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2021-06-25
Le folli pretese dei fondamentalisti pro Zan
Nadia Urbinati (Ansa)
Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.
Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.
Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.
Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse.
Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.
Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?
Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?
Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. Ma tra uno Stato laico e uno Stato folle c'è un abisso.
«A scuola non comanda chi paga. Il ddl viola la libertà di educazione»

Suor Anna Monia Alfieri (Facebook)
La nota della Santa Sede critica sul ddl Zan ha sollevato un polverone che, oltre alle reazioni di protagonisti della musica e del Web, ne ha alimentate di livello culturale superiore, benché non prive di criticità. Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi.
Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici?
«Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi».
Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie.
«Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature».
Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici.
«No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi».
Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza?
«In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
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Nel documento politico del pride milanese si chiedono figli in provetta, utero in affitto per gli omosessuali e cambi di sesso senza neanche consulti psicologici. E la politologa Nadia Urbinati dà l'ultimatum alle paritarie: «Accettino il gender o rinuncino ai fondi statali».Anna Monia Alfieri, la suora dell'Ambrogino d'oro 2020: «Questa norma è l'anticamera della dittatura».Lo speciale contiene due articoli.Tu guarda, i giornali hanno scoperto che l'Italia è uno «Stato laico». Come se fino all'altro ieri non lo fosse, o come se il Vaticano non si fosse relazionato alle istituzioni italiane nel più totale rispetto della laicità. Il problema, semmai, è la ben strana idea di laicità che portano avanti molti sostenitori del ddl Zan. Prendiamo l'illustre politologa Nadia Urbinati. Su Domani spiega che la Chiesa potrebbe ottenere «la piena libertà» solo «con la rinuncia ai fondi pubblici». Secondo la professoressa, «se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua libertà cessa di essere piena perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce». E fin qui, nulla da obiettare.Ma sentite come prosegue il ragionamento: «Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici». Capito? Se le scuole cattoliche (o comunque quelle religiose) prendono soldi dallo Stato, non c'è nulla di male se «perdono parte della loro libertà». Attenzione: qui parliamo di libertà di pensiero, non della presunta libertà di compiere chissà quali atti rituali violenti o contrari alla legge. La Urbinati, dunque, stabilisce un legame fra il denaro e il libero pensiero. Se sei una scuola privata in grado di sostenersi da sola - magari pretendendo rette esorbitanti dagli studenti, e quindi escludendo i meno abbienti - hai il diritto di insegnare ciò che ti pare. Se invece lo Stato ti aiuta - garantendo così il pluralismo - la tua libertà è condizionata.Poiché - ormai lo diamo per acquisito - siamo in uno Stato laico, ci sono fior di obiezioni del tutto «laiche» che si possono fare alla tesi della Urbinati, la quale apre nei fatti a una sorta di totalitarismo nemmeno troppo mascherato. Pensate se lo stesso metro di giudizio fosse applicato ai giornali, o alla Rai, o al cinema, insomma a tutte le attività culturali che ottengono finanziamenti pubblici. Oppure alle cooperative, alle Onlus, alle associazioni di ogni genere. In sostanza lo Stato potrebbe, in virtù del denaro che eroga, non solo pretendere il (dovuto) rispetto delle leggi vigenti, ma imporre in aggiunta un preciso orientamento politico, cancellare almeno in parte la libertà di pensiero e di espressione.Posto che la Urbinati, con il suo editoriale, conferma l'esistenza del sostrato liberticida del ddl Zan, mettiamo pure da parte la Chiesa, i cattolici e la fede: vi sembra condivisibile, in una prospettiva laica, legare la libertà al censo? Un criminale molto ricco deve essere libero di esporre le sue teorie deviate ai ragazzini se si finanzia da solo una scuola? Oppure, mettendola su un piano meno estremo: è mio «diritto» avere un figlio se posso pagare una donna che lo sforni per me e poi me lo ceda? Davvero questa è una ben strana concezione di laicità dello Stato. Il quale, ricordiamolo di sfuggita, parificando e finanziando le scuole religiose fa un servizio pure a sé stesso, se non altro perché evita di creare ghetti ideologici o comunità troppe chiuse. Continuiamo però a muoverci all'interno del perimetro della laicità. Anche in una prospettiva che escluda del tutto il punto di vista religioso, le ragioni della contrarietà al ddl Zan non vengono meno. Non c'è bisogno di essere cattolici o musulmani per rifiutare l'idea di fluidità o per opporsi all'autodeterminazione di genere che rischia di distruggere la differenza sessuale e gli stessi principi maschile e femminile. Non per nulla le prime a contestare queste idee sono le attiviste lesbiche.Non c'è bisogno di seguire i comandamenti, basta attenersi alle leggi vigenti per rispedire al mittente alcune delle richieste