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2019-02-25
Follia Ue: ai paladini dell’austerità 30.000 euro al mese (più benefit)
Ansa
Sempre in prima fila quando c'è da imporre l'austerità agli altri, ma guai a toccare i loro stipendi dorati. Stiamo parlando dei «mandarini» di Bruxelles, gli alti funzionari (ma forse è più corretto chiamarli miracolati) rigorosamente non eletti dal popolo, destinatari ogni mese di assegni da capogiro. Pensiamo a Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che ogni mese può contare sulla bellezza di 33.800 euro, oppure a Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Ue, che da par suo si deve accontentare di «soli» 31.400 euro al mese.
Non se la passano male nemmeno i cinque fidati vassalli di Juncker. La squadra dei vicepresidenti, nella quale rientra anche il lettone Valdis Dombrovskis, uno dei più accaniti contestatori delle politiche di bilancio del nostro esecutivo, si colloca appena un gradino sotto. Frans Timmermans, Andrus Ansip, Maros Sefcovic, Jyrki Katainen e lo stesso Dombrovskis godono infatti di uno stipendio base di 30.200 euro mensili. La folta schiera di commissari (21 per la precisione) è chiamata a cavarsela invece con «appena» 27.000 euro al mese. Tanto per citare i più noti, si va da Pierre Moscovici (Affari economici e monetari), a Gunther Oettinger (Bilancio e risorse umane), a Margrethe Vestager (Concorrenza), fino a Dimitris Avramopoulos (Migrazioni) e Marija Gabriel (Digitale).
Ma la lista dei paperoni continentali non si ferma ai componenti della Commissione. La norma che regola le buste paga dei titolari di alte cariche all'interno dell'Ue (il regolamento 2.016/300 del Consiglio del 29 febbraio 2016), infatti, stabilisce che la platea interessata dai trattamenti economici di favore sia molto più ampia. Si scopre dunque che, al pari del presidente della Commissione europea, anche il numero uno del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha diritto a un emolumento fisso di 33.800 euro. Stesso discorso anche per il presidente della Corte di giustizia, il belga Koen Lenaerts, mentre la vicepresidente di quest'organo, la spagnola Rosario Silva de Lapuerta, guadagna 30.200 euro. Leggermente più «poveri» i vertici del Tribunale europeo, l'altro organo di giustizia chiamato a pronunciarsi sui ricorsi di cittadini e imprese: il lussemburghese Marc Jaeger percepisce infatti quanto un commissario, cioè 27.000 euro, mentre il suo vice, l'olandese Marc van der Woude, circa 25.900 euro. Sostanzioso anche l'ingaggio dei togati: se i 44 giudici del Tribunale ricevono poco meno di 25.000 euro al mese, i 38 colleghi della Corte di giustizia sfiorando i 27.000 euro. Chiudiamo in bellezza proprio con la struttura che ha il compito di vigilare sulle finanze dell'Unione: il tedesco il tedesco Klaus Heiner Lehne, presidente della Corte dei conti, può contare su 26.900 euro mensili, mentre i 27 membri dell'organo ricevono 25.000 euro.
La cifra riportata, si badi bene, è calcolata per difetto. Secondo la normativa, infatti, i pilastri a cui hanno diritto le alte sfere dell'Ue sono tre: il salario base (calcolato con una percentuale che va dal 104% al 138% del grado più alto per un dipendente dell'Unione), l'indennità di rappresentanza (forfettaria, da 554 euro a 1.418 euro mensili) e l'indennità di residenza (pari al 16% del salario base). Ci sono poi le voci variabili, come ad esempio gli assegni familiari. Questi ultimi si compongono dell'assegno per il coniuge (188 euro, maggiorati del 2% dello stipendio base) e di quello per i figli (410 per ogni figlio a carico fino all'età di 18 anni, oppure 26 se studente). Non poteva mancare poi un bell'incentivo scolastico: per tutti i figli a carico maggiori di cinque anni impegnati in un percorso formativo, mamma Europa riconosce un contributo di 278 euro al mese.
Per fare un esempio concreto, una famiglia composta da marito, moglie e due figli in età scolare arriva a percepire 1.560 euro in più. Una cifra che da sola, di questi tempi, non tutti riescono a portare a casa con un impiego a tempo pieno.
