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2021-06-08
Licenziamenti, aggressioni, sanzioni. Gli effetti dei «ddl Zan» nel mondo
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Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili.
É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.
«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche».
La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze.
Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.
A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente.
Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara.
Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender.
Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni.
Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.
Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo.
Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.
Il trans è simbolo e modello del nostro tempo
«Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres.
La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva».
Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade.
Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»?
Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola.
Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra.
Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
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Domani Pro vita presenta in Senato il rapporto sui «risultati» delle leggi contro l'omotransfobia in Occidente. Le prime vittime sono le donne: aggredite in carcere da transgender maschi o processate per le proprie idee.L'epoca moderna ha cancellato l'idea stessa di limite e di natura: anche l'identità ormai è soggettiva.Lo speciale contiene due articoli.Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili. É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche». La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze. Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente. Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara. Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender. Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni. Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo. Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/licenziamenti-aggressioni-ddl-zan-mondo-2653271265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-trans-e-simbolo-e-modello-del-nostro-tempo" data-post-id="2653271265" data-published-at="1623103884" data-use-pagination="False"> Il trans è simbolo e modello del nostro tempo «Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres. La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva». Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade. Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»? Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola. Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra. Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
Porto di Lavagna
Decreto cautelare del Consiglio di Stato: stop provvisorio al subentro di F2i SGR nella concessione del Porto di Lavagna. Accolta l’istanza dell’Associazione Marina d’Europa presieduta da Roberto Formigoni. Decisione collegiale attesa il 12 marzo.
Stop temporaneo al subentro di F2i SGR nella gestione del Porto di Lavagna. Con un decreto cautelare monocratico firmato il 27 febbraio, il presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato, Francesco Caringella, ha accolto in via provvisoria l’istanza presentata dall’Associazione Marina d’Europa e dall’utente Roberto D’Alesio nell’ambito del contenzioso sulla concessione del porto turistico ligure.
Il provvedimento riguarda il subentro nella concessione della società F2i SGR, contro cui è stato presentato appello dopo che il Tribunale amministrativo regionale della Liguria aveva respinto il ricorso in primo grado con una sentenza breve, sospende temporaneamente il passaggio della concessione e resterà in vigore fino alla camera di consiglio fissata per il 12 marzo 2026, quando il collegio dei giudici amministrativi dovrà decidere se confermare o meno la misura cautelare.
Nel decreto il giudice amministrativo rileva che, «alla luce dell’immediatezza e dell’intensità del pregiudizio dedotto», sussistono i presupposti per concedere una tutela provvisoria. La misura cautelare è stata quindi accordata «ai soli fini dell’inibizione del subentro», in attesa della decisione collegiale. A esprimere soddisfazione per il decreto è stata l’Associazione Marina d’Europa, presieduta dall’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. In una nota l’associazione si dice «ottimista» sull’esito del giudizio e sostiene che le ragioni dei diportisti rappresentati possano essere riconosciute dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio fissata per il 12 marzo.
Il caso sarà esaminato nel merito cautelare dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio già fissata per il 12 marzo 2026, quando i giudici decideranno se confermare o meno la sospensione.
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Catello Maresca (Ansa)
Svolta epocale. Con il referendum siamo di fronte ad una svolta epocale per il nostro Paese, ad uno di quei momenti in cui si scrive la storia. Lo dico senza enfasi. E sarebbe, davvero, un peccato perdere questa opportunità per tatticismi o calcoli politici, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia.
L’asprezza dei toni della discussione a cui si è arrivati e le tante posizioni aprioristiche, da un lato e dall’altro, dimostrano che, ormai, il punto focale è, purtroppo, diventato un altro.
Non più la riforma sacrosanta di una giustizia agonizzante, ma un pro o contro il governo. E questo è davvero un peccato mortale. Si tratta di un errore che il nostro Paese potrebbe pagare per i prossimi decenni.
