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2021-06-24
Draghi al Senato: sistemate il ddl Zan
Mario Draghi (Getty Images)
«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede.
L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale.
Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984».
Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».
Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo».
Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. Chi ha orecchie per udire, ha udito, su entrambe le sponde del Tevere.
Il Pd applaude, ma ora deve trattare
Se il destino del ddl Zan appare sempre più incerto, la giornata di ieri ha confermato che il rischio di una deflagrazione del Pd su questo tema è ora dietro l'angolo. E proprio le parole del premier Mario Draghi sulla laicità dello Stato e la primazia del Parlamento, alle quali tutti gli esponenti più in vista del Nazareno si sono aggrappati, potrebbero accelerare la resa dei conti interna.
Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone.
Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge.
La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto.
Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato.
Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
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Mr Bce lascia la palla all'Aula: «È il momento del Parlamento, non del governo». Il messaggio alla sinistra, però, è chiaro: o si va incontro alle richieste della Chiesa, o la legge rischia di essere bocciata dalla Consulta.I dem dovranno accettare modifiche, anche se i partiti giallorossi insistono per portare al voto il testo. Roberto Fico incalza il M5s, Giorgia Meloni si mette di traverso: «Sospendiamo l'iter».Lo speciale contiene due articoli.«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede. L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale. Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984». Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini». Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo». Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. 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Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone. Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge. La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto. Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato. Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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