2022-11-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: a cena nel castello
True
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
Anticipando la Biennale d’Arte 2026, nelle sue sedi espositive veneziane la Pinault Collection presenta le mostre di quattro artisti contemporanei: Michael Armitage e Amar Kanwar (29 marzo 2026 - 10 gennaio 2027) a Palazzo Grassi; Lorna Simpson e Paulo Nazareth (29 marzo – 22 novembre 2026) a Punta della Dogana.
Tra i simboli iconici della Serenissima, con il valore aggiunto dell’impronta di Tadao Ando, anche quest’anno Palazzo Grassi e Punta della dogana portano a Venezia quattro originali progetti di arte contemporanea. Quattro percorsi espositivi diversi, con differenti canoni estetici, che in un alternarsi di opere pittoriche, fotografie, sculture, installazioni, collage e video rivelano al pubblico il cuore e il significato più profondo della loro arte, un’arte che impressiona per la dimensione gigantesca delle tele sfumate di Lorna Simpson o che incuriosisce e si trasforma come «il percorso di sale » di Paulo Nazareth; che fa riflettere sui temi cruciali della nostra epoca, come i lavori dalla notevole intensità cromatica dell’artista keniota-britannico Michael Armitage o che intreccia storia e pensieri filosofici , come le due interessanti video-installazioni del regista indiano Amar Kanwar.
Suddivise fra i due poli espositivi della PInault Collection, tutte e quattro le mostre meritano una visita… Sarà poi il gusto personale di ognuno a decidere a quali e a quante dedicare più tempo, magari ripercorrendo a ritroso percorsi espositivi già conclusi o riguardando un’opera con occhi nuovi, o più semplicemente da un diverso punto di osservazione: non dimentichiamoci che molti lavori sono site-specific e il dialogo con lo spazio che li accoglie e il panorama della laguna che si intravede da finestre e vetrate li rende ancora più intensi… A colpire chi scrive - per gusto personale e non per questioni di par condicio fra le due sedi - la straordinaria mostra di Lorna Simpson a Punta della Dogana e i dipinti di Michael Armitage nelle sale di Palazzo Grassi.
Lorna Simpson. Third Person
Nelle sale immense ed essenziali di Punta della Dogana, l’arte di Lorna Simpson (Brooklyn, New York, 1960) colpisce gli occhi e il cuore. Si fonde con lo spazio che la circonda e con le luci cangianti della laguna. Volendo, anche con il suono ipnotico di campane tibetane, il cui brillio dorato fa da contraltare alle monumentali tele blu notte dalle figure sfumate, sospese tra realtà e immaginazione. Un viaggio quasi onirico, che prosegue con i grigi cupi di irreali panorami artici e una galleria di enigmatici ritratti di donne nere dai nomi sconosciuti. Volti che sembrano scomporsi e ricomporsi, che rivelano e nascondono, che raccontano storie attraverso un linguaggio filosofico e plastico multiforme, lasciando grande spazio all’intuizione.
Da sempre interessata ai meccanismi di costruzione delle immagini, oltre alla pittura e alla fotografia concettuale ( a cui si approcciò in modo innovativo sin dagli anni ’80) la Simpson ha fatto del collage - in mostra un’installazione che ne riunisce 40 - un punto focale del suo processo creativo, terreno di sperimentazione e «fonte d’ispirazione» per molte delle sue composizioni, fatte di associazioni e «sottrazioni », di parole e di immagini che si sovrappongono e raccontano frammenti di storie e di Storia, quella con la « S » maiuscola, quella dei neri e dell’ apartheid soprattutto, fatta di tensioni politiche, sollevamenti e repressioni.