Le trasferte, poi, sono completamente spesate. La normativa prevede infatti che i titolari costretti a spostarsi fuori sede godano sia del rimborso delle spese di viaggio che di quelle legate all'albergo, oltre a un'indennità di missione giornaliera pari al 105% di quella prevista nello Statuto (una sorta di contratto collettivo dei lavoratori dell'Ue, ndr). La diaria varia in base al Paese di destinazione, e va dai 57 euro se si approda in Bulgaria ai 125 euro del Regno Unito. Tra i succulenti benefit previsti, anche l'indennità di prima sistemazione al momento dell'entrata in funzione e quella di nuova sistemazione al momento della cessazione dell'incarico, che oscilla da una a due mensilità dello stipendio base (per un commissario, ad esempio, si va dai 22.700 ai 55.400 euro). Coperte anche le spese di trasloco degli effetti e dei mobili personali, inclusa una coperta assicurativa che protegge da furto, danni e incendio la merce trasportata.
Dopo l'esperienza europea non dev'essere sempre facile trovare subito un impiego, ma a Bruxelles hanno pensato proprio a tutto. La soluzione è rappresentata da un'indennità transitoria erogata a decorrere dal primo mese successivo alla cessazione delle funzioni per un periodo che va dai sei mesi ai due anni. L'ammontare di questo ammortizzatore sociale varia in funzione alla durata del servizio prestato, e si esprime in percentuale dello stipendio base: si va dal 40% se il periodo è stato inferiore a due anni, fino al 65% qualora abbia superato i 15 anni. Pochi giorni fa, proprio su queste pagine, vi abbiamo raccontato la storia del malcapitato Pierre Moscovici, il commissario francese che ha visto sfumare una nomina data ormai per certa alla Corte dei conti transalpina. Ebbene, terminato il suo mandato a fine anno, non avrà di che preoccuparsi perché potrà contare su un sussidio di 11.000 euro. Nel caso dovesse trovare un nuovo lavoro regolarmente retribuito, l'ormai ex commissario non smetterà di percepire l'assegno di disoccupazione, perché questo verrà semplicemente decurtato dello stipendio dell'altro lavoro.
Certo, fa impressione sapere che Jean Claude Juncker guadagni ogni anno più di Donald Trump (405.000 euro contro 356.000 euro) o, se preferite, quasi il doppio di Angela Merkel e oltre il triplo di Vladimir Putin. Ma c'è dell'altro. Uno studio effettuato alcuni anni fa dal Partito per l'indipendenza del Regno Unito, l'Ukip di Nigel Farage, evidenzia come «gli alti funzionari dell'Unione europea non traggano vantaggio solo dagli stipendi d'oro, ma anche dal bassissimo livello di tassazione». Un meccanismo che va sotto il nome di «privilege premium» e che, a parità di aliquote applicate dall'Ue e a livello nazionale, consente di portare a casa stipendi netti più alti di diverse migliaia di euro al mese. Il trucco sta nel fatto, spiegano i tecnici dell'Ukip, che «lo Statuto stabilisce che buona parte dello stipendio dei funzionari non costituisca imponibile per la tassazione». Dal calcolo dell'aliquota vengono escluse, infatti, le indennità familiari, quelle di rappresentanza e i contributi ai fini pensionistici. Alla faccia dell'equità, un effetto collaterale di questo sistema è che a trarne maggior vantaggio sono proprio gli alti funzionari, dal momento che sono anche quelli che percepiscono le indennità più corpose.
Nel frattempo, come ogni anno, lo scorso dicembre l'Unione ha provveduto all'adeguamento al costo della vita, aumentando tutti i salari e le indennità dell'1,7%. Nessun problema, tanto va tutto sul conto del budget europeo, finanziato anche con i nostri soldi. Perché l'austerità è bella, ma solo con le tasche degli altri.
E per i loro vitalizi ci toccherà pure dare altri 300 milioni
C'è un buco nero nei bilanci europei che nell'immediato futuro minaccia di risucchiare centinaia di milioni di euro dalle tasche dei cittadini del Vecchio continente.
