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2018-11-01
Finanziaria in Aula. Slittano i tagli alle pensioni d’oro e il reddito M5s
ANSA
Finalmente la manovra è arrivata in Parlamento, con tanto di bollinatura della Ragioneria dello Stato. Sono 75 pagine e 108 articoli che confermano la linea complessiva delle decisioni del governo, sebbene i cosiddetti tecnicismi andranno a cambiare non poco i tempi di attuazione. E questo farà la differenza sostanziale ai fini del calcolo del deficit. In poche parole, i gialloblù vogliono mantenere le promesse elettorali ma diluirle un po' nel tempo, consapevoli che Bruxelles leggerà la mossa come un messaggio di distensione. La manovra prevede dunque pace fiscale allargata (per quanto riguarda il saldo e stralcio) anche alle cartelle superiori ai 1.000 euro, flat tax per le partite Iva con un spesa complessiva che si avvicina a 1,4 miliardi di euro, interventi per favorire le politiche di sostegno della famiglia così come il fondo di ristoro per gli sbancati. In realtà, quest'ultima voce avrà una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 ma sarà alimentata - per 25 milioni per ciascuno degli anni del triennio - da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2018 e per 500 milioni di euro sul 2019 mediante risorse della contabilità speciale, versate all'entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019. In altre parole, il grosso arriverà dai conti dormienti che lo Stato inizia a incamerare al decimo anno di giacenza.
Ciò che però rappresenta la vera novità dalla manovra di Giuseppe Conte è quanto esce dal testo per rientrare nel decreto legge collegato. Si tratta della riforma pensionistica e del reddito di cittadinanza. Lo stesso Luigi Di Maio ha confermato che né il reddito di cittadinanza né la riforma delle pensioni con quota 100 sono presenti in manovra, ma soltanto gli stanziamenti per le due misure (circa 7 miliardi di euro per ciascuna). «Nella legge di bilancio ci sono i fondi», ha detto. «Le norme che dispongono come accedere a quota 100 e al reddito di cittadinanza credo saranno oggetto di un decreto subito dopo la legge di bilancio, o prima della fine dell'anno».
Questo vuol dire che il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni saranno esaminati successivamente alla legge di bilancio, con iter diversi e tempi più lunghi. Secondo quanto risulta alla Verità, i due pilastri del contratto di governo saranno inseriti nel dl collegato, il quale non sarà però con iter ordinario ma di delega. L'articolo 76 della Costituzione concede alle Camere la possibilità di attribuire al governo il potere legislativo. Si tratta in poche parole di una delega preventiva che consente al governo di muoversi senza sorprese o agguati purché stia all'interno di un perimetro ben definito. Di solito lo si fa per le leggi fiscali. Lo schema ha però un lato negativo: i tempi. La storia insegna che servono almeno quattro mesi per completare l'iter nel caso in cui tutto fili liscio. Il che vuol dire che, una volta chiusa la parentesi della legge finanziaria, partirà l'iter. Che si chiuderà intorno a fine marzo o all'inizio di aprile.
Significa che l'avvio di quota 100 resterà nei tempi previsti dall'accordo iniziale. Sono stimate quattro finestre di uscita, la prima delle quali partirà proprio ad aprile. Ma se per quota 100 basterà aprire il rubinetto, per il reddito di cittadinanza i tempi saranno più lunghi. Il decreto collegato richiederà, secondo quanto risulta alla Verità, numerosi decreti delegati che fisseranno l'avvio del reddito di cittadinanza non prima di metà luglio. Ciò permetterà, una volta imbastita la legge delega, ai 5 stelle di mettere la bandierina sull'operazione, e di farlo prima che si svolgano le elezioni europee di maggio. Al tempo stesso, gli assegni non verranno staccati nell'immediato (la definizione degli aventi diritto e delle modalità di erogazione e controllo richiedono un iter complesso) e il contatore della spesa in Bilancio scenderà ulteriormente. In poche parole, il reddito di cittadinanza per il 2019 è previsto, ma negli effetti peserà solo per cinque mesi su 12.