Fra le prime donne afroamericane ad esporre alla Biennale di Venezia, nella ricca mostra in corso a Punta della Dogana ( realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York e curata da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection e curatrice generale, in stretto dialogo con l’artista) la Simpson porta ancora una volta in laguna tutta la sua arte: cinquanta opere - fra dipinti, collage, sculture, installazioni e anche un film - dislocate in un percorso espositivo appositamente pensato per gli spazi che lo ospitano, evocativo di metamorfosi e temporalità sospese, che conducono il visitatore in luoghi incerti, posti ai margini dell’universo visibie…
Michael Armitage. The Promise of Change
Dall’altro lato del Canal Grande, è Palazzo Grassi ad ospitare (oltre alle video installazioni di Amar Kanwar) più di centocinquanta opere dell’ artista keniota-britannico Michael Armitage (Nairobi, 1984), talmente legato alla sua terra d’origine da dipingere su tela lubugo (un tessuto di provenienza ugandese tradizionalmente usato per i sudari ) anziché sulla tradizionale tela di lino. Un legame fortissimo e viscerale con l‘Africa, protagonista assoluta, per soggetti e colori, di tutta la sua produzione artistica, caratterizzata da un linguaggio pittorico ricco e sensibile, frutto dell’ unione di diversi canoni estetici.I suoi dipinti, «costretti » a seguire le venature, la textura rigida e i buchi del lubugo mettono in scena figure e composizioni complesse, dall’intensa forza espressiva, che raccontano, a metà fra l’onirico e il reale, temi delicati e scottanti del nostro presente: dalle guerre alle crisi migratorie, dalla corruzione all’instabilità politica di molti stati africani, dagli abusi di potere alla violenza in genere. Vivendo fra il Kenya e l’Indonesia, ad Armitage non mancano certo fonti d’ispirazione per la propria arte, anche se - come ho già sottolineato - al centro del suo universo creativo rimane essenzialmente l’ Africa orientale ed il suo amato Kenya in particolare, che l’artista rappresenta su più piani, intrecciando in un’unica tela storie diverse, personaggi reali e immaginari, paesaggi ben identificabili e terre visionarie: tra i temi più toccanti delle sue opere, il pericoloso viaggio dei migranti verso l’Europa, un viaggio disumano e tragico, che Armitage rappresenta con una tale forza emotiva e di colore da non lasciare scampo a chi guarda. Davanti a quei personaggi piegati dal dolore, occhi disperati affacciati su volti scarni, gambe che reggono a stento corpi emaciati o sorreggono a fatica cadaveri morti di stenti, è davvero impossibile non toccare con mano tutta la disperazione di chi cercava soltanto un destino migliore …Nonostante la tragicità dei temi, la pittura di Armitage è una pittura «sfolgorante » e dominata dal colore, forse un po’ ripetitiva, ma sicuramente di potente impatto visivo: e la mostra a Palazzo Grassi, che raccoglie un nucleo di quarantacinque dipinti ( tra lavori storici e nuove produzioni) e una vasta sala dedicata agli studi e ai disegni preparatori, lo dimostra pienamente.
Lorna Simpson, Vibrating cycles, 2026, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth
(wall, from left to right) Lorna Simpson, Night Fall, 2023, Private Collection; Thin Bands, 2019, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth; Time, 2021, Private Collection; Howling, 2020, Gina and Stuart Peterson Collection.Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection














In un recente intervento Leone XIV affronta il tema decisivo del ruolo del digitale e dell’Intelligenza artificiale nella vita delle persone e lo fa mostrando sensibilità molto attuali proprio nel momento in cui il dibattito teorico sulla questione si divide tra «eticisti», «apocalittici» e «accelerazionisti».
Occorre tuttavia prendere atto che se da una parte l’intenzione di introdurre barriere etiche a monte sconta il difetto del dover necessariamente fidarsi degli architetti dei modelli che governano le Ia, anche e soprattutto nei casi in cui l’introduzione di barriere etiche confligga con l’efficacia dei risultati operativi attesi, e se la visione apocalittica non produce in effetti alcun risultato concreto se non il consegnare l’Ia nelle mani di coloro che mostrano le peggiori intenzioni in termini di nichilismo e di deriva transumanista, la soluzione forse consiste nel creare, al di fuori del mondo digitale, delle «isole di sopravvivenza» nelle quali formare gli strumenti critici e gli antidoti concettuali imprescindibili per poter pensare di affrontare il nuovo mondo costruito con l’Ia e dall’Ia. E siamo confortati nel sapere che anche il Santo Padre indica sostanzialmente in questi termini l’approccio più corretto alla questione.
