2022-11-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: a cena nel castello
True
Non è stata un’audizione qualunque. Davanti alla commissione Covid del Parlamento italiano sono arrivate parole destinate a riaprire un fronte mai davvero chiuso sulla gestione della pandemia, in Italia e negli Stati Uniti così come in tutto il pianeta. Mary Holland e Brian Hooker, tra i principali esponenti di Children’s health defense, l’associazione presieduta dal 2015 al 2023 dall’attuale segretario alla Salute americano Robert F. Kennedy Jr., lo scorso martedì hanno portato in Senato una lettura radicale e per molti controversa di quegli anni.
Il vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo li ha intervistati su Tivù Verità (il video integrale è disponibile sul canale YouTube), non solo per raccogliere la loro testimonianza sulla gestione della pandemia, ma anche per entrare nel merito degli attacchi che continuano a subire dalla stampa mainstream, tra accuse di essere una «associazione no vax» e «divulgatori di fake news». Un confronto che prova anche a indicare cosa andrebbe evitato, domani, per non ripetere gli stessi errori.
«È stato un onore parlare alla commissione bicamerale del Parlamento italiano», spiega Holland. Il punto da cui parte è netto e non lascia spazio a sfumature: «Secondo le conclusioni della commissione Covid del Congresso americano, i lockdown sono stati dannosi. Il danno ha superato qualsiasi beneficio». Una valutazione che ribalta la narrazione dominante costruita nel tempo e che si accompagna a un’altra tesi destinata a far discutere: «La probabile origine del virus è un laboratorio di Wuhan. Non si è trattato di un salto di specie naturale». Ma è sul tema della libertà di informazione che il racconto si fa più duro. «Negli Stati Uniti c’è stata una grave censura», sostiene Holland, ricordando la rimozione dai social della loro organizzazione e dello stesso Kennedy Jr. «Durante il Covid è stata intentata una causa da due Stati americani, il Missouri e la Louisiana, e in tale contenzioso è stato dimostrato che la Casa Bianca dava istruzioni alle piattaforme social per oscurare contenuti specifici». Un’accusa che, secondo Holland, avrebbe mostrato il ruolo diretto dell’amministrazione Biden nel filtrare il dibattito pubblico su informazioni accurate e veritiere sul Covid, sulle cure efficaci e sui danni derivanti dalle iniezioni, dai test e dalle mascherine.
Il terreno più scivoloso resta appunto quello dei vaccini. Children’s health defense respinge con forza l’etichetta di movimento «no vax», ma contesta l’impianto della risposta globale. «La nostra associazione non assume una posizione contraria a tutti i vaccini; ne sostiene invece una a favore della vera scienza», chiarisce Holland. Nel mirino finiscono l’Organizzazione mondiale della sanità e la scelta di puntare su un vaccino sperimentale con tecnologia mRna, insieme agli obblighi: «Senza obbligatorietà e senza protezione legale per le aziende, la vaccinazione non sarebbe così diffusa. A nostro parere, l’Oms ha svolto un ruolo molto dannoso durante il Covid. Ha promosso la narrazione secondo cui l’unica cosa da fare fosse aspettare un vaccino sperimentale con la tecnologia mRna, che non era mai stata utilizzata ampiamente in nessuna popolazione sana».
Hooker sposta poi il discorso su un piano più ampio, che va oltre la sola sanità. «Non è solo una questione di legami tra industria farmaceutica e governo. L’industria farmaceutica è il governo». Una lettura che chiama in causa anche altri aspetti: «Il Covid è stato gestito tanto come operazione militare quanto sanitaria». Da qui, spiega, la durezza della censura: «Se critichi la politica sanitaria, vieni considerato un nemico dello Stato. Eravamo preoccupati che al pubblico venisse negato l’accesso a informazioni accurate su cure, test e vaccini». Nelle parole di Hooker al Senato non c’è solo denuncia. C’è anche un messaggio politico preciso. «La democrazia richiede libertà di parola. Senza libertà di parola non c’è democrazia». Da qui la richiesta di trasparenza totale sui dati, dalla mortalità agli effetti avversi, e di un confronto scientifico aperto, «senza censure». Sui lockdown la posizione resta tranchant: «Sono stati un danno al 100% con lo 0% di benefici».