Va segnalato che a slittare ieri è stato anche il taglio delle pensioni d'oro. Alcune fonti parlano della necessità di un parere di costituzionalità, altri lasciano intendere si sia trattata di una scelta politica. In ogni caso, accantonato il metodo di calcolo ipotizzato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri, nel testo della manovra ieri non si è letto nemmeno del contributo di solidarietà progressivo che in sostanza ridurrebbe gli importi superiori ai 4.500 euro netti, però a partire dai 2.800, creando un pericoloso precedente: lo schema applica nei fatti una logica progressiva. Va inoltre ricordato che dal primo gennaio scatterà l'adeguamento Istat. La rivalutazione degli assegni costerà circa due miliardi in più allo Stato. Fonti di governo confermano che il taglio delle pensioni d'oro rientrerà tramite emendamento o in un dei decreti collegati alla manovra. Ciò potrebbe permettere al governo di utilizzare lo schema progressivo per tagliare la rivalutazione delle pensioni proprio partendo dalla soglia dei 2.800 euro. Sebbene fino ai 3.000 euro netti si tratterebbe di meno di un euro al mese, lo scherzetto consentirebbe di risparmiare una cifra che viaggia intorno al miliardo e mezzo.
Insomma, una serie di colpetti al timone che spiegano una serie di dichiarazioni positive sulla manovra e sulla stabilità del comparto bancario, che come tutti ormai sanno è collegato a doppio filo con l'andamento dello spread. «Non c'è una crisi bancaria all'orizzonte nel sistema italiano, ma occorre tranquillizzare i mercati, senza creare ansia», ha spiegato il numero uno di Intesa, Carlo Messina, che, sull'ipotesi di un nuovo intervento dello Stato in caso di una crisi nel sistema bancario, ha gettato acqua sul fuoco affermando che «prima di tutto lavoriamo sulla fiducia nel Paese, poi parleremo di quello che può succedere».
Anche il livello di spread (ieri a 304) non desta preoccupazione perché «i fondamentali del Paese sono solidi», ha continuato Messina. «Indubbiamente lo spread è un indicatore che riguarda più la fiducia che i fondamentali di un Paese: i fondamentali dell'Italia sono solidi. Siamo qui a celebrare il risparmio», ha aggiunto il banchiere, «e con 10.000 miliardi di risparmi penso che più solido di così questo Paese non possa essere». Ecco che dal banchiere di sistema è arrivata la vera bollinatura alla manovra.
Claudio Antonelli
L’aliquota al 15% farebbe molto, però alle famiglie servirebbe la detraibilità
Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero.
Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa.
Ma quali sono le dimensioni del fenomeno? Di che «mercato» stiamo parlando? Un prezioso e accuratissimo studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, offre cifre impressionanti: metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
E la spesa sostenuta dalle famiglie? Secondo Castellani e Bandini, ci sarebbe una spesa media di 27 euro l'ora per ciascuna materia oggetto di ripetizioni. Nel paper dei due ricercatori, si calcola che in media, per recuperare la sufficienza, lo studente e la sua famiglia prevedano un numero di ore di lezioni private variabile tra 50 e 70, quindi due ore a settimana per 6 mesi (25-30 settimane). Il che si aggiunge a un doposcuola che è già molto impegnativo per gli studenti italiani, gravati, secondo uno studio Oecd, da un livello di attività scolastiche aggiuntive secondo solo a quello degli studenti russi (in Italia, circa 12 ore settimanali oltre l'orario scolastico).
Resta da capire se il nuovo incentivo sarà fiscalmente efficace.
Certamente è attrattivo dal punto di vista dell'emersione e della tassazione ragionevolissima (15%). Inutile dire che l'operazione sarebbe molto più forte, però, se si introducesse il principio del «contrasto di interessi», cioè la possibilità per il genitore di scaricare la spesa sostenuta. È quello il più potente meccanismo pro emersione, in ogni ambito.
Inoltre, su un piano diverso, in futuro si potrebbe valutare (come il paper Castellani-Bandini suggeriva) di prevedere anche strumenti affinché le stesse scuole debbano organizzarsi per aiutare i ragazzi a recuperare, senza ulteriori spese per le famiglie, senza cioè costringerle - come unica soluzione - a ulteriori rapporti privati con gli insegnanti.
Daniele Capezzone
A stanziare i fondi alle società sarà direttamente il governo. E Malagò rosica
Sotto un titolo neutro («Disposizioni in materia di sport»), l'articolo 48 della manovra innesca quella che i suoi sostenitori, con understatement e forse una punta di ironia, non vogliono chiamare «rivoluzione» («Mi sembra che ci sia un po' di enfasi rispetto a queste prospettive rivoluzionarie: diciamo riformatrici», è la frase attribuita al sottosegretario Giancarlo Giorgetti). Ma in realtà lo è e forse è davvero un bene, rispetto ad alcune consolidate tradizioni romane.
Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio, anzi la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle singole federazioni sportive.
Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società (Coni servizi). In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (meno di un decimo degli stanziamenti, 40 milioni, per il suo funzionamento), mentre il resto sarebbe gestito da una nuova società (Sport e Salute, che sostituirebbe la Coni Servizi) sotto il diretto controllo del governo, ovviamente con l'obbligo di trasferire alle singole federazioni non meno di 260 milioni annui.
Conseguenze? Primo: i vertici della nuova società non sarebbero decisi dal Coni, ma dal governo (dal ministero dell'Economia su indicazione dell'autorità di governo competente in materia di sport, sentito il Coni, al quale spetterebbe quindi solo un parere). Secondo: come detto, sarebbe questa nuova società a decidere erogazioni e distribuzioni di risorse tra le varie federazioni sportive. Terzo: è sancita l'incompatibilità tra la governance della nuova società e quella del Coni (o la pompa o la cassa, si potrebbe dire brutalmente).
Naturale che l'attuale vertice del Coni, Giovanni Malagò, non l'abbia presa bene. Ieri è andato a perorare la sua causa da Giorgetti in un incontro, al termine del quale ha dichiarato: «La ragione di questo intervento? Non la dovete chiedere a me, però penso che la risposta sia di natura politica. Lo sport italiano ne aveva bisogno? No, non lo penso proprio».
Inevitabile che si apra una polemica, della quale vi anticipiamo i contorni. I difensori dello status quo diranno: con la riforma, si mina la mitica «autonomia dello sport italiano dalla politica». E l'argomento, a prima vista, è seducente. Ma a ben vedere, non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Daniele Capezzone
Continua a leggereRiduci
I primi sussidi saranno erogati da luglio. Emendamento ad hoc per la stretta agli assegni. Prima finestra di quota 100 ad aprile.Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero.Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio.Lo speciale contiene tre articoli.Finalmente la manovra è arrivata in Parlamento, con tanto di bollinatura della Ragioneria dello Stato. Sono 75 pagine e 108 articoli che confermano la linea complessiva delle decisioni del governo, sebbene i cosiddetti tecnicismi andranno a cambiare non poco i tempi di attuazione. E questo farà la differenza sostanziale ai fini del calcolo del deficit. In poche parole, i gialloblù vogliono mantenere le promesse elettorali ma diluirle un po' nel tempo, consapevoli che Bruxelles leggerà la mossa come un messaggio di distensione. La manovra prevede dunque pace fiscale allargata (per quanto riguarda il saldo e stralcio) anche alle cartelle superiori ai 1.000 euro, flat tax per le partite Iva con un spesa complessiva che si avvicina a 1,4 miliardi di euro, interventi per favorire le politiche di sostegno della famiglia così come il fondo di ristoro per gli sbancati. In realtà, quest'ultima voce avrà una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 ma sarà alimentata - per 25 milioni per ciascuno degli anni del triennio - da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2018 e per 500 milioni di euro sul 2019 mediante risorse della contabilità speciale, versate all'entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019. In altre parole, il grosso arriverà dai conti dormienti che lo Stato inizia a incamerare al decimo anno di giacenza. Ciò che però rappresenta la vera novità dalla manovra di Giuseppe Conte è quanto esce dal testo per rientrare nel decreto legge collegato. Si tratta della riforma pensionistica e del reddito di cittadinanza. Lo stesso Luigi Di Maio ha confermato che né il reddito di cittadinanza né la riforma delle pensioni con quota 100 sono presenti in manovra, ma soltanto gli stanziamenti per le due misure (circa 7 miliardi di euro per ciascuna). «Nella legge di bilancio ci sono i fondi», ha detto. «Le norme che dispongono come accedere a quota 100 e al reddito di cittadinanza credo saranno oggetto di un decreto subito dopo la legge di bilancio, o prima della fine dell'anno». Questo vuol dire che il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni saranno esaminati successivamente alla legge di bilancio, con iter diversi e tempi più lunghi. Secondo quanto risulta alla Verità, i due pilastri del contratto di governo saranno inseriti nel dl collegato, il quale non sarà però con iter ordinario ma