equilibrio, il veterano della diplomazia americana tirava le orecchie sia all’inquilino del Cremlino («Dovrebbe capire che, quali che siano le sue rimostranze, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra guerra fredda»), sia agli Usa e all’Europa, che non potevano ignorare il legame storico e strategico di Kiev con la Russia. Kissinger, meno radicalmente di Mearsheimer, sosteneva che l’Ucraina, pur non condannata al ruolo di Stato cuscinetto, potesse essere, sì, lasciata libera di aderire all’Ue, ma non alla Nato. Negli ultimi giorni, su Foreign Policy, è intervenuto pure Stephen Walt, che era stato chiarissimo già nel 2015: allargare la Nato ai Paesi dell’ex blocco sovietico è «un obiettivo pericoloso e non necessario». Il politologo ha contestato le perniciose ideologiche illusioni della diplomazia liberal, rimarcandone l’incapacità di convincere Mosca delle «benevole intenzioni della Nato». La Russia non ci ha mai creduto - e non per una perversa malizia dello zar. «I russi si guardano indietro», spiega alla Verità Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss. «Ricordano che, negli anni Venti del Novecento, i loro soldati si addestravano con l’esercito di Weimar. Poi, con i tedeschi, nel 1939, si spartirono la Polonia. Eppure, il 22 giugno del 1941, Adolf Hitler attaccò l’Unione sovietica. Le intenzioni cambiano nel tempo». E il Cremlino non solo non vuole offrire un vantaggio strutturale agli avversari, ma ha pure paura dell’«esportazione del modello delle rivoluzioni colorate». Eugenio Di Rienzo, autore, nel 2015, per Rubbettino, di un volume sul Conflitto russo-ucraino: geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, sostiene addirittura che «Putin, in una qualche misura, sia stato costretto a questo conflitto. Gli era stato assicurato che non fosse nell’agenda l’entrata dell’Ucraina nella Nato. Lui, però, pretendeva una garanzia scritta, pensando a quello che era successo a Gorbaciov e paventando che l’impegno dichiarato si riducesse a un protocollo diplomatico». Il messaggio degli esperti, da anni, è inequivocabile: piaccia o meno il regime di Putin, portare l’Alleanza atlantica alle frontiere dello zar è un azzardo. La Russia considera tale intento una minaccia esistenziale. Quel monito è stato ignorato. Il prezzo della temeraria sfida, oggi, è il sangue.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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