In chiusura di audizione, Hooker ha spiegato quali misure pratiche può adottare l’Italia in futuro per prevenire e non ripetere gli errori commessi nel 2020: «Deve esserci piena trasparenza. Senza trasparenza le persone non possono compiere scelte informate per se stesse o per le proprie famiglie. Non deve mai più esserci un lockdown totale. Le buone pratiche standard nella sanità pubblica prevedono di isolare solo gli individui malati e non quelli sani. Vanno evitate restrizioni generalizzate e occorre garantire sempre la possibilità di discutere e verificare i dati». Ed è proprio su questo punto che la testimonianza dei due collaboratori di Kennedy Jr. assume un peso più ampio. «Gli italiani meritano politiche basate su dati trasparenti, non sulla paura», ha detto Hooker alla commissione. Un passaggio che chiude l’audizione, ma che di fatto riapre un dibattito infinito.
Questione di marchio, questione di logo. Quando c’è quello, la qualità passa in secondo piano. Si va sul sicuro e si compra a scatola chiusa. Walter Veltroni un marchio lo è di sicuro. Un brand, direbbe lui, ricorrendo al british come nei suoi romanzi. Dai quali, in perfetta linea TeleMeloni, la Rai e la Palomar di Carlo Degli Esposti traggono, per ora, una miniserie in due serate (Rai 1, 7 e 14 maggio), intitolata Buonvino - Misteri a Villa Borghese. Del resto, negli anni, il fondatore e primo segretario del Pd, vicepremier del governo Prodi e sindaco di Roma, è stato saggista, romanziere, autore di varietà televisivi, documentarista e regista cinematografico. Nella fiction, invece, non si era ancora cimentato. «Veltroni è un network»: ha ragione Andrea Minuz. Un ipertesto, si potrebbe anche dire, con numerosi link. E così, qui, oltre a fornire la base ispiratrice, i gialli del «ciclo del commissario Buonvino» pubblicati da Marsilio, eccolo comparire come consulente editoriale. Altro che oscurarlo, come si è scritto nel tentativo d’innescare la polemica. «Mi spiace che Il Fatto quotidiano abbia voluto trovare qualcosa che non c’è», chiarisce Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction, durante la presentazione alla stampa. «Non riesco a capire perché la Rai che fa una serie tratta dai libri di Veltroni poi debba oscurarlo. Per cortesia», taglia corto, «parliamo di cose che esistono e non di cose che non esistono. Veltroni è felicissimo del trattamento di questa serie, che firma come consulente e supervisore».
Il primo episodio è «Il caso del bambino scomparso», secondo di sei racconti. Siamo a Villa Borghese, piccola patria di gioventù dell’autore, l’elemento meglio ritratto nella storia. Il parco, i viali alberati, il lago, le fontane: una Roma quasi inedita in mezzo alle solite suburre. Il secondo profilo ben definito è quello del protagonista (Giorgio Marchesi). Al quale, dopo un grave errore in un’indagine, si presenta l’agognata seconda possibilità non in un commissariato di montagna del Molise, ma appunto a Villa Borghese, a capo di una specie di «armata Brancaleone». E anche qui siamo in piena mielosità veltroniana. Nella prima scena il poliziotto raccoglie due gattini abbandonati dentro uno scatolone in un’aiuola e nella seconda chiede «un caffè, per favore» al barista che contraccambia il garbo praticandogli uno sconto. Poi scopriamo che Buonvino si è da poco separato dalla moglie, che si sposta su una Triumph decapottabile, altro che la Tipo malandata di Montalbano, che ascolta musica su ellepì in vinile e fa jogging sull’asfalto indossando vecchie Clarks modello desert boot. Insomma, un