Di fronte al rischio della bolla autoreferenziale e alla deriva poststrutturalista della sostituzione del mondo reale con il mondo dei simulacri, proprio per come lo previde Jean Baudrillard, ci troviamo oggi di fronte al rischio di una realtà mediatizzata che sostituisce l’esperienza diretta, trasformando così implicitamente la verità in prodotto algoritmico. Nelle parole del Papa la sfera pubblica diviene in questo modo l’insieme di sfere private collettive, le cosiddette «camere dell’eco», dove l’altro viene primariamente riconosciuto come minaccia e non come interlocutore. Tale deriva non è scevra da conseguenze antropologiche e siamo certi che Leone XIV, nel momento in cui denuncia questo rischio, abbia ben presente il discorso levinasiano della perdita dell’incontro con il volto dell’altro. Il rischio ormai è che non esista più alcun altro né alcun volto, il tutto sostituito da dinamiche che parlano il linguaggio telematico del like, del blocco o dell’attacco al nemico disumanizzato, sempre più inerendo alle dinamiche tipiche dell’odio tribale.
In tutto ciò, oltre al rischio di tribalismo orizzontale, appare con molta chiarezza il rischio di controllo verticale dei contenuti e di contraffazione del dato del reale in funzione narrativa. Mentre appare sempre più irrilevante il ruolo degli autonominati «fact checker», si sta delineando la vera questione del rapporto con la verità: cosa, cioè, sia in grado di arrivare nell’ambiente digitale e, soprattutto, come, in che forma e secondo quali tempi. Il grande tema del deep fake appare ormai ineludibile, a maggior ragione considerando i tempi di miglioramento costante delle Ia, e ciò non solo e non tanto dal lato dell’utenza dal basso quanto da quello delle agenzie di validazione ormai in grado di sostenere le narrazioni funzionali attraverso la costruzione dal nulla di eventi complessi, di persone apparentemente «reali» ma inesistenti e di ambienti digitali volutamente ambigui, al fine di creare il senso di derealizzazione necessario al controllo esteso delle masse.
Quando il Papa parla di «ridefinizione della realtà consensuale» non possiamo non pensare alle conseguenze più pericolose di norme come lo stesso Digital Service Act dell’Unione europea, la legge che Emmanuel Macron sta utilizzando non solo per proibire inutilmente l’accesso ai social ai minori ma per introdurre un sostanziale regime di sorveglianza statale su tutti i contenuti presenti in Rete. Ed eccoci così giunti proprio a quell’iperreale di cui parlava Baudrillard, quell’ambiente basato sulla replica digitale del verosimile, funzionale alla sostituzione del reale con il «dover essere» ideologico. In questo modo la realtà stessa può essere presentata come «violenza» e l’assurdo può assurgere a obiettivo politico o a «nuova normalità», il tutto senza mai abbandonare l’ottica del controllo. Ed è proprio in questo contesto che affiora quella che forse è l’unica possibile soluzione: non la continua rincorsa proibizionista o l’iper-regolazione statale, così cara alla Ue e volta sostanzialmente al rafforzamento del controllo, ma una vera e propria inversione d’uso: un concepire l’ambiente digitale non come nativo, un prendere atto che la definizione di «nativi digitali» non designa un vantaggio ma uno svantaggio, e un costruire di conseguenza ambiti reali e preliminari, mai abolibili e sempre pronti all’accoglimento, nei quali costruire l’arsenale di strumenti critici atti alla comprensione, alla decostruzione e all’utilizzo consapevole del mondo digitale, in particolare dell’IA.
La preservazione di una sfera - pubblica e privata - offline, che impedisca al «totalitarismo soft» delle narrazioni verticali di estendere il proprio dominio sino all’abolizione del reale. Non ci stupisce che il pensiero del Successore di Pietro vada in questa direzione, anche perché la Salvezza o è reale o non è.
Il 22 aprile, mentre ricorre l’anniversario dell’attacco di Pahalgam, il mondo appare molto diverso da quello di un anno fa. Il massacro di 26 civili indù in Kashmir, compiuto dal Resistance Front, emanazione di Lashkar e Toiba, gruppo jihadista con base in Pakistan, non è rimasto una tragedia locale.
Ha innescato una reazione a catena culminata nella risposta militare indiana con l’Operazione Sindoor, in una pericolosa escalation tra due potenze nucleari e, soprattutto, in una ridefinizione del modo in cui gli Stati rispondono al terrorismo in un ordine internazionale sempre più frammentato.
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.

