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2025-04-18
A Parigi Kiev compra la contraerea degli Usa
Emmanuel Macron e Marco Rubio (Ansa)
A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.
Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili.
La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.
E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.
Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».
Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo
A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione».
Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi.
Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta.
Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
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Macron prova ad accreditarsi come leader europeo con l’America. Ma l’incontro dei volenterosi alla presenza di Rubio non dà risultati. Gli ucraini accusano Mosca di ricevere aiuti dalla Cina. Il tycoon: «Muoiono 2.500 persone al giorno: ora basta».Domani a Roma il vertice Iran-Stati Uniti. «New York Times»: «Donald fermò Bibi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili. La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-usa-armi-ucraina-2671798299.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nucleare-liran-cambia-mediatore-e-scopre-che-trump-ha-fatto-da-scudo" data-post-id="2671798299" data-published-at="1744967547" data-use-pagination="False"> Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione». Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi. Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta. Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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