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2022-02-26
Il gas, la finanza, i Balcani. Così l’Ue targata Merkel ha reso più potente lo zar
Angela Merkel (Ansa)
È il 2006 quando l’Europa scopre il freddo. Mosca e Kiev per la prima volta avviano un contenzioso sul gas che per settimane provoca un dimezzamento dei flussi. Colpendo soprattutto Germania e Italia. Nei mesi estivi si cerca una mediazione economica, che per un po’ funziona. Fino a ottobre del 2007, quando Gazprom minaccia di ridurre le sue forniture se Kiev non salda entro la fine del mese un debito da 1,3 miliardi di dollari. La richiesta cade guarda caso nel momento in cui a Kiev si sta formando un governo filo occidentale. Il tira e molla va avanti per ulteriori due anni, fino al 2009, quando l’Ue decide di intervenire.
I problemi attuali nascono all’epoca e, nel merito, dal sovrapporsi di necessità e di strategie guidate, da una parte, dal mondo socialdemocratico europeo, che guarda a Barack Obama e al vice Joe Biden e, dall’altra parte, dal mondo del Ppe e della Cdu di Angela Merkel. La locomotiva tedesca, così è sempre stata chiamata, ha compreso che grazie alla moneta unica poteva avviare una nuova fase europea, quella dell’espansione nei Balcani e soprattutto a Est. L’idea era quella di allargare i confini Ue e inglobare nuovi mercati per far crescere le aziende tedesche e a ruota pure quelle italiane o francesi. Inutile dire che la strategia non poteva essere solo economica, almeno con l’intenzione di renderla stabile nel tempo.
Ma doveva essere in seconda istanza politica e poi militare. Dopo aver inglobato un nuovo mercato di consumo, Berlino e Bruxelles hanno più volte messo sul tavolo l’ipotesi di vedere nascere governi filo Ue. Sapendo che ciò avrebbe dato fastidio al vecchio vicino russo si è sempre giocato a sbandierare la carta della Nato. Due esempi su tutti. La Macedonia del Nord e l’Ucraina.
Nel primo caso, le pressioni portate avanti dal presidente Jean-Claude Juncker e da Lady Pesc, Federica Mogherini hanno avuto un enorme effetto destabilizzatore per Skopjie. Basti ricordare gli scandali delle intercettazioni illegali che sono serviti a mo’ di scusa per imporre giudici extra territoriali e forzare mediaticamente la mano a favore di Zoran Zaev, il premier socialista filo Obama e ben visto pure da George Soros. A soccombere è stato il partito di destra Vrmo, con un passato filo sovietico e un presente vicino al governo ungherese di Viktor Orbán. Intervenire a Skopjie è stato il secondo atto della presa del Kosovo e della limitazione territoriale della Serbia. Trascorsi oltre dieci anni, la politica di Mogherini & c. non ha portato certo ricchezza né stabilità nell’area, lasciando spazio alla crescita della Grande Albania e di comunità musulmane fin troppo vicine a estremisti del Medio Oriente. Stesso discorso, ma ancora più in grande, si può fare per le sorti dell’Ucraina. La svolta con le proteste di Piazza Maidan nel 2014 avrebbe dovuto fornire l’occasione all’Europa francotedesca di allargarsi fino alla Russia. Il culmine nel 2017, quando Juncker e Donald Tusk e Kiev celebravano lo speciale accordo con l’Ue. A osservare anche il capo della Nato, Jens Stoltenberg. Peccato che le promesse e le spinte di Obama, pur sovvenzionate con fondi europei, non hanno tenuto conto del problema di fondo. Cioè il gas, elemento scatenante della crisi del 2006. La soluzione avanzata dai tedeschi è stata quella di avviare due gasdotti in grado di aggirare l’Ucraina, con l’obiettivo di aprire un rapporto diretto con Mosca. Dei due gasdotti solo uno è passato dalla carta al cantiere.
