Finanziatori in pressing su Kamala: purghe e cambio di rotta sul green
Kamala Harris (Getty Images)
  • I colletti bianchi della Silicon Valley tampinano Kamala Harris affinché licenzi, se eletta, la capa dell’Antitrust sgradita ai colossi tech. E intanto la candidata dem cambia idea sul gas in Pennsylvania per pigliare voti.
  • Il vero programma del tycoon Donald Trump non è il «Project 25», breviario dei conservatori, bensì l’«Agenda 47». Che contiene le ricette contro la criminalità e l’immigrazione.

Lo speciale contiene due articoli.

Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.

Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.

Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.

Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale.

Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.

Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. No, la presunta paladina del progresso sociale non ha decisamente ancora la vittoria in tasca.


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