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2025-04-18
A Parigi Kiev compra la contraerea degli Usa
Emmanuel Macron e Marco Rubio (Ansa)
A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.
Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili.
La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.
E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.
Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».
Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo
A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione».
Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi.
Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta.
Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
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Macron prova ad accreditarsi come leader europeo con l’America. Ma l’incontro dei volenterosi alla presenza di Rubio non dà risultati. Gli ucraini accusano Mosca di ricevere aiuti dalla Cina. Il tycoon: «Muoiono 2.500 persone al giorno: ora basta».Domani a Roma il vertice Iran-Stati Uniti. «New York Times»: «Donald fermò Bibi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi ieri si sono intensificati i colloqui per cercare una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, ma dal vertice dei cosiddetti «volenterosi» è emerso ancora una volta come l’Occidente si trovi nuovamente a fare i conti con l’impasse di un processo di pace che non riesce a fare progressi concreti.Nella capitale francese, la coalizione capitanata da Emmanuel Macron si è riunita per discutere di un piano di pace e rilanciare l’ipotesi ambiziosa ma divisiva di una forza multinazionale da schierare in Ucraina per garantire sicurezza e avviare un cessate il fuoco. Proposta che, tuttavia, non ha trovato un consenso unanime, né all’interno dell’Europa né tra gli alleati americani. Alla riunione che si è svolta all’Eliseo hanno preso parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Ucraina e - per la prima volta in questa cornice - due figure vicine a Donald Trump, il senatore Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La loro presenza segna la volontà americana di mantenere aperto il canale con l’Europa, ma arriva in un clima tutt’altro che unitario in cui si susseguono dichiarazioni di intenti, proclami che puntano alla pace, ma che nei fatti non hanno ancora prodotto risultati tangibili. La Russia ha fatto sapere di considerare l’iniziativa franco-britannica come il tentativo europeo di prolungare la guerra e ha bollato il vertice di Parigi come «folle». A entrare nel merito è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova: «Il piano della coalizione dei volenterosi per un contingente multinazionale di pace in Ucraina è folle». Zakharova che ha inoltre posto l’accento sulle divisioni all’interno dell’asse occidentale: «La maggior parte dei membri della coalizione dubita della fattibilità di questo intervento militare senza il sostegno degli Stati Uniti. E Washington non sarà ancora coinvolta in una simile avventura». Anche l’ex presidente russo e attuale numero due del Consiglio di sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev, con il suo consueto sarcasmo, ha tuonato: «Apparentemente il vertice della cricca fascista dell’Ucraina è arrivato a Parigi per colloqui con Regno Unito, Germania e Francia su quante bare saranno pronti ad accettare dopo lo schieramento di truppe della coalizione dei volenterosi». Cremlino che, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha ribadito con forza le sue condizioni per raggiungere un accordo: la pace passa solo attraverso i colloqui diretti con Washington e prevede il riconoscimento delle quattro regioni occupate - Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia - come parte integrante della Russia. Dal consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, è filtrata invece la notizia secondo cui Mosca e Washington starebbero lavorando a una nuova telefonata tra lo zar e Trump: «Se ne sta discutendo, ma non c’è ancora un’intesa», ha detto Ushakov.E mentre a Parigi si è discusso ancora una volta di escalation militare sotto l’etichetta della pace, a Washington Trump ha incontrato Giorgia Meloni accogliendola come «una grande leader» e annunciando di voler lavorare con lei per porre fine alla guerra: «Muoiono 2.500 persone al giorno in Ucraina. Se possiamo salvarle insieme sono felice», ha detto il tycoon a margine dell’incontro con il premier italiano. Una dichiarazione che potrebbe avere il sapore della beffa diplomatica per i volenterosi macroniani, ancora alle prese con riunioni interlocutorie e proposte respinte. Macron, a conclusione del vertice - a cui hanno partecipato tra gli altri il consigliere per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, l’omologo tedesco, Jens Plotner, il capo di gabinetto ucraino, Andriy Yermak, e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev, Andriy Sybiha e Roustem Umerov - ha detto che l’incontro tra le delegazioni di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina è stato «un’importante opportunità per raggiungere un consenso sul conflitto in corso». Al momento però, l’unica certezza è che, al netto delle dichiarazioni, il conflitto continua: a Dnipro i droni russi hanno ucciso tre civili, a Zaporizhzhia le truppe di Mosca hanno lanciato un’offensiva su larga scala inviando 320 caccia e decine di mezzi di equipaggiamento.Volodymyr Zelensky, che ha esortato la comunità internazionale a «fare pressione sugli assassini» e a porre fine a una guerra che «solo la forza può fermare», ha lanciato una stoccata a Witkoff, accusandolo di aver adottato la strategia russa e di difendere le narrazioni di Mosca. Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che condanna l’aggressione russa, il leader ucraino si è detto pronto a firmare con Washington il discusso accordo sulle terre rare (confermato ieri anche da Trump) e, contestualmente, ad acquistare almeno dieci sistemi di difesa aerea Patriot. Infine, ha acceso un nuovo allarme su una possibile collaborazione militare tra Pechino e Mosca: «Riteniamo che rappresentanti cinesi siano coinvolti nella produzione di alcune armi sul territorio russo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-usa-armi-ucraina-2671798299.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nucleare-liran-cambia-mediatore-e-scopre-che-trump-ha-fatto-da-scudo" data-post-id="2671798299" data-published-at="1744967547" data-use-pagination="False"> Nucleare, l’Iran cambia mediatore e scopre che Trump ha fatto da scudo A poche ore dall’inizio del vertice di Roma tra Usa e Iran il presidente iraniano, Masoud Pazeshkian, ha accettato le dimissioni di Mohammad Javad Zarif, ex capo negoziatore per l’accordo sul nucleare del 2015. «A causa di alcuni problemi, l’amministrazione non è più in grado di beneficiare delle preziose conoscenze ed esperienze di Zarif», si legge nella nota ufficiale diffusa martedì sera dalla presidenza. Al suo posto è stato nominato Mohsen Esmaeili, 59 anni, un politico moderato e stimato giurista, che assumerà il ruolo di vicepresidente per gli affari strategici. Tutto avviene dopo l’avvertimento lanciato da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si trova a Teheran: «Siamo in una fase cruciale di queste importanti negoziazioni e sappiamo che il tempo è limitato. Per questo sono qui: per contribuire a facilitare il processo», ha dichiarato. Mentre in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, pubblicata mercoledì, Grossi ha aggiunto che l’Iran «non è lontano dal possedere la bomba atomica. C’è ancora molta strada da fare, ma dobbiamo riconoscere che la distanza si è accorciata». Il direttore generale dell’Aiea ha anche espresso l’auspicio che la sua agenzia possa essere coinvolta nel dialogo in corso tra Iran e Stati Uniti: «Non facciamo parte di questo confronto bilaterale tra Araghchi e Witkoff, ma non siamo spettatori indifferenti. Sanno bene che, in caso di accordo, sarà nostro compito verificarne l’attuazione». Ieri la televisione di Stato iraniana ha riconfermato che i prossimi colloqui sul nucleare si terranno domani a Roma, ma l’Oman continuerà a svolgere il ruolo di mediatore. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, impegnato in queste ore in un’intensa attività diplomatica con Riad e Abu Dhabi, avrà una serie di incontri separati con i protagonisti del dialogo: l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, e il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Nel corso della giornata Tajani vedrà anche Grossi. Cosa aspettarsi dall’incontro di Roma? Impossibile fare previsioni, tuttavia, va ricordato che gli Stati Uniti e Israele non vogliono in alcun modo che l’Iran si doti dell’arma nucleare mentre gli iraniani hanno detto più volte che «l’arricchimento dell’uranio è una nostra prerogativa e non è oggetto di questo negoziato». Si tratta di posizioni inconciliabili che potrebbero trovare un punto di incontro provvisorio solo se venisse concordato uno stop delle attività di Teheran di almeno un anno (periodo nel quale trattare). Ma la strada per un’intesa di questo tipo appare molto stretta. Attenzione anche ai silenzi tattici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sul nucleare iraniano la pensano esattamente come gli Usa e Israele. A proposito dello Stato ebraico, si è appreso che aveva messo a punto un piano per colpire le infrastrutture nucleari iraniane già a maggio, ma l’operazione è stata sospesa. La ragione? Un cambio di rotta deciso da Trump che ha scelto di dare priorità alla diplomazia con Teheran (ieri, dopo il vertice con Giorgia Meloni, ha persino lodato il popolo iraniano). Lo ha rivelato mercoledì il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Usa. La svolta è maturata dopo mesi di dibattito alla Casa Bianca, durante i quali sono stati valutati attentamente i pro e i contro di un’azione militare rispetto a un negoziato. Alla fine, Trump ha deciso di non appoggiare l’iniziativa militare israeliana e ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere i colloqui con Teheran, nella speranza di contenere le ambizioni nucleari iraniane. La decisione è stata comunicata personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu durante la sua visita a Washington a inizio mese ed è certo che non l’abbia presa bene. Ma gli israeliani fanno buon viso a cattivo gioco. Sono certi che l’Iran stia prendendo tempo, che Trump non concederà.
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.