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2018-11-01
Finanziaria in Aula. Slittano i tagli alle pensioni d’oro e il reddito M5s
ANSA
Finalmente la manovra è arrivata in Parlamento, con tanto di bollinatura della Ragioneria dello Stato. Sono 75 pagine e 108 articoli che confermano la linea complessiva delle decisioni del governo, sebbene i cosiddetti tecnicismi andranno a cambiare non poco i tempi di attuazione. E questo farà la differenza sostanziale ai fini del calcolo del deficit. In poche parole, i gialloblù vogliono mantenere le promesse elettorali ma diluirle un po' nel tempo, consapevoli che Bruxelles leggerà la mossa come un messaggio di distensione. La manovra prevede dunque pace fiscale allargata (per quanto riguarda il saldo e stralcio) anche alle cartelle superiori ai 1.000 euro, flat tax per le partite Iva con un spesa complessiva che si avvicina a 1,4 miliardi di euro, interventi per favorire le politiche di sostegno della famiglia così come il fondo di ristoro per gli sbancati. In realtà, quest'ultima voce avrà una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 ma sarà alimentata - per 25 milioni per ciascuno degli anni del triennio - da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2018 e per 500 milioni di euro sul 2019 mediante risorse della contabilità speciale, versate all'entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019. In altre parole, il grosso arriverà dai conti dormienti che lo Stato inizia a incamerare al decimo anno di giacenza.
Ciò che però rappresenta la vera novità dalla manovra di Giuseppe Conte è quanto esce dal testo per rientrare nel decreto legge collegato. Si tratta della riforma pensionistica e del reddito di cittadinanza. Lo stesso Luigi Di Maio ha confermato che né il reddito di cittadinanza né la riforma delle pensioni con quota 100 sono presenti in manovra, ma soltanto gli stanziamenti per le due misure (circa 7 miliardi di euro per ciascuna). «Nella legge di bilancio ci sono i fondi», ha detto. «Le norme che dispongono come accedere a quota 100 e al reddito di cittadinanza credo saranno oggetto di un decreto subito dopo la legge di bilancio, o prima della fine dell'anno».
Questo vuol dire che il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni saranno esaminati successivamente alla legge di bilancio, con iter diversi e tempi più lunghi. Secondo quanto risulta alla Verità, i due pilastri del contratto di governo saranno inseriti nel dl collegato, il quale non sarà però con iter ordinario ma di delega. L'articolo 76 della Costituzione concede alle Camere la possibilità di attribuire al governo il potere legislativo. Si tratta in poche parole di una delega preventiva che consente al governo di muoversi senza sorprese o agguati purché stia all'interno di un perimetro ben definito. Di solito lo si fa per le leggi fiscali. Lo schema ha però un lato negativo: i tempi. La storia insegna che servono almeno quattro mesi per completare l'iter nel caso in cui tutto fili liscio. Il che vuol dire che, una volta chiusa la parentesi della legge finanziaria, partirà l'iter. Che si chiuderà intorno a fine marzo o all'inizio di aprile.
Significa che l'avvio di quota 100 resterà nei tempi previsti dall'accordo iniziale. Sono stimate quattro finestre di uscita, la prima delle quali partirà proprio ad aprile. Ma se per quota 100 basterà aprire il rubinetto, per il reddito di cittadinanza i tempi saranno più lunghi. Il decreto collegato richiederà, secondo quanto risulta alla Verità, numerosi decreti delegati che fisseranno l'avvio del reddito di cittadinanza non prima di metà luglio. Ciò permetterà, una volta imbastita la legge delega, ai 5 stelle di mettere la bandierina sull'operazione, e di farlo prima che si svolgano le elezioni europee di maggio. Al tempo stesso, gli assegni non verranno staccati nell'immediato (la definizione degli aventi diritto e delle modalità di erogazione e controllo richiedono un iter complesso) e il contatore della spesa in Bilancio scenderà ulteriormente. In poche parole, il reddito di cittadinanza per il 2019 è previsto, ma negli effetti peserà solo per cinque mesi su 12.
