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2022-07-14
Pro o contro la rivoluzione francese? I fascisti e i «principi dell’Ottantanove»
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La presa della Bastiglia. Nel riquadro, Giuseppe Bottai con il kepì della Legione Straniera francese (Getty Images)
Lo storico Renzo De Felice, che prima di passare alla sua monumentale biografia mussoliniana aveva iniziato i suoi studi con ricerche sulla rivoluzione francese, intravedeva un legame tra Fascismo e giacobinismo che sta sotto il segno del paradosso; tra i giacobini ed i fascisti, diceva lo storico reatino, «c’è un quid inafferrabile in comune, falso storiograficamente, ma vero psicologicamente». Si tratta di un nesso non banale. Che vuol dire, del resto, «falso storiograficamente, ma vero psicologicamente»? Evidentemente lo studioso riscontrava una medesima tonalità ideologica tra fascisti e giacobini, pur essendo consapevole che il giacobinismo era capostipite dell'egualitarismo democratico che sarebbe poi sfociato nell’antifascismo.
Nel 1933, Benito Mussolini afferma lapidariamente: «Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire, in una parola, degli immortali principii dell’89». L'eredità della rivoluzione francese sembra quindi liquidata in blocco. Appena un anno prima, tuttavia, nella Dottrina del fascismo scritta per metà dal capo del fascismo e per l'altra metà dal filosofo Giovanni Gentile, si leggeva una importante precisazione: «Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l’anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L’assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Cosi “furono” i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro». Pur rifiutando l'ideologia rivoluzionaria, quindi, il fascismo negava di volersi porre in posizione controrivoluzionaria. Non potendo dirsi filo-rivoluzione, accettava comunque il suo ruolo di movimento post-rivoluzionario, riconoscendo nel 1789 un tornante storico che aveva cambiato il mondo in modo irreversibile. La rivoluzione francese, potremmo dire, per i fascisti andava superata e non negata.
E del resto se, durante la repubblica sociale, Alessandro Pavolini definiva la guerriglia partigiana «la Vandea», con tono di evidente disprezzo, è evidente come l'allora segretario del Partito fascista repubblicano identificasse le camicie nere con i rivoluzionari. O, comunque, non con i controrivoluzionari (in questo, va detto, distinguendosi da larga parte dei neofascisti, che nel dopoguerra si identificheranno spesso con la controrivoluzione e con De Maistre).
È esattamente questa la chiave di un importante discorso di Giuseppe Bottai in cui il gerarca affrontava il tema del rapporto tra Stato corporativo ed eredità della rivoluzione francese. «I principi della Rivoluzione francese [ ... ] hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare», dichiarava lapidario Bottai. Si riferiva alla concezione dell'individuo che cerca la sua libertà contro lo Stato. Ma poi precisava: «Il semplicismo delle concezioni dell' '89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai princìpi, così non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata. Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l'afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori». Proprio per questo, spiegava, «la rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano. [ . . . ] Noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la rivoluzione francese».
Nello specifico, per Bottai, «il significato storico della rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibilità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato».
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Il movimento di Mussolini intratteneva con l’eredità dei giacobini un rapporto complesso: da un lato ne rifiutava l’ideologia, dall’altro rifiutava di porsi in posizione puramente controrivoluzionaria.Lo storico Renzo De Felice, che prima di passare alla sua monumentale biografia mussoliniana aveva iniziato i suoi studi con ricerche sulla rivoluzione francese, intravedeva un legame tra Fascismo e giacobinismo che sta sotto il segno del paradosso; tra i giacobini ed i fascisti, diceva lo storico reatino, «c’è un quid inafferrabile in comune, falso storiograficamente, ma vero psicologicamente». Si tratta di un nesso non banale. Che vuol dire, del resto, «falso storiograficamente, ma vero psicologicamente»? Evidentemente lo studioso riscontrava una medesima tonalità ideologica tra fascisti e giacobini, pur essendo consapevole che il giacobinismo era capostipite dell'egualitarismo democratico che sarebbe poi sfociato nell’antifascismo. Nel 1933, Benito Mussolini afferma lapidariamente: «Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire, in una parola, degli immortali principii dell’89». L'eredità della rivoluzione francese sembra quindi liquidata in blocco. Appena un anno prima, tuttavia, nella Dottrina del fascismo scritta per metà dal capo del fascismo e per l'altra metà dal filosofo Giovanni Gentile, si leggeva una importante precisazione: «Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l’anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L’assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Cosi “furono” i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro». Pur rifiutando l'ideologia rivoluzionaria, quindi, il fascismo negava di volersi porre in posizione controrivoluzionaria. Non potendo dirsi filo-rivoluzione, accettava comunque il suo ruolo di movimento post-rivoluzionario, riconoscendo nel 1789 un tornante storico che aveva cambiato il mondo in modo irreversibile. La rivoluzione francese, potremmo dire, per i fascisti andava superata e non negata. E del resto se, durante la repubblica sociale, Alessandro Pavolini definiva la guerriglia partigiana «la Vandea», con tono di evidente disprezzo, è evidente come l'allora segretario del Partito fascista repubblicano identificasse le camicie nere con i rivoluzionari. O, comunque, non con i controrivoluzionari (in questo, va detto, distinguendosi da larga parte dei neofascisti, che nel dopoguerra si identificheranno spesso con la controrivoluzione e con De Maistre).È esattamente questa la chiave di un importante discorso di Giuseppe Bottai in cui il gerarca affrontava il tema del rapporto tra Stato corporativo ed eredità della rivoluzione francese. «I principi della Rivoluzione francese [ ... ] hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare», dichiarava lapidario Bottai. Si riferiva alla concezione dell'individuo che cerca la sua libertà contro lo Stato. Ma poi precisava: «Il semplicismo delle concezioni dell' '89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai princìpi, così non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata. Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l'afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori». Proprio per questo, spiegava, «la rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano. [ . . . ] Noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la rivoluzione francese».Nello specifico, per Bottai, «il significato storico della rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibilità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato».
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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