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2024-07-28
Finanziatori in pressing su Kamala: purghe e cambio di rotta sul green
Kamala Harris (Getty Images)
Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.
Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.
Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.
Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale.
Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.
Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. No, la presunta paladina del progresso sociale non ha decisamente ancora la vittoria in tasca.
Legge e ordine: il manifesto Trump
Nell’infuocata corsa verso la Casa Bianca si fa un gran parlare del programma elettorale di Donald Trump, chiamandolo «Project 25». Peccato che quello non sia il programma di Trump, ma una sorta di manuale delle istruzioni per un ipotetico governo conservatore secondo l’Heritage foundation, think tank di destra. Nella selva di centri studi che affollano la vita politica di Washington, l’Heritage ha pubblicato nel 2023 un tomo di quasi 1.000 pagine chiamato Mandate for leadership - The conservative promise. Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana.
Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo.
In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina».
Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
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I colletti bianchi della Silicon Valley tampinano Kamala Harris affinché licenzi, se eletta, la capa dell’Antitrust sgradita ai colossi tech. E intanto la candidata dem cambia idea sul gas in Pennsylvania per pigliare voti.Il vero programma del tycoon Donald Trump non è il «Project 25», breviario dei conservatori, bensì l’«Agenda 47». Che contiene le ricette contro la criminalità e l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale. Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. 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Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana. Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo. In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina». Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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