Nel silenzio generale dei media e della politica, a Bruxelles si susseguono concitate riunioni per rimediare al disastro causato dal Fondo di vitalizio volontario del Parlamento europeo. La situazione è drammatica: il fondo in questione, infatti, registrava alla fine del 2017 un deficit attuariale di 305,4 milioni di euro, in forte aumento nel corso degli ultimi anni. Secondo una nota di marzo del 2018, trasmessa dal Segretariato generale del Parlamento ai membri dell'Ufficio di presidenza, il capitale è destinato a esaurirsi «ben prima del termine degli obblighi pensionistici e forse già nel 2024, con conseguenze molto serie per i contribuenti europei». Arrivati a questo punto, solo un miracolo potrebbe evitare lo scioglimento del fondo, un'eventualità che farebbe ricadere il costo dell'enorme deficit sulle spalle dei contribuenti.
Ma come si è arrivati a questo punto? È sufficiente ripercorrere brevemente la storia del fondo per capire come il suo fallimento fosse solo una questione di tempo. La sua istituzione risale al giugno del 1990, quando l'Ufficio di presidenza decise, in assenza di uno statuto comune dei deputati, di introdurre un regime di vitalizio integrativo volontario. Nel 1993 fu istituita un'organizzazione senza scopo di lucro di diritto lussemburghese, giuridicamente separata dal Parlamento e non soggetta a controllo né tanto meno revisione da parte di quest'ultimo. «Sin dall'inizio», scrive il Segretariato generale nella nota della scorsa primavera, «il rapporto tra i versamenti da parte dei beneficiari all'interno del regime e gli obblighi di pagamento al di fuori di esso non era bilanciato», dal momento che «i due terzi dei versamenti erano a carico del Parlamento mentre un terzo era a carico dei beneficiari. Inoltre, rispetto ai contributi erogati, i pagamenti promessi presentano una forte sproporzione». Nel tempo, accortisi dell'abbaglio, da Bruxelles le hanno provate un po' tutte per tamponare l'emorragia di denaro. Le contromisure messe in atto sono state sia di carattere generale, per esempio l'aumento dell'età pensionabile da 60 a 63 anni oppure l'abolizione del pensionamento anticipato a 50 anni, sia di carattere specifico, con l'aumento graduale dei contributi. Decisioni che sono state persino impugnate di fronte alla Corte di giustizia da parte dei beneficiari del regime, preoccupati di perdere diritti considerati già acquisiti. Le tre cause che si sono susseguite negli anni si sono comunque concluse con un esito positivo per il Parlamento europeo.
Nonostante i correttivi, il fondo ha continuato il suo cammino verso il baratro. La scelta di interrompere la raccolta di nuove adesioni a partire dal 2009, che ha portato alla cessazione dei versamenti contributivi da parte del Parlamento e dei deputati, unita al «rendimento insufficiente degli investimenti, cui si sono sommati gli effetti della crisi finanziaria», ha finito per aggravare ulteriormente la situazione. Ogni anno il fondo, infatti, si trova a dover corrispondere 758 pensioni (di cui 92 di reversibilità e 7 per gli orfani), per un importo medio mensile di circa 1.900 euro, e un esborso annuale di 17,1 milioni di euro. Ricordiamo che questi importi riguardano solo il vitalizio integrativo, e perciò vanno a sommarsi alla pensione ordinaria che percepiscono i deputati.
Il picco di trattamenti è previsto nel 2025, anno nel quale dovrebbero essere erogati contributi per 21,1 milioni. Visti i presupposti, non è detto che per quella data il fondo sia ancora in piedi. La nota di marzo 2018 rileva che «la principale causa del deficit è da imputare, da una parte, al forte squilibrio tra le pensioni garantite ai membri del fondo e dall'altra ai pagamenti effettuati al fondo, dal momento che la sua sostenibilità poteva essere raggiunta tramite un rendimento annuale del 7%, oggettivamente irrealistico».
Le soluzioni messe in campo a marzo per arginare questa situazione sono un ulteriore aumento dell'età pensionabile da 63 a 65 anni, un prelievo del 5% su tutte le prestazioni pensionistiche e il congelamento dei futuri aumenti del pensioni. Nella riunione di dicembre scorso, il Segretariato generale ha esortato l'Ufficio di presidenza del Parlamento all'adozione di queste misure. Tuttavia, la valutazione d'impatto che accompagna il verbale non fa ben sperare: il miglioramento in termini di liquidità dovrebbe limitarsi a soli 12,3 milioni di euro, che si tradurrebbe in un prolungamento della vita del fondo di soli otto mesi. Tradotto, si tratta di una mossa disperata per guadagnare un po' di tempo. Probabilmente è anche per questo motivo che il Segretariato ha chiesto mandato all'Ufficio di presidenza per «esaminare ogni possibile linea d'azione per giungere a una soluzione risolutoria e definitiva a lungo termine». Una formula minacciosa che lascia intendere come a Bruxelles siano pronti a tutto pur di porre fine a questa vicenda.
