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2023-04-29
La tassa sugli extraprofitti di Draghi ci lascia un buco da 8,2 miliardi
Mario Draghi (Ansa)
Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine.
Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro.
Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.
I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea.
Lavoro giovanile, spirale negativa
I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
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Ne sono stati incassati 2,8 contro gli 11 previsti. Un flop annunciato. Il balzello doveva coprire i vari dl Aiuti, quindi ora Giorgia Meloni dovrà trovare nuove risorse. Non solo: molte società hanno impugnato la misura.Il rapporto di Censis e Ugl mette in luce il problema del mancato incontro fra domandae offerta, che colpisce soprattutto gli under 34. Il 1° maggio un cdm sull’occupazione.Lo speciale contiene due articoli. Un buco da 8,2 miliardi di euro. Questa l’eredità che il governo Draghi ha lasciato con la tassa sugli extraprofitti imposta l’anno scorso alle società energetiche. A svelare il bilancio in negativo del balzello è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che rispondendo a un’interrogazione alla Camera ha spiegato come attualmente solo 220 soggetti hanno versato l’imposta dovuta nel 2022 e il gettito ricavato è stato pari a 2.760,49 milioni di euro. «1.279,11 milioni a titolo di acconto e 1.481,38 milioni di euro versati a titolo di saldo», ha precisato Giorgetti che ha continuato sottolineando come quest’anno sono stati versati, da altri tre soggetti, 82 milioni di euro. Il ministro ha precisato inoltre come, visto che la disposizione è stata oggetto di modifiche, il contributo è stato alzato e riguarderà 7.000 aziende. Il governo prevede un incasso di 2,56 miliardi di euro per il 2023, per avere un’analisi finale ed esaustiva «della platea interessata al contributo, anche ai fini dell’avvio delle successive attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti inadempienti, potrà essere effettuata solo utilizzando le informazioni che saranno fornite in sede di compilazione dello specifico quadro delle dichiarazioni Iva 2023», il cui termine di presentazione scade il 2 maggio, fatta salva la possibilità per i contribuenti di presentare la dichiarazione entro 90 giorni dallo scadere del termine. Scadenza che con molta probabilità non sposterà di molto il risultato negativo della tassa sugli extraprofitti. Da ricordare che il balzello sulle imprese dell’energia, aveva l’obiettivo di colpire i margini tra le operazioni attive e passive ai fini Iva comprese nel periodo tra il 1° ottobre 2021 e il 30 aprile 2022, ed era destinata a coprire i diversi interventi che il governo Draghi aveva messo in campo per la riduzione delle bollette e delle accise, evitando, come ripetuto più volte anche da Daniele Franco, ex ministro dell’Economia, di fare uno scostamento di bilancio. Si pensava infatti di ottenere un gettito di ben 11 miliardi di euro e non di soli 2,8 come dimostrato dagli ultimi numeri presentati alla Camera. Tassa che, anche se avesse raggiunto il suo obiettivo di incasso, non avrebbe però coperto in modo sufficiente le spese legate ai vari bonus elargiti dal passato governo. Si pensi soltanto che a inizio maggio è stato varato il decreto Aiuti da 14 miliardi che prevedeva di essere interamente coperto dalla tassa sugli extraprofitti e che si è deciso di alzare il balzello dal 10 al 25% per poter finanziare il bonus una tantum da 200 euro dato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 35.000 euro. Ad agosto, come se non bastasse, si è anche aggiunto il decreto Aiuti bis che conteneva misure per 17 miliardi di euro. Il problema è che non solo l’obiettivo non è stato centrato ma i vari decreti Aiuti che sono stati messi in campo prevedevano una copertura delle spese legata alla tassa sugli extraprofitti, che ha generato alla fine dei conti un buco nel bilancio nello casse dello Stato che dovrà essere coperto in qualche modo dal governo di Giorgia Meloni. Il flop della misura era già stato pienamente annunciato dai numeri estivi. Il 30 giugno 2022, scadenza per versare la prima tranche pari al 40% dell’intera somma dovuta, sono stati incassati solo 1,23 miliardi. Somma che già allora faceva presagire come il risultato finale (ultima rata a novembre) sarebbe stato ben lontano da quello sperato. Esito che La Verità aveva previsto con largo anticipo dato che avevamo stimato che, se il trend di incasso si fosse mantenuto costante rispetto a quanto registrato a fine giugno, cosa molto probabile visti i tempi stretti di azione della tassa, il governo avrebbe ottenuto poco più di 3 miliardi di euro alla fine del periodo. E così è stato.I dati del ministro Giorgetti hanno di fatto sancito il fallimento della tassa sugli extraprofitti voluta da Draghi. Ma non solo, perché c’è anche un’altra criticità, come ricorda MilanoFinanza, che riguarda la normativa. Molte tra le società costrette a versare il balzello hanno già avviato una battaglia legale guidata dallo studio internazionale Cms che punta a dimostrare l’incostituzionalità della misura. Situazione che dunque non è delle migliori se si pensa che, non solo si dovrà cercare di