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2023-04-29
La tassa sugli extraprofitti di Draghi ci lascia un buco da 8,2 miliardi
Mario Draghi (Ansa)
Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine.
Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro.
Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.
I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea.
Lavoro giovanile, spirale negativa
I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
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Ne sono stati incassati 2,8 contro gli 11 previsti. Un flop annunciato. Il balzello doveva coprire i vari dl Aiuti, quindi ora Giorgia Meloni dovrà trovare nuove risorse. Non solo: molte società hanno impugnato la misura.Il rapporto di Censis e Ugl mette in luce il problema del mancato incontro fra domandae offerta, che colpisce soprattutto gli under 34. Il 1° maggio un cdm sull’occupazione.Lo speciale contiene due articoli. Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine. Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro. Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/extraprofitti-draghi-lascia-buco-82miliardi-2659929485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavoro-giovanile-spirale-negativa" data-post-id="2659929485" data-published-at="1682758875" data-use-pagination="False"> Lavoro giovanile, spirale negativa I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.