Si tratta del Nord stream 2, congelato giusto l’altro giorno per mano di Berlino. Sia tedeschi che russi hanno capito che quel tempo è finito e con esso la pipeline sotto il mar Baltico. Il risultato però è che l’Europa non ha creato una sua sovranità energetica, ha sperato di rendersi indipendente utilizzando la Nato senza voler pagare il conto. Conto che è arrivato adesso. La dottrina americana ha infatti spinto e sostenuto il continuo allargamento verso Est, consapevole che se i Paesi membri erano impegnati a inglobare nuovi territori non potevano pensare a diventare una federazione. L’Europa resta infatti il baricentro del mondo e gli Usa non desiderano uno solo al comando dell’Ue. Lo si comprende anche dalla posizione della Gran Bretagna, che prima ha soffiato sull’ideologia dell’allargamento e ora, dopo la Brexit, soffia sul fuoco dell’instabilità. Dal suo punto di vista fa benissimo. Il problema è il nostro.
Il punto è capire che cosa succederà d’ora in avanti. Di certo gli Usa hanno conseguito un successo. Azzoppati i tedeschi, sono diventati gli unici interlocutori dei russi. Quanto lo siano o lo saranno si capirà a breve. Su tutto pende una domanda. Perché la maggior parte delle ambasciate, invece di evacuare e lasciare l’Ucraina, si è trasferita a Leopoli? I diplomatici sanno già che quello sarà un punto di caduta? Una nuova capitale? Fa parte di un accordo sotto banco tra americani e russi per spartirsi l’ex Paese sovietico? Potrebbe anche essere l’opposto. Cioè un semplice ripiego nell’attesa di verificare se Putin e Xi Jinping abbiano fatto un accordo a loro volta. Se fosse così, recuperare i danni della getsione Merkel e Juncker sarà molto ma molto difficile.
Gli esperti avevano avvisato la Nato
Eravamo stati avvisati. Ce lo avevano detto i più brillanti studiosi di politica internazionale: portargli la Nato sulla soglia di casa avrebbe spinto Vladimir Putin a scatenare la guerra. Nella percezione del Cremlino, per esigenze difensive, più che per ambizioni imperialiste: l’Orso, già indebolito dallo sgretolamento dell’Urss, pretendeva una cintura di sicurezza attorno ai propri confini. Stringerlo a tenaglia significava indurlo a reagire con una zampata.
Già nel 1997, il teorico del contenimento, George Kennan, fu esplicito: allargare a Est la Nato «sarebbe il più tragico errore della politica americana» nell’era postsovietica. Il diplomatico, che invero, nel 1949, criticò l’idea stessa di istituire l’Alleanza atlantica, sapeva che l’espansione verso Oriente avrebbe «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa», danneggiando il processo di democratizzazione nella Federazione e restaurando «l’atmosfera della guerra fredda».
Una profezia inascoltata: nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorbaciov avesse incassato l’assicurazione verbale che la Nato non si sarebbe «spostata a Est di un millimetro», l’amministrazione Clinton, negli anni Novanta, diede nuovo impulso all’ampliamento del sodalizio militare. All’epoca, persino il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, lucidamente invocava un approccio cauto: l’accrescimento dell’Alleanza non doveva suscitare più tensioni di quante ne avrebbe potute eliminare. Niente da fare: anzitutto ci fu la ratifica dell’ingresso di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; poi, arrivarono Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Finché, nel 2008, Washington iniziò a premere per l’ammissione di Georgia e Ucraina. L’accelerazione di Tblisi, con tanto di riannessione di Abcasia e Ossezia del Sud, innescò la prima reazione armata di Mosca. Un incidente che avrebbe dovuto far suonare, a Occidente, un campanello d’allarme. Invece, Stati Uniti ed Europa hanno continuato a perseguire l’imprudente strategia anche con Kiev.