La trasparenza non è la benvenuta quando parliamo di pensioni europee, ma se ci atteniamo ai dati in nostro possesso una cosa è certa: l'Ue spende già una marea di soldi in questo settore. Nel budget del Parlamento europeo, ogni anno 13,6 milioni sono dedicati al pagamento delle pensioni, mentre 77,6 milioni vengono destinati ai contributi. L'età pensionabile di un parlamentare è fissata a 63 anni, e il vitalizio è pari al 3,5% del salario base (8.750 euro) moltiplicato per gli anni di servizio. Un deputato con due legislature alle spalle, dunque, ha diritto a un assegno di «soli» 3.060 euro.
Molto più costosa la Commissione europea: i contributi pesano per 451 milioni, mentre le pensioni costano ogni anno ben 1,84 miliardi. Capitolo a parte per gli alti funzionari dell'Ue (spesa totale 26,4 milioni l'anno), tra i quali rientrano i componenti della Commissione europea, i membri della Corte di giustizia e del Tribunale e quelli della Corte dei conti. L'aliquota è pari al 3,6% del salario base (che varia dai 27.900 del presidente della Commissione ai 22.700 dei commissari, ai 21.000 euro dei giudici), ed è pari al doppio di quella prevista dallo Statuto dei funzionari dell'Unione europea.
Un meccanismo che favorisce gli incarichi di lungo corso, come ad esempio i magistrati della Corte. L'età pensionabile è fissata a 66 anni, ma si può scegliere di andare a riposo anche sei anni prima con una penalizzazione massima del 30%. Gli stessi euroburocrati che ci hanno imposto la legge Fornero e che criticano l'attuale «quota 100», insomma, si sono riservati la possibilità di andare in pensione molti anni prima per godersi i loro corposi assegni.
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Gli euroburocrati chiedono a noi sacrifici, intanto si sono assicurati paghe di lusso, rimborsi, assegni familiari e tasse scontate. Tra i più ricchi Jean-Claude Juncker, Donald Tusk e l'italiana Federica Mogherini.Il fondo, istituito nel 1990 e riservato ai deputati, oggi è sull'orlo del fallimento. Se imploderà, saranno i contribuenti a pagare.Lo speciale contiene due articoliSempre in prima fila quando c'è da imporre l'austerità agli altri, ma guai a toccare i loro stipendi dorati. Stiamo parlando dei «mandarini» di Bruxelles, gli alti funzionari (ma forse è più corretto chiamarli miracolati) rigorosamente non eletti dal popolo, destinatari ogni mese di assegni da capogiro. Pensiamo a Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che ogni mese può contare sulla bellezza di 33.800 euro, oppure a Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Ue, che da par suo si deve accontentare di «soli» 31.400 euro al mese.Non se la passano male nemmeno i cinque fidati vassalli di Juncker. La squadra dei vicepresidenti, nella quale rientra anche il lettone Valdis Dombrovskis, uno dei più accaniti contestatori delle politiche di bilancio del nostro esecutivo, si colloca appena un gradino sotto. Frans Timmermans, Andrus Ansip, Maros Sefcovic, Jyrki Katainen e lo stesso Dombrovskis godono infatti di uno stipendio base di 30.200 euro mensili. La folta schiera di commissari (21 per la precisione) è chiamata a cavarsela invece con «appena» 27.000 euro al mese. Tanto per citare i più noti, si va da Pierre Moscovici (Affari economici e monetari), a Gunther Oettinger (Bilancio e risorse umane), a Margrethe Vestager (Concorrenza), fino a Dimitris Avramopoulos (Migrazioni) e Marija Gabriel (Digitale).Ma la lista dei paperoni continentali non si ferma ai componenti della Commissione. La norma che regola le buste paga dei titolari di alte cariche all'interno dell'Ue (il regolamento 2.016/300 del Consiglio del 29 febbraio 2016), infatti, stabilisce che la platea interessata dai trattamenti economici di favore sia molto più ampia. Si scopre dunque che, al pari del presidente della Commissione europea, anche il numero uno del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha diritto a un emolumento fisso di 33.800 euro. Stesso discorso anche per il presidente della