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2023-08-07
Fermate quel Dragone. Così la Cina ci conquista
iStock
La Via della seta? Un vero e proprio flop. Quello tra la Cina e l’Italia è un corteggiamento che dura da anni. Ci siamo finiti per bene sotto le lenzuola quando durante il Covid passò la best practice «Abbraccia un cinese». L’ apoteosi venne raggiunta da Di Maio quando disse che grazie ai nostri rapporti con la Cina, l’Italia si era salvata. È accaduto veramente ed era marzo 2020. «Chi ci ha deriso sulla Via della seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso di salvare vite in Italia», aveva detto l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Per giustificare quel memorandum d’intesa aveva usato il peggiore scudo: quello di salvare vite umane. Ed era tutto scritto lì: 20 marzo 2019.
In quegli accordi ufficializzati a Villa Madama. L’intesa era storica. L’ Italia era il primo Paese del G7 ad aderire alla Via della seta. Trasporti, energia, impianti siderurgici, cantieri navali. Il pacchetto comprendeva 19 intese istituzionali e 10 accordi commerciali. Quel giorno, al tavolo, c’erano l’allora premier Giuseppe Conte, il presidente Xi Jinping - per Di Maio diventato Ping - e Giggino appunto, che sedeva alla destra del premier.
A leggere le pompose parole, pareva in effetti qualcosa di grosso. Si trattava del memorandum di intesa sulla collaborazione nell’ambito della «Via delle seta economica» e della «Iniziativa per una Via della seta marittima del 21° secolo», e poi ancora, tirate il fiato, del protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra start up innovative e tecnologiche e del Memorandum d’intesa tra il Mise e il ministero del Commercio cinese sulla cooperazione nel settore del mercato elettronico.
L’accordo, secondo Di Maio, che forse si credeva il nuovo Marco Polo, doveva servire a far vendere più arance siciliane in Cina, mentre per il Dragone, in realtà, era un progetto egemonico che sarebbe servito per rimettersi al centro dello scacchiere internazionale.
Ma a proposito di arance è accaduto il contrario, siamo noi che compriamo frutta cinese; la Spagna, senza alcun memorandum d’intesa con Pechino, di arance nel 2019 ne esportò per il valore di 32 milioni; noi, stesso anno, appena 162.000 euro.
Nel turismo vennero annunciati accordi del colosso cinese online Ctrip con aeroporti di Roma e Trenitalia; voli diretti con Ancona e Bari, intese con Basilicata, Sicilia, Marche, Umbria, Calabria e Puglia. E ora.
Se fino a qualche mese fa l’Italia pareva tenere il piede in due scarpe, cercando di tenere i rapporti sia con Cina e Stati Uniti, ora Giorgia Meloni, al rientro dal suo viaggio atlantico, pare inserire in agenda il reset con il Paese del Dragone, senza farlo arrabbiare ovviamente.
Il Memorandum scade il 24 marzo 2024 e si intende rinnovato in automatico se nessuna delle due parti comunica il recesso almeno tre mesi prima dalla scadenza. Quindi prima di Natale, esattamente il 23 dicembre 2023, Giorgia Meloni deve decidere.
Deve decidere se restare a suonar serenate e corteggiare la Cina, che però indispettisce la Casa Bianca, o rompere con Pechino, senza danneggiare le aziende italiane. Quindi al posto del Memorandum è probabile vengano firmati nuovi accordi commerciali. Lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto ha detto che «aderire alla Via della seta fu un atto scellerato» e che sì, è possibile scioglierla ma «senza fare danni». «Noi abbiamo esportato un carico di arance in Cina, loro hanno triplicato in tre anni le esportazioni in Italia», ha detto Crosetto.
«C’è troppo made in Cina in Italia e poco made in Italy in Cina», aveva detto Di Maio, e «l’accordo stipulato ha l’obiettivo di invertire questa tendenza».
Dati alla mano, sull’osservatorio economico di infoMercatiEsteri, il deficit commerciale con Pechino è perfino raddoppiato. L’ export italiano verso la Cina dal 2020 al 2023 è passato dai 12.887,47 milioni del 2020, ai 15.690,98 milioni del 2021, ai 16.437,41 milioni del 2022, fino agli 8.310,85 milioni del 2023 (gennaio - aprile). L’import italiano invece dalla Cina è schizzato dai 32.144,4 milioni del 2020 ai 57.506,81 milioni del 2022. La differenza fra esportazioni e importazioni tra Italia e Cina è quindi peggiorata per noi, passando da -19,4 miliardi di euro del 2020 a - 41 miliardi del 2022.
Insomma dei fiori d’arancio promessi dal neo inviato Ue per il Golfo Persico, nulla si è visto. Anzi.
La spremuta in Italia è diventata cinese. Le arance italiane in Cina faticano ad arrivare, prezzi folli, viaggi costosi. Ce la caviamo con le pere. Di recente, in occasione della missione del ministro delle Dogane cinesi in Italia, è stato siglato il protocollo bilaterale d’intesa per autorizzarne l’esportazione verso Pechino dall’Italia. Ma questa intesa, pensate, è frutto di una attività negoziale partita nel 2017.
