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2023-08-07
Fermate quel Dragone. Così la Cina ci conquista
iStock
La Via della seta? Un vero e proprio flop. Quello tra la Cina e l’Italia è un corteggiamento che dura da anni. Ci siamo finiti per bene sotto le lenzuola quando durante il Covid passò la best practice «Abbraccia un cinese». L’ apoteosi venne raggiunta da Di Maio quando disse che grazie ai nostri rapporti con la Cina, l’Italia si era salvata. È accaduto veramente ed era marzo 2020. «Chi ci ha deriso sulla Via della seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso di salvare vite in Italia», aveva detto l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Per giustificare quel memorandum d’intesa aveva usato il peggiore scudo: quello di salvare vite umane. Ed era tutto scritto lì: 20 marzo 2019.
In quegli accordi ufficializzati a Villa Madama. L’intesa era storica. L’ Italia era il primo Paese del G7 ad aderire alla Via della seta. Trasporti, energia, impianti siderurgici, cantieri navali. Il pacchetto comprendeva 19 intese istituzionali e 10 accordi commerciali. Quel giorno, al tavolo, c’erano l’allora premier Giuseppe Conte, il presidente Xi Jinping - per Di Maio diventato Ping - e Giggino appunto, che sedeva alla destra del premier.
A leggere le pompose parole, pareva in effetti qualcosa di grosso. Si trattava del memorandum di intesa sulla collaborazione nell’ambito della «Via delle seta economica» e della «Iniziativa per una Via della seta marittima del 21° secolo», e poi ancora, tirate il fiato, del protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra start up innovative e tecnologiche e del Memorandum d’intesa tra il Mise e il ministero del Commercio cinese sulla cooperazione nel settore del mercato elettronico.
L’accordo, secondo Di Maio, che forse si credeva il nuovo Marco Polo, doveva servire a far vendere più arance siciliane in Cina, mentre per il Dragone, in realtà, era un progetto egemonico che sarebbe servito per rimettersi al centro dello scacchiere internazionale.
Ma a proposito di arance è accaduto il contrario, siamo noi che compriamo frutta cinese; la Spagna, senza alcun memorandum d’intesa con Pechino, di arance nel 2019 ne esportò per il valore di 32 milioni; noi, stesso anno, appena 162.000 euro.
Nel turismo vennero annunciati accordi del colosso cinese online Ctrip con aeroporti di Roma e Trenitalia; voli diretti con Ancona e Bari, intese con Basilicata, Sicilia, Marche, Umbria, Calabria e Puglia. E ora.
Se fino a qualche mese fa l’Italia pareva tenere il piede in due scarpe, cercando di tenere i rapporti sia con Cina e Stati Uniti, ora Giorgia Meloni, al rientro dal suo viaggio atlantico, pare inserire in agenda il reset con il Paese del Dragone, senza farlo arrabbiare ovviamente.
Il Memorandum scade il 24 marzo 2024 e si intende rinnovato in automatico se nessuna delle due parti comunica il recesso almeno tre mesi prima dalla scadenza. Quindi prima di Natale, esattamente il 23 dicembre 2023, Giorgia Meloni deve decidere.
Deve decidere se restare a suonar serenate e corteggiare la Cina, che però indispettisce la Casa Bianca, o rompere con Pechino, senza danneggiare le aziende italiane. Quindi al posto del Memorandum è probabile vengano firmati nuovi accordi commerciali. Lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto ha detto che «aderire alla Via della seta fu un atto scellerato» e che sì, è possibile scioglierla ma «senza fare danni». «Noi abbiamo esportato un carico di arance in Cina, loro hanno triplicato in tre anni le esportazioni in Italia», ha detto Crosetto.
«C’è troppo made in Cina in Italia e poco made in Italy in Cina», aveva detto Di Maio, e «l’accordo stipulato ha l’obiettivo di invertire questa tendenza».
Dati alla mano, sull’osservatorio economico di infoMercatiEsteri, il deficit commerciale con Pechino è perfino raddoppiato. L’ export italiano verso la Cina dal 2020 al 2023 è passato dai 12.887,47 milioni del 2020, ai 15.690,98 milioni del 2021, ai 16.437,41 milioni del 2022, fino agli 8.310,85 milioni del 2023 (gennaio - aprile). L’import italiano invece dalla Cina è schizzato dai 32.144,4 milioni del 2020 ai 57.506,81 milioni del 2022. La differenza fra esportazioni e importazioni tra Italia e Cina è quindi peggiorata per noi, passando da -19,4 miliardi di euro del 2020 a - 41 miliardi del 2022.
Insomma dei fiori d’arancio promessi dal neo inviato Ue per il Golfo Persico, nulla si è visto. Anzi.
La spremuta in Italia è diventata cinese. Le arance italiane in Cina faticano ad arrivare, prezzi folli, viaggi costosi. Ce la caviamo con le pere. Di recente, in occasione della missione del ministro delle Dogane cinesi in Italia, è stato siglato il protocollo bilaterale d’intesa per autorizzarne l’esportazione verso Pechino dall’Italia. Ma questa intesa, pensate, è frutto di una attività negoziale partita nel 2017.
Per il resto ovunque ti volti, è un frullato di occhi a mandorla.
Belli, bellissimi per carità, ma il made in Italy? Secondo la Coldiretti, 1 pianta da frutto su 5, in Italia, è sparita negli ultimi anni: arance, pere, uva, mele, limoni. E questo a favore della concorrenza sleale della Cina. Per le nettarine, per esempio, quelle bocce di vitamine, sono scomparse quasi la metà delle piante. Per i pomodori invece, abbiamo l’invasione di quello cinese, tanto che Coldiretti e Filiera Italia, pochi giorni fa, hanno scritto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida per dire: occhio perché quello made in Oriente «costa la metà di quello tricolore» e quello importato ormai sale del 50%.
Anche alcuni prodotti cosmetici sono fabbricati in Cina e con il certificato di libera vendita possono essere venduti in Italia.
Ma i cinesi sono arrivati anche nella pulizia delle strade.
Un’azienda nel veronese, a Sommacampagna, è stata costretta a fare a sportellate con i cinesi che copiano tutto e fregano anche le foto da mettere nei siti.
O le scarpe di cui vi parleremo in queste due pagine. Poi le chincaglierie, l’oggettistica. C’è una azienda veneta, colosso negli articoli regalo, che compra quasi tutto dalla Cina, oggetti, componenti; fa arrivare il materiale in Italia e poi alza il prezzo al cliente.
