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2021-06-08
Licenziamenti, aggressioni, sanzioni. Gli effetti dei «ddl Zan» nel mondo
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Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili.
É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.
«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche».
La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze.
Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.
A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente.
Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara.
Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender.
Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni.
Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.
Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo.
Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.
Il trans è simbolo e modello del nostro tempo
«Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres.
La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva».
Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade.
Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»?
Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola.
Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra.
Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
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Domani Pro vita presenta in Senato il rapporto sui «risultati» delle leggi contro l'omotransfobia in Occidente. Le prime vittime sono le donne: aggredite in carcere da transgender maschi o processate per le proprie idee.L'epoca moderna ha cancellato l'idea stessa di limite e di natura: anche l'identità ormai è soggettiva.Lo speciale contiene due articoli.Aggressioni, licenziamenti in tronco, multe, processi, condanne: tutto solo per aver affermato che ai bambini servono un padre e una madre, o per aver manifestato contrarietà all'utero in affitto e alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive femminili. É un elenco impressionante di «persecuzioni dolci», direbbe papa Francesco, quello contenuto nelle 60 pagine del primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull'omotransfobia. Il documento verrà presentato domani, alle 13, in conferenza stampa al Senato alla presenza dei parlamentari di centrodestra più attivi contro il ddl Zan - Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti - e di Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita & Famiglia, la onlus pro famiglia autrice dell'indagine.«L'omotransfobia, non solo in Italia, è diventata una “clava" utile a colpire chi si oppone all'ideologia gender», ha dichiarato Coghe in vista dell'incontro di domani, aggiungendo che «le accuse di “omofobia" e di “transfobia" sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione. Abbiamo raccolto le prove e ora è il momento di renderle pubbliche». La Verità ha visionato in anteprima il report che effettivamente colpisce, perché dimostra in modo inoppugnabile, esempi concreti alla mano, cosa già comporta, all'estero, l'applicazione di legislazioni introdotte per contrastare le discriminazioni ma poi, in realtà, rivelatesi ben altro. Per cominciare, sono esposti oltre 90 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti al transgenderismo. Le storie riportate sono agghiaccianti. Si va infatti da Karen White alias Stephen Terence Wood, transgender maschio inglese che ha ammesso d'aver aggredito sessualmente delle donne in una prigione femminile e di averne stuprate altre due fuori, al canadese Wayne Bruce Stovka, oggi Angela Valentino, anch'esso maschio transgender detenuto in una prigione femminile, dove terrorizza le detenute, che hanno paura a uscire dalle loro stanze. Ancora, si legge di Marguerite Stern, femminista francese che ha dovuto lasciare casa sua per le minacce ricevute da attivisti trans, e della commessa che, in Spagna, è stata condannata a un anno e mezzo di prigione, con multa da 700 euro come risarcimento di danni morali, per essersi rifiutata di far provare dei reggiseni ad un uomo trans.A legare tutte le storie, documentate con indicazione delle fonti, l'«identità di genere» quale «identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione», per dirla con la lettera d) del primo comma dell'articolo 1 del ddl Zan, a rimarcare che tutto quello poc'anzi riportato, se passa la legge Lgbt, potrà accadere pure in Italia, per quanto i promotori continuino a negarlo ostinatamente. Ma andiamo avanti. L'interessante inchiesta di Pro Vita & Famiglia prosegue con l'indicazione di altri 81 casi di persone che hanno pagato cara la loro convinzione che il sesso biologico sia rilevante, che i bambini abbiano bisogno di mamma e papà e che l'utero in affitto sia una pratica barbara. Balzano all'occhio, pure qui, parecchi nomi di donne. Come l'americana Deepika Avanti, condannata dai giudici perché