Per il resto ovunque ti volti, è un frullato di occhi a mandorla.
Belli, bellissimi per carità, ma il made in Italy? Secondo la Coldiretti, 1 pianta da frutto su 5, in Italia, è sparita negli ultimi anni: arance, pere, uva, mele, limoni. E questo a favore della concorrenza sleale della Cina. Per le nettarine, per esempio, quelle bocce di vitamine, sono scomparse quasi la metà delle piante. Per i pomodori invece, abbiamo l’invasione di quello cinese, tanto che Coldiretti e Filiera Italia, pochi giorni fa, hanno scritto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida per dire: occhio perché quello made in Oriente «costa la metà di quello tricolore» e quello importato ormai sale del 50%.
Anche alcuni prodotti cosmetici sono fabbricati in Cina e con il certificato di libera vendita possono essere venduti in Italia.
Ma i cinesi sono arrivati anche nella pulizia delle strade.
Un’azienda nel veronese, a Sommacampagna, è stata costretta a fare a sportellate con i cinesi che copiano tutto e fregano anche le foto da mettere nei siti.
O le scarpe di cui vi parleremo in queste due pagine. Poi le chincaglierie, l’oggettistica. C’è una azienda veneta, colosso negli articoli regalo, che compra quasi tutto dalla Cina, oggetti, componenti; fa arrivare il materiale in Italia e poi alza il prezzo al cliente.
Poi i giocattoli. I vestiti. In ogni città che si rispetti ci sono i centri a «Tutto 1 euro» con dentro robe improponibili tipo vestiti che stanno in piedi da soli. Perfino le statue del presepe ci trovi a Natale. Per non parlare di tutti gli occhi a mandorla che ormai gestiscono locali interi. In ogni paese, anche il più piccolo, c’è l’ormai famoso bar dei cinesi. Che solitamente è quel luogo storico che gli anziani proprietari volevano vendere o dare ai figli e non ci sono riusciti. Paese che vai usanza che trovi.
Dalla polizia parallela alle telecamere nei luoghi strategici
L’ambizioso progetto della nuova Via della seta, promosso nel 2013 e che collega la Cina con l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa, l’Europa e l’America Latina, venne definito dallo stesso Xi Jinping, al discorso inaugurale del 14 maggio 2017, come la «strada per la pace».
Xi Jinping sostenne che chi vi aderisce entri a far parte di un sistema di connessioni infrastrutturali che facilita il trasporto e la circolazione terrestre, marittima, aerea e digitale delle merci e delle persone. Insomma strade, porti, aeroporti, ma anche a ospedali, infrastrutture di rete e 5G.
Ma il dubbio che tali accordi suggellati sotto forma di paternariato servano a infiltrarsi nelle strutture occidentali è forte.
Secondo un rapporto del governo belga, le spie che lavorano direttamente o indirettamente per il governo cinese sono estremamente attive nella capitale dell’Ue. Scrive Agenparl, l’agenzia parlamentare per l’informazione politica, economica e sociale, che un documento pubblicato dal servizio di sicurezza belga ha rilevato che le spie cinesi sono estremamente attive nel Paese.
«Le attività della Cina nel nostro Paese non si limitano alla proverbiale spia che ruba segreti di Stato o all’hacker che paralizza un’azienda essenziale o un servizio governativo da dietro il suo pc», si legge nel rapporto del governo.
«Per promuovere i propri interessi, la Cina si affida a molte tecniche di influenza aperte e occulte che si svolgono in una zona grigia tra lobbismo, interferenza, influenza politica, spionaggio, ricatto economico e campagne di disinformazione. Si tratta di un groviglio di interazioni con numerosi attori statali e non statali che hanno legami con la Cina. È un gioco in cui la Cina è estremamente abile, perché è un Paese strettamente controllato con un alto grado di interdipendenza tra il governo e il mondo aziendale. A causa dell’elevato grado di controllo che lo Stato cinese e il Partito comunista cinese esercitano sulle aziende, sono in grado di far sì che queste ultime si impegnino nella strategia a lungo termine dello Stato e del partito».
I «funzionari» cinesi, per esempio, sarebbero i contatti diplomatici, ma tengono d’occhio anche gruppi di amicizie o cercano individui che potrebbero essere di interesse per i servizi segreti cinesi.
La Cina sarebbe molto attiva con tecniche di influenza nascosta per influenzare e addirittura ricattare economicamente la capitale belga e da lì l’Europa.
Non solo. Parrebbe avvalersi anche di studenti che possano essere schierati per servire il Partito comunista cinese, ha fatto sapere il rappresentante fiammingo Kristof Slagmulder (Vlaams Belang).
Infatti, il numero di studenti cinesi con un contratto di diploma nell’istruzione superiore fiamminga è stato quasi triplicato nel 2021-2022 rispetto al 2010-2011.