Poi i giocattoli. I vestiti. In ogni città che si rispetti ci sono i centri a «Tutto 1 euro» con dentro robe improponibili tipo vestiti che stanno in piedi da soli. Perfino le statue del presepe ci trovi a Natale. Per non parlare di tutti gli occhi a mandorla che ormai gestiscono locali interi. In ogni paese, anche il più piccolo, c’è l’ormai famoso bar dei cinesi. Che solitamente è quel luogo storico che gli anziani proprietari volevano vendere o dare ai figli e non ci sono riusciti. Paese che vai usanza che trovi.
Dalla polizia parallela alle telecamere nei luoghi strategici
L’ambizioso progetto della nuova Via della seta, promosso nel 2013 e che collega la Cina con l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa, l’Europa e l’America Latina, venne definito dallo stesso Xi Jinping, al discorso inaugurale del 14 maggio 2017, come la «strada per la pace».
Xi Jinping sostenne che chi vi aderisce entri a far parte di un sistema di connessioni infrastrutturali che facilita il trasporto e la circolazione terrestre, marittima, aerea e digitale delle merci e delle persone. Insomma strade, porti, aeroporti, ma anche a ospedali, infrastrutture di rete e 5G.
Ma il dubbio che tali accordi suggellati sotto forma di paternariato servano a infiltrarsi nelle strutture occidentali è forte.
Secondo un rapporto del governo belga, le spie che lavorano direttamente o indirettamente per il governo cinese sono estremamente attive nella capitale dell’Ue. Scrive Agenparl, l’agenzia parlamentare per l’informazione politica, economica e sociale, che un documento pubblicato dal servizio di sicurezza belga ha rilevato che le spie cinesi sono estremamente attive nel Paese.
«Le attività della Cina nel nostro Paese non si limitano alla proverbiale spia che ruba segreti di Stato o all’hacker che paralizza un’azienda essenziale o un servizio governativo da dietro il suo pc», si legge nel rapporto del governo.
«Per promuovere i propri interessi, la Cina si affida a molte tecniche di influenza aperte e occulte che si svolgono in una zona grigia tra lobbismo, interferenza, influenza politica, spionaggio, ricatto economico e campagne di disinformazione. Si tratta di un groviglio di interazioni con numerosi attori statali e non statali che hanno legami con la Cina. È un gioco in cui la Cina è estremamente abile, perché è un Paese strettamente controllato con un alto grado di interdipendenza tra il governo e il mondo aziendale. A causa dell’elevato grado di controllo che lo Stato cinese e il Partito comunista cinese esercitano sulle aziende, sono in grado di far sì che queste ultime si impegnino nella strategia a lungo termine dello Stato e del partito».
I «funzionari» cinesi, per esempio, sarebbero i contatti diplomatici, ma tengono d’occhio anche gruppi di amicizie o cercano individui che potrebbero essere di interesse per i servizi segreti cinesi.
La Cina sarebbe molto attiva con tecniche di influenza nascosta per influenzare e addirittura ricattare economicamente la capitale belga e da lì l’Europa.
Non solo. Parrebbe avvalersi anche di studenti che possano essere schierati per servire il Partito comunista cinese, ha fatto sapere il rappresentante fiammingo Kristof Slagmulder (Vlaams Belang).
Infatti, il numero di studenti cinesi con un contratto di diploma nell’istruzione superiore fiamminga è stato quasi triplicato nel 2021-2022 rispetto al 2010-2011.
E che la Cina si infiltri tra mondo accademico e laboratori di ricerca, lo aveva già delineato il Copasir quando con Adolfo Urso presentò la relazione sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022. I cinesi, avevano fatto sapere, sono presenti sempre più numerosi «nel mondo accademico e tra le start-up nazionali». Si insidiano in settori di mercato «come l’innovazione tecnologica», puntano a «penetrare il tessuto imprenditoriale per avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale». Ai loro occhi i nostri atenei sono «un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese».
E non solo cultura e relazioni.
Un rapporto dell’Ong Safeguard Defenders, un anno fa, aveva rivelato che nel mondo ci sarebbero cento posti di polizia segreti per controllare i cinesi. Da Pechino sostengono che facciano «solo» lavoro burocratico ma il sospetto che cerchino i dissidenti scappati all’estero è molto forte. In tutto il mondo ci sarebbero 102 stazioni di polizia. Undici in Italia tra Firenze, Prato, Milano, Roma, Bolzano, Venezia e la Sicilia.
Il rapporto di Safeguard Defenders cita un accordo del 2015 preso con il ministero della Pubblica sicurezza cinese sui pattugliamenti congiunti, che avrebbe contribuito «direttamente» allo stabilimento di stazioni «pilota» a Milano nel 2016, da parte della polizia di Wenzhou, e nel 2018, da parte della polizia di Qingtian.
La Cina però aveva smentito la ricostruzione della Ong spagnola, definendo le «stazioni di polizia» all’estero come «centri di servizi» per i cittadini cinesi necessari dopo lo scoppio della pandemia per aiutare i cinesi nel rinnovo dei documenti.
Inquietante la presenza, svelata nel 2021, di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou, nella black list della Casa Bianca. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la gara Consip che ha affidato ai cinesi della controversa compagnia HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure.
Ora va a finire che ci fanno pure le scarpe
Fabio guarda sconsolato le scarpe sul mercatino del lungomare. Siamo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche. Fino a qualche anno fa lui le produceva le scarpe, le faceva, le intelaiava, le plasmava, le modellava. Con la sapienza nelle mani, prima addentava le puntine dei chiodi, poi energicamente le piantava sulla scarpa e lentamente questa prendeva forma.
Ora invece ha smesso. Troppe tasse, nessuno che vuole fare più questo mestiere e alla fine ha chiuso. Ma soprattutto troppa concorrenza cinese.
Per un periodo, dopo la chiusura della sua ditta, ha anche lavorato da alcuni cinesi, in nero gli davano 7, 8 euro l’ora. Qui funziona così, ci sono fabbriche di cinesi che producono calzature e che prendono a lavorare gli italiani.
Fanno lavorare in nero, loro sgobbano 19 ore al giorno, i prezzi dei loro prodotti sono bassi, la gente che non arriva a fine mese compra scarpe a basso costo, e voilà la concorrenza è servita e vede in netto vantaggio la Cina.