non voleva affittare una sua casa a una coppia composta da una donna e un uomo trans che si sente donna, o Lindsay Shepherd, assistente universitaria che in Canada ha subìto un procedimento per transfobia per aver mostrato un video con posizioni favorevoli e contrarie alla scelta dell'uso di pronomi gender. Tante poi, tornando agli Usa, le donne che hanno perso il lavoro per il loro femminismo ostile all'ideologia gender: Sasha White, Kaeley Triller, Natasha Chart, M.K. Fain. In Europa le cose non vanno meglio: nel Regno Unito Lynsey McCarthy-Calvert, portavoce delle ostetriche, dopo aver scritto che «solo le donne partoriscono» ha sollevato un'ondata di proteste che l'ha portata alle dimissioni. Ancora, il dossier riporta una cinquantina di casi internazionali di persone perseguitate in violazione della libertà religiosa, per aver espresso i propri principi etici e religiosi; ma non in Cina o in Corea del Nord, bensì in Finlandia, Belgio, Israele, Svezia, Regno Unito, insomma ovunque l'ordinamento abbia sposato le istanze arcobaleno.Seguono quasi 70 casi di persone censurate, licenziate o che, sempre a causa di posizioni ostili al dogma gender, hanno subito il boicottaggio o danneggiamento delle loro attività economiche, e oltre 80 di sconvolgenti azioni istituzionali, governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo. Conclude questo libro nero dell'eroticamente corretto la rassegna di 40 casi italiani - un nome per tutti, il compianto psicologo Giancarlo Ricci, più volte processato dal suo ordine professionale - perseguitati per la loro contrarietà al verbo Lgbt, a conferma che il Grande Fratello arcobaleno è già fra noi. Ma approvare il ddl Zan significherebbe incoronarlo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/licenziamenti-aggressioni-ddl-zan-mondo-2653271265.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-trans-e-simbolo-e-modello-del-nostro-tempo" data-post-id="2653271265" data-published-at="1623103884" data-use-pagination="False"> Il trans è simbolo e modello del nostro tempo «Ancora giovani, questi trans somigliano a degli elfi; vecchi, a degli orchi, elfi decaduti. Il quadro clinico è dello stesso tenore. Sinistro. I rari studi fatti sugli studenti transgender dimostrano che sono quattro volte di più alle prese con problemi di salute mentale. La ricerca, condotta in 71 università, pubblicata nell'American journal of preventive medicine, non è comparsa sulla prima pagina dei vostri giornali. Peccato, perché avreste visto come la comorbilità psichica qui è la regola. Il 78% degli studenti trans presenta uno o più problemi di salute mentale. Il 60 % soffre di depressione, il 40% aveva tentato almeno una volta il suicidio». Questa citazione è tratta da un bell'articolo di François Bousquet sull'ultimo numero (aprile-maggio 2021) di Èléments: Une épidémie de transgenres. La statistica riguarda i casi chirurgici, ma l'epidemia è la moda «trans» della domenica, dei giovani e delle giovanette annoiate, che giocano a essere quello che non sono, tutte vittime della propaganda che imperversa sui social e in tv. «Ciascuno diventa l'impresario della propria apparenza», come diceva già qualche anno fa Jean Baudrillard. Si sceglie il sesso a seconda dell'umore, come per gioco. Finché almeno ci si può pentire e tornare indietro. Ma intanto si «de-generifica», a seguito appunto della rivoluzione linguistica fondata sul «genere», che non è il sostantivo individuante di un gruppo avente caratteristiche comuni, ma lo strumento per la «de-discriminazione» pseudosessuale: abbasso il maschio, abbasso la femmina! Non più allora il premio al migliore «interprete maschile», come nei festival cinematografici di una volta: quello di Berlino li ha aboliti in favore di un premio unisex. Così niente padre o madre, ma genitore 1 e genitore 2. In Gran Bretagna le gonne nelle scuole sono benedette perché favoriscono i trans, ma a condizione che le portino anche i cosiddetti «maschi». Transgender, neologismo che veicola clandestinamente tutta l'ideologia che lo sottende: al vecchio transessualismo «le donne sapienti - scrive ancora Bousquet - gli preferiranno le delizie del transgenderismo, nuovo venuto nel lessico della preziosità. La politica linguistica di integrazione transgenderista avanza a grandi passi seguendo l'agenda demenziale della società inclusiva». Viviamo nell'epoca della «società liquida», secondo la buonanima di Zygmunt Bauman, forse l'unica cosa sensata che abbia detto il sociologo polacco. Ma meglio ancora viviamo nell'epoca del «trans», che nulla ha a che fare con lo «über» dello «Übermensch» di Nietzsche, ben traducibile con «oltre-uomo» più che «superuomo», nell'epoca del passaggio, della transizione dove nulla è più «sostanza». In fondo, aveva visto bene all'inizio del 1900 Ernst Cassirer con il suo libro famoso su «concetto di sostanza e concetto di funzione»: