Massimo D'Alema (Ansa)
Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Roberto Speranza protagonisti a un evento allo Spin time, lo stabile romano in mano ai movimenti per la casa da oltre dieci anni, malgrado su di esso gravi un provvedimento che condanna il ministero dell’Interno a risarcire i proprietari.
Storia vecchia e ripetitiva. Si tratta di un immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma che fu occupato dai movimenti per la casa nel 2013, 13 anni fa. È un immobile che ha fatto molto discutere perché, oltre a essere occupato abusivamente, si svolgevano dentro quelle mura attività, anche commerciali, totalmente illecite. Lo ricorderete in particolare per un fatto.
Quando quel locale rimase senza luce, perché non pagando le bollette il gestore staccò la corrente elettrica, si mosse addirittura l’elemosiniere del Papa, il cardinale placco Krajewski, per riattaccare la luce e far tornare illuminato quell’edificio. Si disse allora, in buona sostanza, che si trattava di un atto di carità (caritas) e che, in quanto tale, superava la legge (lex). La caritas va oltre la lex. Per la verità, questo che avvenne nel maggio del 2019 fu detto che rappresentava la «Chiesa in uscita», tanto cara a papa Francesco.
La Chiesa in uscita, in questo caso, andò contro l’azienda elettrica alla quale invece che le uscite mancano le entrate. Come noto, nei Vangeli sinottici (Matteo 22,21; Marco 12,17 e Luca 20,25) c’è un detto molto celebre: ai Farisei e agli Erodiani che gli chiedevano se fosse lecito pagare i tributi a Roma, cioè le tasse, Gesù rispose: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Lo fecero per cogliere, come ci dice Marco, Gesù in fallo nel suo discorso. Ma Gesù non esitò un attimo nella risposta e disse la frase sopra riportata. In questo caso del centro protetto dal cardinale e direttamente da papa Francesco, Cesare era in primo luogo l’azienda elettrica che doveva riscuotere le bollette, ma Cesare era anche lo Stato che, impedendo le occupazioni abusive per il rispetto della proprietà privata, avrebbe dovuto sgomberare quel palazzo.
Ma sono passati anni, oltre dieci anni, e quel palazzo è ancora occupato abusivamente e ieri, in questo centro che si chiama Spin time, si è svolto un convegno dal titolo «La nostra parte» nel quale si è celebrata l’assemblea nazionale dell’associazione «Compagno è il mondo».
Personalmente ho visitato quel centro due volte, per questioni di servizi televisivi, quindi parlo con cognizione di causa. Ho trovato solo brutte cose in quel centro? No, assolutamente, ho trovato madri e minori che venivano accuditi e che lì si erano rifugiati. Di fronte a questa situazione ho provato umanamente compassione per quelle donne con dei bambini in un luogo non esattamente adatto a loro. Quando visitai il centro mi fu posta una domanda: «Secondo lei avremmo dovuto lasciare queste mamme e questi bambini all’addiaccio come i pastori lasciano i greggi in un prato recintato? O in un bivacco o in un accampamento?». La mia risposta fu la seguente: «Io credo che di queste cose dovrebbe occuparsi il Comune di Roma predisponendo luoghi adatti alla loro accoglienza. Tra l’altro, molte di queste madri e di questi bambini non sono immigrati irregolari ma italiani. A maggior ragione voi commettete un reato a occupare abusivamente questo locale e nello stesso tempo il Comune non adempie al suo dovere sociale in relazione all’art. 3 della Costituzione che obbliga lo Stato e le sue diramazioni territoriali a rimuovere gli ostacoli che non consentono alle persone di vivere disponendo del minimo essenziale».