Corte di giustizia, il belga Koen Lenaerts, mentre la vicepresidente di quest'organo, la spagnola Rosario Silva de Lapuerta, guadagna 30.200 euro. Leggermente più «poveri» i vertici del Tribunale europeo, l'altro organo di giustizia chiamato a pronunciarsi sui ricorsi di cittadini e imprese: il lussemburghese Marc Jaeger percepisce infatti quanto un commissario, cioè 27.000 euro, mentre il suo vice, l'olandese Marc van der Woude, circa 25.900 euro. Sostanzioso anche l'ingaggio dei togati: se i 44 giudici del Tribunale ricevono poco meno di 25.000 euro al mese, i 38 colleghi della Corte di giustizia sfiorando i 27.000 euro. Chiudiamo in bellezza proprio con la struttura che ha il compito di vigilare sulle finanze dell'Unione: il tedesco il tedesco Klaus Heiner Lehne, presidente della Corte dei conti, può contare su 26.900 euro mensili, mentre i 27 membri dell'organo ricevono 25.000 euro.La cifra riportata, si badi bene, è calcolata per difetto. Secondo la normativa, infatti, i pilastri a cui hanno diritto le alte sfere dell'Ue sono tre: il salario base (calcolato con una percentuale che va dal 104% al 138% del grado più alto per un dipendente dell'Unione), l'indennità di rappresentanza (forfettaria, da 554 euro a 1.418 euro mensili) e l'indennità di residenza (pari al 16% del salario base). Ci sono poi le voci variabili, come ad esempio gli assegni familiari. Questi ultimi si compongono dell'assegno per il coniuge (188 euro, maggiorati del 2% dello stipendio base) e di quello per i figli (410 per ogni figlio a carico fino all'età di 18 anni, oppure 26 se studente). Non poteva mancare poi un bell'incentivo scolastico: per tutti i figli a carico maggiori di cinque anni impegnati in un percorso formativo, mamma Europa riconosce un contributo di 278 euro al mese.Per fare un esempio concreto, una famiglia composta da marito, moglie e due figli in età scolare arriva a percepire 1.560 euro in più. Una cifra che da sola, di questi tempi, non tutti riescono a portare a casa con un impiego a tempo pieno.Le trasferte, poi, sono completamente spesate. La normativa prevede infatti che i titolari costretti a spostarsi fuori sede godano sia del rimborso delle spese di viaggio che di quelle legate all'albergo, oltre a un'indennità di missione giornaliera pari al 105% di quella prevista nello Statuto (una sorta di contratto collettivo dei lavoratori dell'Ue, ndr). La diaria varia in base al Paese di destinazione, e va dai 57 euro se si approda in Bulgaria ai 125 euro del Regno Unito. Tra i succulenti benefit previsti, anche l'indennità di prima sistemazione al momento dell'entrata in funzione e quella di nuova sistemazione al momento della cessazione dell'incarico, che oscilla da una a due mensilità dello stipendio base (per un commissario, ad esempio, si va dai 22.700 ai 55.400 euro). Coperte anche le spese di trasloco degli effetti e dei mobili personali, inclusa una coperta assicurativa che protegge da furto, danni e incendio la merce trasportata.Dopo l'esperienza europea non dev'essere sempre facile trovare subito un impiego, ma a Bruxelles hanno pensato proprio a tutto. La soluzione è rappresentata da un'indennità transitoria erogata a decorrere dal primo mese successivo alla cessazione delle funzioni per un periodo che va dai sei mesi ai due anni. L'ammontare di questo ammortizzatore sociale varia in funzione alla durata del servizio prestato, e si esprime in percentuale dello stipendio base: si va dal 40% se il periodo è stato inferiore a due anni, fino al 65% qualora abbia superato i 15 anni. Pochi giorni fa, proprio su queste pagine, vi abbiamo raccontato la storia del malcapitato Pierre Moscovici, il commissario francese che ha visto sfumare una nomina data ormai per certa alla Corte dei conti transalpina. Ebbene, terminato il suo mandato a fine anno, non avrà di che preoccuparsi perché potrà contare su un sussidio di 11.000 euro. Nel caso dovesse trovare un nuovo lavoro regolarmente retribuito, l'ormai ex commissario non smetterà di percepire l'assegno