la modernità ha dissolto ogni sostanza, come aveva detto ancora prima il vecchio Karl Marx nel Manifesto. Non più, dunque, «uomo», ma una dimensione gassosa che a seconda delle circostanze può essere uomo, donna, bi, inter, omo, quello che si vuole, anche animale, a questo punto, sulla premessa che si può tornare a scegliere il giorno dopo, in un soggettivismo delirante, l'esito ultimo dell'assolutismo libertario del marchese de Sade. Il «trans» è il nuovo nato nella dissoluzione delle forme, del limite, dell'idea di orizzonte che delimita ciò che è dal suo altro o diverso. È l'orizzonte in quanto tale che deve essere abrogato nel «trans-moderno», la forma classica che deve essere confusa, come nelle tele sanguinolente di Bacon. La lingua si trasforma, decade, perde la sintassi: i verbi si usano a piacimento, si danno nuovi significati a ciò che ha sempre significato il contrario. Freud ha insegnato che la civiltà è lo sforzo di imbrigliare l'istinto; oggi l'istinto è diventato la pseudocivilizzazione dominante, che rompe ogni vincolo, ogni de-finizione, nel significato proprio del termine, di porre un confine al senso. Non più forma, come nella tradizione europea, ma in-forme, non più ordine, ma dis-ordine, il tutto, semmai, in nome dei «diritti», nemmeno più dell'uomo, ma del «trans». A quando i «transdiritti»? Non a caso i teorici del «trans» contestano il valore della biologia come scienza. La biologia studia la vita nella sua sostanza naturale, che conosce certo le deviazioni, le difformità, ma che appunto sono tali rispetto alla natura, che conosce la femminilità e la mascolinità come dimensioni dell'essere. Quella natura che deve essere abrogata in nome nemmeno più della ideologia, ma di una squisita aberrazione mentale. Come avrebbe detto mia madre: è colpa della bomba atomica. O, secondo i filosofi à la page, semplicemente tutto è costruzione, produzione del discorso. Di qui l'uso abnorme del termine «genere». Sfogliate il Dizionario Battaglia come ho fatto io: per tre dense pagine nulla che abbia a che fare con il «gender» dei nuovi signori del tempo. Ha ragione Bousquet: il genere è performativo in sé, ovvero fa dicendo, costruisce con la parola. Sono un giurista e questo discorso mi porta al diritto: forse non è un caso che nel diritto non si parli più di «regole», bensì di «princìpi», seguendo le ideologiche costruzioni di Ronald Dworkin, ben riprese anche in Italia dai giudici, specie costituzionali, e grazie alla quali non si giudica più in base a regole, ma appunto a presunti princìpi di origine indeterminata (anch'essi «trans»?), che devono essere «soppesati» indipendentemente dalla sostanza del caso, ma sempre in base alla «valenza» del principio (che di regola è un «diritto» appena scoperto dal giudice di turno). La regola è «dura», dice Dworkin, il «principio» molle, flessibile, «mite», per citare Zagrebelsky. Altro che «identità di genere»: a guardare bene si tratta di un altro imbroglio, perché è proprio l'identità che viene negata e deve essere negata. L'identità è natura e la natura è cattiva, perché mi fa nascere uomo o donna, mentre è giusto e bello non essere né l'uno né l'altra. Ma se così stanno le cose, se la questione è la trasformazione della mente, l'assoggettamento della psiche alla moda imperante della equiparazione funzionale al consumo e al profitto, cosa c'entrano i «diritti»? Cosa c'entra la «prevenzione» dell'omofobia e via dicendo, come con il ddl Zan e in altre costruzioni analoghe qua e là per i paesi dell'Unione europea, che non a caso ha dichiarato l'Europa (la loro Europa) «lgbt friendly»? Ma di ciò prossimamente.
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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Faceva sobbalzare dalla sedia, poi, l’intervista alla Stampa di Drew Weissman, premio Nobel, insieme a Katalin Karikó, per la scoperta dei vaccini contro il Sars-Cov-2. L’immunologo ha annunciato che quelli per il virus dei ratti saranno «accessibili» entro «nove o dieci mesi». Gli scienziati sono all’opera tipo folletti di Babbo Natale: «Stiamo lavorando su tutti i virus potenzialmente responsabili di pandemie», ha raccontato Weissman. Che ha aggiunto: «Anche con il Covid li avevamo pronti già da prima». «Già da prima»? Probabilmente, l’esperto si riferiva alla flessibilità della tecnologia a mRna: si prepara una «libreria» di genomi virali e dopo la sia adatta al ceppo da combattere. Nature, d’altronde, ha scritto che le indagini su un rimedio per l’Hantavirus sono iniziate trent’anni fa. È questione di soldi. Bisogna «mettere a disposizione fondi», ha tuonato Weissman. Il Matilda De Angelis della virologia ce l’ha con il ministro della Salute americano, Robert Kennedy jr, diventato no vax perché «ha un passato da avvocato e ha fatto i soldi attaccando le compagnie farmaceutiche». Esisterà chi fa i soldi lavorando per loro?
