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2024-07-28
Finanziatori in pressing su Kamala: purghe e cambio di rotta sul green
Kamala Harris (Getty Images)
Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.
Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.
Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.
Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale.
Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.
Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. No, la presunta paladina del progresso sociale non ha decisamente ancora la vittoria in tasca.
Legge e ordine: il manifesto Trump
Nell’infuocata corsa verso la Casa Bianca si fa un gran parlare del programma elettorale di Donald Trump, chiamandolo «Project 25». Peccato che quello non sia il programma di Trump, ma una sorta di manuale delle istruzioni per un ipotetico governo conservatore secondo l’Heritage foundation, think tank di destra. Nella selva di centri studi che affollano la vita politica di Washington, l’Heritage ha pubblicato nel 2023 un tomo di quasi 1.000 pagine chiamato Mandate for leadership - The conservative promise. Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana.
Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo.
In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina».
Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
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I colletti bianchi della Silicon Valley tampinano Kamala Harris affinché licenzi, se eletta, la capa dell’Antitrust sgradita ai colossi tech. E intanto la candidata dem cambia idea sul gas in Pennsylvania per pigliare voti.Il vero programma del tycoon Donald Trump non è il «Project 25», breviario dei conservatori, bensì l’«Agenda 47». Che contiene le ricette contro la criminalità e l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale. Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. 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Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana. Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo. In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina». Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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