E che la Cina si infiltri tra mondo accademico e laboratori di ricerca, lo aveva già delineato il Copasir quando con Adolfo Urso presentò la relazione sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022. I cinesi, avevano fatto sapere, sono presenti sempre più numerosi «nel mondo accademico e tra le start-up nazionali». Si insidiano in settori di mercato «come l’innovazione tecnologica», puntano a «penetrare il tessuto imprenditoriale per avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale». Ai loro occhi i nostri atenei sono «un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese».
E non solo cultura e relazioni.
Un rapporto dell’Ong Safeguard Defenders, un anno fa, aveva rivelato che nel mondo ci sarebbero cento posti di polizia segreti per controllare i cinesi. Da Pechino sostengono che facciano «solo» lavoro burocratico ma il sospetto che cerchino i dissidenti scappati all’estero è molto forte. In tutto il mondo ci sarebbero 102 stazioni di polizia. Undici in Italia tra Firenze, Prato, Milano, Roma, Bolzano, Venezia e la Sicilia.
Il rapporto di Safeguard Defenders cita un accordo del 2015 preso con il ministero della Pubblica sicurezza cinese sui pattugliamenti congiunti, che avrebbe contribuito «direttamente» allo stabilimento di stazioni «pilota» a Milano nel 2016, da parte della polizia di Wenzhou, e nel 2018, da parte della polizia di Qingtian.
La Cina però aveva smentito la ricostruzione della Ong spagnola, definendo le «stazioni di polizia» all’estero come «centri di servizi» per i cittadini cinesi necessari dopo lo scoppio della pandemia per aiutare i cinesi nel rinnovo dei documenti.
Inquietante la presenza, svelata nel 2021, di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou, nella black list della Casa Bianca. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la gara Consip che ha affidato ai cinesi della controversa compagnia HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure.
Ora va a finire che ci fanno pure le scarpe
Fabio guarda sconsolato le scarpe sul mercatino del lungomare. Siamo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche. Fino a qualche anno fa lui le produceva le scarpe, le faceva, le intelaiava, le plasmava, le modellava. Con la sapienza nelle mani, prima addentava le puntine dei chiodi, poi energicamente le piantava sulla scarpa e lentamente questa prendeva forma.
Ora invece ha smesso. Troppe tasse, nessuno che vuole fare più questo mestiere e alla fine ha chiuso. Ma soprattutto troppa concorrenza cinese.
Per un periodo, dopo la chiusura della sua ditta, ha anche lavorato da alcuni cinesi, in nero gli davano 7, 8 euro l’ora. Qui funziona così, ci sono fabbriche di cinesi che producono calzature e che prendono a lavorare gli italiani.
Fanno lavorare in nero, loro sgobbano 19 ore al giorno, i prezzi dei loro prodotti sono bassi, la gente che non arriva a fine mese compra scarpe a basso costo, e voilà la concorrenza è servita e vede in netto vantaggio la Cina.
Anche Renzo Alessandrini, 75 anni, ha visto il mestiere prima afferrargli le dita e poi scivolargli tra le mani. Le sue, così consumate dal tempo, a suon di cuoio e scalpello.
E anche Renzo ha visto i cinesi passargli davanti. Lui fa scarpe da quando aveva 11 anni, iniziò qui a Montegranaro, in questo paese coccolato dalle nubi e dal vento. Delle oltre 200 botteghe di artigiani che popolavano la zona del Fermano, ora sono una decina. Non ci sono eredi, non ci sono giovani, le uniche cose che abbondano sono le tasse, la burocrazia e i cinesi.
E così l’artigianato d’eccellenza svanisce. Nel 2021 furono proprio le Marche a siglare un accordo con la Cina. Era un patto di cooperazione tra distretti e imprese calzaturiere marchigiani e della regione del Sichuan, nella parte sud - occidentale del Paese.
Ma ci sono anche aziende italiane che vendono scarpe prodotte in Vietnam. Scarpe cucite dalle dita dei ragazzini che in Italia vengono rivendute a 300 euro al paio.
Per non parlare delle ditte cinesi che copiano le scarpe tricolore rivendendole a basso costo. Ci sono calzature low cost create appositamente per il mercato italiano.
Nel 2022 il flusso di scarpe Marche - Pechino è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, crescendo del 103,7%. E rispetto al 2019 l’aumento è stato del 191,8%. Il valore di scarpe che ha raggiunto la Cina è stato di 120,31 milioni di euro. Il pensiero che una o più griffe abbiano aumentato la produzione per il Dragone viene automatico.
Ci sono aziende, infatti, che esportano scarpe di lusso. Della serie i cinesi comprano i nostri grandi marchi. E noi compriamo scarpe a basso costo.
Pensate, che secondo il report di Hylink Digital Solutions Italy, filiale italiana della prima agenzia indipendente cinese di servizi di marketing digitale - esiste anche questa - il mercato delle calzature in Cina è in forte crescita.
Euromonitor stima che la Cina è il primo paese produttore ed esportatore di calzature nel mondo - in Europa è l’Italia - ma i suoi consumatori sono a loro volta grandi acquirenti di scarpe di brand stranieri, soprattutto del lusso.