di disoccupazione, perché questo verrà semplicemente decurtato dello stipendio dell'altro lavoro.Certo, fa impressione sapere che Jean Claude Juncker guadagni ogni anno più di Donald Trump (405.000 euro contro 356.000 euro) o, se preferite, quasi il doppio di Angela Merkel e oltre il triplo di Vladimir Putin. Ma c'è dell'altro. Uno studio effettuato alcuni anni fa dal Partito per l'indipendenza del Regno Unito, l'Ukip di Nigel Farage, evidenzia come «gli alti funzionari dell'Unione europea non traggano vantaggio solo dagli stipendi d'oro, ma anche dal bassissimo livello di tassazione». Un meccanismo che va sotto il nome di «privilege premium» e che, a parità di aliquote applicate dall'Ue e a livello nazionale, consente di portare a casa stipendi netti più alti di diverse migliaia di euro al mese. Il trucco sta nel fatto, spiegano i tecnici dell'Ukip, che «lo Statuto stabilisce che buona parte dello stipendio dei funzionari non costituisca imponibile per la tassazione». Dal calcolo dell'aliquota vengono escluse, infatti, le indennità familiari, quelle di rappresentanza e i contributi ai fini pensionistici. Alla faccia dell'equità, un effetto collaterale di questo sistema è che a trarne maggior vantaggio sono proprio gli alti funzionari, dal momento che sono anche quelli che percepiscono le indennità più corpose. Nel frattempo, come ogni anno, lo scorso dicembre l'Unione ha provveduto all'adeguamento al costo della vita, aumentando tutti i salari e le indennità dell'1,7%. 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La situazione è drammatica: il fondo in questione, infatti, registrava alla fine del 2017 un deficit attuariale di 305,4 milioni di euro, in forte aumento nel corso degli ultimi anni. Secondo una nota di marzo del 2018, trasmessa dal Segretariato generale del Parlamento ai membri dell'Ufficio di presidenza, il capitale è destinato a esaurirsi «ben prima del termine degli obblighi pensionistici e forse già nel 2024, con conseguenze molto serie per i contribuenti europei». Arrivati a questo punto, solo un miracolo potrebbe evitare lo scioglimento del fondo, un'eventualità che farebbe ricadere il costo dell'enorme deficit sulle spalle dei contribuenti.Ma come si è arrivati a questo punto? È sufficiente ripercorrere brevemente la storia del fondo per capire come il suo fallimento fosse solo una questione di tempo. La sua istituzione risale al giugno del 1990, quando l'Ufficio di presidenza decise, in assenza di uno statuto comune dei deputati, di introdurre un regime di vitalizio integrativo volontario. Nel 1993 fu istituita un'organizzazione senza scopo di lucro di diritto lussemburghese, giuridicamente separata dal Parlamento e non soggetta a controllo né tanto meno revisione da parte di quest'ultimo. «Sin dall'inizio», scrive il Segretariato generale nella nota della scorsa primavera, «il rapporto tra i versamenti da parte dei beneficiari all'interno del regime e gli obblighi di pagamento al di fuori di esso non era bilanciato», dal momento che «i due terzi dei versamenti erano a carico del Parlamento mentre un terzo era a carico dei beneficiari. Inoltre, rispetto ai contributi erogati, i pagamenti promessi presentano una forte sproporzione». Nel tempo, accortisi dell'abbaglio, da Bruxelles le hanno provate un po' tutte per tamponare l'emorragia di denaro. Le contromisure messe in atto sono state sia di carattere generale, per esempio l'aumento dell'età pensionabile da 60 a 63 anni oppure l'abolizione del pensionamento anticipato a 50 anni, sia di carattere specifico, con l'aumento graduale dei contributi. Decisioni che sono state persino impugnate di fronte alla Corte di giustizia da parte dei beneficiari del regime, preoccupati di perdere diritti considerati già acquisiti. Le tre cause che si sono susseguite negli anni si sono comunque concluse con un esito positivo per il Parlamento europeo. Nonostante i correttivi, il fondo ha continuato il suo cammino verso il baratro. La scelta di interrompere la raccolta di nuove