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2021-06-24
Draghi al Senato: sistemate il ddl Zan
Mario Draghi (Getty Images)
«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede.
L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale.
Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984».
Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».
Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo».
Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. Chi ha orecchie per udire, ha udito, su entrambe le sponde del Tevere.
Il Pd applaude, ma ora deve trattare
Se il destino del ddl Zan appare sempre più incerto, la giornata di ieri ha confermato che il rischio di una deflagrazione del Pd su questo tema è ora dietro l'angolo. E proprio le parole del premier Mario Draghi sulla laicità dello Stato e la primazia del Parlamento, alle quali tutti gli esponenti più in vista del Nazareno si sono aggrappati, potrebbero accelerare la resa dei conti interna.
Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone.
Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge.
La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto.
Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato.
Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
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Mr Bce lascia la palla all'Aula: «È il momento del Parlamento, non del governo». Il messaggio alla sinistra, però, è chiaro: o si va incontro alle richieste della Chiesa, o la legge rischia di essere bocciata dalla Consulta.I dem dovranno accettare modifiche, anche se i partiti giallorossi insistono per portare al voto il testo. Roberto Fico incalza il M5s, Giorgia Meloni si mette di traverso: «Sospendiamo l'iter».Lo speciale contiene due articoli.«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede. L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale. Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984». Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini». Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo». Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. 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Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone. Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge. La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto. Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato. Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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