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2021-06-24
Draghi al Senato: sistemate il ddl Zan
Mario Draghi (Getty Images)
«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede.
L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale.
Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984».
Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».
Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo».
Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. Chi ha orecchie per udire, ha udito, su entrambe le sponde del Tevere.
Il Pd applaude, ma ora deve trattare
Se il destino del ddl Zan appare sempre più incerto, la giornata di ieri ha confermato che il rischio di una deflagrazione del Pd su questo tema è ora dietro l'angolo. E proprio le parole del premier Mario Draghi sulla laicità dello Stato e la primazia del Parlamento, alle quali tutti gli esponenti più in vista del Nazareno si sono aggrappati, potrebbero accelerare la resa dei conti interna.
Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone.
Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge.
La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto.
Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato.
Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
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Mr Bce lascia la palla all'Aula: «È il momento del Parlamento, non del governo». Il messaggio alla sinistra, però, è chiaro: o si va incontro alle richieste della Chiesa, o la legge rischia di essere bocciata dalla Consulta.I dem dovranno accettare modifiche, anche se i partiti giallorossi insistono per portare al voto il testo. Roberto Fico incalza il M5s, Giorgia Meloni si mette di traverso: «Sospendiamo l'iter».Lo speciale contiene due articoli.«Voglio infine precisare una cosa, che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali»: per comprendere fino in fondo il significato del breve ma raffinatissimo intervento di ieri di Mario Draghi, al Senato, in merito all'intervento del Vaticano sul ddl Zan, occorre partire da questa frase. Il riferimento di Draghi è alla «madre di tutte le sentenze» sulla laicità dello Stato, la 203 del 12 aprile 1989, redatta da Francesco Paolo Casavola, con la quale la Consulta, presieduta da Francesco Saja, si espresse sull'insegnamento della religione nelle scuole. La sentenza richiamata da Draghi eleva a principio supremo la laicità dello Stato ma afferma anche che esso «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Dunque, Draghi non ha per nulla preso posizione contro la nota verbale del Vaticano, anzi: richiamando l'affermazione del principio della «non indifferenza» dello Stato davanti alle religioni, ha invitato, seppure implicitamente, il parlamento a modificare il ddl Zan andando incontro alle richieste della Santa Sede. L'intervento di ieri del primo ministro va analizzato filologicamente, e non in maniera grossolana e propagandistica, come pure si sono affrettati maldestramente a fare da sinistra. «Mi soffermo», esordisce Draghi, «sulla discussione in questi giorni in Senato, senza voler entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi, è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento», aggiunge Draghi, «è certamente libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie, e di legiferare». Una ovvietà, come sottolinea lo stesso premier, che rappresenta una carotina servita alle sinistre; una frase che potrà essere letta (anzi Letta) dagli irriducibili del ddl Zan, come puntualmente avviene subito dopo la conclusione del discorso del premier, per cantare vittoria e poter diramare comunicati stampa trionfalistici. Ma dopo la prima carota, arriva anche il primo bastone: «Il nostro ordinamento», scandisce in Aula Draghi, «contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità», aggiunge il presidente del Consiglio, «e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Traduzione: amici cari, sta a voi decidere se correggere il testo del ddl Zan in modo tale che non vengano violati gli impegni internazionali, compreso il Concordato, oppure andare avanti facendo finta di niente, esponendovi alla figuraccia della bocciatura finale. Ricordiamo che la Segreteria di Stato del Vaticano, nella nota verbale trasmessa al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa […] avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984». Dunque, per Draghi, se il Parlamento vuole rischiare una clamorosa bocciatura della legge Zan, oppure ha intenzione di inasprire un contenzioso con la Chiesa Cattolica, se ne assumerà la responsabilità: molto più intelligente sarebbe intervenire prima, apportando alla legge le modifiche necessarie per evitare una probabile stroncatura della legge stessa, una volta approvata. E arriviamo al punto cruciale, ovvero alla seconda bastonata: «Voglio infine precisare una cosa», argomenta Draghi, «che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Il richiamo alla «madre di tutte le sentenze» è il momento cruciale dell'intervento del presidente del Consiglio. Il