La panacea non è ancora sul mercato, eppure la giostra delle siringhe ha ripreso a girare: anche il Corriere della Sera, ieri, sottolineava che «sarebbe possibile mettere a punto un vaccino», rigorosamente «a mRna». E sul giornale di via Solferino sono ricomparsi i malati sani: gli asintomatici. I quali, però, dovrebbero avere «una bassa carica virale e quindi una scarsa o nulla capacità di trasmissione».
Ancora più audace è stato Quotidiano Sanità. Appoggiandosi a un articolo argentino uscito sul New England Journal of Medicine, che ha documentato «un focolaio con superdiffusori e aerosol come possibile via di infezione», la testata ha riesumato un altro feticcio dei gloriosi anni di Roberto Speranza: «Il principio di precauzione imporrebbe l’uso di mascherine». Basta non siano cinesi...
L’odissea della crociera infetta ha svegliato dal letargo pure Massimo Galli. Il medico con l’eskimo, come il collega statunitense, ha contestato l’amministrazione Usa, rea di aver sospeso i finanziamenti alla rete che analizzava i patogeni con potenziale pandemico: «Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli Hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni». A Donald Trump avranno fischiato le orecchie: «La situazione è, speriamo, sotto controllo», ha detto ieri. Il tycoon aveva voluto il divorzio dall’Organizzazione mondiale della sanità. E, su questa strada, lo aveva seguito Javier Milei, presidente di quell’Argentina dove si sarebbero contagiati, mentre osservavano uccelli all’interno di una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, i coniugi olandesi poi saliti sulla MV Hondius e deceduti per la malattia. Buenos Aires ha dichiarato che «prosegue la cooperazione internazionale senza rinunciare alla sovranità».
A proposito di Oms, tra i dottori teledipendenti c’è chi ne ha approfittato per rilanciare l’accordo pandemico, da cui l’Italia si è ritirata la scorsa estate: Matteo Bassetti ha chiesto al governo di tornare a sostenerlo. Per fortuna, la Conferenza Stato-Regioni ne ha appena approvato uno nazionale, che prevede di graduare le eventuali misure restrittive e che, per la somministrazione di medicinali, introduce il principio della «appropriatezza prescrittiva». Per quale motivo la vaccinazione dovrebbe essere la strategia migliore? Hantavirus colpisce migliaia di persone l’anno, sì; ma su miliardi di individui. E, secondo il nostro Istituto superiore di sanità, la sua incidenza è «diminuita negli ultimi decenni». Non avrebbe più senso concentrare le risorse sullo sviluppo di una terapia per i pochi che si ammalano?
Intanto, l’epidemia che non è un’epidemia e che - ha garantito Tedros Adhanom Ghebreyesus - non sarà una pandemia evolve come da previsioni. Il periodo d’incubazione è lungo e perciò, man mano, emergeranno nuovi positivi legati al focolaio originario. Ieri sono stati registrati due casi sospetti: un cittadino britannico che si trova sulla remota isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale; e una donna ricoverata ad Alicante, che era sull’aereo partito da Johannesburg, sul quale aveva provato a imbarcarsi la moglie del paziente zero, morta il giorno dopo. Lascerebbe ben sperare che sia risultata negativa la hostess di Klm, entrata in contatto con la signora in aeroporto.
Il Cile ha messo in isolamento preventivo due passeggeri provenienti dalla crociera. E la Spagna ha comunicato che chi sbarcherà dalla nave, attesa alle Canarie, sarà riportato nel proprio Paese di origine anche se presenta sintomi, purché non gravi. Madrid garantirà «la sicurezza del dispositivo di evacuazione e di rimpatrio». Le autorità dell’isola, tuttavia, hanno avvertito che, a causa delle avverse condizioni meteo, le operazioni dovranno svolgersi entro luendì.
L’Istituto superiore di sanità ha precisato che, nel nostro Paese, «non ci sono segnalazioni di casi umani di infezione» e ha ricordato che «il virus non si trasmette facilmente», con buona pace degli studi sugli aerosol. Il ministero lo ha confermato: non c’è «una situazione di allarme». I nostalgici non si rassegneranno.
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