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2025-11-06
Sempio, Venditti: «Seguita la prassi». I magistrati però lo smentiscono
Mario Venditti (Ansa)
Stiamo parlando della comunicazione, firmata il 23 febbraio 2017 da Venditti e dalla sua collega Giulia Pezzino e pubblicata integralmente sull’ultimo numero Panorama. In essa si leggeva questo testo: che i pubblici ministeri, «rilevato che, essendo ancora in corso indagini volte a meglio circostanziare le modalità esecutive dell’azione delittuosa nonché all’identificazione di eventuali concorrenti nel reato, dal deposito dei verbali, delle registrazioni e della documentazione […] può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini stesse, in quanto devono essere ancora completate le richieste (al plurale, come se ci fossero più persone sotto inchiesta, ndr) di misura coercitiva» chiedevano di essere autorizzati «a ritardare il deposito». Venti giorni dopo, però, come detto avrebbero chiesto l’archiviazione di Sempio.
Si è trattato di sciatteria? È stato utilizzato un modulo prestampato? In realtà Venditti, ieri, dopo avere letto lo scoop di Panorama, attraverso il suo avvocato, Domenico Aiello, ha diramato un comunicato in cui ha rivendicato quell’atto e la spiegazione data al ritardo: «Siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda, l’ennesima», ha spiegato infastidito. «È una prassi comune a tutti gli inquirenti, tutti, dico tutti i pm d’Italia. Nelle inchieste sui reati più gravi, si ritarda il deposito delle intercettazioni adottando nella richiesta di autorizzazione al gip una motivazione che lasci aperte tutte le porte e non pregiudichi qualsivoglia futura iniziativa». Quindi Venditti smentisce sé stesso e, in particolare, le sue precedenti dichiarazioni, quelle in cui aveva assicurato di avere compreso nello spazio di 21 secondi che in quella nuova inchiesta non ci fosse trippa per gatti e che Sempio andasse archiviato senza se e senza ma. Oggi ci fa sapere che due mesi dopo l’apertura del nuovo fascicolo per omicidio a carico del giovanotto si voleva lasciare «aperte tutte le porte» e che, per questo, insieme con la collega Pezzino, avrebbe scritto che stava completando le richieste di arresto.
Una specificazione non richiesta, né prevista dal codice di procedura penale. Infatti, come abbiamo verificato scartabellando in decine di fascicoli giudiziari, il ritardato deposito è quasi sempre giustificato con la medesima formula, praticamente un prestampato o un timbro, e cioè che dalla consegna delle intercettazioni «può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini». Stop. Per ottenere il rinvio, la grande maggioranza dei pm si guarda bene dall’anticipare per iscritto al giudice la volontà di mandare in carcere gli indagati, soprattutto se questa volontà è labile, al punto da capovolgersi nel giro di tre settimane.
La stessa Procura di Pavia, abbiamo verificato, usa un timbro con poche righe accompagnate dalla firma del pm. Questa la formula prescelta: «Rilevato che […] sono ancora in corso attività di indagine che potrebbero essere pregiudicate dal deposito […] si richiede di autorizzare il ritardato deposito degli atti». Ieri abbiamo provato a chiedere all’avvocato Aiello di fornirci copia di altre richieste di ritardato deposito firmate da Venditti e motivate, come il 23 febbraio 2017, con l’annuncio di «misure coercitive», a cui siano, però, seguite istanze di archiviazione. Abbiamo anche domandato se il suo cliente fosse in grado di dimostrare che la formula indicata da Venditti fosse una specie di fac-simile uguale per tutte le Procure.
Il legale non ce le ha inviate, ma ci ha accusato di avere contrabbandato «una prassi come uno scoop» e ci ha consigliato di «selezionare meglio» le nostre fonti e di «parlare con pm che fanno indagini per reati gravi». Detto fatto, abbiamo contattato magistrati requirenti con un curriculum più importante di quello di Venditti che, al culmine della carriera, è stato aggiunto a Pavia.
Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ci ha confermato che «per il tardato deposito» viene «preparata una motivazione legata al riserbo». E ha spiegato: «La ragione è semplice: dal deposito del materiale intercettativo potrebbe derivare un disvelamento delle attività ancora in atto, che a quel punto potrebbero correre il rischio di essere inquinate. In sostanza, non ci sono altre ragioni se non quella di proteggere quel materiale». Niente annunci di richieste cautelari, insomma. Come a Perugia. Dove il procuratore Raffaele Cantone ha confermato che «è una consuetudine» il ritardato deposito, ma ha aggiunto: «Quando l’attività di indagine è ancora in corso viene inviata al gip una comunicazione per proteggere le intercettazioni da pregiudizio. Lo facciamo con un prestampato che viene compilato all’occorrenza». Ma senza svelare alcunché. Il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, ripete il concetto quasi con le stesse parole: «Argomentiamo la richiesta al gip in relazione alla tutela della riservatezza delle indagini da qualsiasi pregiudizio, salvo casi particolari che richiedano ulteriori argomentazioni».
E, infine, abbiamo sentito un altro pm in pensione, Antonio Rinaudo, 40 anni con la toga e centinaia di inchieste piemontesi alle spalle, anche di mafia e terrorismo: «Io in tutte le richieste di ritardato deposito non ho mai spiegato il perché. Ho sempre comunicato in poche righe che era necessario depositare in ritardo e nessun gip si è mai permesso di sindacare. Addirittura, a volte, usavamo un semplice timbro che conteneva sempre la medesima motivazione. La ragione di quella richiesta è una soltanto: evitare che le intercettazioni vengano trasmesse a più soggetti, ovvero, oltre al gip, a una segreteria, a una cancelleria e via discorrendo. È una procedura che serve quindi a garantire quel materiale da una sorta di pseudo pubblicità». Quindi resta un mistero perché Venditti, anziché limitarsi a chiedere la tutela della riservatezza delle indagini, abbia puntualizzato che erano quasi pronte delle «misure coercitive». Un’aggiunta che i suoi colleghi non inseriscono, neanche a Pavia, e che risulta quasi inspiegabile. O sospetta, se si considerano le attuali accuse di corruzione piovute addosso al magistrato.
Ma non è finita. Venditti, ieri, nel comunicato diffuso dal suo legale, ha anche specificato: «Ricordo bene che la successiva, approfondita valutazione degli elementi raccolti, gli esiti di Brescia (la bocciatura della revisione del processo ad Alberto Stasi, ndr) e il coordinamento con la Procura generale, ci hanno convinti (me, la collega Pezzino e il procuratore Giorgio Reposo) della insussistenza di elementi a carico dell’indagato Sempio». La norma citata dall’ex procuratore aggiunto prevede il coordinamento con il procuratore generale presso la Corte d’appello soltanto nel caso in cui più Procure stiano svolgendo indagini collegate, ma nel caso di Sempio a procedere era solo Pavia. Resta da capire perché Venditti, il 23 febbraio 2017, abbia scritto al gip di essere pronto ad arrestare Sempio e, dopo appena 20 giorni, abbia deciso di chiederne l’archiviazione. C’entra qualcosa la corruzione in atti giudiziari contestata all’ex magistrato dalla Procura di Brescia? I soldi raccolti dalla famiglia Sempio sono serviti a far cambiare idea a Venditti e alla sua collega? O si tratta, come sostenuto da Aiello, di accuse infamanti? Il procedimento in corso nei confronti di Venditti e del padre di Andrea Sempio, Giuseppe, entrambi accusati di corruzione, dovrà stabilire la concretezza di tali imbarazzanti sospetti.