Va segnalato che a slittare ieri è stato anche il taglio delle pensioni d'oro. Alcune fonti parlano della necessità di un parere di costituzionalità, altri lasciano intendere si sia trattata di una scelta politica. In ogni caso, accantonato il metodo di calcolo ipotizzato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri, nel testo della manovra ieri non si è letto nemmeno del contributo di solidarietà progressivo che in sostanza ridurrebbe gli importi superiori ai 4.500 euro netti, però a partire dai 2.800, creando un pericoloso precedente: lo schema applica nei fatti una logica progressiva. Va inoltre ricordato che dal primo gennaio scatterà l'adeguamento Istat. La rivalutazione degli assegni costerà circa due miliardi in più allo Stato. Fonti di governo confermano che il taglio delle pensioni d'oro rientrerà tramite emendamento o in un dei decreti collegati alla manovra. Ciò potrebbe permettere al governo di utilizzare lo schema progressivo per tagliare la rivalutazione delle pensioni proprio partendo dalla soglia dei 2.800 euro. Sebbene fino ai 3.000 euro netti si tratterebbe di meno di un euro al mese, lo scherzetto consentirebbe di risparmiare una cifra che viaggia intorno al miliardo e mezzo.
Insomma, una serie di colpetti al timone che spiegano una serie di dichiarazioni positive sulla manovra e sulla stabilità del comparto bancario, che come tutti ormai sanno è collegato a doppio filo con l'andamento dello spread. «Non c'è una crisi bancaria all'orizzonte nel sistema italiano, ma occorre tranquillizzare i mercati, senza creare ansia», ha spiegato il numero uno di Intesa, Carlo Messina, che, sull'ipotesi di un nuovo intervento dello Stato in caso di una crisi nel sistema bancario, ha gettato acqua sul fuoco affermando che «prima di tutto lavoriamo sulla fiducia nel Paese, poi parleremo di quello che può succedere».
Anche il livello di spread (ieri a 304) non desta preoccupazione perché «i fondamentali del Paese sono solidi», ha continuato Messina. «Indubbiamente lo spread è un indicatore che riguarda più la fiducia che i fondamentali di un Paese: i fondamentali dell'Italia sono solidi. Siamo qui a celebrare il risparmio», ha aggiunto il banchiere, «e con 10.000 miliardi di risparmi penso che più solido di così questo Paese non possa essere». Ecco che dal banchiere di sistema è arrivata la vera bollinatura alla manovra.
Claudio Antonelli
L’aliquota al 15% farebbe molto, però alle famiglie servirebbe la detraibilità
Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero.
Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa.
Ma quali sono le dimensioni del fenomeno? Di che «mercato» stiamo parlando? Un prezioso e accuratissimo studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, offre cifre impressionanti: metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
E la spesa sostenuta dalle famiglie? Secondo Castellani e Bandini, ci sarebbe una spesa media di 27 euro l'ora per ciascuna materia oggetto di ripetizioni. Nel paper dei due ricercatori, si calcola che in media, per recuperare la sufficienza, lo studente e la sua famiglia prevedano un numero di ore di lezioni private variabile tra 50 e 70, quindi due ore a settimana per 6 mesi (25-30 settimane). Il che si aggiunge a un doposcuola che è già molto impegnativo per gli studenti italiani, gravati, secondo uno studio Oecd, da un livello di attività scolastiche aggiuntive secondo solo a quello degli studenti russi (in Italia, circa 12 ore settimanali oltre l'orario scolastico).
Resta da capire se il nuovo incentivo sarà fiscalmente efficace.
Certamente è attrattivo dal punto di vista dell'emersione e della tassazione ragionevolissima (15%). Inutile dire che l'operazione sarebbe molto più forte, però, se si introducesse il principio del «contrasto di interessi», cioè la possibilità per il genitore di scaricare la spesa sostenuta. È quello il più potente meccanismo pro emersione, in ogni ambito.
Inoltre, su un piano diverso, in futuro si potrebbe valutare (come il paper Castellani-Bandini suggeriva) di prevedere anche strumenti affinché le stesse scuole debbano organizzarsi per aiutare i ragazzi a recuperare, senza ulteriori spese per le famiglie, senza cioè costringerle - come unica soluzione - a ulteriori rapporti privati con gli insegnanti.
Daniele Capezzone
A stanziare i fondi alle società sarà direttamente il governo. E Malagò rosica
Sotto un titolo neutro («Disposizioni in materia di sport»), l'articolo 48 della manovra innesca quella che i suoi sostenitori, con understatement e forse una punta di ironia, non vogliono chiamare «rivoluzione» («Mi sembra che ci sia un po' di enfasi rispetto a queste prospettive rivoluzionarie: diciamo riformatrici», è la frase attribuita al sottosegretario Giancarlo Giorgetti). Ma in realtà lo è e forse è davvero un bene, rispetto ad alcune consolidate tradizioni romane.
Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio, anzi la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle singole federazioni sportive.
Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società (Coni servizi). In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (meno di un decimo degli stanziamenti, 40 milioni, per il suo funzionamento), mentre il resto sarebbe gestito da una nuova società (Sport e Salute, che sostituirebbe la Coni Servizi) sotto il diretto controllo del governo, ovviamente con l'obbligo di trasferire alle singole federazioni non meno di 260 milioni annui.
Conseguenze? Primo: i vertici della nuova società non sarebbero decisi dal Coni, ma dal governo (dal ministero dell'Economia su indicazione dell'autorità di governo competente in materia di sport, sentito il Coni, al quale spetterebbe quindi solo un parere). Secondo: come detto, sarebbe questa nuova società a decidere erogazioni e distribuzioni di risorse tra le varie federazioni sportive. Terzo: è sancita l'incompatibilità tra la governance della nuova società e quella del Coni (o la pompa o la cassa, si potrebbe dire brutalmente).
Naturale che l'attuale vertice del Coni, Giovanni Malagò, non l'abbia presa bene. Ieri è andato a perorare la sua causa da Giorgetti in un incontro, al termine del quale ha dichiarato: «La ragione di questo intervento? Non la dovete chiedere a me, però penso che la risposta sia di natura politica. Lo sport italiano ne aveva bisogno? No, non lo penso proprio».
Inevitabile che si apra una polemica, della quale vi anticipiamo i contorni. I difensori dello status quo diranno: con la riforma, si mina la mitica «autonomia dello sport italiano dalla politica». E l'argomento, a prima vista, è seducente. Ma a ben vedere, non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Daniele Capezzone
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I primi sussidi saranno erogati da luglio. Emendamento ad hoc per la stretta agli assegni. Prima finestra di quota 100 ad aprile.Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero.Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio.Lo speciale contiene tre articoli.Finalmente la manovra è arrivata in Parlamento, con tanto di bollinatura della Ragioneria dello Stato. Sono 75 pagine e 108 articoli che confermano la linea complessiva delle decisioni del governo, sebbene i cosiddetti tecnicismi andranno a cambiare non poco i tempi di attuazione. E questo farà la differenza sostanziale ai fini del calcolo del deficit. In poche parole, i gialloblù vogliono mantenere le promesse elettorali ma diluirle un po' nel tempo, consapevoli che Bruxelles leggerà la mossa come un messaggio di distensione. La manovra prevede dunque pace fiscale allargata (per quanto riguarda il saldo e stralcio) anche alle cartelle superiori ai 1.000 euro, flat tax per le partite Iva con un spesa complessiva che si avvicina a 1,4 miliardi di euro, interventi per favorire le politiche di sostegno della famiglia così come il fondo di ristoro per gli sbancati. In realtà, quest'ultima voce avrà una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 ma sarà alimentata - per 25 milioni per ciascuno degli anni del triennio - da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2018 e per 500 milioni di euro sul 2019 mediante risorse della contabilità speciale, versate all'entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019. In altre parole, il grosso arriverà dai conti dormienti che lo Stato inizia a incamerare al decimo anno di giacenza. Ciò che però rappresenta la vera novità dalla manovra di Giuseppe Conte è quanto esce dal testo per rientrare nel decreto legge collegato. Si tratta della riforma pensionistica e del reddito di cittadinanza. Lo stesso Luigi Di Maio ha confermato che né il reddito di cittadinanza né la riforma delle pensioni con quota 100 sono presenti in manovra, ma soltanto gli stanziamenti per le due misure (circa 7 miliardi di euro per ciascuna). «Nella legge di bilancio ci sono i fondi», ha detto. «Le norme che dispongono come accedere a quota 100 e al reddito di cittadinanza credo saranno oggetto di un decreto subito dopo la legge di bilancio, o prima della fine dell'anno». Questo vuol dire che il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni saranno esaminati successivamente alla legge di bilancio, con iter diversi e tempi più lunghi. Secondo quanto risulta alla Verità, i due pilastri del contratto di governo saranno inseriti nel dl collegato, il quale non sarà però con iter ordinario ma