Nel 2014, all’indomani degli eventi di piazza Maidan e della destituzione del governo filorusso, fioccarono gli interventi critici della scuola realista. John Mearsheimer, ad esempio, vergò un saggio dal titolo eloquente: Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente. A suo parere, Putin sarebbe passato alle vie di fatto, occupando la Crimea, per tre motivi: primo, perché la Nato si stava trasferendo «nel giardino della Russia»; secondo, perché l’Ue si stava espandendo e, terzo, perché essa aveva sostenuto «il movimento pro democrazia», a partire dalla Rivoluzione arancione del 2004. «Quando i russi guardano all’ingegneria sociale occidentale in Ucraina», scriveva Mearsheimer, «temono che il loro Paese possa essere il prossimo sulla lista. E tali paure difficilmente risultano infondate». Alla faccia del Putin autocrate psicotico: «L’Ucraina svolge la funzione di Stato cuscinetto, che è di enorme importanza strategica per la Russia. Nessun leader russo sarebbe rimasto immobile, mentre l’Occidente dava una mano a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina» con Usa ed Europa. E intravedendo la prospettiva che la Federazione, tenuta sotto tiro da missili e truppe, fosse tagliata fuori dagli sbocchi sui mari caldi. Il punto, osservò Mearsheimer, era che «Washington può non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprendere la logica che c’è dietro». Ecco: «comprendere». L’alternativa è la spirale degli slogan psicologisti e moraleggianti: Putin pazzo, dittatore, male assoluto. Sarà vero, ma ciò non esenta dal bisogno di ricorrere all’analisi razionale.
Otto anni fa, anche Henry Kissinger, sul Washington Post, intervenne nel dibattito sulla crisi ucraina, aperto dall’editoriale bellicista di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Con molto equilibrio, il veterano della diplomazia americana tirava le orecchie sia all’inquilino del Cremlino («Dovrebbe capire che, quali che siano le sue rimostranze, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra guerra fredda»), sia agli Usa e all’Europa, che non potevano ignorare il legame storico e strategico di Kiev con la Russia. Kissinger, meno radicalmente di Mearsheimer, sosteneva che l’Ucraina, pur non condannata al ruolo di Stato cuscinetto, potesse essere, sì, lasciata libera di aderire all’Ue, ma non alla Nato.
Negli ultimi giorni, su Foreign Policy, è intervenuto pure Stephen Walt, che era stato chiarissimo già nel 2015: allargare la Nato ai Paesi dell’ex blocco sovietico è «un obiettivo pericoloso e non necessario». Il politologo ha contestato le perniciose ideologiche illusioni della diplomazia liberal, rimarcandone l’incapacità di convincere Mosca delle «benevole intenzioni della Nato». La Russia non ci ha mai creduto - e non per una perversa malizia dello zar. «I russi si guardano indietro», spiega alla Verità Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss. «Ricordano che, negli anni Venti del Novecento, i loro soldati si addestravano con l’esercito di Weimar. Poi, con i tedeschi, nel 1939, si spartirono la Polonia. Eppure, il 22 giugno del 1941, Adolf Hitler attaccò l’Unione sovietica. Le intenzioni cambiano nel tempo». E il Cremlino non solo non vuole offrire un vantaggio strutturale agli avversari, ma ha pure paura dell’«esportazione del modello delle rivoluzioni colorate». Eugenio Di Rienzo, autore, nel 2015, per Rubbettino, di un volume sul Conflitto russo-ucraino: geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, sostiene addirittura che «Putin, in una qualche misura, sia stato costretto a questo conflitto. Gli era stato assicurato che non fosse nell’agenda l’entrata dell’Ucraina nella Nato. Lui, però, pretendeva una garanzia scritta, pensando a quello che era successo a Gorbaciov e paventando che l’impegno dichiarato si riducesse a un protocollo diplomatico».
Il messaggio degli esperti, da anni, è inequivocabile: piaccia o meno il regime di Putin, portare l’Alleanza atlantica alle frontiere dello zar è un azzardo. La Russia considera tale intento una minaccia esistenziale. Quel monito è stato ignorato. Il prezzo della temeraria sfida, oggi, è il sangue.
