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2021-06-24
Draghi al Senato: sistemate il ddl Zan
Mario Draghi (Getty Images)
«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede.
L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale.
Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984».
Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».
Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo».
Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. Chi ha orecchie per udire, ha udito, su entrambe le sponde del Tevere.
Il Pd applaude, ma ora deve trattare
Se il destino del ddl Zan appare sempre più incerto, la giornata di ieri ha confermato che il rischio di una deflagrazione del Pd su questo tema è ora dietro l'angolo. E proprio le parole del premier Mario Draghi sulla laicità dello Stato e la primazia del Parlamento, alle quali tutti gli esponenti più in vista del Nazareno si sono aggrappati, potrebbero accelerare la resa dei conti interna.
Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone.
Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge.
La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto.
Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato.
Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
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Mr Bce lascia la palla all'Aula: «È il momento del Parlamento, non del governo». Il messaggio alla sinistra, però, è chiaro: o si va incontro alle richieste della Chiesa, o la legge rischia di essere bocciata dalla Consulta.I dem dovranno accettare modifiche, anche se i partiti giallorossi insistono per portare al voto il testo. Roberto Fico incalza il M5s, Giorgia Meloni si mette di traverso: «Sospendiamo l'iter».Lo speciale contiene due articoli.«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede. L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale. Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984». Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini». Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo». Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. 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Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone. Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge. La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto. Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato. Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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