Per me la situazione era molto chiara. Del resto, quel Cardinale elemosiniere invece di fare l’elemosina all’Enel avrebbe potuto cercare, negli innumerevoli edifici di proprietà della Chiesa presenti a Roma, luoghi adatti all’accoglienza di quei bambini con le loro mamme. Ma torniamo all’attualità e cioè al convegno tenutosi ieri in questo immobile abusivamente occupato e al quale hanno partecipato diversi rappresentanti del Pd, da Roberto Speranza a Massimo D’Alema fino a Pier Luigi Bersani. Proprio quest’ultimo ha rilasciato delle dichiarazioni a riguardo, e quella che mi ha colpito di più è la seguente: «Finché non sgomberate Casapound, non permettetevi di venirmi a disturbare dove vado io. È veramente incredibile, paragonare situazioni che non c’entrano nulla». Ora, Bersani è troppo intelligente per non sapere che un’occupazione abusiva di qualsiasi edificio, anche per scopi umanitari, è equivalente, da un punto di vista giuridico, all’occupazione di un altro edificio sempre abusivo con scopi anche diametralmente opposti da un punto di vista ideologico. Nel piano di sgomberi predisposto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è compresa anche l’occupazione abusiva di Casapound, ma a oggi non è ancora stato fatto e questo è grave tanto quanto il mancato sgombero dell’edificio nel quale si è svolto il convengo cui ha partecipato lo stesso Bersani.
Dirò di più. Da anni si discute sulla legittimità di Casapound - che, tra l’altro, è stata autorizzata a presentarsi alle elezioni politiche qualche anno fa - ebbene, si discute sulla legittimità di questa associazione in quanto sarebbe rea di un reato grave che è quello, contemplato nelle nostre leggi, di «apologia di fascismo». Sono passati vari governi di tutti i colori, ma nessuno di essi ha fatto in modo che qualcuno ponesse la questione a una Procura della Repubblica per capire, in modo definitivo, se quella associazione andasse sciolta o no. Secondo me questa è stata una grave mancanza della politica, che ha continuato a giocherellare sul fascismo di Casapound senza essere poi conseguente nelle azioni da svolgere attraverso un approfondimento da parte della magistratura e anche del Parlamento.
Detto questo, l’occupazione di Casapound equivale all’occupazione di Spin time, quindi andrebbero sgomberati i due edifici quanto prima e senza differenza alcuna, ambedue rei di occupazione abusiva e di violazione del principio costituzionale della proprietà privata, un diritto fondamentale.
Facciamo una metafora, una di quelle tanto care a Bersani: non è che se uno va contro mano in autostrada può ritenere la sua azione legittima perché nello stesso tempo, su un’altra autostrada, un’altra autovettura va contromano. Non potrà dire il conducente della prima autovettura: «Prima fermate quello e poi mi fermo anch’io». Non funziona così perché il diritto vale per tutti, si dice che è equipollente, universale, non è un fatto particolare da applicare alcune volte e altre no.
Tra l’altro, per il mancato sgombero dello Spin time il ministero dell’Interno è stato condannato, è notizia di ieri, a risarcire oltre 21 milioni di euro, proprio per il mancato sgombero di questo immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, causa intentata da Investire Sgr nella sua qualità di gestore del Fip-Fondo Immobili Pubblici. È una sentenza del 18 dicembre 2025 che è stata appena notificata al ministero dell’Interno e la giudice ha specificato che benché «l’occupazione illecita e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, il danno conseguente a tale occupazione deve essere imputato al ministero dell’Interno che aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito». Quei soldi verranno pagati da tutti i contribuenti italiani.
A volte le coincidenze sembra che non vengano a caso e, nel giorno in cui si celebra un convegno dagli alti contenuti geopolitici, si viene a sapere che la magistratura ha condannato un ministero al risarcimento del danno. L’occupazione di Casapound va risolta in fretta così come l’occupazione di Spin time. I parlamentari presenti hanno partecipato a un convegno che si è svolto in un luogo che è oggetto di un provvedimento della magistratura. Contenti loro, scontenti tutti.
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Donald Trump (Ansa)
Il Gop potrebbe bocciare i nuovi rincari. L’incertezza però va superata entro due mesi.
La reazione di Donald Trump alla sentenza della Corte Suprema statunitense che ha negato il suo potere esclusivo di imporre dazi senza approvazione del Congresso è stata quella di firmare venerdì una tariffa aggiuntiva del 10% a tutte le importazioni, a partire dal 24 febbraio, per un periodo di 5 mesi eventualmente prorogabile dal Congresso stesso. Ieri ha cambiato idea e ha aumentato il dazio aggiuntivo al 15%.
