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2024-07-28
Finanziatori in pressing su Kamala: purghe e cambio di rotta sul green
Kamala Harris (Getty Images)
Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.
Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.
Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.
Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale.
Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.
Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. No, la presunta paladina del progresso sociale non ha decisamente ancora la vittoria in tasca.
Legge e ordine: il manifesto Trump
Nell’infuocata corsa verso la Casa Bianca si fa un gran parlare del programma elettorale di Donald Trump, chiamandolo «Project 25». Peccato che quello non sia il programma di Trump, ma una sorta di manuale delle istruzioni per un ipotetico governo conservatore secondo l’Heritage foundation, think tank di destra. Nella selva di centri studi che affollano la vita politica di Washington, l’Heritage ha pubblicato nel 2023 un tomo di quasi 1.000 pagine chiamato Mandate for leadership - The conservative promise. Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana.
Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo.
In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina».
Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
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I colletti bianchi della Silicon Valley tampinano Kamala Harris affinché licenzi, se eletta, la capa dell’Antitrust sgradita ai colossi tech. E intanto la candidata dem cambia idea sul gas in Pennsylvania per pigliare voti.Il vero programma del tycoon Donald Trump non è il «Project 25», breviario dei conservatori, bensì l’«Agenda 47». Che contiene le ricette contro la criminalità e l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Molti media stanno dipingendo Kamala Harris come paladina del progresso sociale: un esempio da cui la sinistra, a livello mondiale, dovrebbe ripartire. Tutto questo senza ignorare l’euforia che circonda la sua sempre più probabile candidatura presidenziale: c’è chi già la dà infatti quasi certamente vincente alle elezioni di novembre. Ma attenzione: perché entrambe queste narrazioni sono più traballanti di quanto possa apparire a prima vista.Innanzitutto, due dei principali finanziatori della vicepresidente si sono pubblicamente augurati che, qualora dovesse arrivare allo studio ovale, la diretta interessata sostituisca Lina Khan: l’attuale presidente della Federal trade commission, nominata da Joe Biden nel 2021. In particolare, a esprimere l’auspicio sono stati il presidente di Expedia, Barry Diller, e il cofondatore di Linkedin, Reid Hoffman. «Lina Khan è una persona che non sta aiutando l’America», ha dichiarato Hoffman, che siede anche nel board di Microsoft. «Spero che la vicepresidente Harris la sostituisca», ha aggiunto, sostenendo che la Khan avrebbe finora adottato una linea troppo dura in materia di antitrust. «La Silicon Valley non è una fan della Khan, poiché le principali aziende tecnologiche sono state spesso oggetto di controllo da parte della Federal trade dommission», ha sottolineato The Hill.Insomma, la Harris, paladina della sinistra, sta subendo pressioni da suoi potenti finanziatori per licenziare, in caso di vittoria a novembre, un’alta funzionaria «rea» di essere sgradita ai colossi tecnologici. Se ciò può apparire assurdo, basta in realtà un minimo di memoria storica per capire che non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Poco prima di essere scelta da Biden come running mate nell’agosto 2020, la Harris era finita in shortlist con la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren. All’epoca, molti dissero che l’attuale vicepresidente fu preferita perché, grazie a lei, il Partito democratico avrebbe potuto attrarre maggiormente il voto delle minoranze etniche. Ciononostante la motivazione fosse più profonda.Nel corso delle primarie dem che si erano tenute quell’anno, la Warren aveva infatti proposto di adottare un’energica linea antitrust contro lo strapotere dei colossi della Silicon Valley. La Harris, all’epoca senatrice della California, intratteneva, al contrario, rapporti assai calorosi con quei giganti: basti ricordare che aveva ottenuto l’appoggio e i finanziamenti dell’allora direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. La Harris fu quindi scelta non tanto perché esponente delle minoranze quanto per tendere un ramoscello d’ulivo alla Silicon Valley. Questo spiega per quale ragione la vicepresidente stia tornando al suo vecchio amore: un amore che, in realtà, non ha mai abbandonato. Al di là di qualcosa sulla questione della privacy, non si ricordano sue prese di posizione particolarmente battagliere in materia di antitrust sui colossi del web. Mercoledì, Politico ha, non a caso, riferito che molti finanziatori della Silicon Valley starebbero seriamente considerando di aprire i rubinetti per foraggiare la sua candidatura presidenziale. Eppure attenzione: non è infatti escludibile che questo opportunismo possa ritorcersi contro la vicepresidente. Le pressioni di Hoffman per silurare la Khan sono infatti state duramente criticate da quel Bernie Sanders che, per inciso, non ha ancora dato il proprio endorsement alla Harris. La Khan è inoltre storicamente apprezzata non solo dalla Warren ma anche dal senatore repubblicano JD Vance, che Donald Trump ha scelto come proprio running mate. La vicepresidente rischia quindi innanzitutto di alienarsi l’ala del Partito democratico più vicina ai colletti blu: una quota elettorale, questa, che, come ricordato di recente anche