coprire il buco di 8 miliardi di euro, ma nel 2024 si dovrà affrontare anche il nuovo Patto di stabilità dell’Ue (l’approvazione definitiva è prevista per fine anno) che contiene molta più rigidità, controlli serrati da parte della Commissione e l’esclusione delle spese di investimento dal calcolo su cui si andrà a misurare il rispetto o meno dei parametri europei. Norma che, se non subirà modifiche nei prossimi mesi, avrà ripercussioni sul potere di spesa del governo che avrà molti meno soldi da spendere per far fronte alle riforme (come quella del Fisco) se vorrà mantenere i conti in ordine, ridurre dello 0,5% annuo il debito ed evitare le sanzioni da parte dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/extraprofitti-draghi-lascia-buco-82miliardi-2659929485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lavoro-giovanile-spirale-negativa" data-post-id="2659929485" data-published-at="1682758875" data-use-pagination="False"> Lavoro giovanile, spirale negativa I giovani in Italia studiano come mai prima d’ora, ma non trovano lavoro e se lo trovano non è adatto alla loro preparazione. È quanto emerge dal rapporto Censis-Ugl Il lavoro è troppo o troppo poco?. È soprattutto un problema di mancato incontro tra domanda e offerta a creare disoccupazione, precariato e povertà e sono i giovani a rimetterci di più. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età tra i 15 e i 34 anni è del 14,4%, quello giovanile (15-24 anni) arriva addirittura al 23,7% con il dato nazionale all’8,1%. Quattro su dieci (2 milioni in totale) hanno un lavoro che non gli permette di avere un tenore di vita adeguato perché precario o non ben retribuito. A preoccupare di più è il tema dell’overeducation (mancato allineamento tra il livello di studi raggiunto e la professione svolta) che riguarda un lavoratore su quattro per ogni fascia di età, ma più si è giovani e peggio è: a non svolgere un lavoro adeguato al livello di preparazione raggiunta è il 37,5% della fascia 25-34 anni e il 44,3% tra gli under 25. Inoltre l’Italia è l’unico dei Paesi Ocse che negli ultimi 30 anni ha avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni del 2,9%. È da qui che nasce anche il fenomeno della fuga dei cervelli. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero: uno su quattro era laureato e uno su tre aveva tra i 25 e i 34 anni. Eppure i mezzi per invertire il trend ci sarebbero perché il Pnrr stabilisce che i giovani debbano essere una priorità di tutti gli interventi e fissa una crescita dell’occupazione dei 15-29enni del 3,2% nel biennio 2024-2026 e dello 0,5% in quelli successivi. Inoltre, come già accennato, si affaccia sul mercato del lavoro la generazione più scolarizzata di sempre: il 76,8% dei giovani sotto i 34 anni è almeno diplomato (20 anni fa era il 59,3%) e il 28,3% è laureato (20 anni fa era il 10,6%). Allora cos’è che non funziona? «In sostanza i ragazzi studiano e si preparano come mai prima d’ora, ma nelle discipline sbagliate», ha spiegato il segretario generale Ugl, Paolo Capone a La Verità. Secondo il rapporto infatti ci sono troppi laureati nelle discipline umanistiche ma il prossimo anno mancheranno all’appello oltre 12.000 medici e sanitari, oltre 8.000 economisti, più di 6.000 laureati Stem e oltre 3.000 laureati in discipline giuridiche e politico-sociali. Troppi i diplomati nei licei (+53.000 l’anno), mentre mancheranno 133.000 diplomati degli istituti tecnici e professionali. Il lavoro quindi ci sarebbe: da qui al 2027 si prevede un fabbisogno di circa 3,8 milioni di lavoratori tra settore privato (l’80,6% del totale) e pubblica amministrazione. «È il ministero dell’Istruzione a dover intervenire: nel settore medico con il numero chiuso e per le altre discipline mettendo in campo un programma di orientamento che finora non è mai davvero esistito», ha aggiunto Capone, «Occorre creare condizioni occupazionali più favorevoli, con l’obiettivo di trattenere la forza lavoro qualificata in Italia, recuperando le fasce marginali di giovani che non studiano e non lavorano, attraendo cervelli e manodopera dall’estero». Per il presidente del Censis, il professor Giuseppe De Rita «il destino del Paese è quello dei giovani con talenti e competenze, che devono essere utilizzati e valorizzati nel nostro mercato del lavoro. C’è bisogno di una nuova stagione di politiche di raccordo tra formazione e lavoro per il futuro economico, ma anche demografico dell’Italia».Il governo intanto ha confermato che il 1° maggio si terrà un cdm con all’ordine del giorno il decreto legge con misure urgenti per l’inclusione sociale e l’accesso al mondo del lavoro e in materia di salute. Secondo indiscrezioni si tratterà di un provvedimento da 5 miliardi che comprenderà i 3,4 miliardi di euro derivanti dallo scostamento di bilancio e altri 1,6 miliardi individuati dalla rimodulazione di misure già previste. Non è escluso che il decreto possa avviare la revisione del reddito di cittadinanza. Oltre 3 miliardi di euro saranno destinati al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti a reddito medio basso, misura già annunciata nel Def, mentre le altre risorse andranno a favore delle famiglie con figli.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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