di delega. L'articolo 76 della Costituzione concede alle Camere la possibilità di attribuire al governo il potere legislativo. Si tratta in poche parole di una delega preventiva che consente al governo di muoversi senza sorprese o agguati purché stia all'interno di un perimetro ben definito. Di solito lo si fa per le leggi fiscali. Lo schema ha però un lato negativo: i tempi. La storia insegna che servono almeno quattro mesi per completare l'iter nel caso in cui tutto fili liscio. Il che vuol dire che, una volta chiusa la parentesi della legge finanziaria, partirà l'iter. Che si chiuderà intorno a fine marzo o all'inizio di aprile. Significa che l'avvio di quota 100 resterà nei tempi previsti dall'accordo iniziale. Sono stimate quattro finestre di uscita, la prima delle quali partirà proprio ad aprile. Ma se per quota 100 basterà aprire il rubinetto, per il reddito di cittadinanza i tempi saranno più lunghi. Il decreto collegato richiederà, secondo quanto risulta alla Verità, numerosi decreti delegati che fisseranno l'avvio del reddito di cittadinanza non prima di metà luglio. Ciò permetterà, una volta imbastita la legge delega, ai 5 stelle di mettere la bandierina sull'operazione, e di farlo prima che si svolgano le elezioni europee di maggio. Al tempo stesso, gli assegni non verranno staccati nell'immediato (la definizione degli aventi diritto e delle modalità di erogazione e controllo richiedono un iter complesso) e il contatore della spesa in Bilancio scenderà ulteriormente. In poche parole, il reddito di cittadinanza per il 2019 è previsto, ma negli effetti peserà solo per cinque mesi su 12. Va segnalato che a slittare ieri è stato anche il taglio delle pensioni d'oro. Alcune fonti parlano della necessità di un parere di costituzionalità, altri lasciano intendere si sia trattata di una scelta politica. In ogni caso, accantonato il metodo di calcolo ipotizzato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri, nel testo della manovra ieri non si è letto nemmeno del contributo di solidarietà progressivo che in sostanza ridurrebbe gli importi superiori ai 4.500 euro netti, però a partire dai 2.800, creando un pericoloso precedente: lo schema applica nei fatti una logica progressiva. Va inoltre ricordato che dal primo gennaio scatterà l'adeguamento Istat. La rivalutazione degli assegni costerà circa due miliardi in più allo Stato. Fonti di governo confermano che il taglio delle pensioni d'oro rientrerà tramite emendamento o in un dei decreti collegati alla manovra. Ciò potrebbe permettere al governo di utilizzare lo schema progressivo per tagliare la rivalutazione delle pensioni proprio partendo dalla soglia dei 2.800 euro. Sebbene fino ai 3.000 euro netti si tratterebbe di meno di un euro al mese, lo scherzetto consentirebbe di risparmiare una cifra che viaggia intorno al miliardo e mezzo. Insomma, una serie di colpetti al timone che spiegano una serie di dichiarazioni positive sulla manovra e sulla stabilità del comparto bancario, che come tutti ormai sanno è collegato a doppio filo con l'andamento dello spread. «Non c'è una crisi bancaria all'orizzonte nel sistema italiano, ma occorre tranquillizzare i mercati, senza creare ansia», ha spiegato il numero uno di Intesa, Carlo Messina, che, sull'ipotesi di un nuovo intervento dello Stato in caso di una crisi nel sistema bancario, ha gettato acqua sul fuoco affermando che «prima di tutto lavoriamo sulla fiducia nel Paese, poi parleremo di quello che può succedere». Anche il livello di spread (ieri a 304) non desta preoccupazione perché «i fondamentali del Paese sono solidi», ha continuato Messina. «Indubbiamente lo spread è un indicatore che riguarda più la fiducia che i fondamentali di un Paese: i fondamentali dell'Italia sono solidi. Siamo qui a celebrare il risparmio», ha aggiunto il banchiere, «e con 10.000 miliardi di risparmi penso che più solido di così questo Paese non possa essere». Ecco che dal banchiere di sistema è arrivata la vera bollinatura alla manovra.