Anche Renzo Alessandrini, 75 anni, ha visto il mestiere prima afferrargli le dita e poi scivolargli tra le mani. Le sue, così consumate dal tempo, a suon di cuoio e scalpello.
E anche Renzo ha visto i cinesi passargli davanti. Lui fa scarpe da quando aveva 11 anni, iniziò qui a Montegranaro, in questo paese coccolato dalle nubi e dal vento. Delle oltre 200 botteghe di artigiani che popolavano la zona del Fermano, ora sono una decina. Non ci sono eredi, non ci sono giovani, le uniche cose che abbondano sono le tasse, la burocrazia e i cinesi.
E così l’artigianato d’eccellenza svanisce. Nel 2021 furono proprio le Marche a siglare un accordo con la Cina. Era un patto di cooperazione tra distretti e imprese calzaturiere marchigiani e della regione del Sichuan, nella parte sud - occidentale del Paese.
Ma ci sono anche aziende italiane che vendono scarpe prodotte in Vietnam. Scarpe cucite dalle dita dei ragazzini che in Italia vengono rivendute a 300 euro al paio.
Per non parlare delle ditte cinesi che copiano le scarpe tricolore rivendendole a basso costo. Ci sono calzature low cost create appositamente per il mercato italiano.
Nel 2022 il flusso di scarpe Marche - Pechino è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, crescendo del 103,7%. E rispetto al 2019 l’aumento è stato del 191,8%. Il valore di scarpe che ha raggiunto la Cina è stato di 120,31 milioni di euro. Il pensiero che una o più griffe abbiano aumentato la produzione per il Dragone viene automatico.
Ci sono aziende, infatti, che esportano scarpe di lusso. Della serie i cinesi comprano i nostri grandi marchi. E noi compriamo scarpe a basso costo.
Pensate, che secondo il report di Hylink Digital Solutions Italy, filiale italiana della prima agenzia indipendente cinese di servizi di marketing digitale - esiste anche questa - il mercato delle calzature in Cina è in forte crescita.
Euromonitor stima che la Cina è il primo paese produttore ed esportatore di calzature nel mondo - in Europa è l’Italia - ma i suoi consumatori sono a loro volta grandi acquirenti di scarpe di brand stranieri, soprattutto del lusso.
Ciò è dovuto all’aumento della classe media nel Paese, con reddito medio alto e maggior capacità di acquisto. Anche se proprio in questo periodo, c’è da dire, mentre il mondo combatte con l’inflazione, l’economia cinese si sta avvitando rischiando la deflazione. Secondo le rilevazioni di infomercatiesteri.it, nel 2021 le esportazioni di calzature dall’Italia verso la Cina hanno registrato un incremento del 36,3%, per un ammontare di circa 420 milioni di euro.
Un mese e mezzo fa a Milano all’East End Studios di via Mecenate si è tenuto il Misaf 2023, il salone internazionale della calzatura, ed erano presenti 60 aziende asiatiche del comparto.
Il settore del mercato delle calzature in Cina ogni anno produce 14 miliardi di paia di scarpe. Gran parte di queste sono destinate all’export, per un giro d’affari che nel 2022 è ammontato, stando ai dati forniti dall’agenzia delle dogane cinese, a 62 miliardi di dollari, segnando un + 20,25% rispetto al 2021.
Nel 2022 se si sommano le importazioni e le esportazioni di scarpe cinesi si raggiungono i 68,2 miliardi di dollari, per un + 17,6%. L’export verso l’Europa vale 1,1 miliardi di dollari.
In Italia il settore calzaturiero italiano nel 2021 fattura 9,5 miliardi di euro. Nel 2019 oltre 14,2 miliardi e occupava 75 mila addetti, il solo comparto marchigiano, pensate, pesava per circa il 32% e l’85% della produzione era destinata all’estero, ma solo l’1,2% diretto in Cina.
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La Via della seta, secondo Luigi Di Maio, doveva servire per vendere le nostre arance a Pechino. E invece è accaduto il contrario. Dal commercio alle infrastrutture, siamo diventati una colonia.I rapporti disinvolti con il colosso asiatico pongono anche problemi di sicurezza e sovranità. Da monitorare attentamente.Nelle Marche, i calzaturifici storici sono messi in crisi dalla concorrenza con gli occhi a mandorla.Lo speciale contiene tre articoli.La Via della seta? Un vero e proprio flop. Quello tra la Cina e l’Italia è un corteggiamento che dura da anni. Ci siamo finiti per bene sotto le lenzuola quando durante il Covid passò la best practice «Abbraccia un cinese». L’ apoteosi venne raggiunta da Di Maio quando disse che grazie ai nostri rapporti con la Cina, l’Italia si era salvata. È accaduto veramente ed era marzo 2020. «Chi ci ha deriso sulla Via della seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso di salvare vite in Italia», aveva detto l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio.Per giustificare quel memorandum d’intesa aveva usato il peggiore scudo: quello di salvare vite umane. Ed era tutto scritto lì: 20 marzo 2019.In quegli accordi ufficializzati a Villa Madama. L’intesa era storica. L’ Italia era il primo Paese del G7 ad aderire alla Via della seta. Trasporti, energia, impianti siderurgici, cantieri navali. Il pacchetto comprendeva 19 intese istituzionali e 10 accordi commerciali. Quel giorno, al tavolo, c’erano l’allora premier Giuseppe Conte, il presidente Xi Jinping - per Di Maio diventato Ping - e Giggino appunto, che sedeva alla destra del premier. A leggere le pompose parole, pareva in effetti qualcosa di grosso. Si trattava del memorandum di intesa sulla collaborazione nell’ambito della «Via delle seta economica» e della «Iniziativa per una Via della seta marittima del 21° secolo», e poi ancora, tirate il fiato, del protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra start up innovative e tecnologiche e del Memorandum d’intesa tra il Mise e il ministero del Commercio cinese sulla cooperazione nel settore del mercato elettronico.L’accordo, secondo Di Maio, che forse si credeva il nuovo Marco Polo, doveva servire a far vendere più arance siciliane in Cina, mentre per il Dragone, in realtà, era un progetto egemonico che sarebbe servito per rimettersi al centro dello scacchiere internazionale.Ma a proposito di arance è accaduto il contrario, siamo noi che compriamo frutta cinese; la Spagna, senza alcun memorandum d’intesa con Pechino, di arance nel 2019 ne esportò per il valore di 32 milioni; noi, stesso anno, appena 162.000 euro. Nel turismo vennero annunciati accordi del colosso cinese online Ctrip con aeroporti di Roma e Trenitalia; voli diretti con Ancona e Bari, intese con Basilicata, Sicilia, Marche, Umbria, Calabria e Puglia. E ora. Se fino a qualche mese fa l’Italia pareva tenere il piede in due scarpe, cercando di tenere i rapporti sia con Cina e Stati Uniti, ora Giorgia Meloni, al rientro dal suo viaggio atlantico, pare inserire in agenda il reset con il Paese del Dragone, senza farlo arrabbiare ovviamente. Il Memorandum scade il 24 marzo 2024 e si intende rinnovato in automatico se nessuna delle due parti comunica il recesso almeno tre mesi prima dalla scadenza. Quindi prima di Natale, esattamente il 23 dicembre 2023, Giorgia Meloni deve decidere. Deve decidere se restare a suonar serenate e corteggiare la Cina, che però indispettisce la Casa Bianca, o rompere con Pechino, senza danneggiare le aziende italiane. Quindi al posto del Memorandum è probabile vengano firmati nuovi accordi commerciali. Lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto ha detto che «aderire alla Via della seta fu un atto scellerato» e che sì, è possibile scioglierla ma «senza fare danni». «Noi abbiamo esportato un carico di arance in Cina, loro hanno triplicato in tre anni le esportazioni in Italia», ha detto Crosetto.