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Tutti gli errori dell’Europa e dell’ideologia dell’allargamento a Est. Berlino ha inglobato i mercati degli ex satelliti Urss, Federica Mogherini ha lasciato il caos nei Balcani. Ignorando la sovranità energetica.Da Henry Kissinger a John Mearsheimer, i politologi realisti sconsigliano da sempre l’azzardo dell’espansione verso Oriente. Persino Romano Prodi, negli anni Novanta, invocava cautela.Lo speciale contiene due articoli.È il 2006 quando l’Europa scopre il freddo. Mosca e Kiev per la prima volta avviano un contenzioso sul gas che per settimane provoca un dimezzamento dei flussi. Colpendo soprattutto Germania e Italia. Nei mesi estivi si cerca una mediazione economica, che per un po’ funziona. Fino a ottobre del 2007, quando Gazprom minaccia di ridurre le sue forniture se Kiev non salda entro la fine del mese un debito da 1,3 miliardi di dollari. La richiesta cade guarda caso nel momento in cui a Kiev si sta formando un governo filo occidentale. Il tira e molla va avanti per ulteriori due anni, fino al 2009, quando l’Ue decide di intervenire. I problemi attuali nascono all’epoca e, nel merito, dal sovrapporsi di necessità e di strategie guidate, da una parte, dal mondo socialdemocratico europeo, che guarda a Barack Obama e al vice Joe Biden e, dall’altra parte, dal mondo del Ppe e della Cdu di Angela Merkel. La locomotiva tedesca, così è sempre stata chiamata, ha compreso che grazie alla moneta unica poteva avviare una nuova fase europea, quella dell’espansione nei Balcani e soprattutto a Est. L’idea era quella di allargare i confini Ue e inglobare nuovi mercati per far crescere le aziende tedesche e a ruota pure quelle italiane o francesi. Inutile dire che la strategia non poteva essere solo economica, almeno con l’intenzione di renderla stabile nel tempo. Ma doveva essere in seconda istanza politica e poi militare. Dopo aver inglobato un nuovo mercato di consumo, Berlino e Bruxelles hanno più volte messo sul tavolo l’ipotesi di vedere nascere governi filo Ue. Sapendo che ciò avrebbe dato fastidio al vecchio vicino russo si è sempre giocato a sbandierare la carta della Nato. Due esempi su tutti. La Macedonia del Nord e l’Ucraina. Nel primo caso, le pressioni portate avanti dal presidente Jean-Claude Juncker e da Lady Pesc, Federica Mogherini hanno avuto un enorme effetto destabilizzatore per Skopjie. Basti ricordare gli scandali delle intercettazioni illegali che sono serviti a mo’ di scusa per imporre giudici extra territoriali e forzare mediaticamente la mano a favore di Zoran Zaev, il premier socialista filo Obama e ben visto pure da George Soros. A soccombere è stato il partito di destra Vrmo, con un passato filo sovietico e un presente vicino al governo ungherese di Viktor Orbán. Intervenire a Skopjie è stato il secondo atto della presa del Kosovo e della limitazione territoriale della Serbia. Trascorsi oltre dieci anni, la politica di Mogherini & c. non ha portato certo ricchezza né stabilità nell’area, lasciando spazio alla crescita della Grande Albania e di comunità musulmane fin troppo vicine a estremisti del Medio Oriente. Stesso discorso, ma ancora più in grande, si può fare per le sorti dell’Ucraina. La svolta con le proteste di Piazza Maidan nel 2014 avrebbe dovuto fornire l’occasione all’Europa francotedesca di allargarsi fino alla Russia. Il culmine nel 2017, quando Juncker e Donald Tusk e Kiev celebravano lo speciale accordo con l’Ue. A osservare anche il capo della Nato, Jens Stoltenberg. Peccato che le promesse e le spinte di Obama, pur sovvenzionate con fondi europei, non hanno tenuto conto del problema di fondo. Cioè il gas, elemento scatenante della crisi del 2006. La soluzione avanzata dai tedeschi è stata quella di avviare due gasdotti in grado di aggirare l’Ucraina, con