Ciò è dovuto all’aumento della classe media nel Paese, con reddito medio alto e maggior capacità di acquisto. Anche se proprio in questo periodo, c’è da dire, mentre il mondo combatte con l’inflazione, l’economia cinese si sta avvitando rischiando la deflazione. Secondo le rilevazioni di infomercatiesteri.it, nel 2021 le esportazioni di calzature dall’Italia verso la Cina hanno registrato un incremento del 36,3%, per un ammontare di circa 420 milioni di euro.
Un mese e mezzo fa a Milano all’East End Studios di via Mecenate si è tenuto il Misaf 2023, il salone internazionale della calzatura, ed erano presenti 60 aziende asiatiche del comparto.
Il settore del mercato delle calzature in Cina ogni anno produce 14 miliardi di paia di scarpe. Gran parte di queste sono destinate all’export, per un giro d’affari che nel 2022 è ammontato, stando ai dati forniti dall’agenzia delle dogane cinese, a 62 miliardi di dollari, segnando un + 20,25% rispetto al 2021.
Nel 2022 se si sommano le importazioni e le esportazioni di scarpe cinesi si raggiungono i 68,2 miliardi di dollari, per un + 17,6%. L’export verso l’Europa vale 1,1 miliardi di dollari.
In Italia il settore calzaturiero italiano nel 2021 fattura 9,5 miliardi di euro. Nel 2019 oltre 14,2 miliardi e occupava 75 mila addetti, il solo comparto marchigiano, pensate, pesava per circa il 32% e l’85% della produzione era destinata all’estero, ma solo l’1,2% diretto in Cina.
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La Via della seta, secondo Luigi Di Maio, doveva servire per vendere le nostre arance a Pechino. E invece è accaduto il contrario. Dal commercio alle infrastrutture, siamo diventati una colonia.I rapporti disinvolti con il colosso asiatico pongono anche problemi di sicurezza e sovranità. Da monitorare attentamente.Nelle Marche, i calzaturifici storici sono messi in crisi dalla concorrenza con gli occhi a mandorla.Lo speciale contiene tre articoli.La Via della seta? Un vero e proprio flop. Quello tra la Cina e l’Italia è un corteggiamento che dura da anni. Ci siamo finiti per bene sotto le lenzuola quando durante il Covid passò la best practice «Abbraccia un cinese». L’ apoteosi venne raggiunta da Di Maio quando disse che grazie ai nostri rapporti con la Cina, l’Italia si era salvata. È accaduto veramente ed era marzo 2020. «Chi ci ha deriso sulla Via della seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso di salvare vite in Italia», aveva detto l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio.Per giustificare quel memorandum d’intesa aveva usato il peggiore scudo: quello di salvare vite umane. Ed era tutto scritto lì: 20 marzo 2019.In quegli accordi ufficializzati a Villa Madama. L’intesa era storica. L’ Italia era il primo Paese del G7 ad aderire alla Via della seta. Trasporti, energia, impianti siderurgici, cantieri navali. Il pacchetto comprendeva 19 intese istituzionali e 10 accordi commerciali. Quel giorno, al tavolo, c’erano l’allora premier Giuseppe Conte, il presidente Xi Jinping - per Di Maio diventato Ping - e Giggino appunto, che sedeva alla destra del premier. A leggere le pompose parole, pareva in effetti qualcosa di grosso. Si trattava del memorandum di intesa sulla collaborazione nell’ambito della «Via delle seta economica» e della «Iniziativa per una Via della seta marittima del 21° secolo», e poi ancora, tirate il fiato, del protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra start up innovative e tecnologiche e del Memorandum d’intesa tra il Mise e il ministero del Commercio cinese sulla cooperazione nel settore del mercato elettronico.L’accordo, secondo Di Maio, che forse si credeva il nuovo Marco Polo, doveva servire a far vendere più arance siciliane in Cina, mentre per il Dragone, in realtà, era un progetto egemonico che sarebbe servito per rimettersi al centro dello scacchiere internazionale.Ma a proposito di arance è accaduto il contrario, siamo noi che compriamo frutta cinese; la Spagna, senza alcun memorandum d’intesa con Pechino, di arance nel 2019 ne esportò per il valore di 32 milioni; noi, stesso anno, appena 162.000 euro. Nel turismo vennero annunciati accordi del colosso cinese online Ctrip con aeroporti di Roma e Trenitalia; voli diretti con Ancona e Bari, intese con Basilicata, Sicilia, Marche, Umbria, Calabria e Puglia. E ora. Se fino a qualche mese fa l’Italia pareva tenere il piede in due scarpe, cercando di tenere i rapporti sia con Cina e Stati Uniti, ora Giorgia Meloni, al rientro dal suo viaggio atlantico, pare inserire in agenda il reset con il Paese del Dragone, senza farlo arrabbiare ovviamente. Il Memorandum scade il 24 marzo 2024 e si intende rinnovato in automatico se nessuna delle due parti comunica il recesso almeno tre mesi prima dalla scadenza. Quindi prima di Natale, esattamente il 23 dicembre 2023, Giorgia Meloni deve decidere. Deve decidere se restare a suonar serenate e corteggiare la Cina, che però indispettisce la Casa Bianca, o rompere con Pechino, senza danneggiare le aziende italiane. Quindi al posto del Memorandum è probabile vengano firmati nuovi accordi commerciali. Lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto ha detto che «aderire alla Via della seta fu un atto scellerato» e che sì, è possibile scioglierla ma «senza fare danni». «Noi abbiamo esportato un carico di arance in Cina, loro hanno triplicato in tre anni le esportazioni in Italia», ha detto Crosetto.