principio della «non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni», viene precisato, dalla sentenza, in modo cristallino: «L'attitudine laica», si legge nel testo, «dello Stato-comunità che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato persona, o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini». Il principio di laicità dello Stato, spesso e volentieri citato a sproposito dalle sinistre e non solo relativamente al ddl Zan, non contrappone la politica e la religione, ma ne delinea gli ambiti di competenza pur senza interrompere la comunicazione. La sfera della spiritualità è distinta da quella temporale ma tra le due aree c'è una osmosi culturale. Draghi lo sa, e cita questa sentenza; chi non capisce nemmeno di cosa si sta parlando, o peggio finge di non capirlo, si limita al primo passaggio dell'intervento del presidente del Consiglio, quello sullo Stato laico, che lo stesso Draghi definisce «una considerazione ovvia». Infine, la seconda carota offerta alle sinistre: «Per completare l'informazione», osserva Draghi, «ieri l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete», conclude Draghi, «il governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo». Una bella citazione sulle discriminazioni sessuali in Ungheria è quello che ci vuole per far cantare vittoria ai pasdaran del ddl Zan: Draghi la concede senza problemi, del resto l'uomo è perfettamente cosciente della variegata composizione della maggioranza che lo sostiene. Fatto sta che, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche, Draghi ieri ha invitato chiaramente il Parlamento a venire incontro alle richieste della Chiesa. 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Le giravolte del segretario Enrico Letta, seguite alla presa di posizione del Vaticano sulla libertà di insegnamento, hanno avuto l'effetto immediato di rafforzare le posizioni della parte di maggioranza che sostiene la necessità di un compromesso parlamentare e, soprattutto, di polarizzare le posizioni nel Pd. Dove la questione della legge sull'omofobia, ora, sta diventando il nuovo terreno di quello scontro tra le varie anime del partito al quale l'arrivo di Letta alla segreteria aveva provvisoriamente messo la sordina. Uno scontro che rischia di diventare esplosivo e che tiene conto anche di qualche ruggine pregressa, come nel caso di Monica Cirinnà, senatrice paladina dei diritti civili e madre della legge sulle unioni civili, non dimentica del fatto di essere stata «invitata» dal gruppo dirigente dem a ritirare la propria candidatura alle primarie a Roma, dove sarebbe stata una minaccia rilevante per il designato Roberto Gualtieri. È facile immaginare che la Cirinnà (che ha parlato di «entrata a gamba tesa del Vaticano» e ha definito «altissime e sagge» la frasi di Draghi) e gli altri parlamentari dell'ala più radical del Pd costituiranno uno sbarramento strenuo nei confronti di chi, come ad esempio gli ex renziani, hanno già fatto intendere di essere pronti a valutare una parziale revisione del testo in commissione. Allo stesso modo, all'interno del M5s, come testimoniano i toni usati dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha tuonato contro le «ingerenze» della Santa Sede, il ddl Zan potrebbe essere funzionale al risiko interno che sta accompagnando l'avvento di Giuseppe Conte al timone. Ma visto che Mario Draghi in persona ha affermato in Aula che «ora è il momento del Parlamento», il punto è ora quello che accadrà in commissione Giustizia al termine delle audizioni disposte dal presidente leghista Andrea Ostellari, relatore della proposta alternativa per una legge anti omofobia, il quale, ieri, ha presieduto la capigruppo al Senato, nella quale i partiti giallorossi dovevano insistere per la calendarizzazione della legge. La dislocazione delle forze in campo, dopo la nota del Vaticano, lascia comuqnue pensare che a Palazzo Madama difficilmente ci sarà una maggioranza per il testo uscito da Montecitorio. Letta, che ieri si è affrettato a dirsi di riconoscersi completamente in quanto detto da Draghi, è chiamato nei prossimi giorni a dire quale sarà la linea del suo partito: se cioè prevarrà il Letta che ha affermato di voler «affrontare i nodi» del testo evidenziati dal Vaticano, o quello «dell'avanti a tutti i costi» con il testo della Camera, con il rischio tangibile del binario morto. Non a caso, Matteo Salvini continua a incalzarlo parlando di un «silenzio assordante» sulla proposta di incontro per arrivare a quel compromesso che Lega e Fi sponsorizzano, ma che è anche negli auspici di Italia viva, che ha parlato per bocca del capogruppo Davide Faraone del ministro Elena Bonetti, e che potrebbe ancora una volta trovarsi a fare l'ago della bilancia in Senato. Ma c'è anche chi, come Fdi, torna al merito della questione sollevata dalla Santa Sede e chiede a Draghi di riferire più approfonditamente, sospendendo l'iter della legge in attesa di ulteriori chiarimenti.
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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