I governi delle nazioni esportatrici stanno valutando l’impatto di questa misura sugli accordi già siglati con Washington. Il caso peggiore è che tutte le esportazioni dall’Ue siano caricate di un canone aggiuntivo alla tariffa del 15% concordata con gli Usa. Stima dei gradi di impatto negativo nel caso peggiore per l’Italia: 1) forte per i prodotti del lusso, niente esenzioni; 2) perdita di competitività significativa per macchinari e robotica industriale; 3) componentistica per automotive, impatto non totale, ma negativo; 4) così come per l’agrifood; 5) invece limitato per una varietà di prodotti farmaceutici perché esentati da dazi. L’aggiunta del 10% non tocca i prodotti esentati nell’accordo tariffario del Nord America con Canada e Messico e ciò potrebbe essere una via (non facile) di export scontato indiretto in America (Canada e Ue hanno un trattato commerciale di quasi zero dazi), ma anche un fattore di concorrenza contro alcune merci italiane.
L’Italia deve prepararsi a reagire a questo scenario. Quanto in fretta? Un mese o due di ambiguità possono essere sostenibili, ma di più sarebbe difficile.
Ho preparato, pur in fretta, un secondo scenario meno inquietante perché non credo che i repubblicani centristi possano votare un suicidio economico dell’America nel Congresso dove la maggioranza di Trump è minima (probabilmente motivo per cui ha cercato di bypassare il Congresso stesso cercando di darsi in modi forzati poteri esclusivi in materia tariffaria). Tutti i dati mostrano un impoverimento della classe media statunitense perché i dazi sono stati in buona parte - un’altra parte è stata caricata sugli esportatori con perdita di margine entro accordi con gli importatori - trasferiti ai consumatori generando inflazione. Tali statistiche hanno correlazione con la perdita di consenso di Trump nei sondaggi. Quindi ritengo probabile - come già visto in alcuni casi recenti - che una parte del Partito repubblicano non voterà la continuazione dell’aggiunta del 15% alle tariffe concordate mesi fa con le nazioni esportatrici alleate. Se i dazi restassero all’attuale 15% con molte aree di esenzione, lo scenario sarebbe sostenibile.
Il terzo scenario riguarda una precisazione che però al momento mi è difficile fare. Se la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i dazi imposti nel 2025, Trump potrà mantenerli? In teoria no. Ma gli alleati, appunto, hanno siglato accordi con valore di trattato confermando l’accettazione dei dazi, per lo più al 10 o al 15%. La Corte potrà annullarli? Tali trattati hanno un valore confermativo anche se illegale la firma di Trump? Questa illegalità è formalmente vera oppure, come sostenuto da un giudice di minoranza della Corte, il potere presidenziale in materia di dazi può essere esteso come eccezione a quello di esercitare in modo discrezionale la politica estera e di sicurezza? Trump ha argomentato la legittimità del suo potere sulle tariffe (facoltà esclusiva del Congresso anche se non in materia di sanzioni) come emergenza per il riequilibrio commerciale tra America e mondo. In sintesi, io temo che lo scontro istituzionale in America crei incertezza economica e finanziaria con danno per l’America stessa e gli alleati, peggiorato dalla soddisfazione della Cina nel vedere che la deterrenza statunitense è indebolita al suo interno.
Cosa raccomandare? A Trump ci penseranno i repubblicani Usa. Agli europei suggerisco freddezza e ricerca di contatti diplomatici. Agli attori di mercato un momento di pazienza prima di scontare il caso peggiore di una divergenza euroamericana non facilmente riparabile. In qualche modo sarà riparata.
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Ansa
Dopo gli allarmi sulla tirannia di Trump, si torna alla realtà col verdetto sui dazi. Emesso da una Corte plasmata dal tycoon.