«C’è troppo made in Cina in Italia e poco made in Italy in Cina», aveva detto Di Maio, e «l’accordo stipulato ha l’obiettivo di invertire questa tendenza». Dati alla mano, sull’osservatorio economico di infoMercatiEsteri, il deficit commerciale con Pechino è perfino raddoppiato. L’ export italiano verso la Cina dal 2020 al 2023 è passato dai 12.887,47 milioni del 2020, ai 15.690,98 milioni del 2021, ai 16.437,41 milioni del 2022, fino agli 8.310,85 milioni del 2023 (gennaio - aprile). L’import italiano invece dalla Cina è schizzato dai 32.144,4 milioni del 2020 ai 57.506,81 milioni del 2022. La differenza fra esportazioni e importazioni tra Italia e Cina è quindi peggiorata per noi, passando da -19,4 miliardi di euro del 2020 a - 41 miliardi del 2022. Insomma dei fiori d’arancio promessi dal neo inviato Ue per il Golfo Persico, nulla si è visto. Anzi.La spremuta in Italia è diventata cinese. Le arance italiane in Cina faticano ad arrivare, prezzi folli, viaggi costosi. Ce la caviamo con le pere. Di recente, in occasione della missione del ministro delle Dogane cinesi in Italia, è stato siglato il protocollo bilaterale d’intesa per autorizzarne l’esportazione verso Pechino dall’Italia. Ma questa intesa, pensate, è frutto di una attività negoziale partita nel 2017. Per il resto ovunque ti volti, è un frullato di occhi a mandorla. Belli, bellissimi per carità, ma il made in Italy? Secondo la Coldiretti, 1 pianta da frutto su 5, in Italia, è sparita negli ultimi anni: arance, pere, uva, mele, limoni. E questo a favore della concorrenza sleale della Cina. Per le nettarine, per esempio, quelle bocce di vitamine, sono scomparse quasi la metà delle piante. Per i pomodori invece, abbiamo l’invasione di quello cinese, tanto che Coldiretti e Filiera Italia, pochi giorni fa, hanno scritto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida per dire: occhio perché quello made in Oriente «costa la metà di quello tricolore» e quello importato ormai sale del 50%.Anche alcuni prodotti cosmetici sono fabbricati in Cina e con il certificato di libera vendita possono essere venduti in Italia. Ma i cinesi sono arrivati anche nella pulizia delle strade. Un’azienda nel veronese, a Sommacampagna, è stata costretta a fare a sportellate con i cinesi che copiano tutto e fregano anche le foto da mettere nei siti. O le scarpe di cui vi parleremo in queste due pagine. Poi le chincaglierie, l’oggettistica. C’è una azienda veneta, colosso negli articoli regalo, che compra quasi tutto dalla Cina, oggetti, componenti; fa arrivare il materiale in Italia e poi alza il prezzo al cliente.Poi i giocattoli. I vestiti. In ogni città che si rispetti ci sono i centri a «Tutto 1 euro» con dentro robe improponibili tipo vestiti che stanno in piedi da soli. Perfino le statue del presepe ci trovi a Natale. Per non parlare di tutti gli occhi a mandorla che ormai gestiscono locali interi. In ogni paese, anche il più piccolo, c’è l’ormai famoso bar dei cinesi. Che solitamente è quel luogo storico che gli anziani proprietari volevano vendere o dare ai figli e non ci sono riusciti. 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Insomma strade, porti, aeroporti, ma anche a ospedali, infrastrutture di rete e 5G. Ma il dubbio che tali accordi suggellati sotto forma di paternariato servano a infiltrarsi nelle strutture occidentali è forte. Secondo un rapporto del governo belga, le spie che lavorano direttamente o indirettamente per il governo cinese sono estremamente attive nella capitale dell’Ue. Scrive Agenparl, l’agenzia parlamentare per l’informazione politica, economica e sociale, che un documento pubblicato dal servizio di sicurezza belga ha rilevato che le spie cinesi sono estremamente attive nel Paese. «Le attività della Cina nel nostro Paese non si limitano alla proverbiale spia che ruba segreti di Stato o all’hacker che paralizza un’azienda essenziale o un servizio governativo da dietro il suo pc», si legge nel rapporto del governo. «Per promuovere i propri interessi, la Cina si affida a molte tecniche di influenza aperte e occulte che si svolgono in una zona grigia tra lobbismo, interferenza, influenza politica, spionaggio, ricatto economico e campagne di disinformazione. Si tratta di un groviglio di interazioni con numerosi attori statali e non statali che hanno legami con la Cina. È un gioco in cui la Cina è estremamente abile, perché è un Paese strettamente controllato con un alto grado di interdipendenza tra il governo e il mondo aziendale. A causa dell’elevato grado di controllo che lo Stato cinese e il Partito comunista