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2023-04-29
La tassa sugli extraprofitti di Draghi ci lascia un buco da 8,2 miliardi
Mario Draghi (Ansa)
Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine.
Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro.
Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.
I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea.
Lavoro giovanile, spirale negativa
I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
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Ne sono stati incassati 2,8 contro gli 11 previsti. Un flop annunciato. Il balzello doveva coprire i vari dl Aiuti, quindi ora Giorgia Meloni dovrà trovare nuove risorse. Non solo: molte società hanno impugnato la misura.Il rapporto di Censis e Ugl mette in luce il problema del mancato incontro fra domandae offerta, che colpisce soprattutto gli under 34. Il 1° maggio un cdm sull’occupazione.Lo speciale contiene due articoli. Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine. Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro. Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/extraprofitti-draghi-lascia-buco-82miliardi-2659929485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavoro-giovanile-spirale-negativa" data-post-id="2659929485" data-published-at="1682758875" data-use-pagination="False"> Lavoro giovanile, spirale negativa I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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