avanzate dagli attivisti Lgbt, che nel ddl Zan trovano piena legittimazione. Facciamo un esempio concreto. In questi giorni, a Milano, è in corso il gay pride. Nel documento politico della manifestazione sono elencate le istanze delle associazioni arcobaleno, le quali pretendono - tra le altre cose - «leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia». Gli attivisti, inoltre, vogliono pieno accesso «alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali». Non può sfuggire che il riconoscimento dei bambini arcobaleno (figli di due padri o due madri) e l'accesso a tutte le tecniche di procreazione significhino, nei fatti, sdoganamento dell'utero in affitto, pratica severamente vietata dalle leggi italiane (e non solo). Il fatto che entrambi i componenti di una coppia non vengano riconosciuti come genitori a prescindere dal legame biologico con il figlio, per le organizzazioni Lgbt è una «discriminazione». Motivo per cui è per lo meno legittimo chiedersi: se il ddl Zan fosse approvato, verrebbe considerato «discriminatorio» contestare la gestazione per altri o la procreazione medicalmente assistita? Ci sono fior di laici contrari a queste pratiche: uno Stato laico dovrebbe ignorare la loro opinione? Dovrebbe calpestare i diritti delle donne per far posto a quelli delle coppie gay?Non è tutto. Sempre nel documento politico del Pride troviamo la richiesta di semplificare le procedure di accesso al cambiamento di genere. Leggiamo: «Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora. Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora […]. Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L'autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa». In sostanza, le associazioni chiedono che sia introdotto il «principio di autodeterminazione della persona trans», fondamentalmente lo stesso che si trova nel primo articolo del ddl Zan. Essere «laici» significa consentire a chiunque di dichiararsi uomo o donna persino a prescindere da interventi chirurgici? Significa limitare l'intervento dei professionisti della psiche, magari rischiando di avviare al cambiamento di genere minori che non sono in grado di prendere una decisione del tutto lucida e consapevole?Questo è il punto. L'Italia è uno Stato laico, come no. 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Come quella di Nadia Urbinati, accademica italiana naturalizzata statunitense che, sul quotidiano Domani, ha firmato un editoriale per dire che la libertà religiosa di cui il Vaticano lamenta il pericolo riguarda le sole scuole cattoliche le quali, se vogliono esser libere, basta rinuncino ai fondi pubblici. Ragionamento che non convince suor Anna Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline assai preparata (ha tre lauree) e stimata (è tra gli insigniti dell'Ambrogino d'oro 2020), tra le voci più accreditate sull'organizzazione dei sistemi formativi. Suor Anna, concorda con Nadia Urbinati, secondo cui la libertà minacciata dal ddl Zan - a difesa della quale la Santa Sede si è attivata -, è tema delle sole scuole cattoliche beneficiarie di finanziamenti pubblici? «Per nulla. La Santa Sede non riceve soldi per le scuole paritarie. Le paritarie sono gestite da privati riconosciuti, da non confondersi con Vaticano o Santa Sede. Sono enti, gestori no profit, cooperative. Inoltre, dato che i genitori dei 900.000 frequentanti le scuole paritarie pagano le tasse anche per l'istruzione statale - che vede ogni allievo costare 8.500 euro annui - della quale non si avvalgono, costoro di fatto finanziano la scuola statale con sei miliardi di euro. Meglio quindi documentarsi, altrimenti si aumentano le discriminazioni, si danneggiano i più poveri acuendo le disparità; perché se si afferma che la scuola privata è ricca per i ricchi, un “diplomificio", si dice esattamente ciò che con tali parole rischia di realizzarsi». Quindi la nota del Vaticano c'entra poco con le scuole paritarie. «Presentare così quell'atto della Santa Sede fa poco onore alla verità dei fatti. Non è corretto dire “le scuole paritarie rinuncino ai finanziamenti perché così sono libere", perché la libertà che il ddl Zan viola è anzitutto quella educativa dei genitori che, articolo 30 della Costituzione alla mano, spetta solo a loro: non alla Chiesa né allo Stato. Il ddl Zan viola poi la libertà degli stessi docenti, perché porta a un pensiero unico che punisce ed etichetta ogni rigurgito di buon senso. Una prassi storicamente dimostratasi anticamera di dittature». Quindi non la convince la tesi secondo cui, se una scuola cattolica vuole esser davvero libera, deve rinunciare ai finanziamenti pubblici. «No, ogni scuola - statale o paritaria - deve essere libera. La scuola non è un luogo dove chi paga comanda: è un servizio. Il punto vero è il gap scolastico italiano, dovuto a tre poteri: la politica - che ci ha fatto campagna elettorale - i sindacati - che ne hanno fatto luogo di tesseramento - e la burocrazia, che trae profitto dagli sprechi». Non crede che dietro la polemica sul Concordato ci sia dell'ignoranza? «In pochi conoscono il Concordato. Temo anche che in Italia ci sia una scarsa conoscenza della Costituzione, a causa dell'eliminazione dell'educazione civica, che pure si sta tentando di reintrodurre. Dobbiamo tornare ad avere una scuola che sia davvero fucina di formazione, e che fornisca ai nostri giovani strumenti per orientarsi, proteggendoli dal pensiero unico».
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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