Un sistema giudiziario come il nostro non offre garanzie agli investitori, soprattutto stranieri. Mina la stabilità e condiziona in negativo l’economia e lo sviluppo. Oltre alle più comuni e non meno gravi storture nei casi di tutti i giorni. E questo è un dato incontrovertibile ed uniformemente accettato anche dai detrattori della riforma.
Il dibattito anche acceso, dopo un iniziale muro contro muro di natura eminentemente ideologica, ha fatto venir fuori poche criticità legate, soprattutto, ad una sfiducia verso le cosiddette leggi e i decreti di attuazione. Sintetizzando, il punto è questo: poiché l’attuazione dei principi costituzionali sarà fatto dalla attuale maggioranza, c’è il pericolo che possa farla a proprio uso e consumo per provare a condizionare la magistratura.
Per il resto, pure con i dovuti distinguo, non mi sembra che le obiezioni sull’impianto normativo siano insuperabili. Anche chi oggi critica aspramente, almeno una volta nel recente passato ha sostenuto l’ineludibilita’ di una riforma, la necessità della separazione delle carriere e finanche quella del sorteggio per i membri del Csm, soprattutto dopo i fatti dell’hotel Champagne. E, forse, siamo ancora in tempo per un richiamo ad un atto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche in campo, affinché non vada persa questa straordinaria occasione. Non solo stemperando i toni, ma provando a tracciare residui percorsi unitari nel processo di attuazione della riforma.
La discussione si sta concentrando, con posizioni diverse, sul metodo di composizione dell’elenco, da cui saranno estratti a sorte i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte di Disciplina. Al netto di una quota di magistrati, che tende naturalmente a difendere le proprie prerogative (cosa purtroppo che ci sta, ricordando a me stesso lo sciopero dell’Associazione nazionale magistrati nel dicembre del 1991 contro il disegno di legge di Giovanni Falcone che istituiva la procura nazionale antimafia), i principali detrattori della riforma insistono, dicendo che sarà il modo con cui la politica controllerà i magistrati.
Ho già più volte ribadito, anche su questo giornale, come le quote riservate ai magistrati (2/3 nei Csm e 3/5 nell’Alta Corte) siano già esse sole una garanzia, ma forse sarebbe più rassicurante per tutti qualche impegno ulteriore anche sul prosieguo del processo riformatore.
Come avviene oggi, infatti, il sistema elettorale (con la riforma sarà di designazione) dei componenti dei tre organi (i due Csm e l’Alta Corte) sarà stabilito da una legge (oggi è la n. 195/1958, che andrà evidentemente modificata).
È auspicabile che si possano, già oggi, individuare quali criteri saranno seguiti per formare il famoso elenco da cui saranno estratti i componenti laici. Ritengo che naturalmente ci sarà un metodo che assicuri la rappresentatività parlamentare, proprio come accade oggi. Un criterio diverso rischierebbe, infatti, almeno, di avere censure pesanti da parte del Presidente della Repubblica. Ma, un impegno in tal senso da parte della attuale maggioranza forse servirebbe a rasserenare gli animi e sicuramente a smascherare anche qualche polemica, chiaramente strumentale e stucchevole, che non fa bene al Paese.
Sarebbe utile, ad esempio, sapere che si sta ragionando e lo si farà con tutte le forze politiche e gli attori istituzionali interessati, su un elenco formato da 100 (o più) professori universitari in materie giuridiche ed avvocati con anni di esperienza; che in questo elenco saranno inseriti nomi di alto profilo, indicati da tutte le forze parlamentari (come accade oggi nell’elezione diretta dei membri del Csm) secondo il principio della rappresentanza popolare. Il livello della discussione potrebbe tornare a quello che si confà ad una riforma costituzionale di tale importanza.
Potremmo discutere nei prossimi giorni se aveva ragione o meno l’Assemblea costituente a ritenere fondamentale, per rispettare l’equilibrio dei poteri, la presenza dei laici nel Csm e se oggi è ancora così. Questo è, infatti, l’unico motivo, forse poco noto o volutamente ignorato dai più critici, per cui l’elenco deve essere formato dai rappresentanti del popolo e non può esserci un sorteggio cosiddetto puro. Si potrebbe ragionare se anche per i magistrati da estrarre a sorte sia più utile individuare dei criteri discretivi, ad esempio, legati all’anzianità ed alle capacità specifiche (basate su documentate conoscenze ed esperienze ordinamentali).