commissario buono, gentile e che incarna alcuni cliché. Un uomo che esprime «una leadership dolce», «incapace di arrabbiarsi, non un maschio alfa, ma un po’ controtempo», lo descrive Marchesi. Altrettanto di maniera è la composizione della squadra di agenti. C’è la belloccia, l’ispettrice Veronica Viganò (Serena Iansiti) con la quale Buonvino ha un passato da rinfrescare e, prevedibilmente, un futuro da costruire. C’è la nera che si chiama Ginevra (Daniela Scattolin) e non riesce a trovare casa perché gli immobiliaristi, gentili al telefono, frenano alla vista del colore della sua pelle. Poi Portanova, l’ispettore un po’ frustrato e dall’aria ambigua (Francesco Colella), Cecconi, l’agente scelto, ma presuntuoso (Matteo Olivetti) e, infine, l’agente semplice e sempliciotto Gozzi (Ivan Zerbinati). Le figurine Panini dei commissariati di polizia. Una squadra che, «come il Verona di Osvaldo Bagnoli che vinse lo scudetto nel 1985 con gli scarti delle big», con l’arrivo del nuovo capo si trasforma in un team dell’Fbi capace di risolvere un caso dimenticato che riaffiora dopo il ritrovamento di un cadavere nel parco. Il fuoriclasse della formazione, però, è lui che, mentre flirta con l’ispettrice, congiunge inaspettatamente tutti i puntini, trovando, una quadratura quanto meno inverosimile.
Ma tant’è. Il marchio vince su tutto e il prodotto arriva infiocchettato al pubblico di Rai 1. Il ciclo del Commissario Buonvino è stato pensato così fin dall’origine. Basta provare a leggere i gialli ispiratori per accorgersi che, come la sceneggiatura televisiva, anch’essi forse necessitavano di un editing più vigile. E magari un po’ di burocratese - «il caso che era riuscito a sbrogliare aveva un elevato grado di complessità» o «i giornali e i siti faticavano a remunerare i dipendenti» - sarebbe stato emendato. Così come sarebbe stata sfrondata la folla di citazioni mainstream che ne intarsia la prosa dalle prime pagine.
Ma, realisticamente, non si può chiedere troppo perché l’operazione è chiara: trovare finalmente il personaggio che, dopo tante ricerche, dovrebbe sostituire Il Commissario Montalbano. Non a caso, per la produzione sono stati scelti Palomar, che aveva portato in tv i romanzi di Andrea Camilleri per Sellerio, e Salvatore De Mola uno degli sceneggiatori di quella serie fortunata. Il quale confessa: «Sono cresciuto con le iniziative di Veltroni, le figurine Panini e le videocassette di cinema, quando era direttore dell’Unità». Tutto torna, dunque. «Partiamo con questo assaggio per verificare se aumentare il dosaggio», confida Degli Esposti. E Ammirati: «Siamo abituati a verificare la tenuta della serialità. Se dovessero andare bene i primi episodi, proseguiremmo di corsa. I racconti sono tanti». Del resto, qual è l’editore, il produttore, il regista che può dire di no a Veltroni? O che può prendersi la briga di aprire la scatola prima di metterla sul mercato?
Sarà Senigallia ad aprire la stagione europea dei rider. Dal 30 aprile al 3 maggio 2026 la città marchigiana ospiterà il primo European Spring Rally firmato Harley-Davidson, un evento pensato come punto di partenza dell’anno motociclistico tra concerti, esposizioni e raduni lungo la costa adriatica.
Dopo il successo dell’European H.O.G. Rally del 2024, la casa americana torna in Italia con una manifestazione aperta a tutti, che unisce moto, intrattenimento e vita cittadina. Il cuore del rally sarà distribuito tra il centro storico e le piazze di Senigallia, dove per quattro giorni si alterneranno eventi e spettacoli.