Dio benedica la Corte Suprema e la sua sentenza sui dazi: ha costretto noialtri, prima che Donald Trump, a tornare alla realtà. Così, in un battibaleno, siamo passati da «l’America non è più una democrazia liberale» (Mario Monti, aprile 2025), a «C’è un giudice anche a Washington» (Massimo Giannini, ieri); da Repubblica che, a novembre, ci elencava «i 12 passi di Donald Trump verso l’autocrazia», allo scoop di Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Il potere di Trump non è incondizionato».
Non lo immaginavamo mica. Specie da quando gli esperti avevano iniziato a spiegarci che la democrazia americana era in pessima salute, scivolata «in una forma soft di autoritarismo», anche se non era ancora «ai livelli di Russia, Venezuela o Turchia»: parola del politologo di Harvard Steven Levitsky all’Espresso, appena una quindicina di giorni fa.
A settembre, Fanpage aveva pronta la diagnosi: «Non c’è più dubbio», garantiva, sulla deriva dittatoriale degli Usa. Il professor Mario Del Pero dell’Ispi illustrava intanto la strategia della Casa Bianca, orientata a «silenziare il dissenso». «Questo», denunciava il docente di SciencesPo, «è il manuale di qualsiasi regime autoritario».
Eppure, questa temibile e organizzatissima dittatura si è incartata sulla sua misura di bandiera. A disturbarla è bastato uno dei meccanismi istituiti per limitare l’arbitrio del governo: un tribunale di rango costituzionale, secondo il quale il presidente ha esondato dalle sue competenze. Quel collegio è composto da una maggioranza di toghe di orientamento conservatore, ben sei su nove; tre di quelle sei erano state incaricate dal presunto despota col ciuffo biondo; due di quelle tre, esattamente per questo motivo, avevano subito minacce personali o ai familiari (la giudice Amy Coney Barrett) e, addirittura, un tentativo di assassinio (il giudice Brett Kavanaugh). Nondimeno, sia la Barrett sia Neil Gorsuch, anche lui di nomina trumpiana, hanno votato contro i dazi, insieme a John Roberts, voluto da George W. Bush e insieme ai tre colleghi inseriti da Barack Obama e Joe Biden. In pratica, i giudici di destra sono stati più pluralisti di quelli di sinistra. Sinistra che, con il preciso obiettivo di sottrarre la preponderanza nella Corte a The Donald, durante la presidenza Biden aveva ventilato l’ipotesi di ampliare il numero di componenti dell’organo e piazzarne altri di comprovata fede progressista. Ma all’epoca in cui i dem tentavano di cambiare le regole del gioco per poterlo vincere, Monti sonnecchiava e non vedeva ragioni per «prendere le distanze» dal sonnambulo di Washington, come ha invece chiesto a Giorgia Meloni di fare nei confronti di Trump.
Ora, «anche noi cittadini di questa Terra», a cominciare da Giannini, lieto di metterlo nero su bianco, «scopriamo» che, Oltreoceano, «lo Stato di diritto esiste e resiste». Che il rule of law - citiamo Robert Wescott, il capo economista internazionale di Bill Clinton, intervistato dal quotidiano di largo Fochetti - ha conseguito «una storica vittoria». Che un «piccolo imprenditore» qual è Victor Schwartz, promotore della causa giunta fino alla Corte Suprema, ha potuto «battere la Casa Bianca». Che perciò gli Usa sono «un grande Paese».
A Federico Rampini tocca ribaltare l’accusa a Trump: «La sua autorità ne esce sminuita», «per non parlare della credibilità all’estero». Un autoritarismo senza autorità; un autocrate che non farà paura a nessuno. All’uomo la cui colpa era di voler fare il tiranno, adesso viene rinfacciato di non esserci riuscito.
Sarebbe bastato un po’ di senso della realtà per comprendere che non era sufficiente il secondo avvento del puzzone, per trasformare la «terra dei liberi» in una repubblica delle banane. Che avrebbero continuato a funzionare i checks and balances, i controlli e gli equilibri congegnati dai padri fondatori e perfezionati nel primo secolo di storia americana. Se ne è compiaciuto financo Emmanuel Macron, cioè il leader che gradirebbe le dimissioni anticipate della francese Christine Lagarde, al vertice della Bce, pur di impedire ai sovranisti di indicarne il successore. Ecco il pulpito di chi predica...