Queste sarebbero le discussioni utili al sistema giustizia ed al Paese che darebbero al cittadino concreti ed alti elementi di valutazione, affinché si possa esprimere liberamente e consapevolmente il proprio voto. Immaginare, invece, che il dibattito continui a fondarsi su paure indotte e suggestioni offre una immagine sconfortante e squalifica il livello di una riforma fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Siamo di fronte alla storia ed al futuro dei nostri figli e non possiamo fallire.
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«Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, attorno a questo referendum si è creato un clima di forte confusione, polemiche, semplificazioni, slogan e talvolta informazioni parziali o peggio completamente distorte. Perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non succede nulla», lo dice il premier Giorgia Meloni nel video postato sui social sul referendum.
«Sono storture che negli 80 anni di storia della Repubblica Italiana non siamo mai riusciti a correggere. Abbiamo fatto riforme in tantissimi ambiti, ma sulla giustizia mai in maniera sostanziale, perché a ogni tentativo la reazione è stata sproporzionata. La sinistra si oppone a qualsiasi forma di modernizzazione di questa nazione», ha aggiunto.
Nella foto, don Carlo Parodi e Francesco Paolo Cardona Albini durante la messa a Genova
Nella foto che abbiamo ricevuto si vede il prete con a fianco Cardona Albini. Un’immagine che fa a pugni con la riconosciuta riservatezza del sostituto procuratore. Ma, evidentemente il magistrato non è riuscito a dire di no a don Carlo, un prete con cinquant’anni di onorato sacerdozio alle spalle.
Contattato dalla Verità, il parroco ha tagliato corto: «La sua fonte le ha riferito male. Ho chiesto io a Cardona di spiegare ai fedeli che cosa si vuol fare con questo referendum e lui l’ha spiegato e non si è schierato né per il Sì, né per il No. Sia chiaro». Quindi ha aggiunto: «Se domani mattina vedo sul giornale cose diverse da quelle che ho detto, io denuncio. Ho tutta la chiesa che può testimoniare su quello che le ho spiegato». Evidentemente per don Carlo è normale chiamare sull’altare, durante la messa, un pm a parlare del referendum. Ma che cosa ha raccontato esattamente il magistrato ai fedeli? «Ha riferito qual è adesso la situazione dei giudici e ciò che propone il referendum, ha parlato dei tre super consigli (in realtà il referendum introduce due Csm e un’Alta Corte disciplinare, ndr) e dell’estrazione a sorte. Ma non ha dato giudizi. Io ho concluso invitando tutti ad andare a votare. Quindi credo di aver fatto una cosa civica. Ho detto: “Siamo anche cittadini e dobbiamo parlarci come cittadini”. Ma l’ho fatto al termine, fuori della messa e ho chiesto, come detto, a Cardona di spiegarci il perché di questo referendum e lui l’ha fatto. Ma, lo ribadisco, non si è schierato né per il Sì, né per il No».
Intanto un altro appello alla partecipazione al voto referendario arriva dai missionari Comboniani della Provincia italiana. «Andiamo a votare» scrivono in un volantino. Per i missionari, «la partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità». La Costituzione viene definita «un patrimonio da custodire». C’è un riferimento alla «conservazione dell’assetto costituzionale attuale», le cui ragioni, ritengono i comboniani, sarebbero «molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta». L’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili». Solo pochi giorni fa un appello simile era partito dalla rivista dei gesuiti italiani Aggiornamenti sociali. L'invito era a difendere l’equilibrio istituzionale previsto dalla Carta costituzionale.
Il fronte era stato aperto a fine gennaio dall'appello al voto del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, con una frase abbastanza esplicita: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare».
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