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2025-04-18
A Parigi Kiev compra la contraerea degli Usa
Emmanuel Macron e Marco Rubio (Ansa)
A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.
Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili.
La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.
E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.
Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».
Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo
A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione».
Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi.
Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta.
Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
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Macron prova ad accreditarsi come leader europeo con l’America. Ma l’incontro dei volenterosi alla presenza di Rubio non dà risultati. Gli ucraini accusano Mosca di ricevere aiuti dalla Cina. Il tycoon: «Muoiono 2.500 persone al giorno: ora basta».Domani a Roma il vertice Iran-Stati Uniti. «New York Times»: «Donald fermò Bibi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili. La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-usa-armi-ucraina-2671798299.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nucleare-liran-cambia-mediatore-e-scopre-che-trump-ha-fatto-da-scudo" data-post-id="2671798299" data-published-at="1744967547" data-use-pagination="False"> Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione». Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi. Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta. Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.