di delega. L'articolo 76 della Costituzione concede alle Camere la possibilità di attribuire al governo il potere legislativo. Si tratta in poche parole di una delega preventiva che consente al governo di muoversi senza sorprese o agguati purché stia all'interno di un perimetro ben definito. Di solito lo si fa per le leggi fiscali. Lo schema ha però un lato negativo: i tempi. La storia insegna che servono almeno quattro mesi per completare l'iter nel caso in cui tutto fili liscio. Il che vuol dire che, una volta chiusa la parentesi della legge finanziaria, partirà l'iter. Che si chiuderà intorno a fine marzo o all'inizio di aprile. Significa che l'avvio di quota 100 resterà nei tempi previsti dall'accordo iniziale. Sono stimate quattro finestre di uscita, la prima delle quali partirà proprio ad aprile. Ma se per quota 100 basterà aprire il rubinetto, per il reddito di cittadinanza i tempi saranno più lunghi. Il decreto collegato richiederà, secondo quanto risulta alla Verità, numerosi decreti delegati che fisseranno l'avvio del reddito di cittadinanza non prima di metà luglio. Ciò permetterà, una volta imbastita la legge delega, ai 5 stelle di mettere la bandierina sull'operazione, e di farlo prima che si svolgano le elezioni europee di maggio. Al tempo stesso, gli assegni non verranno staccati nell'immediato (la definizione degli aventi diritto e delle modalità di erogazione e controllo richiedono un iter complesso) e il contatore della spesa in Bilancio scenderà ulteriormente. In poche parole, il reddito di cittadinanza per il 2019 è previsto, ma negli effetti peserà solo per cinque mesi su 12. Va segnalato che a slittare ieri è stato anche il taglio delle pensioni d'oro. Alcune fonti parlano della necessità di un parere di costituzionalità, altri lasciano intendere si sia trattata di una scelta politica. In ogni caso, accantonato il metodo di calcolo ipotizzato dal numero uno dell'Inps, Tito Boeri, nel testo della manovra ieri non si è letto nemmeno del contributo di solidarietà progressivo che in sostanza ridurrebbe gli importi superiori ai 4.500 euro netti, però a partire dai 2.800, creando un pericoloso precedente: lo schema applica nei fatti una logica progressiva. Va inoltre ricordato che dal primo gennaio scatterà l'adeguamento Istat. La rivalutazione degli assegni costerà circa due miliardi in più allo Stato. Fonti di governo confermano che il taglio delle pensioni d'oro rientrerà tramite emendamento o in un dei decreti collegati alla manovra. Ciò potrebbe permettere al governo di utilizzare lo schema progressivo per tagliare la rivalutazione delle pensioni proprio partendo dalla soglia dei 2.800 euro. Sebbene fino ai 3.000 euro netti si tratterebbe di meno di un euro al mese, lo scherzetto consentirebbe di risparmiare una cifra che viaggia intorno al miliardo e mezzo. Insomma, una serie di colpetti al timone che spiegano una serie di dichiarazioni positive sulla manovra e sulla stabilità del comparto bancario, che come tutti ormai sanno è collegato a doppio filo con l'andamento dello spread. «Non c'è una crisi bancaria all'orizzonte nel sistema italiano, ma occorre tranquillizzare i mercati, senza creare ansia», ha spiegato il numero uno di Intesa, Carlo Messina, che, sull'ipotesi di un nuovo intervento dello Stato in caso di una crisi nel sistema bancario, ha gettato acqua sul fuoco affermando che «prima di tutto lavoriamo sulla fiducia nel Paese, poi parleremo di quello che può succedere». Anche il livello di spread (ieri a 304) non desta preoccupazione perché «i fondamentali del Paese sono solidi», ha continuato Messina. «Indubbiamente lo spread è un indicatore che riguarda più la fiducia che i fondamentali di un Paese: i fondamentali dell'Italia sono solidi. Siamo qui a celebrare il risparmio», ha aggiunto il banchiere, «e con 10.000 miliardi di risparmi penso che più solido di così questo Paese non possa essere». Ecco che dal banchiere di sistema è arrivata la vera bollinatura alla manovra.