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2021-06-25
Le folli pretese dei fondamentalisti pro Zan
Nadia Urbinati (Ansa)
Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.
Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.
Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.
Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse.
Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.
Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?
Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?
Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. Ma tra uno Stato laico e uno Stato folle c'è un abisso.
«A scuola non comanda chi paga. Il ddl viola la libertà di educazione»

Suor Anna Monia Alfieri (Facebook)
La nota della Santa Sede critica sul ddl Zan ha sollevato un polverone che, oltre alle reazioni di protagonisti della musica e del Web, ne ha alimentate di livello culturale superiore, benché non prive di criticità. Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi.
Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici?
«Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi».
Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie.
«Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature».
Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici.
«No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi».
Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza?
«In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
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Nel documento politico del pride milanese si chiedono figli in provetta, utero in affitto per gli omosessuali e cambi di sesso senza neanche consulti psicologici. E la politologa Nadia Urbinati dà l'ultimatum alle paritarie: «Accettino il gender o rinuncino ai fondi statali».Anna Monia Alfieri, la suora dell'Ambrogino d'oro 2020: «Questa norma è l'anticamera della dittatura».Lo speciale contiene due articoli.Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse. Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. 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Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi. Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici? «Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi». Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie. «Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature». Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici. «No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi». Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza? «In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».