«C’è troppo made in Cina in Italia e poco made in Italy in Cina», aveva detto Di Maio, e «l’accordo stipulato ha l’obiettivo di invertire questa tendenza». Dati alla mano, sull’osservatorio economico di infoMercatiEsteri, il deficit commerciale con Pechino è perfino raddoppiato. L’ export italiano verso la Cina dal 2020 al 2023 è passato dai 12.887,47 milioni del 2020, ai 15.690,98 milioni del 2021, ai 16.437,41 milioni del 2022, fino agli 8.310,85 milioni del 2023 (gennaio - aprile). L’import italiano invece dalla Cina è schizzato dai 32.144,4 milioni del 2020 ai 57.506,81 milioni del 2022. La differenza fra esportazioni e importazioni tra Italia e Cina è quindi peggiorata per noi, passando da -19,4 miliardi di euro del 2020 a - 41 miliardi del 2022. Insomma dei fiori d’arancio promessi dal neo inviato Ue per il Golfo Persico, nulla si è visto. Anzi.La spremuta in Italia è diventata cinese. Le arance italiane in Cina faticano ad arrivare, prezzi folli, viaggi costosi. Ce la caviamo con le pere. Di recente, in occasione della missione del ministro delle Dogane cinesi in Italia, è stato siglato il protocollo bilaterale d’intesa per autorizzarne l’esportazione verso Pechino dall’Italia. Ma questa intesa, pensate, è frutto di una attività negoziale partita nel 2017. Per il resto ovunque ti volti, è un frullato di occhi a mandorla. Belli, bellissimi per carità, ma il made in Italy? Secondo la Coldiretti, 1 pianta da frutto su 5, in Italia, è sparita negli ultimi anni: arance, pere, uva, mele, limoni. E questo a favore della concorrenza sleale della Cina. Per le nettarine, per esempio, quelle bocce di vitamine, sono scomparse quasi la metà delle piante. Per i pomodori invece, abbiamo l’invasione di quello cinese, tanto che Coldiretti e Filiera Italia, pochi giorni fa, hanno scritto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida per dire: occhio perché quello made in Oriente «costa la metà di quello tricolore» e quello importato ormai sale del 50%.Anche alcuni prodotti cosmetici sono fabbricati in Cina e con il certificato di libera vendita possono essere venduti in Italia. Ma i cinesi sono arrivati anche nella pulizia delle strade. Un’azienda nel veronese, a Sommacampagna, è stata costretta a fare a sportellate con i cinesi che copiano tutto e fregano anche le foto da mettere nei siti. O le scarpe di cui vi parleremo in queste due pagine. Poi le chincaglierie, l’oggettistica. C’è una azienda veneta, colosso negli articoli regalo, che compra quasi tutto dalla Cina, oggetti, componenti; fa arrivare il materiale in Italia e poi alza il prezzo al cliente.Poi i giocattoli. I vestiti. In ogni città che si rispetti ci sono i centri a «Tutto 1 euro» con dentro robe improponibili tipo vestiti che stanno in piedi da soli. Perfino le statue del presepe ci trovi a Natale. Per non parlare di tutti gli occhi a mandorla che ormai gestiscono locali interi. In ogni paese, anche il più piccolo, c’è l’ormai famoso bar dei cinesi. Che solitamente è quel luogo storico che gli anziani proprietari volevano vendere o dare ai figli e non ci sono riusciti. 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Insomma strade, porti, aeroporti, ma anche a ospedali, infrastrutture di rete e 5G. Ma il dubbio che tali accordi suggellati sotto forma di paternariato servano a infiltrarsi nelle strutture occidentali è forte. Secondo un rapporto del governo belga, le spie che lavorano direttamente o indirettamente per il governo cinese sono estremamente attive nella capitale dell’Ue. Scrive Agenparl, l’agenzia parlamentare per l’informazione politica, economica e sociale, che un documento pubblicato dal servizio di sicurezza belga ha rilevato che le spie cinesi sono estremamente attive nel Paese. «Le attività della Cina nel nostro Paese non si limitano alla proverbiale spia che ruba segreti di Stato o all’hacker che paralizza un’azienda essenziale o un servizio governativo da dietro il suo pc», si legge nel rapporto del governo. «Per promuovere i propri interessi, la Cina si affida a molte tecniche di influenza aperte e occulte che si svolgono in una zona grigia tra lobbismo, interferenza, influenza politica, spionaggio, ricatto economico e campagne di disinformazione. Si tratta di un groviglio di interazioni con numerosi attori statali e non statali che hanno legami con la Cina. È un gioco in cui la Cina è estremamente abile, perché è un Paese strettamente controllato con un alto grado di interdipendenza tra il governo e il mondo aziendale. A causa dell’elevato grado di controllo che lo Stato cinese e il Partito comunista cinese esercitano sulle aziende, sono in grado di far sì che queste ultime si impegnino nella strategia a lungo termine dello Stato e del partito». I «funzionari» cinesi, per esempio, sarebbero i contatti diplomatici, ma tengono d’occhio anche gruppi di amicizie o cercano individui che potrebbero essere di interesse per i servizi segreti cinesi. La Cina sarebbe molto attiva con tecniche di influenza nascosta per influenzare e addirittura ricattare economicamente la capitale belga e da lì l’Europa. Non solo. Parrebbe avvalersi anche di studenti che possano essere schierati per servire il Partito comunista cinese, ha fatto sapere il rappresentante fiammingo Kristof Slagmulder (Vlaams Belang). Infatti, il numero di studenti cinesi con un contratto di diploma nell’istruzione superiore fiamminga è stato quasi triplicato nel 2021-2022 rispetto al 2010-2011. E che la Cina si infiltri tra mondo accademico e laboratori di ricerca, lo aveva già delineato il Copasir quando con Adolfo Urso presentò la relazione sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022. I cinesi, avevano fatto sapere, sono presenti sempre più numerosi «nel mondo accademico e tra le start-up nazionali». Si insidiano in settori di mercato «come l’innovazione tecnologica», puntano a «penetrare il tessuto imprenditoriale per avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale». Ai loro occhi i nostri atenei sono «un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese». E non solo cultura e relazioni. Un rapporto dell’Ong Safeguard Defenders, un anno fa, aveva rivelato che nel mondo ci sarebbero cento posti di polizia segreti per controllare i cinesi. Da Pechino sostengono che facciano «solo» lavoro burocratico ma il sospetto che cerchino i dissidenti scappati all’estero è molto forte. In tutto il mondo ci sarebbero 102 stazioni di polizia. Undici in Italia tra Firenze, Prato, Milano, Roma, Bolzano, Venezia e la Sicilia. Il rapporto di Safeguard Defenders cita un accordo del 2015 preso con il ministero della Pubblica sicurezza cinese sui pattugliamenti congiunti, che avrebbe contribuito «direttamente» allo stabilimento di stazioni «pilota» a Milano nel 2016, da parte della polizia di Wenzhou, e nel 2018, da parte della polizia di Qingtian. La Cina però aveva smentito la ricostruzione della Ong spagnola, definendo le «stazioni di polizia» all’estero come «centri di servizi» per i cittadini cinesi necessari dopo lo scoppio della pandemia per aiutare i cinesi nel rinnovo dei documenti. Inquietante la presenza, svelata nel 2021, di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou, nella black list della Casa Bianca. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la gara Consip che ha affidato ai cinesi della controversa compagnia HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermate-dragone-cosi-cina-conquista-2662860420.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-va-a-finire-che-ci-fanno-pure-le-scarpe" data-post-id="2662860420" data-published-at="1691399671" data-use-pagination="False"> Ora va a finire che ci fanno pure le scarpe Fabio guarda sconsolato le scarpe sul mercatino del lungomare. Siamo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche. Fino a qualche anno fa lui le produceva le scarpe, le faceva, le intelaiava, le plasmava, le modellava. Con la sapienza nelle mani, prima addentava le puntine dei chiodi, poi energicamente le piantava sulla scarpa e lentamente questa prendeva forma. Ora invece ha smesso. Troppe tasse, nessuno che vuole fare più questo mestiere e alla fine ha chiuso. Ma soprattutto troppa concorrenza cinese. Per un periodo, dopo la chiusura della sua ditta, ha anche lavorato da alcuni cinesi, in nero gli davano 7, 8 euro l’ora. Qui funziona così, ci sono fabbriche di cinesi che producono calzature e che prendono a lavorare gli italiani. Fanno lavorare in nero, loro sgobbano 19 ore al giorno, i prezzi dei loro prodotti sono bassi, la gente che non arriva a fine mese compra scarpe a basso costo, e voilà la concorrenza è servita e vede in netto vantaggio la Cina. Anche Renzo Alessandrini, 75 anni, ha visto il mestiere prima afferrargli le dita e poi scivolargli tra le mani. Le sue, così consumate dal tempo, a suon di cuoio e scalpello. E anche Renzo ha visto i cinesi passargli davanti. Lui fa scarpe da quando aveva 11 anni, iniziò qui a Montegranaro, in questo paese coccolato dalle nubi e dal vento. Delle oltre 200 botteghe di artigiani che popolavano la zona del Fermano, ora sono una decina. Non ci sono eredi, non ci sono giovani, le uniche cose che abbondano sono le tasse, la burocrazia e i cinesi. E così l’artigianato d’eccellenza svanisce. Nel 2021 furono proprio le Marche a siglare un accordo con la Cina. Era un patto di cooperazione tra distretti e imprese calzaturiere marchigiani e della regione del Sichuan, nella parte sud - occidentale del Paese. Ma ci sono anche aziende italiane che vendono scarpe prodotte in Vietnam. Scarpe cucite dalle dita dei ragazzini che in Italia vengono rivendute a 300 euro al paio. Per non parlare delle ditte cinesi che copiano le scarpe tricolore rivendendole a basso costo. Ci sono calzature low cost create appositamente per il mercato italiano. Nel 2022 il flusso di scarpe Marche - Pechino è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, crescendo del 103,7%. E rispetto al 2019 l’aumento è stato del 191,8%. Il valore di scarpe che ha raggiunto la Cina è stato di 120,31 milioni di euro. Il pensiero che una o più griffe abbiano aumentato la produzione per il Dragone viene automatico. Ci sono aziende, infatti, che esportano scarpe di lusso. Della serie i cinesi comprano i nostri grandi marchi. E noi compriamo scarpe a basso costo. Pensate, che secondo il report di Hylink Digital Solutions Italy, filiale italiana della prima agenzia indipendente cinese di servizi di marketing digitale - esiste anche questa - il mercato delle calzature in Cina è in forte crescita. Euromonitor stima che la Cina è il primo paese produttore ed esportatore di calzature nel mondo - in Europa è l’Italia - ma i suoi consumatori sono a loro volta grandi acquirenti di scarpe di brand stranieri, soprattutto del lusso. Ciò è dovuto all’aumento della classe media nel Paese, con reddito medio alto e maggior capacità di acquisto. Anche se proprio in questo periodo, c’è da dire, mentre il mondo combatte con l’inflazione, l’economia cinese si sta avvitando rischiando la deflazione. Secondo le rilevazioni di infomercatiesteri.it, nel 2021 le esportazioni di calzature dall’Italia verso la Cina hanno registrato un incremento del 36,3%, per un ammontare di circa 420 milioni di euro. Un mese e mezzo fa a Milano all’East End Studios di via Mecenate si è tenuto il Misaf 2023, il salone internazionale della calzatura, ed erano presenti 60 aziende asiatiche del comparto. Il settore del mercato delle calzature in Cina ogni anno produce 14 miliardi di paia di scarpe. Gran parte di queste sono destinate all’export, per un giro d’affari che nel 2022 è ammontato, stando ai dati forniti dall’agenzia delle dogane cinese, a 62 miliardi di dollari, segnando un + 20,25% rispetto al 2021. Nel 2022 se si sommano le importazioni e le esportazioni di scarpe cinesi si raggiungono i 68,2 miliardi di dollari, per un + 17,6%. L’export verso l’Europa vale 1,1 miliardi di dollari. In Italia il settore calzaturiero italiano nel 2021 fattura 9,5 miliardi di euro. Nel 2019 oltre 14,2 miliardi e occupava 75 mila addetti, il solo comparto marchigiano, pensate, pesava per circa il 32% e l’85% della produzione era destinata all’estero, ma solo l’1,2% diretto in Cina.