adesioni a partire dal 2009, che ha portato alla cessazione dei versamenti contributivi da parte del Parlamento e dei deputati, unita al «rendimento insufficiente degli investimenti, cui si sono sommati gli effetti della crisi finanziaria», ha finito per aggravare ulteriormente la situazione. Ogni anno il fondo, infatti, si trova a dover corrispondere 758 pensioni (di cui 92 di reversibilità e 7 per gli orfani), per un importo medio mensile di circa 1.900 euro, e un esborso annuale di 17,1 milioni di euro. Ricordiamo che questi importi riguardano solo il vitalizio integrativo, e perciò vanno a sommarsi alla pensione ordinaria che percepiscono i deputati. Il picco di trattamenti è previsto nel 2025, anno nel quale dovrebbero essere erogati contributi per 21,1 milioni. Visti i presupposti, non è detto che per quella data il fondo sia ancora in piedi. La nota di marzo 2018 rileva che «la principale causa del deficit è da imputare, da una parte, al forte squilibrio tra le pensioni garantite ai membri del fondo e dall'altra ai pagamenti effettuati al fondo, dal momento che la sua sostenibilità poteva essere raggiunta tramite un rendimento annuale del 7%, oggettivamente irrealistico». Le soluzioni messe in campo a marzo per arginare questa situazione sono un ulteriore aumento dell'età pensionabile da 63 a 65 anni, un prelievo del 5% su tutte le prestazioni pensionistiche e il congelamento dei futuri aumenti del pensioni. Nella riunione di dicembre scorso, il Segretariato generale ha esortato l'Ufficio di presidenza del Parlamento all'adozione di queste misure. Tuttavia, la valutazione d'impatto che accompagna il verbale non fa ben sperare: il miglioramento in termini di liquidità dovrebbe limitarsi a soli 12,3 milioni di euro, che si tradurrebbe in un prolungamento della vita del fondo di soli otto mesi. Tradotto, si tratta di una mossa disperata per guadagnare un po' di tempo. Probabilmente è anche per questo motivo che il Segretariato ha chiesto mandato all'Ufficio di presidenza per «esaminare ogni possibile linea d'azione per giungere a una soluzione risolutoria e definitiva a lungo termine». Una formula minacciosa che lascia intendere come a Bruxelles siano pronti a tutto pur di porre fine a questa vicenda. La trasparenza non è la benvenuta quando parliamo di pensioni europee, ma se ci atteniamo ai dati in nostro possesso una cosa è certa: l'Ue spende già una marea di soldi in questo settore. Nel budget del Parlamento europeo, ogni anno 13,6 milioni sono dedicati al pagamento delle pensioni, mentre 77,6 milioni vengono destinati ai contributi. L'età pensionabile di un parlamentare è fissata a 63 anni, e il vitalizio è pari al 3,5% del salario base (8.750 euro) moltiplicato per gli anni di servizio. Un deputato con due legislature alle spalle, dunque, ha diritto a un assegno di «soli» 3.060 euro. Molto più costosa la Commissione europea: i contributi pesano per 451 milioni, mentre le pensioni costano ogni anno ben 1,84 miliardi. Capitolo a parte per gli alti funzionari dell'Ue (spesa totale 26,4 milioni l'anno), tra i quali rientrano i componenti della Commissione europea, i membri della Corte di giustizia e del Tribunale e quelli della Corte dei conti. L'aliquota è pari al 3,6% del salario base (che varia dai 27.900 del presidente della Commissione ai 22.700 dei commissari, ai 21.000 euro dei giudici), ed è pari al doppio di quella prevista dallo Statuto dei funzionari dell'Unione europea. Un meccanismo che favorisce gli incarichi di lungo corso, come ad esempio i magistrati della Corte. L'età pensionabile è fissata a 66 anni, ma si può scegliere di andare a riposo anche sei anni prima con una penalizzazione massima del 30%. Gli stessi euroburocrati che ci hanno imposto la legge Fornero e che criticano l'attuale «quota 100», insomma, si sono riservati la possibilità di andare in pensione molti anni prima per godersi i loro corposi assegni.
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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