cinese esercitano sulle aziende, sono in grado di far sì che queste ultime si impegnino nella strategia a lungo termine dello Stato e del partito». I «funzionari» cinesi, per esempio, sarebbero i contatti diplomatici, ma tengono d’occhio anche gruppi di amicizie o cercano individui che potrebbero essere di interesse per i servizi segreti cinesi. La Cina sarebbe molto attiva con tecniche di influenza nascosta per influenzare e addirittura ricattare economicamente la capitale belga e da lì l’Europa. Non solo. Parrebbe avvalersi anche di studenti che possano essere schierati per servire il Partito comunista cinese, ha fatto sapere il rappresentante fiammingo Kristof Slagmulder (Vlaams Belang). Infatti, il numero di studenti cinesi con un contratto di diploma nell’istruzione superiore fiamminga è stato quasi triplicato nel 2021-2022 rispetto al 2010-2011. E che la Cina si infiltri tra mondo accademico e laboratori di ricerca, lo aveva già delineato il Copasir quando con Adolfo Urso presentò la relazione sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022. I cinesi, avevano fatto sapere, sono presenti sempre più numerosi «nel mondo accademico e tra le start-up nazionali». Si insidiano in settori di mercato «come l’innovazione tecnologica», puntano a «penetrare il tessuto imprenditoriale per avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale». Ai loro occhi i nostri atenei sono «un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese». E non solo cultura e relazioni. Un rapporto dell’Ong Safeguard Defenders, un anno fa, aveva rivelato che nel mondo ci sarebbero cento posti di polizia segreti per controllare i cinesi. Da Pechino sostengono che facciano «solo» lavoro burocratico ma il sospetto che cerchino i dissidenti scappati all’estero è molto forte. In tutto il mondo ci sarebbero 102 stazioni di polizia. Undici in Italia tra Firenze, Prato, Milano, Roma, Bolzano, Venezia e la Sicilia. Il rapporto di Safeguard Defenders cita un accordo del 2015 preso con il ministero della Pubblica sicurezza cinese sui pattugliamenti congiunti, che avrebbe contribuito «direttamente» allo stabilimento di stazioni «pilota» a Milano nel 2016, da parte della polizia di Wenzhou, e nel 2018, da parte della polizia di Qingtian. La Cina però aveva smentito la ricostruzione della Ong spagnola, definendo le «stazioni di polizia» all’estero come «centri di servizi» per i cittadini cinesi necessari dopo lo scoppio della pandemia per aiutare i cinesi nel rinnovo dei documenti. Inquietante la presenza, svelata nel 2021, di 19 termoscanner agli ingressi di Palazzo Chigi prodotti e installati dalla Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou, nella black list della Casa Bianca. È invece del 2017, governo di Paolo Gentiloni, la gara Consip che ha affidato ai cinesi della controversa compagnia HikVision la fornitura di un migliaio di telecamere in oltre 130 Procure. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermate-dragone-cosi-cina-conquista-2662860420.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-va-a-finire-che-ci-fanno-pure-le-scarpe" data-post-id="2662860420" data-published-at="1691399671" data-use-pagination="False"> Ora va a finire che ci fanno pure le scarpe Fabio guarda sconsolato le scarpe sul mercatino del lungomare. Siamo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche. Fino a qualche anno fa lui le produceva le scarpe, le faceva, le intelaiava, le plasmava, le modellava. Con la sapienza nelle mani, prima addentava le puntine dei chiodi, poi energicamente le piantava sulla scarpa e lentamente questa prendeva forma. Ora invece ha smesso. Troppe tasse, nessuno che vuole fare più questo mestiere e alla fine ha chiuso. Ma soprattutto troppa concorrenza cinese. Per un periodo, dopo la chiusura della sua ditta, ha anche lavorato da alcuni cinesi, in nero gli davano 7, 8 euro l’ora. Qui funziona così, ci sono fabbriche di cinesi che producono calzature e che prendono a lavorare gli italiani. Fanno lavorare in nero, loro sgobbano 19 ore al giorno, i prezzi dei loro prodotti sono bassi, la gente che non arriva a fine mese compra scarpe a basso costo, e voilà la concorrenza è servita e vede in netto vantaggio la Cina. Anche Renzo Alessandrini, 75 anni, ha visto il mestiere prima afferrargli le dita e poi scivolargli tra le mani. Le sue, così consumate dal tempo, a suon di cuoio e scalpello. E anche Renzo ha visto i cinesi passargli davanti. Lui fa scarpe da quando aveva 11 anni, iniziò qui a Montegranaro, in questo paese coccolato dalle nubi e dal vento. Delle oltre 200 botteghe di artigiani che popolavano la zona del Fermano, ora sono una decina. Non ci sono eredi, non ci sono giovani, le uniche cose che abbondano sono le tasse, la burocrazia e i cinesi. E così l’artigianato d’eccellenza svanisce. Nel 2021 furono proprio le Marche a siglare un accordo con la Cina. Era un patto di cooperazione tra distretti e imprese calzaturiere marchigiani e della regione del Sichuan, nella parte sud - occidentale del Paese. Ma ci sono anche aziende italiane che vendono scarpe prodotte in Vietnam. Scarpe cucite dalle dita dei ragazzini che in Italia vengono rivendute a 300 euro al paio. Per non parlare delle ditte cinesi che copiano le scarpe tricolore rivendendole a basso costo. Ci sono calzature low cost create appositamente per il mercato italiano. Nel 2022 il flusso di scarpe Marche - Pechino è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, crescendo del 103,7%. E rispetto al 2019 l’aumento è stato del 191,8%. Il valore di scarpe che ha raggiunto la Cina è stato di 120,31 milioni di euro. Il pensiero che una o più griffe abbiano aumentato la produzione per il Dragone viene automatico. Ci sono aziende, infatti, che esportano scarpe di lusso. Della serie i cinesi comprano i nostri grandi marchi. E noi compriamo scarpe a basso costo. Pensate, che secondo il report di Hylink Digital Solutions Italy, filiale italiana della prima agenzia indipendente cinese di servizi di marketing digitale - esiste anche questa - il mercato delle calzature in Cina è in forte crescita. Euromonitor stima che la Cina è il primo paese produttore ed esportatore di calzature nel mondo - in Europa è l’Italia - ma i suoi consumatori sono a loro volta grandi acquirenti di scarpe di brand stranieri, soprattutto del lusso. Ciò è dovuto all’aumento della classe media nel Paese, con reddito medio alto e maggior capacità di acquisto. Anche se proprio in questo periodo, c’è da dire, mentre il mondo combatte con l’inflazione, l’economia cinese si sta avvitando rischiando la deflazione. Secondo le rilevazioni di infomercatiesteri.it, nel 2021 le esportazioni di calzature dall’Italia verso la Cina hanno registrato un incremento del 36,3%, per un ammontare di circa 420 milioni di euro. Un mese e mezzo fa a Milano all’East End Studios di via Mecenate si è tenuto il Misaf 2023, il salone internazionale della calzatura, ed erano presenti 60 aziende asiatiche del comparto. Il settore del mercato delle calzature in Cina ogni anno produce 14 miliardi di paia di scarpe. Gran parte di queste sono destinate all’export, per un giro d’affari che nel 2022 è ammontato, stando ai dati forniti dall’agenzia delle dogane cinese, a 62 miliardi di dollari, segnando un + 20,25% rispetto al 2021. Nel 2022 se si sommano le importazioni e le esportazioni di scarpe cinesi si raggiungono i 68,2 miliardi di dollari, per un + 17,6%. L’export verso l’Europa vale 1,1 miliardi di dollari. In Italia il settore calzaturiero italiano nel 2021 fattura 9,5 miliardi di euro. Nel 2019 oltre 14,2 miliardi e occupava 75 mila addetti, il solo comparto marchigiano, pensate, pesava per circa il 32% e l’85% della produzione era destinata all’estero, ma solo l’1,2% diretto in Cina.
Guido George Lombardi, consigliere di Trump (Getty Images)
Lombardi ha poco tempo, ma ci tiene a chiarire una questione, fondamentale per provare a comprendere l’attacco senza precedenti del presidente americano: «C’è stato un momento decisivo nel cambiamento di Trump: il suo rientro dalla Cina». Un vero e proprio punto di non ritorno: «Ha cambiato attitudine per quanto riguarda l’Iran. Probabilmente c’è stato un momento di stress molto forte, che sta durando ancora». Possibile, certo. Ma, gli chiediamo, dovuto a cosa? «Lo conosco da tanto tempo e posso dire che forse Donald è stressato per il troppo lavoro, oppure per i troppi viaggi senza dormire. Non lo so con precisione, però si vede che è stressato». Non è solamente una questione fisica o di stanchezza. «Certamente», prosegue Lombardi, «un po’ di questo stress è dovuto alla difficoltà nei negoziati con Teheran, un altro po’ alle resistenze che Trump ha dovuto accettare nel corso della fase iniziale della guerra all’Iran, come per esempio la mancanza di appoggio dei Paesi europei e la chiusura delle basi, che sono della Nato, e quindi non sono veramente a disposizione dei governi». L’indipendenza della Meloni in politica estera e, in particolare, la decisione di non voler concedere le basi agli americani avrebbero quindi deluso Trump. O meglio: lo avrebbe fatto sentire tradito: «E purtroppo andrà avanti per un po’, anche se dovremmo riuscire a risolvere anche questa situazione», conclude Lombardi.
Non sarà facile, però. Del resto, lo stesso manager italoamericano non sa che dire («mi dispiace moltissimo, perché neanche io, che ho sempre cercato di difendere Donald, oggi proprio non trovo le parole»). Ma poi le trova e pensa che il presidente americano abbia commesso degli errori. Come, per esempio, «parlare direttamente con un giornalista, invece di affidarsi al suo ufficio stampa, o ancora meglio al ministro degli Esteri, Marco Rubio». A tal proposito, con un certo orgoglio, ci manda una sua foto insieme al segretario di Stato: «È di 16 anni fa», chiosa l’imprenditore, mentre ci manda altri scatti insieme a Santiago Abascal, Javier Milei e il presidente della commissione Esteri del Congresso americano, Brian Mast, che sta andando a incontrare.