Marco Arenare
Partiamo quindi dall’inizio. Come mai ha scelto di diventare un incursore della Marina militare italiana?
«Sono nato a Policastro Bussentino, nel Cilento, dove il mare e il fiume Bussento erano il nostro campo giochi. Da ragazzini, alla foce del fiume, ci hanno avviato alla canoa: accompagnavamo i turisti nelle escursioni e con quel poco ci pagavamo le trasferte per le gare. Da lì la maglia azzurra e un argento ai Mondiali Junior del 1990. Poi la leva in Marina, sulla fregata Scirocco. Alla Spezia, in un capannone del centro sportivo, trovai un vecchio kayak olimpico in legno, impolverato e destinato alla distruzione: chiesi di poterlo sistemare e, pezzo dopo pezzo, lo riportai in acqua. In quel gesto c’era già tutto: la cura delle cose, la pazienza, il non arrendersi davanti a ciò che sembra finito. Quando mi parlarono degli incursori del Varignano risposi che prima dovevo vincere il concorso per sottufficiali: una cosa per volta. Così è stato. Poi il 46° corso Incursori e il Basco Verde. Non cercavo un lavoro, cercavo una vocazione: stare dove la selezione è più dura, al servizio del Paese».
Com’è stata l’esperienza dell’addestramento?
«Il percorso per diventare incursore è lungo e durissimo: su tanti che ci provano, pochissimi arrivano in fondo. Non si cerca il superuomo: si cerca chi non molla quando il corpo dice basta. Nuoto da combattimento, immersioni, paracadutismo, tiro, esplosivi: ogni fase toglie il superfluo e lascia solo l’essenziale. Ma la vera lezione è mentale: impari che il limite è quasi sempre più lontano di dove credi che sia. E impari l’umiltà, perché al Varignano c’è sempre qualcuno più bravo di te da cui rubare il mestiere. L’addestramento, poi, non finisce mai: in trent’anni non ho smesso di studiare, dai corsi fatti negli Stati Uniti accanto ai reparti speciali americani fino a quelli per imparare a guidare le persone e le organizzazioni, seguiti negli ultimi anni in Nato. L’operatore che smette di imparare è un operatore che ha già perso».
Quali missioni ha svolto all’estero e quale è stata la più difficile?
«Ho servito per tre decenni nel Gruppo operativo incursori, in operazioni nazionali e internazionali in diversi teatri, e per un periodo sono stato distaccato nei reparti speciali della Marina americana, i Navy Seal, lavorando fianco a fianco con loro. Molti dettagli, per riservatezza, non si possono raccontare. Posso parlare di due episodi a Herat, in Afghanistan, perché le motivazioni delle decorazioni sono pubbliche. Il primo: un’operazione contro il terrorismo per la liberazione di ostaggi, conclusa con 31 persone liberate, tra cui sei italiani. Il secondo, durante l’operazione Maashin IV: nel corso di violenti combattimenti un mio commilitone è stato ferito gravemente; l’ho raggiunto, ho messo in sicurezza la zona e gli ho prestato le prime cure. È stata la missione più difficile, non per il pericolo in sé, ma perché in quei momenti hai nelle mani la vita di un fratello. Tutto l’addestramento di una vita si comprime in pochi minuti. Le medaglie che ne sono seguite le sento come un riconoscimento al reparto, prima che a me».
Lei è stato anche soccorritore militare. Cosa significa fare il «medic» nelle forze speciali?
«Mi sono qualificato come paramedico delle forze speciali alla scuola di medicina militare dell’esercito americano, e ho applicato sul campo le procedure di soccorso in combattimento. Il soccorritore è l’assicurazione sulla vita della squadra: devi essere un operatore completo, capace di combattere come gli altri, ma quando qualcuno cade tocca a te. È come fare il medico del pronto soccorso, ma di notte, sotto il fuoco e con il solo materiale che ti porti addosso. La differenza tra la vita e la morte si gioca nei primi minuti e nella qualità delle decisioni che prendi. È una responsabilità enorme, ma è anche il ruolo che più mi ha insegnato il valore della vita umana».
Com’è stata la transizione alla vita civile? Più difficoltà o più opportunità?
«Entrambe. Quando togli l’uniforme dopo trent’anni, la prima sfida è l’identità: non sei più il tuo grado e il tuo reparto, devi ridefinirti. Il mio ultimo incarico mi ha aiutato molto: dal 2019 al 2023 sono stato il consigliere sottufficiale più anziano nel quartier generale delle forze speciali della Nato, in Belgio, nell’ufficio che sviluppa le capacità dei reparti speciali marittimi di tutti i Paesi alleati. Lì ho lavorato a livello strategico e ho investito sulla mia formazione: corsi di organizzazione aziendale, di gestione e crescita delle persone, di preparazione mentale. Ho scoperto che ciò che impari nelle operazioni speciali, guidare uomini, pianificare, gestire il rischio, decidere sotto pressione, è esattamente ciò che manca a molte aziende. Anche qui ho applicato la regola di sempre: una cosa per volta. La transizione è difficile se la subisci, è un’opportunità se la pianifichi come una missione».
Cos’è Novamas?