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziaria-in-aula-slittano-i-tagli-alle-pensioni-doro-e-il-reddito-m5s-2616912666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laliquota-al-15-farebbe-molto-pero-alle-famiglie-servirebbe-la-detraibilita" data-post-id="2616912666" data-published-at="1770325436" data-use-pagination="False"> L’aliquota al 15% farebbe molto, però alle famiglie servirebbe la detraibilità Nell'ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l'introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Ma quali sono le dimensioni del fenomeno? Di che «mercato» stiamo parlando? Un prezioso e accuratissimo studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, offre cifre impressionanti: metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. E la spesa sostenuta dalle famiglie? Secondo Castellani e Bandini, ci sarebbe una spesa media di 27 euro l'ora per ciascuna materia oggetto di ripetizioni. Nel paper dei due ricercatori, si calcola che in media, per recuperare la sufficienza, lo studente e la sua famiglia prevedano un numero di ore di lezioni private variabile tra 50 e 70, quindi due ore a settimana per 6 mesi (25-30 settimane). Il che si aggiunge a un doposcuola che è già molto impegnativo per gli studenti italiani, gravati, secondo uno studio Oecd, da un livello di attività scolastiche aggiuntive secondo solo a quello degli studenti russi (in Italia, circa 12 ore settimanali oltre l'orario scolastico). Resta da capire se il nuovo incentivo sarà fiscalmente efficace. Certamente è attrattivo dal punto di vista dell'emersione e della tassazione ragionevolissima (15%). Inutile dire che l'operazione sarebbe molto più forte, però, se si introducesse il principio del «contrasto di interessi», cioè la possibilità per il genitore di scaricare la spesa sostenuta. È quello il più potente meccanismo pro emersione, in ogni ambito. Inoltre, su un piano diverso, in futuro si potrebbe valutare (come il paper Castellani-Bandini suggeriva) di prevedere anche strumenti affinché le stesse scuole debbano organizzarsi per aiutare i ragazzi a recuperare, senza ulteriori spese per le famiglie, senza cioè costringerle - come unica soluzione - a ulteriori rapporti privati con gli insegnanti. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanziaria-in-aula-slittano-i-tagli-alle-pensioni-doro-e-il-reddito-m5s-2616912666.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-stanziare-i-fondi-alle-societa-sara-direttamente-il-governo-e-malago-rosica" data-post-id="2616912666" data-published-at="1770325436" data-use-pagination="False"> A stanziare i fondi alle società sarà direttamente il governo. E Malagò rosica Sotto un titolo neutro («Disposizioni in materia di sport»), l'articolo 48 della manovra innesca quella che i suoi sostenitori, con understatement e forse una punta di ironia, non vogliono chiamare «rivoluzione» («Mi sembra che ci sia un po' di enfasi rispetto a queste prospettive rivoluzionarie: diciamo riformatrici», è la frase attribuita al sottosegretario Giancarlo Giorgetti). Ma in realtà lo è e forse è davvero un bene, rispetto ad alcune consolidate tradizioni romane. Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio, anzi la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle singole federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società (Coni servizi). In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (meno di un decimo degli stanziamenti, 40 milioni, per il suo funzionamento), mentre il resto sarebbe gestito da una nuova società (Sport e Salute, che sostituirebbe la Coni Servizi) sotto il diretto controllo del governo, ovviamente con l'obbligo di trasferire alle singole federazioni non meno di 260 milioni annui. Conseguenze? Primo: i vertici della nuova società non sarebbero decisi dal Coni, ma dal governo (dal ministero dell'Economia su indicazione dell'autorità di governo competente in materia di sport, sentito il Coni, al quale spetterebbe quindi solo un parere). Secondo: come detto, sarebbe questa nuova società a decidere erogazioni e distribuzioni di risorse tra le varie federazioni sportive. Terzo: è sancita l'incompatibilità tra la governance della nuova società e quella del Coni (o la pompa o la cassa, si potrebbe dire brutalmente). Naturale che l'attuale vertice del Coni, Giovanni Malagò, non l'abbia presa bene. Ieri è andato a perorare la sua causa da Giorgetti in un incontro, al termine del quale ha dichiarato: «La ragione di questo intervento? Non la dovete chiedere a me, però penso che la risposta sia di natura politica. Lo sport italiano ne aveva bisogno? No, non lo penso proprio». Inevitabile che si apra una polemica, della quale vi anticipiamo i contorni. I difensori dello status quo diranno: con la riforma, si mina la mitica «autonomia dello sport italiano dalla politica». E l'argomento, a prima vista, è seducente. Ma a ben vedere, non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. Daniele Capezzone
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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