l’obiettivo di aprire un rapporto diretto con Mosca. Dei due gasdotti solo uno è passato dalla carta al cantiere. Si tratta del Nord stream 2, congelato giusto l’altro giorno per mano di Berlino. Sia tedeschi che russi hanno capito che quel tempo è finito e con esso la pipeline sotto il mar Baltico. Il risultato però è che l’Europa non ha creato una sua sovranità energetica, ha sperato di rendersi indipendente utilizzando la Nato senza voler pagare il conto. Conto che è arrivato adesso. La dottrina americana ha infatti spinto e sostenuto il continuo allargamento verso Est, consapevole che se i Paesi membri erano impegnati a inglobare nuovi territori non potevano pensare a diventare una federazione. L’Europa resta infatti il baricentro del mondo e gli Usa non desiderano uno solo al comando dell’Ue. Lo si comprende anche dalla posizione della Gran Bretagna, che prima ha soffiato sull’ideologia dell’allargamento e ora, dopo la Brexit, soffia sul fuoco dell’instabilità. Dal suo punto di vista fa benissimo. Il problema è il nostro. Il punto è capire che cosa succederà d’ora in avanti. Di certo gli Usa hanno conseguito un successo. Azzoppati i tedeschi, sono diventati gli unici interlocutori dei russi. Quanto lo siano o lo saranno si capirà a breve. Su tutto pende una domanda. Perché la maggior parte delle ambasciate, invece di evacuare e lasciare l’Ucraina, si è trasferita a Leopoli? I diplomatici sanno già che quello sarà un punto di caduta? Una nuova capitale? Fa parte di un accordo sotto banco tra americani e russi per spartirsi l’ex Paese sovietico? Potrebbe anche essere l’opposto. Cioè un semplice ripiego nell’attesa di verificare se Putin e Xi Jinping abbiano fatto un accordo a loro volta. 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Già nel 1997, il teorico del contenimento, George Kennan, fu esplicito: allargare a Est la Nato «sarebbe il più tragico errore della politica americana» nell’era postsovietica. Il diplomatico, che invero, nel 1949, criticò l’idea stessa di istituire l’Alleanza atlantica, sapeva che l’espansione verso Oriente avrebbe «infiammato le tendenze nazionalistiche, anti occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa», danneggiando il processo di democratizzazione nella Federazione e restaurando «l’atmosfera della guerra fredda». Una profezia inascoltata: nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorbaciov avesse incassato l’assicurazione verbale che la Nato non si sarebbe «spostata a Est di un millimetro», l’amministrazione Clinton, negli anni Novanta, diede nuovo impulso all’ampliamento del sodalizio militare. All’epoca, persino il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, lucidamente invocava un approccio cauto: l’accrescimento dell’Alleanza non doveva suscitare più tensioni di quante ne avrebbe potute eliminare. Niente da fare: anzitutto ci fu la ratifica dell’ingresso di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; poi, arrivarono Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Finché, nel 2008, Washington iniziò a premere per l’ammissione di Georgia e Ucraina. L’accelerazione di Tblisi, con tanto di riannessione di Abcasia e Ossezia del Sud, innescò la prima reazione armata di Mosca. Un incidente che avrebbe dovuto far suonare, a Occidente, un campanello d’allarme. Invece, Stati Uniti ed Europa hanno continuato a perseguire l’imprudente strategia anche con Kiev. Nel 2014, all’indomani degli eventi di piazza Maidan e della destituzione del governo filorusso, fioccarono gli interventi critici della scuola realista. John Mearsheimer, ad esempio, vergò un saggio dal titolo eloquente: Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente. A suo parere, Putin sarebbe passato alle vie di fatto, occupando la Crimea, per tre motivi: primo, perché la Nato si stava trasferendo «nel giardino