«Novamas Global è la società che ho fondato. Siamo veterani e ci vediamo come un ponte tra l’industria e chi opera sul campo. Da una parte aiutiamo Forze armate e Forze dell’Ordine ad analizzare le proprie esigenze e a scegliere i materiali giusti, con consulenza, forniture e formazione avanzata: ciò che proponiamo lo abbiamo usato o messo alla prova di persona. Dall’altra affianchiamo le aziende che vogliono capire meglio l’ambiente militare, per costruire prodotti davvero aderenti a chi li userà. Il nostro chiodo fisso è perfezionare l’integrazione tra l’operatore e lo strumento: la tecnologia migliore vale poco se non è costruita intorno all’uomo che la impiega. Lavoriamo molto anche sulla difesa contro i droni. Per noi è un modo di restituire qualcosa alla comunità che ci ha formati».
Com’è cambiata la guerra di oggi?
«Il campo di battaglia sta diventando una casa di vetro: satelliti, droni e sensori vedono tutto, sempre. Nascondersi è sempre più difficile e ciò che viene visto può essere colpito in pochi minuti. Non è uno scenario futuro: sta succedendo adesso, e l’Ucraina è il laboratorio di questa trasformazione. La seconda rivoluzione è una sfida tra Davide e Golia: un piccolo drone da poche centinaia di euro, poco più di un giocattolo modificato, può distruggere un carro armato da milioni. La terza, che per la mia esperienza è la più importante, è la velocità con cui bisogna adattarsi: tattiche e contromisure cambiano nel giro di settimane, non di anni. Chi non regge questo ritmo è già sconfitto».
Quanto contano i droni e come ci si difende?
«I droni sono ormai dappertutto: osservano, colpiscono, guidano il fuoco dell’artiglieria, trasportano rifornimenti, e cominciano a muoversi in sciami coordinati, come stormi di uccelli. E la minaccia non riguarda solo i campi di battaglia: aeroporti, infrastrutture e grandi eventi sono vulnerabili anche in tempo di pace, come dimostrano le incursioni che si stanno verificando sui cieli europei. Difendersi, a mio avviso, funziona come proteggere una casa: prima serve l’allarme che si accorge dell’intruso, cioè antenne e radar che rilevano il drone; poi la telecamera che lo riconosce e capisce se è una minaccia; infine, l’intervento che lo ferma, accecandolo, cioè interrompendo il collegamento con chi lo guida e il segnale satellitare che lo orienta, oppure abbattendolo. Non esiste una soluzione unica: serve un sistema a più strati e, soprattutto, persone addestrate a usarlo. È uno dei campi su cui con Novamas lavoriamo ogni giorno».
La domanda da un milione di dollari: come immagina le guerre di domani?
«Premetto che è un parere personale, maturato sul campo e negli anni in Nato: nessuno ha la sfera di cristallo, e il futuro della guerra è già in atto sotto i nostri occhi. Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di informazioni, e il campo di battaglia non fa eccezione: ogni sensore, ogni drone, ogni satellite riversa fiumi di dati nei posti di comando. La vera sfida non è più raccogliere informazioni, è filtrarle: separare ciò che conta dal rumore e decidere nel più breve tempo possibile. Come negli scacchi giocati a tempo: vince chi trova la mossa giusta più in fretta dell’avversario. È la superiorità decisionale, e l’intelligenza artificiale sta già dando ai comandanti questo vantaggio, comprimendo in secondi analisi che fino a ieri richiedevano ore. E non esisteranno più una guerra di terra, una di mare e una di cielo separate: terra, mare, cielo, spazio e mondo digitale stanno diventando un unico campo di battaglia, con macchine sempre più autonome e uomini sempre più protetti e decisivi. Ma la tecnologia cambia il volto della guerra, non la sua natura: alla fine contano sempre la volontà, l’addestramento e i valori di chi combatte. Per questo continueranno a servire professionisti seri e silenziosi. La macchina calcola, ma la responsabilità di decidere resta umana. Almeno per ora».
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L’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Vincenzo Camporini (Imagoeconomica)
Come Donald Trump, sta per compiere 80 anni, ma il generale Vincenzo Camporini preferisce non fare parallelismi e sorride quando gli facciamo notare la coincidenza. Perché l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare non potrebbe avere visione più distante rispetto all’agire dell’inquilino della Casa Bianca e aggiunge ridendo, ma non troppo: «E comunque nonostante l’età, io sono solito contraddirmi un po’ meno».
Generale, Trump è a un passo dall’accordo con l’Iran. Forse vuole farsi un regalo di compleanno, però qualcosa si è smosso in Medio Oriente. A partire dalla questione Hormuz.
«Prima di tutto, definiamolo per quello che è, o meglio sembra per quello che trapela in queste ore. Ovvero si tratta di un accordo prima dell’accordo. Ovvero un elenco di punti, un memorandum dal quale tra l’altro è scomparsa anche una voce fondamentale: il nucleare. Quindi la definirei una dichiarazione di intenti più che un accordo, che andrà discussa e rimodellata nell’arco di una sessantina di giorni o poco più. Solo a quel punto si capirà se da questa tregua o pace armata, chiamatela come preferite, emergerà un documento per l’accordo. Perché a oggi si tratta soltanto di un pdf con firme a distanza e non in presenza».
Ci sta dicendo che un incontro, come sembrava dovesse essere all’inizio, a Ginevra, avrebbe avuto un significato totalmente diverso?
«Certo, Ginevra sarebbe stata la città ideale, nella Nato ma non nell’Unione europea, quindi, indirettamente sarebbe stata sottolineata l’insoddisfazione di Trump verso gli alleati europei senza, però, escludere l’Europa dal cuore delle trattative. Si sarebbe trattato sì una mossa diplomatica molto astuta e una soluzione intelligente. Le tre parti in causa, Iran, Pakistan e Usa, sembravano convinti che la scelta di far diventare la cittadina svizzera l’ombelico del mondo occidentale fosse quella giusta ma così non è stato. Una ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza di questo accordo. A oggi, ovviamente. Si tratta di una base su cui lavorare».
A proposito degli attori chiamati in campo per lavorare al piano di pace, Trump sembra avere le idee chiare: gli alleati europei fino a oggi non sono stati d’aiuto per arrivare alla pace con l’Iran ma in futuro potranno essere molto utili. Qual è il valore aggiunto a cui pensa, secondo lei, il presidente Usa?
