True
2021-06-25
Le folli pretese dei fondamentalisti pro Zan
Nadia Urbinati (Ansa)
Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.
Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.
Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.
Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse.
Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.
Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?
Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?
Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. Ma tra uno Stato laico e uno Stato folle c'è un abisso.
«A scuola non comanda chi paga. Il ddl viola la libertà di educazione»

Suor Anna Monia Alfieri (Facebook)
La nota della Santa Sede critica sul ddl Zan ha sollevato un polverone che, oltre alle reazioni di protagonisti della musica e del Web, ne ha alimentate di livello culturale superiore, benché non prive di criticità. Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi.
Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici?
«Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi».
Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie.
«Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature».
Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici.
«No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi».
Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza?
«In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
Continua a leggereRiduci
Nel documento politico del pride milanese si chiedono figli in provetta, utero in affitto per gli omosessuali e cambi di sesso senza neanche consulti psicologici. E la politologa Nadia Urbinati dà l'ultimatum alle paritarie: «Accettino il gender o rinuncino ai fondi statali».Anna Monia Alfieri, la suora dell'Ambrogino d'oro 2020: «Questa norma è l'anticamera della dittatura».Lo speciale contiene due articoli.Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse. Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. Ma tra uno Stato laico e uno Stato folle c'è un abisso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/folli-pretese-fondamentalisti-pro-zan-2653537438.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-scuola-non-comanda-chi-paga-il-ddl-viola-la-liberta-di-educazione" data-post-id="2653537438" data-published-at="1624585624" data-use-pagination="False"> «A scuola non comanda chi paga. Il ddl viola la libertà di educazione» Suor Anna Monia Alfieri (Facebook) La nota della Santa Sede critica sul ddl Zan ha sollevato un polverone che, oltre alle reazioni di protagonisti della musica e del Web, ne ha alimentate di livello culturale superiore, benché non prive di criticità. Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi. Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici? «Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi». Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie. «Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature». Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici. «No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi». Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza? «In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
Donald Trump e Maria Corina Machado (Ansa)
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
Continua a leggereRiduci