Falso studio su «Nature» per spingere il green
(iStock)
Nel 2024 la prestigiosa rivista ha pubblicato un’analisi catastrofica sugli effetti del clima, diventata la seconda più citata dagli ecotalebani. Oggi deve ammettere che i dati non erano corretti. E i revisori l’avevano detto subito.

Esiste la malascienza? Sembra proprio di sì, come testimonia l’ultimo, clamoroso scandalo che coinvolge la rivista Nature. La prestigiosa rassegna scientifica americana, infatti, ha pubblicato nel 2024 un allarmistico studio sugli effetti economici del cambiamento climatico, rivelatosi poi del tutto inconsistente e al limite del falso.

Ricapitoliamo la vicenda. Il 17 aprile 2024 Nature pubblica «The economic commitment of climate change», firmato da Maximilian Kotz, Anders Levermann e Leonie Wenz del Potsdam Institute for Climate Impact Research (Pik). Subito dopo, il Pik diffonde un comunicato stampa con toni da tregenda: anche con tagli immediati alle emissioni, entro il 2050 il reddito globale calerà del 19% e i danni ammonteranno a 38 trilioni di dollari l’anno (33.000 miliardi di euro all’anno, sic). Tali danni sarebbero quindi sei volte superiori ai costi stimati delle misure di protezione del clima. Il circuito dei media ci casca in pieno: titoloni da apocalisse imminente sui giornali, dal Washington Post a Der Spiegel, fino alle tv di tutto il mondo. Lo studio diventa il secondo più citato dai media nel 2024, consolidando nell’opinione pubblica l’idea di perdite economiche certe e gigantesche a causa del cambiamento climatico. L’ennesimo «Fate presto» da emergenza esistenziale.

Poi compaiono le prime crepe, di cui non dà conto nessuno. Il 24 giugno 2024, Nature pubblica una correzione formale degli autori. Il 6 novembre 2024 una nota dell’editore avverte che l’affidabilità di dati e metodi utilizzati nello studio è contestata. Nel frattempo, il Network for Greening the Financial System integra lo studio Pik nella sua funzione di danno (cioè la relazione tra clima e Pil). La Ngfs, coalizione di banche centrali, autorità di vigilanza finanziaria e altri soggetti, detta alle banche centrali gli scenari climatici utilizzati per valutare l’impatto del clima sull’economia. Per intendersi, Bce, Ocse, la Banca Mondiale e il governo degli Stati Uniti hanno adottato da tempo lo scenario Ngfs, basato sullo studio del Pik.

Poi, tre settimane fa, la prima picconata. Nature pubblica un articolo «matters arising» (teso cioè a sollevare questioni in merito ad uno studio pubblicato) nel quale tre studiosi notano il peso fuori scala assegnato dal Pik ai dati dell’Uzbekistan. Correggendo tale irregolarità, le perdite economiche stimate si riducono di circa due terzi e, lungo il secolo, non si distinguono statisticamente da zero. L’articolo critica, inoltre, l’uso di uno scenario emissivo estremo.

Nello stesso giorno gli autori del Pik rilasciano una versione rivista in preprint con nuovi dati e metodi per arrivare a conclusioni simili a quelle originali. Una tacita ammissione che l’impianto statistico iniziale non regge.

La pietra tombale sulla credibilità dello studio arriva però pochi giorni fa, il 13 agosto 2025. La stessa Nature è costretta a pubblicare un secondo articolo matters arising firmato da Christof Schötz. Tenendo conto delle ampie correlazioni spaziali a livello subnazionale, lo studioso dimostra che gli effetti economici stimati nello studio originale perdono significatività, annullandone la validità.

Ma, attenzione, ecco il vero scandalo. Prima di essere pubblicato su rivista scientifica, un articolo viene esaminato da diversi altri scienziati, che in forma anonima analizzano e fanno rilievi sulla solidità dello studio. Ebbene, risulta che già durante la revisione, diversi referee avevano espresso dubbi enormi sulla validità statistica del modello e sulle stime dei danni economici.

Scriveva uno degli scienziati: «Ho difficoltà a credere ai risultati, che sembrano inaspettatamente grandi dato che i danni non sono perfettamente persistenti». Un altro referee scriveva: «Purtroppo, devo richiamare la vostra attenzione sul fatto che la metodologia statistica alla base dell’articolo di ricerca in oggetto non ha alcuna base scientifica».

E ancora: «Gli autori hanno affermato che il loro modello rappresenta impatti “empiricamente validati” sulla produzione economica, il che è molto fuorviante, poiché la convalida di tali relazioni climatiche ed economiche rispetto a osservazioni reali (non disponibili) non è possibile e non è stata effettuata in questo manoscritto».

E così via, i rilievi sono molti (il file con le critiche preliminari alla pubblicazione è disponibile online). Ciononostante, Nature accetta l’articolo e lo pubblica, scatenando la reazione dei media, come abbiamo visto. Ora sappiamo che lo studio non è valido scientificamente e che neppure avrebbe dovuto essere pubblicato. Ma intanto, ad esempio, i requisiti patrimoniali delle banche richiesti dalla Bce dipendono dalla decisione editoriale di Nature. Sappiamo bene che livelli di capitale bancario più elevati possono limitare la crescita economica.

Alla base di tutto c’è il solito conflitto di interessi: la fondazione americana ClimateWorks finanzia sia il Pik che la Ngfs, proprio per l’elaborazione di questo tipo di studi e scenari. Climate Works è una nostra vecchia conoscenza, una ricca Ong con sede a San Francisco di ispirazione liberal.

Quindi, i finanziatori progressisti impongono il loro programma saltando il processo democratico, imponendo scelte economiche e inquinando il dibattito scientifico. Al di là della allegra gestione di Nature, colpisce la forza del sistema di interessi che crea una struttura capace di catturare il sistema di regolamentazione finanziaria globale, la ricerca scientifica e i media. Certo, non è una novità, dirà qualcuno. L’élite dem finanzia ricerche che piegano politica e finanza alla deindustrializzazione, vista come salvezza ecologica.

L’unica nota positiva di questa orribile vicenda di manipolazione è che, almeno, alcuni scienziati con la schiena diritta si sono fatti avanti, segnalando le scorrettezze dello studio. Troppo poco, troppo tardi: il circuito dei media era già partito come un rullo compressore. Verde.

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