della Russia»; secondo, perché l’Ue si stava espandendo e, terzo, perché essa aveva sostenuto «il movimento pro democrazia», a partire dalla Rivoluzione arancione del 2004. «Quando i russi guardano all’ingegneria sociale occidentale in Ucraina», scriveva Mearsheimer, «temono che il loro Paese possa essere il prossimo sulla lista. E tali paure difficilmente risultano infondate». Alla faccia del Putin autocrate psicotico: «L’Ucraina svolge la funzione di Stato cuscinetto, che è di enorme importanza strategica per la Russia. Nessun leader russo sarebbe rimasto immobile, mentre l’Occidente dava una mano a installare un governo determinato a integrare l’Ucraina» con Usa ed Europa. E intravedendo la prospettiva che la Federazione, tenuta sotto tiro da missili e truppe, fosse tagliata fuori dagli sbocchi sui mari caldi. Il punto, osservò Mearsheimer, era che «Washington può non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprendere la logica che c’è dietro». Ecco: «comprendere». L’alternativa è la spirale degli slogan psicologisti e moraleggianti: Putin pazzo, dittatore, male assoluto. Sarà vero, ma ciò non esenta dal bisogno di ricorrere all’analisi razionale. Otto anni fa, anche Henry Kissinger, sul Washington Post, intervenne nel dibattito sulla crisi ucraina, aperto dall’editoriale bellicista di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Con molto equilibrio, il veterano della diplomazia americana tirava le orecchie sia all’inquilino del Cremlino («Dovrebbe capire che, quali che siano le sue rimostranze, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra guerra fredda»), sia agli Usa e all’Europa, che non potevano ignorare il legame storico e strategico di Kiev con la Russia. Kissinger, meno radicalmente di Mearsheimer, sosteneva che l’Ucraina, pur non condannata al ruolo di Stato cuscinetto, potesse essere, sì, lasciata libera di aderire all’Ue, ma non alla Nato. Negli ultimi giorni, su Foreign Policy, è intervenuto pure Stephen Walt, che era stato chiarissimo già nel 2015: allargare la Nato ai Paesi dell’ex blocco sovietico è «un obiettivo pericoloso e non necessario». Il politologo ha contestato le perniciose ideologiche illusioni della diplomazia liberal, rimarcandone l’incapacità di convincere Mosca delle «benevole intenzioni della Nato». La Russia non ci ha mai creduto - e non per una perversa malizia dello zar. «I russi si guardano indietro», spiega alla Verità Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss. «Ricordano che, negli anni Venti del Novecento, i loro soldati si addestravano con l’esercito di Weimar. Poi, con i tedeschi, nel 1939, si spartirono la Polonia. Eppure, il 22 giugno del 1941, Adolf Hitler attaccò l’Unione sovietica. Le intenzioni cambiano nel tempo». E il Cremlino non solo non vuole offrire un vantaggio strutturale agli avversari, ma ha pure paura dell’«esportazione del modello delle rivoluzioni colorate». Eugenio Di Rienzo, autore, nel 2015, per Rubbettino, di un volume sul Conflitto russo-ucraino: geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, sostiene addirittura che «Putin, in una qualche misura, sia stato costretto a questo conflitto. Gli era stato assicurato che non fosse nell’agenda l’entrata dell’Ucraina nella Nato. Lui, però, pretendeva una garanzia scritta, pensando a quello che era successo a Gorbaciov e paventando che l’impegno dichiarato si riducesse a un protocollo diplomatico». Il messaggio degli esperti, da anni, è inequivocabile: piaccia o meno il regime di Putin, portare l’Alleanza atlantica alle frontiere dello zar è un azzardo. La Russia considera tale intento una minaccia esistenziale. Quel monito è stato ignorato. Il prezzo della temeraria sfida, oggi, è il sangue.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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