«Uno dei problemi fondamentali per la riapertura della navigazione a Hormuz è quello delle mine e, da questo punto di vista, gli americani hanno soltanto quattro cacciamine di vecchia generazione, navi militari progettate per localizzare, disattivare e distruggere mine navali. Questo perché l’esercito Usa aveva deciso che la lotta alle mine sarebbe stata una battaglia che non lo avrebbe più riguardato da vicino. Quindi, se servisse un’operazione di pulizia veloce e puntuale, allora nel campo dello sminamento l’Unione europea potrebbe essere fortemente d’aiuto con la sua tecnica innovativa in materia e sarebbe in grado di colmare questo gap militare non indifferente. Si tratterebbe non di una scelta politica ma strategica. Le Marine europee, tra cui quella italiana, tedesca, francese e britannica, mantengono flotte specializzate con scafi amagnetici per evitare l’attivazione di ordigni, sensori sonar avanzati e droni subacquei».
Cosa ne pensa del disimpegno militare degli Usa nella Nato?
«Non sono sorpreso dalle ultime dichiarazioni di Trump sulla sua volontà di rivedere il suo impegno militare nella Nato perché sono dichiarazioni assolutamente in linea con altre già fatte in passato. A me quello che colpisce di più è la diminuzione della presenza di soldati americani in Europa perché è la presenza umana a fare la differenza: se gli Usa portano via uomini e chiudono le basi militari, la loro influenza e capacità operativa è destinata a sparire in questo quadrante geografico. Pensiamo, per esempio, alla presenza dei soldati a Sigonella: la dipartita americana diventerebbe un problema per la pianificazione di un eventuale attacco».
Nell’ultimo mese abbiamo perso il conto del numero di annunci di pace imminente fatti dal presidente Trump: questa tecnica dell’annuncio/smentita funziona? Vale la regola nota in comunicazione: la smentita è comunque una notizia data due volte?
«Dal punto di vista politico e militare, il metodo trumpiano crea confusione ma è chiaramente una tecnica riconosciuta. Ovvero gettare fumo negli occhi del nemico e, secondo lui, può servire a migliorare la posizione negoziale nei trattati. Un generatore di caos e alone di incertezza può, forse, fornire un vantaggio, ma quel che mi sembra chiaro è che il suo modus operandi funziona negli affari e nel business ma non funziona in politica.
Quali sono le sue previsioni per il G7 appena iniziato?
«Trump ha fortemente bisogno di poter dichiarare vittoria, quindi il presidente Usa arriverà con questo memorandum tra le mani e, anche se non si tratta di un accordo, potrà farlo valere come tale e da quel momento gli Usa, ne sono certo, saranno disposti a rispettare al 100% il cessate il fuoco. Da questo punto di vista almeno sono ottimista, cioè ci sarà una motivazione in più per non tornare a violare la tregua. E forse la guerra potrebbe fermarsi».
Questa settimana c’è stata una perdita sul campo, un elicottero Apache è caduto nell’area dello Stretto di Hormuz, abbattuto dalle forze iraniane. Da ex generale dell’Aeronautica militare, ha paura che episodi come questo possano ripetersi?
«Succederà, perché ci sono incidenti dovuti a una reazione del nemico e poi ci sono incidenti che possono essere utilizzati in forma provocatoria. Da oggi c’è una tregua che corre sul filo del rasoio e la cui violazione può essere adoperata per ampliare la capacità provocatoria da entrambe le parti».
Trump rischia di dichiarare la fine di un conflitto che pone l’Occidente in una situazione peggiore rispetto all’inizio della guerra. Costi senza benefici?
«Sicuramente è una situazione peggiore di prima perché, fino al giorno antecedente all’attacco, nessuno aveva mai osato mettere in discussione lo Stretto di Hormuz, quindi aspettiamoci una finta vittoria: un memorandum d’intesa sul proseguo delle trattative, non è chiaro fino a quando. E, in contemporanea, aspettiamoci che Trump sbandieri l’accordo come una vittoria che, però, come dicevamo, legherà le mani agli Usa. Semplicemente per il fatto di doverlo rispettare a prescindere».
Che da una parte comporta un aspetto positivo…
«Lui ha bisogno politicamente, in vista delle elezioni di Midterm, di dichiarare vittoria; quindi, avrà tra le mani questo memorandum che non è un accordo, ma potrà far valere come tale e lo obbligherà a non violare il cessate il fuoco. Quindi, da quel punto di vista almeno, sono ottimista».
Ma allora ci sta dicendo che la guerra in Iran sta per finire?
«Secondo me sì, in modo peggiore rispetto al passato. Il passaggio del commercio per le truppe navali ha il sapore di un negoziato molto, molto costoso. Inoltre, il nucleare non compare più nella trattativa: gli iraniani lo avrebbero incavernato e protetto da mine in modo da renderne davvero impossibile il recupero. Vedremo se sarà oggetto dei prossimi negoziati che, quindi, si prolungheranno».
Camporini, con la sua grande esperienza, ci dice qual è stato l’errore più grave dal punto di vista militare che ha compiuto Trump?
«C’è stato un immenso errore di intelligence prima di tutto: pensare che il regime di Teheran al primo squillo di tromba sarebbe crollato e corso nelle braccia degli americani. E anche Netanyahu se ne faccia una ragione. Il cambio di vertice tra gli ayatollah sembrava l’unica alternativa concreta e, invece, così non è stato. Per fortuna non siamo arrivati alla missione di terra che sarebbe stata un suicidio americano. Gli esempi passati hanno ricordato alla Casa Bianca il numero di perdite a cui sarebbero andati incontro e che gli Usa, in questo momento, non si sarebbero mai potuti permettere».
Lei ha parlato di Netanyahu, l’esercito israeliano non è disposto a fermarsi?
«Netanyahu è coerente con il suo intento di difendere e controllare i suoi confini. L’esercito ha problemi non tattici e militari ma di lunghezza delle operazioni, di durata. Mi spiego. I soldati israeliani sono soprattutto riservisti e la loro difficoltà è il tempo che devono dedicare alle operazioni: se la guerra continuerà a durare, chi lavorava e produceva Pil, non potrà più permettersi di farlo, perché è lontano dalla famiglia e non guadagna più come prima. E, tra l’altro, questo è anche un danno per l’economia israeliana. Quindi il problema per loro è che lo sforzo non diventi troppo prolungato.
Dopo questa guerra l’Occidente dal punto di vista militare esce indebolito?
«Un po’ è comprensibile, ma il tutto va tenuto in considerazione con i limiti dell’agire che si è scelto di imporsi. E la Cina, che potrebbe essere l’unico osservatore a trarre qualche vantaggio da questa considerazione, non mi preoccupa perché gli orientali ragionano in modo diverso da noi: pensano e pianificano in termini di anni e non di mesi».
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Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
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