La musica dal vivo sarà uno dei pilastri del programma. Giovedì si parte con i londinesi The Molotovs, seguiti dal chitarrista Giuseppe Scarpato con l’Hillside Power Trio. Venerdì saliranno sul palco gli svedesi Black River Delta e l’italiano Fede Marka, mentre la serata proseguirà con Mike Terrana insieme alla superband The Ympossible. Sabato spazio al rock italiano con Angelica Bove, The Peawees e Alteria.
Durante il weekend si esibiranno anche i vincitori dell’Harley-Davidson Music Contest: Mad Guz and the Mojos, The Surroyal e Known Physics. A chiudere le serate ci penseranno DJ Ringo e Toky, con dj set pensati per accompagnare il festival.
Accanto alla musica, il rally metterà al centro le motociclette. Nell’area Expo sarà esposta una selezione della gamma 2026, con modelli pensati per il turismo a lunga distanza come le Street Glide Limited e Road Glide Limited, oltre alla Pan America 1250 Limited, progettata per l’off-road. Il programma prevede anche due appuntamenti tradizionali. Venerdì 1° maggio in Piazza Garibaldi si terrà il Custom Motorcycle Show, dedicato alle creazioni più originali, mentre sabato 2 maggio andrà in scena la parata Harley-Davidson, con migliaia di moto lungo le strade della città. Oltre agli eventi, i visitatori potranno muoversi tra stand, attività locali e proposte gastronomiche, in un contesto che coinvolgerà l’intero centro cittadino. La scelta di Senigallia non è casuale: già nel 2024 aveva ospitato un grande raduno europeo, confermandosi una destinazione adatta per questo tipo di manifestazioni.
L’ingresso sarà gratuito sia per i rider sia per il pubblico, con la possibilità di acquistare pacchetti dedicati per servizi aggiuntivi.
Il caso di Alberto Stasi, condannato con sentenza definitiva dopo un processo tortuoso a 16 anni di carcere, torna sul tavolo della giustizia con un carico di atti che sembra riscrivere la storia del giallo di Garlasco. La Procura di Pavia, però, nonostante in questi mesi di indagini abbia curato la raccolta di perizie, consulenze e intercettazioni, da questo momento è fuori dalla partita.
Tecnicamente non può chiedere la revisione del giudicato a carico di Stasi. Il pallino passa alla Procura generale di Milano o, in alternativa, alla difesa. È dentro questo schema che si inserisce l’incontro tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni. Quarantacinque minuti di riunione. Con un unico momento pubblico che ha annunciato che non ci saranno fughe in avanti. «Non sarà uno studio né veloce né facile», ha affermato Nanni. Settimane, forse mesi. E una domanda che vale i quasi 20 anni di indagini, processi, sentenze e poi di nuovo indagini: dentro quelle carte ci sono davvero nuove prove?
Una valutazione è possibile farla proprio partendo dall’incontro tra Procura e Procura generale. Con molta probabilità, il procuratore Napoleone si è determinato a chiedere un incontro con il magistrato requirente più alto in grado nel distretto perché nel corso delle indagini su Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), che all’epoca aveva 19 anni e che è l’unico indagato del nuovo procedimento (dopo aver incassato due archiviazioni, una delle quali è finita davanti alla Procura di Brescia), devono essere emerse delle prove a discarico su Stasi. Perché è questo il passaggio obbligato. Non bastano dubbi, suggestioni o ricostruzioni alternative. Servono elementi nuovi che, da soli o insieme a quelli già valutati nei cinque processi, dimostrino che il condannato doveva essere assolto. Per superare questa soglia bisogna intaccare quelli che vengono definiti i «gravi, precisi e concordanti» indizi su cui si regge la sentenza che nel 2015 ha mandato Stasi dietro le sbarre.
Il primo scoglio è il tempo: 23 minuti, tra le 9.12 e le 9.35, la finestra in cui è stata ufficialmente collocata la morte di Chiara Poggi. È lì che Stasi, pur avendo dimostrato che era a casa sua al computer per scrivere la tesi di laurea, non aveva un alibi ritenuto credibile. Quella finestra temporale, però, oggi sarebbe stata messa in crisi dalle nuove consulenze tecniche. I quesiti posti dai pm a Cristina Cattaneo, antropologa forense, miravano a ridefinire l’orario del decesso. Ma anche a rileggere le ferite sul corpo di Chiara. Un doppio binario: cronologia e dinamica. Se cambiano entrambi, cambia tutto lo scenario.