Già il giorno in cui erano state diffuse le parole del tycoon, Lombardi aveva pubblicato una nota in cui diceva: «Posso capire i commenti di Trump riguardo l’eccessiva immigrazione clandestina nei Paesi europei, ma c’era di peggio sotto Obama e Biden. Io, invece, rimango sempre coerente con i nostri valori conservatori, condivisi con la nostra coalizione di governo. Quante volte, in passato, sono stato con Umberto Bossi o con il grande Silvio Berlusconi ad Arcore o a Gemonio. Sono fedele alle nostre tradizioni di libertà e rispetto per il prossimo e per le istituzioni». E poi quella che sembra una chiara presa di posizione: «Resto un sincero, e sopratutto un leale, ammiratore della nostra eccezionale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni».
L’aereo è ormai in volo. Lombardi ci manda un audio, con il vociare dei passeggeri in sottofondo. E aggiunge una promessa: «Continuiamo tra due giorni. Ma per l’Italia il futuro resta roseo». Non è certo facile immaginarlo oggi, almeno per quanto riguarda i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Ma, precisa il businessman prima di congedarsi, «le imprese americane e quelle del Golfo sono entusiaste del lavoro italiano e di quello del governo Meloni». È arrivato il momento di di salutarsi. Un’ultima frase: «Ci saranno tante sorprese». Un saluto in perfetto stile trumpiano, che appare come il trailer di un film che sta per arrivare sul grande schermo della politica. Anche se per Lombardi il peggio è passato. E spera che i rapporti tra Italia e Stati Uniti tornino alla normalità. Chissà. Tutto dipende dal suo dirimpettaio.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
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Giorgia Meloni (Ansa). Nel riquadro post pubblicato sul social Truth da Donald Trump
Trump è tornato a criticarla, questa volta con un post su Truth. «Meloni ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia» ha ribadito. «Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America, un Paese che davvero ama e protegge l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma anche la Nato ha fatto lo stesso!). Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato», ha insistito. «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!».
Un messaggio con un (forse voluto) refuso, in cui invece di scrivere Giorgia, scrive «Gigiorgia». Un infantilismo tipico di chi ha evidenti accenni di demenza senile. Peggiore di quella di Biden, che almeno se ne andava per prati e Truth non lo sapeva utilizzare. Trump, che è convinto di aver sconfitto militarmente l’Iran, sta collezionando una figuraccia dopo l’altra, una figura pessima davanti al mondo, uno spettacolo da asilo nido. A bloccare tutto, almeno dal canto su, ci pensa Meloni, che scrive: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Prima però ha risposto con una frecciata sanguinosissima: «Presidente Trump, questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua».
Resta unanime il coro a sostegno del premier. Il vicepremier Matteo Salvini si schiera senza indugio: «Litigare con gli alleati non è utile, lo dico dal punto di vista della presidenza americana. L’Italia è un Paese alleato responsabile, sempre presente e generoso. Nessuno può mettere in discussione i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti, sicuramente c’è un problema in questo momento perché, ribadisco, chi attacca il nostro presidente del Consiglio attacca tutto il governo e tutto il Paese. Tuttavia, questo non può e non deve mettere in discussione i buoni rapporti e le relazioni diplomatiche e commerciali fra Italia e Stati Uniti, che prescindono dal presidente attuale o dal presidente futuro». Lo ha detto a margine delle primarie del partito per la scelta del candidato sindaco di Milano, e sul nuovo botta e risposta ha commentato: «È chiaro che sono parole gratuite, inutili, sgradevoli, però non c’è una guerra fra Italia e Stati Uniti, ci sono già troppe guerre e spero che gliUsa ci aiutino a porre fine ad alcune di queste guerre, visto che anche in Iran mi sembra che le cose non stiano andando benissimo. Mentre in Iran, in Libano, in Israele, in Ucraina e in Russia si continua a sparare, ritengo che la più importante potenza mondiale debba rivolgere le sue attenzioni a questi fronti di guerra e non ad altro». Il movimento 5 stelle coglie l’occasione per attaccare il premier: «Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi», scrive Giuseppe Conte, «Risparmiateci la favoletta del governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio». A sinistra, nel Pd, c’è chi pensa al complotto: «Mi pare evidente che, con i suoi attacchi sconsiderati e arroganti a Meloni, Trump stia provando a tutti i costi a far vincere la destra al governo alle prossime elezioni. Ma ti abbiamo sgamato, mascherina» ha scritto il senatore Filippo Sensi.
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato è più istituzionale: «Per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni» dichiara, ma sottolinea anche Meloni ha puntato su un rapporto personale con Trump che «non ha rafforzato il peso dell’Italia».
Livello bassissimo per Matteo Renzi, che non attacca e non difende, ma si limita a dire: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo». Ahhh quando c’era lui…
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