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2021-06-08
Licenziamenti, aggressioni, sanzioni. Gli effetti dei «ddl Zan» nel mondo
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Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili.
É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.
«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche».
La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze.
Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.
A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente.
Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara.
Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender.
Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni.
Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.
Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo.
Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.
Il trans è simbolo e modello del nostro tempo
«Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres.
La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva».
Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade.
Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»?
Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola.
Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra.
Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
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Domani Pro vita presenta in Senato il rapporto sui «risultati» delle leggi contro l'omotransfobia in Occidente. Le prime vittime sono le donne: aggredite in carcere da transgender maschi o processate per le proprie idee.L'epoca moderna ha cancellato l'idea stessa di limite e di natura: anche l'identità ormai è soggettiva.Lo speciale contiene due articoli.Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili. É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche». La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze. Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente. Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara. Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender. Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni. Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo. Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/licenziamenti-aggressioni-ddl-zan-mondo-2653271265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-trans-e-simbolo-e-modello-del-nostro-tempo" data-post-id="2653271265" data-published-at="1623103884" data-use-pagination="False"> Il trans è simbolo e modello del nostro tempo «Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres. La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva». Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade. Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»? Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola. Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra. Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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