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziaria-in-aula-slittano-i-tagli-alle-pensioni-doro-e-il-reddito-m5s-2616912666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laliquota-al-15-farebbe-molto-pero-alle-famiglie-servirebbe-la-detraibilita" data-post-id="2616912666" data-published-at="1774132996" data-use-pagination="False"> L’aliquota al 15% farebbe molto, però alle famiglie servirebbe la detraibilità Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Ma quali sono le dimensioni del fenomeno? Di che «mercato» stiamo parlando? Un prezioso e accuratissimo studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, offre cifre impressionanti: metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. E la spesa sostenuta dalle famiglie? Secondo Castellani e Bandini, ci sarebbe una spesa media di 27 euro l'ora per ciascuna materia oggetto di ripetizioni. Nel paper dei due ricercatori, si calcola che in media, per recuperare la sufficienza, lo studente e la sua famiglia prevedano un numero di ore di lezioni private variabile tra 50 e 70, quindi due ore a settimana per 6 mesi (25-30 settimane). Il che si aggiunge a un doposcuola che è già molto impegnativo per gli studenti italiani, gravati, secondo uno studio Oecd, da un livello di attività scolastiche aggiuntive secondo solo a quello degli studenti russi (in Italia, circa 12 ore settimanali oltre l'orario scolastico). Resta da capire se il nuovo incentivo sarà fiscalmente efficace. Certamente è attrattivo dal punto di vista dell'emersione e della tassazione ragionevolissima (15%). Inutile dire che l'operazione sarebbe molto più forte, però, se si introducesse il principio del «contrasto di interessi», cioè la possibilità per il genitore di scaricare la spesa sostenuta. È quello il più potente meccanismo pro emersione, in ogni ambito. Inoltre, su un piano diverso, in futuro si potrebbe valutare (come il paper Castellani-Bandini suggeriva) di prevedere anche strumenti affinché le stesse scuole debbano organizzarsi per aiutare i ragazzi a recuperare, senza ulteriori spese per le famiglie, senza cioè costringerle - come unica soluzione - a ulteriori rapporti privati con gli insegnanti. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziaria-in-aula-slittano-i-tagli-alle-pensioni-doro-e-il-reddito-m5s-2616912666.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-stanziare-i-fondi-alle-societa-sara-direttamente-il-governo-e-malago-rosica" data-post-id="2616912666" data-published-at="1774132996" data-use-pagination="False"> A stanziare i fondi alle società sarà direttamente il governo. E Malagò rosica Sotto un titolo neutro («Disposizioni in materia di sport»), l'articolo 48 della manovra innesca quella che i suoi sostenitori, con understatement e forse una punta di ironia, non vogliono chiamare «rivoluzione» («Mi sembra che ci sia un po' di enfasi rispetto a queste prospettive rivoluzionarie: diciamo riformatrici», è la frase attribuita al sottosegretario Giancarlo Giorgetti). Ma in realtà lo è e forse è davvero un bene, rispetto ad alcune consolidate tradizioni romane. Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio, anzi la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle singole federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società (Coni servizi). In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (meno di un decimo degli stanziamenti, 40 milioni, per il suo funzionamento), mentre il resto sarebbe gestito da una nuova società (Sport e Salute, che sostituirebbe la Coni Servizi) sotto il diretto controllo del governo, ovviamente con l'obbligo di trasferire alle singole federazioni non meno di 260 milioni annui. Conseguenze? Primo: i vertici della nuova società non sarebbero decisi dal Coni, ma dal governo (dal ministero dell'Economia su indicazione dell'autorità di governo competente in materia di sport, sentito il Coni, al quale spetterebbe quindi solo un parere). Secondo: come detto, sarebbe questa nuova società a decidere erogazioni e distribuzioni di risorse tra le varie federazioni sportive. Terzo: è sancita l'incompatibilità tra la governance della nuova società e quella del Coni (o la pompa o la cassa, si potrebbe dire brutalmente). Naturale che l'attuale vertice del Coni, Giovanni Malagò, non l'abbia presa bene. Ieri è andato a perorare la sua causa da Giorgetti in un incontro, al termine del quale ha dichiarato: «La ragione di questo intervento? Non la dovete chiedere a me, però penso che la risposta sia di natura politica. Lo sport italiano ne aveva bisogno? No, non lo penso proprio». Inevitabile che si apra una polemica, della quale vi anticipiamo i contorni. I difensori dello status quo diranno: con la riforma, si mina la mitica «autonomia dello sport italiano dalla politica». E l'argomento, a prima vista, è seducente. Ma a ben vedere, non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. Daniele Capezzone
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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