Poi c’è la scena del crimine. Il racconto di Stasi, quello del ritrovamento del corpo sulla scala che porta al seminterrato, era stato bollato come «illogico e falso». Il nodo è sempre lo stesso: le scarpe pulite. Come si attraversa una scena intrisa di sangue senza sporcarsi? Nell’appello bis, i periti avevano tradotto il dubbio in numeri: 0,00038% di probabilità di evitare il sangue fermandosi al primo gradino, 0,00002% al secondo. Praticamente zero. Ma oggi quell’assunto viene rimesso sotto esame. L’inchiesta su Sempio ha riaperto in modo netto il capitolo delle tracce. Le nuove analisi sulla Bpa (letteralmente Bloodstain pattern analysis, ovvero l’analisi delle macchie di sangue) sono state affidate al Ris di Cagliari e per ora restano secretate. Ma c’è un’ipotesi che filtra: possibili impronte mai rilevate all’epoca. Se emergono, il racconto che non tornava potrebbe ora reggere. Gli oggetti repertati restano un altro snodo: l’impronta di Stasi sul dispenser del sapone che, all’epoca, era stata letta come segno di un lavaggio e l’impronta insanguinata della scarpa a pallini sul tappetino. Elementi che per anni hanno fatto parte dell’incastro accusatorio. Quel meccanismo ora viene riaperto: modalità di formazione delle tracce, tempi e compatibilità sono tornati sotto esame.
Poi c’è il capitolo più controverso: le biciclette. La bici nera da donna vista da una testimone fuori da via Pascoli alle 9.10, mai citata da Stasi nel 2007 ma richiamata dai genitori in versioni discordanti. Un dettaglio che non ha mai trovato una collocazione definitiva. Con la Umberto Dei, bici di lusso degli Stasi, entrata nel processo nell’appello bis. I pedali risultarono «dissonanti» rispetto a quelli di serie. Sostituiti, modificati o, comunque, diversi. Su quei pedali viene trovato il Dna di Chiara, definito «altamente cellulato». Otto microtracce, tutte positive al test. Sul pedale destro almeno due leucociti fotografati al microscopio. È uno degli elementi più pesanti della condanna. Ed è anche uno di quelli che oggi vengono riletti: modalità di trasferimento, conservazione, interpretazione scientifica. Con una inquietante coincidenza ritenuta scientificamente quasi impossibile che è emersa solo ora in modo nitido: la quantità di Dna rilevata su un pedale della Umberto Dei (2,78 nanogrammi) sarebbe lo stesso del reperto 29, ovvero il cucchiaino lasciato nel lavandino. Una misura che, per sua natura, dovrebbe essere il risultato di processi diversi: modalità di trasferimento, superfici, tempi, condizioni ambientali. E che invece si replica.
Il punto, però, è l’insieme. La condanna non si regge su un solo elemento, ma su un sistema. Su una valutazione delle prove non prese singolarmente ma valutate nel loro insieme. E oggi è proprio quel percorso valutativo che viene messo alla prova. Se un tassello cede, l’equilibrio complessivo può saltare. L’indagine su Sempio ha una scadenza in estate (quella dei termini per le indagini preliminari). Ma la decisione sulla revisione potrebbe arrivare prima. Tutto dipende da cosa troverà la Procura generale di Milano dentro quelle migliaia di pagine. Nanni di certo ha già esperienza con le revisioni. A Cagliari, dove ricopriva lo stesso incarico, revisionò il processo per la strage di Sinnai (8 gennaio 1991) che produsse la condanna all’ergastolo di Beniamino Zuncheddu per tre omicidi e un tentato omicidio. Dopo 32 anni di carcere, grazie a quella revisione, Zuncheddu risultò innocente.