dal Financial Times, non è mai stata granché al centro dei suoi pensieri. In secondo luogo, la Harris si esporrà prevedibilmente agli strali della campagna di Trump, che punta moltissimo sul voto della working class della Rust Belt.Ma i possibili cortocircuiti non si fermano qui. Il comitato della vicepresidente ha fatto recentemente sapere che la diretta interessata non è più favorevole a vietare il fracking, controversa tecnica di estrazione del gas molto utilizzata in Pennsylvania. Chiaramente la Harris sa di aver bisogno di questo Stato per arrivare alla Casa Bianca e non vuole inimicarselo. Peccato però che si sia sempre proposta come sostenitrice dell’ambiente e che vari suoi finanziatori liberal siano fissati proprio col green. Senza poi trascurare che, nel 2020, l’Asinello poté contare sul voto degli ecologisti duri e puri: ecologisti che andarono su tutte le furie quando, a marzo dell’anno scorso, l’amministrazione Biden diede l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska. Insomma, è tutto da dimostrare che la Harris sarà in grado di compattare un partito che, dagli elettori ai finanziatori, appare assai diviso. Tutto questo, mentre proprio ieri The Hill ha riferito che, dietro le quinte, vari strateghi dem starebbero nutrendo dubbi sulla capacità della vicepresidente di conquistare Michigan, Pennsylvania e Wisconsin: tre Stati di cui ha assoluta necessità, se vuole arrivare allo studio ovale. No, la presunta paladina del progresso sociale non ha decisamente ancora la vittoria in tasca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziatori-pressing-su-kamala-2668827939.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legge-e-ordine-il-manifesto-trump" data-post-id="2668827939" data-published-at="1722156311" data-use-pagination="False"> Legge e ordine: il manifesto Trump Nell’infuocata corsa verso la Casa Bianca si fa un gran parlare del programma elettorale di Donald Trump, chiamandolo «Project 25». Peccato che quello non sia il programma di Trump, ma una sorta di manuale delle istruzioni per un ipotetico governo conservatore secondo l’Heritage foundation, think tank di destra. Nella selva di centri studi che affollano la vita politica di Washington, l’Heritage ha pubblicato nel 2023 un tomo di quasi 1.000 pagine chiamato Mandate for leadership - The conservative promise. Una iniziativa di uno dei tantissimi gruppi di pressione che circolano negli Usa, una raccolta di proposte politiche di una destra molto radicale, ma che non è il programma del partito repubblicano né di Trump. È vero che a «Project25» ha lavorato personale che sostiene Trump, e anche che alcune proposte sono comuni ai due programmi. Però il Mandate for leadership non è un documento ufficiale della campagna del partito repubblicano, che sul proprio sito ha pubblicato il suo programma. Vale la pena dunque vedere cosa ci sia nell’«Agenda 47». Come evidente, si tratta di un concentrato di trumpismo spinto, più radicale e personale del programma dei repubblicani per le prossime elezioni, che invece si presenta leggermente più moderato. Sul tema dei cambiamenti climatici, Trump propone di uscire (di nuovo) dall’Accordo di Parigi sul clima. Lo aveva già fatto nel 2020, ma Joe Biden appena eletto, nel febbraio 2021, ha firmato l’ordine esecutivo che annullava le disposizioni di Trump. Altro obiettivo nel programma del candidato repubblicano è quello di fermare le politiche green avviate dai democratici, come l’obiettivo del 67% di auto elettriche nuove al 2032, o le restrizioni sui gas di scarico delle auto disposte dalla potente agenzia per l’ambiente americana. Sulla giustizia, l’«Agenda 47» è molto esplicita: licenziare «i procuratori marxisti radicali che stanno distruggendo l’America» e nominare 100 nuovi procuratori che «saranno i più feroci combattenti legali contro la criminalità e la corruzione comunista che questo Paese abbia mai visto. […] Avvieremo anche ampie indagini sui diritti civili nei confronti dei procuratori distrettuali locali marxisti. È così: sono marxisti in molti casi». Contro la criminalità, Trump promette di investire nell’assunzione di nuovi agenti di polizia e di riportare legge e ordine: «i democratici che promuovono il “Defund the police” hanno trasformato le nostre città, un tempo grandiose, in cloache di spargimento di sangue e criminalità», si legge nell’«Agenda 47». Sull’immigrazione, uno dei temi più caldi, su cui la rivale designata Kamala Harris è debole avendo gestito il dossier della Casa Bianca in maniera giudicata inefficace dall’elettorato, Trump vuole vietare l’accesso ai programmi di welfare agli immigrati clandestini, introdurre un divieto di viaggio da alcuni Paesi, avviare controlli rigorosi sui cittadini stranieri e chiudere il confine meridionale ai richiedenti asilo. In economia, priorità all’abbassamento dell’inflazione, taglio delle tasse, dazi su import, snellimento burocratico, potenziamento della produzione di energia. In politica estera, Trump vuole «ricostruire l’impoverito esercito americano», fornendo «finanziamenti record» all’esercito e chiedendo all’Europa di «rimborsarci il costo della ricostruzione delle scorte di armi inviate in Ucraina». Nel programma c’è molto altro, ma le novità sono poche. Per fare tutto ciò, Trump potrà utilizzare ordini esecutivi, ma per molte voci del suo programma avrà bisogno dell’approvazione del Congresso, che nel caso di vittoria di Trump potrebbe essere a maggioranza repubblicana. Ma non è detto: le elezioni americane riservano spesso sorprese, ormai lo sappiamo.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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