Si sapeva che il tycoon è allergico alle forme, ma anche che era probabile scontasse le sue intemperanze schiantandosi sul muro delle regole. Gli è successo con la Corte Suprema come gli era accaduto con vari tribunali, oltre che nel confronto con i governatori: la dialettica con quello del Minnesota, Tim Walz, lo ha costretto ad ammorbidire alcuni provvedimenti in materia di immigrazione e ad accettare un parziale ritiro dell’Ice. Trump stesso era consapevole dei rischi, tanto che aveva pronto un «piano B» per le tariffe, annunciato ieri, subito dopo la sentenza.
Elly Schlein si domanda se la Meloni continuerà a «difendere il suo amico Trump». A noi verrebbe da domandare alla Schlein se dobbiamo continuare a dar retta a Romano Prodi, il quale, per salvare il mondo da The Donald, propugna un «compromesso» tra Europa e Cina. Non è qualcuno aveva troppa fretta di liquidare l’America e consegnarci a Pechino?
E chissà che la Corte Suprema Usa non possa insegnare qualcosa alla nostra Corte costituzionale: questa, a differenza dell’altra, di solito blinda le decisioni opinabili del potere, dal green pass in giù. Ricordandosi di essere il «contraltare della maggioranza» (espressione di Giuliano Amato) preferibilmente quando la maggioranza è di destra.
Per il momento, ci godiamo il riscatto della «nazione indispensabile». Alla fin fine, vedete che aveva ragione Steven Levitsky, il politologo di Harvard sentito dall’Espresso: gli Stati Uniti non sono la Russia né il Venezuela.
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Pensata per i bambini, fa felici i grandi. Ecco una preparazione sfiziosa per rallegrare un pranzo, una cena veloce tra amici (basta un’ottima insalata d’accompagno e il gioco è fatto), per dare al pollo il giusto posto a tavola. Sappiate che potete fare questi bocconcini filanti in forno (180 gradi statico pre-riscaldato e dopo una quindicina di minuti saranno pronti) fritti, oppure, come abbiamo fatto noi, in friggitrice ad aria (ci vogliono una ventina di minuti). Per il resto tutto molto semplice, ma alla fine un trionfo di gusto croccante.
Ingredienti – 8 fette sottili di petto di pollo, 8 fette di prosciutto cotto, 8 fette di scamorza o altro formaggio a pasta filata, 3 uova, 60 gr di farina, 100 gr di pangrattato, olio per frittura se del caso oppure olio per friggitrice ad aria spray, olio extravergine, sale e pepe qb.
Procedimento – Battete col batticarne le fette di pollo e una volta ben spianate salatele appena, mettete un pizzico di pepe e farcitele con una fetta di prosciutto cotto e una di scamorza. Arrotolatele a involtino e fissatele con uno stecchino. Ora battete le uova in una ciotola con un po’ di sale e pepe. In due piatti distinti sistemate la farina e il pangrattato. Passate nella farina gli involtini, poi nell’uovo, poi nel pangrattato, di nuovo nell’uovo e in ultimo ancora nel pangrattato. Dovete fare agli involtini il cappotto come si dice in gergo! Ora cuocete secondo il metodo che avete scelto. Se in forno sistemateli su una placca foderata da carta forno e irrorateli con po’ di olio extravergine di oliva, se nella friggitrice ad aria sistemateli nel cestello e spruzzateli con l’olio apposito, se fritti fate scaldare il grasso in una padella e procedete come con qualsiasi frittura.
Come fa divertire i bambini – Fatevi aiutare nei diversi passaggi d’impanatura.
Abbinamento – In omaggio ai 400 anni di Francesco Redi abbiamo scelto un Chianti Superiore del Valdarno. Vanno benissimo un rosso di Montepulciano, un Rosso Piceno, ma anche un ottimo Pere e’ Palummo campano o una Schiava altoatesina. Altrimenti optate per una bollicina.
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