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Dopo lo scoop di «Panorama», per l’ex procuratore di Pavia è normale annunciare al gip la stesura di «misure coercitive», poi sparite con l’istanza di archiviazione. Giovanni Bombardieri, Raffaele Cantone, Nicola Gratteri e Antonio Rinaudo lo sconfessano.L’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, è inciampato nei ricordi. Infatti, non corrisponde al vero quanto da lui affermato a proposito di quella che appare come un’inversione a «u» sulla posizione di Andrea Sempio, per cui aveva prima annunciato «misure coercitive» e, subito dopo, aveva chiesto l’archiviazione. Ieri, l’ex magistrato ha definito una prassi scrivere in un’istanza di ritardato deposito delle intercettazioni (in questo caso, quelle che riguardavano Andrea Sempio e famiglia) che la motivazione alla base della richiesta sia il fatto che «devono essere ancora completate le richieste di misura coercitiva». Ma non è così. Anche perché, nel caso di specie, ci troviamo di fronte a un annuncio al giudice per le indagini preliminari di arresti imminenti che non arriveranno mai.Stiamo parlando della comunicazione, firmata il 23 febbraio 2017 da Venditti e dalla sua collega Giulia Pezzino e pubblicata integralmente sull’ultimo numero Panorama. In essa si leggeva questo testo: che i pubblici ministeri, «rilevato che, essendo ancora in corso indagini volte a meglio circostanziare le modalità esecutive dell’azione delittuosa nonché all’identificazione di eventuali concorrenti nel reato, dal deposito dei verbali, delle registrazioni e della documentazione […] può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini stesse, in quanto devono essere ancora completate le richieste (al plurale, come se ci fossero più persone sotto inchiesta, ndr) di misura coercitiva» chiedevano di essere autorizzati «a ritardare il deposito». Venti giorni dopo, però, come detto avrebbero chiesto l’archiviazione di Sempio.Si è trattato di sciatteria? È stato utilizzato un modulo prestampato? In realtà Venditti, ieri, dopo avere letto lo scoop di Panorama, attraverso il suo avvocato, Domenico Aiello, ha diramato un comunicato in cui ha rivendicato quell’atto e la spiegazione data al ritardo: «Siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda, l’ennesima», ha spiegato infastidito. «È una prassi comune a tutti gli inquirenti, tutti, dico tutti i pm d’Italia. Nelle inchieste sui reati più gravi, si ritarda il deposito delle intercettazioni adottando nella richiesta di autorizzazione al gip una motivazione che lasci aperte tutte le porte e non pregiudichi qualsivoglia futura iniziativa». Quindi Venditti smentisce sé stesso e, in particolare, le sue precedenti dichiarazioni, quelle in cui aveva assicurato di avere compreso nello spazio di 21 secondi che in quella nuova inchiesta non ci fosse trippa per gatti e che Sempio andasse archiviato senza se e senza ma. Oggi ci fa sapere che due mesi dopo l’apertura del nuovo fascicolo per omicidio a carico del giovanotto si voleva lasciare «aperte tutte le porte» e che, per questo, insieme con la collega Pezzino, avrebbe scritto che stava completando le richieste di arresto.Una specificazione non richiesta, né prevista dal codice di procedura penale. Infatti, come abbiamo verificato scartabellando in decine di fascicoli giudiziari, il ritardato deposito è quasi sempre giustificato con la medesima formula, praticamente un prestampato o un timbro, e cioè che dalla consegna delle intercettazioni «può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini». Stop. Per ottenere il rinvio, la grande maggioranza dei pm si guarda bene dall’anticipare per iscritto al giudice la volontà di mandare in carcere gli indagati, soprattutto se questa volontà è labile, al punto da capovolgersi nel giro di tre settimane.La stessa Procura di Pavia, abbiamo verificato, usa un timbro con poche righe accompagnate dalla firma del pm. Questa la formula prescelta: «Rilevato che […] sono ancora in corso attività di indagine che potrebbero essere pregiudicate dal deposito […] si richiede di autorizzare il ritardato deposito degli atti». Ieri abbiamo provato a chiedere all’avvocato Aiello di fornirci copia di altre richieste di ritardato deposito firmate da Venditti e motivate, come il 23 febbraio 2017, con l’annuncio di «misure coercitive», a cui siano, però, seguite istanze di archiviazione. Abbiamo anche domandato se il suo cliente fosse in grado di dimostrare che la formula indicata da Venditti fosse una specie di fac-simile uguale per tutte le Procure.Il legale non ce le ha inviate, ma ci ha accusato di avere contrabbandato «una prassi come uno scoop» e ci ha consigliato di «selezionare meglio» le nostre fonti e di «parlare con pm che fanno indagini per reati gravi». Detto fatto, abbiamo contattato magistrati requirenti con un curriculum più importante di quello di Venditti che, al culmine della carriera, è stato aggiunto a Pavia.Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ci ha confermato che «per il tardato deposito» viene «preparata una motivazione legata al riserbo». E ha spiegato: «La ragione è semplice: dal deposito del materiale intercettativo potrebbe derivare un disvelamento delle attività ancora in atto, che a quel punto potrebbero correre il rischio di essere inquinate. In sostanza, non ci sono altre ragioni se non quella di proteggere quel materiale». Niente annunci di richieste cautelari, insomma. Come a Perugia. Dove il procuratore Raffaele Cantone ha confermato che «è una consuetudine» il ritardato deposito, ma ha aggiunto: «Quando l’attività di indagine è ancora in corso viene inviata al gip una comunicazione per proteggere le intercettazioni da pregiudizio. Lo facciamo con un prestampato che viene compilato all’occorrenza». Ma senza svelare alcunché. Il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, ripete il concetto quasi con le stesse parole: «Argomentiamo la richiesta al gip in relazione alla tutela della riservatezza delle indagini da qualsiasi pregiudizio, salvo casi particolari che richiedano ulteriori argomentazioni».E, infine, abbiamo sentito un altro pm in pensione, Antonio Rinaudo, 40 anni con la toga e centinaia di inchieste piemontesi alle spalle, anche di mafia e terrorismo: «Io in tutte le richieste di ritardato deposito non ho mai spiegato il perché. Ho sempre comunicato in poche righe che era necessario depositare in ritardo e nessun gip si è mai permesso di sindacare. Addirittura, a volte, usavamo un semplice timbro che conteneva sempre la medesima motivazione. La ragione di quella richiesta è una soltanto: evitare che le intercettazioni vengano trasmesse a più soggetti, ovvero, oltre al gip, a una segreteria, a una cancelleria e via discorrendo. È una procedura che serve quindi a garantire quel materiale da una sorta di pseudo pubblicità». Quindi resta un mistero perché Venditti, anziché limitarsi a chiedere la tutela della riservatezza delle indagini, abbia puntualizzato che erano quasi pronte delle «misure coercitive». Un’aggiunta che i suoi colleghi non inseriscono, neanche a Pavia, e che risulta quasi inspiegabile. O sospetta, se si considerano le attuali accuse di corruzione piovute addosso al magistrato.Ma non è finita. Venditti, ieri, nel comunicato diffuso dal suo legale, ha anche specificato: «Ricordo bene che la successiva, approfondita valutazione degli elementi raccolti, gli esiti di Brescia (la bocciatura della revisione del processo ad Alberto Stasi, ndr) e il coordinamento con la Procura generale, ci hanno convinti (me, la collega Pezzino e il procuratore Giorgio Reposo) della insussistenza di elementi a carico dell’indagato Sempio». La norma citata dall’ex procuratore aggiunto prevede il coordinamento con il procuratore generale presso la Corte d’appello soltanto nel caso in cui più Procure stiano svolgendo indagini collegate, ma nel caso di Sempio a procedere era solo Pavia. Resta da capire perché Venditti, il 23 febbraio 2017, abbia scritto al gip di essere pronto ad arrestare Sempio e, dopo appena 20 giorni, abbia deciso di chiederne l’archiviazione. C’entra qualcosa la corruzione in atti giudiziari contestata all’ex magistrato dalla Procura di Brescia? I soldi raccolti dalla famiglia Sempio sono serviti a far cambiare idea a Venditti e alla sua collega? O si tratta, come sostenuto da Aiello, di accuse infamanti? Il procedimento in corso nei confronti di Venditti e del padre di Andrea Sempio, Giuseppe, entrambi accusati di corruzione, dovrà stabilire la concretezza di tali imbarazzanti sospetti.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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