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2022-03-19
All’estero i divieti sono spariti da un pezzo
Ansa
Le restrizioni contro il Covid sono ormai un ricordo in vari Paesi europei, mentre in Italia il governo di Mario Draghi ha scelto di tenere tutto in sospeso fino al primo maggio. Ma nemmeno questa data è certa, nel senso che, come ha spiegato La Verità, il ministro della Salute potrà continuare a decidere se imporre limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini. L’incertezza non fa bene all’economia, in particolare al settore turistico che, come si sa, è uno dei più importanti ingredienti del Pil italiano. È forse anche per ricominciare ad accogliere i turisti (e permettere loro di programmare le ferie estive) che in altre nazioni europee si è deciso di dire basta ai freni economici provocati dal Covid.
La Francia ha sospeso l’uso del green pass a partire dal 14 marzo 2022, esattamente due anni meno tre giorni dopo l’inizio del primo lockdown. Tale sospensione non vale per gli ospedali e le case di riposo. A partire dalla stessa data, Parigi ha anche deciso di abbandonare l’obbligo dell’uso delle maschere al chiuso, a eccezione dei trasporti pubblici. Va detto però che già il 20 gennaio scorso, il primo ministro Jean Castex aveva annunciato la fine di alcune misure restrittive a partire dal 2 e dal 16 febbraio 2022. A partire dalla prima di queste due date sono venuti meno: l’obbligo delle mascherine all’aperto, la limitazione di pubblico in stadi, spazi concerti e teatri (nei luoghi di culto i limiti di capacità erano già stati aboliti nel 2021) e l’obbligo di telelavoro. Il 16 febbraio invece, le due principali novità sono state la riapertura delle discoteche e la possibilità di assistere a dei concerti stando in piedi. Va ricordato che, il 10 aprile prossimo, gli elettori francesi saranno chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Tale scadenza ha portato molti osservatori a pensare che la fine delle restrizioni contro la pandemia fosse motivata anche da un calcolo elettorale fatto da Emmanuel Macron. Tuttavia, anche nel mondo sanitario, non sono mancati i medici favorevoli alla fine degli obblighi.
Dopo l’ultimo semi lockdown, imposto nel dicembre scorso, i Paesi Bassi hanno cancellato rapidamente molte restrizioni contro la propagazione del virus nato in Cina. Già lo scorso 25 gennaio sono stati riaperti, con alcune condizioni, bar, ristoranti e luoghi di cultura. Via libera anche agli eventi pubblici al chiuso ma con un massimo di 1250 persone.
In Gran Bretagna, già dal 27 gennaio il governo guidato da Boris Johnson ha deciso di eliminare la maggior parte delle limitazioni alle libertà dei cittadini dovute alla pandemia. Tra le principali va citato ovviamente il green pass (il cui impiego era già limitatissimo), ma le mascherine, rimaste obbligatorie al chiuso per qualche tempo solo a Londra.
In Germania, già a metà febbraio, il cancelliere Olaf Scholz aveva previsto l’abolizione progressiva degli obblighi e dell’uso del green pass. Questo, sebbene il Paese non avesse una copertura vaccinale amplissima.
Nonostante l’impennata dei contagi registrata a gennaio, in Danimarca l’esecutivo di Mette Frederiksen ha abolito l’uso del green pass, l’obbligo dell’uso delle mascherine al chiuso e ha rimosso le chiusure anticipate dei locali. Tutte queste misure sono entrate in vigore il aprile febbraio. In Spagna, il governo catalano ha deciso di abolire molte delle limitazioni già dal 28 gennaio; tra queste, il pass sanitario e il coprifuoco tra l’una e le sei del mattino, decretato in buona parte della regione nel mese di dicembre del 2021.
Nella lista dei Paesi più severi, l’Austria ha avuto un posto di rilievo. Vienna aveva scelto di adottare una strategia estremamente rigida per aumentare il ricorso alla vaccinazione. Il 5 febbraio scorso era entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i quasi 9 milioni di cittadini austriaci. Le sole eccezioni previste riguardavano le donne incinte e i guariti da meno di 180 giorni. La legge prevedeva che, dall’inizio di marzo, sarebbero stati avviati dei controlli ed eventualmente comminate delle multe da 600 a 3.600 euro. Eppure, poco più di un mese dopo l’entrata in vigore della norma, il governo austriaco ha deciso di sospenderne l’applicazione. Annunciando la decisione, il ministro degli Affari costituzionali, Karoline Edtstadler, aveva spiegato che «questa limitazione dei diritti fondamentali» non era né «giustificata» né «proporzionata» ai rischi prodotti dal Covid. Da noi, l’obbligo per prof e agenti resterà fino al 15 giugno, mentre per i sanitari sarà prorogato addirittura fino a fine anno. Va però segnalato che, dalla prossima settimana, Vienna reintrodurrà l’obbligo di Ffp2 al chiuso e il ministro della Salute ha parlato di «riaperture premature».
I diritti non sembrano essere una priorità per il governo italiano, che ha deciso di lasciare le chiavi della gabbia delle restrizioni da Covid nelle mani di Roberto Speranza. All’estero invece, nemmeno certi capi di Stato o di governo possono disporre di un potere così esteso. Nel Belpaese, lo gestisce l’esponente di un partito che rappresenta sì e no il 3% dell’elettorato.
Aumenta la fiumana di profughi. Scarseggiano tamponi e vaccini
«Il nostro è il confine più esposto per quello che riguarda chi scappa dal conflitto» ucraino, dichiarava ieri Riccardo Riccardi, vice presidente del Friuli Venezia Giulia con delega a Protezione civile e Sanità. Aggiungeva che dei 53.669 profughi arrivati in Italia «oltre la metà sono entrati dai nostri confini».
Stiamo parlando di più di 26.000 persone transitate per la Regione governata da Massimiliano Fedriga. Sempre Riccardi informava che «per il momento quello di Udine è l’hub sanitario di riferimento», dove dal 9 al 16 marzo sono stati effettuati 416 tamponi e 158 vaccinazioni contro il Covid-19. Non si tratta di grandi numeri, rapportati agli arrivi. È vero che in Friuli se ne sono poi fermati solo 2.000, gli altri hanno proseguito per diverse destinazioni, ma l’ordinanza del 6 marzo della presidenza del consiglio dei ministri impone il test molecolare o antigenico al massimo entro le 48 ore e se il tampone non viene fatto subito, persone potenzialmente positive possono muoversi per tutta Italia prima di fare un controllo anti Covid.
Un problema sottolineato a inizio settimana dal governatore del Veneto, Luca Zaia, quando ha riferito: «Il flusso dei profughi sta aumentando costantemente, in particolare sta transitando un numero imprecisato e non calcolabile dalle stazioni ferroviarie di Mestre e Verona. Quelli registrati sono circa 3.300 ma in realtà il numero è molto superiore e si aggiorna di ora in ora. Registriamo un aumento costante di arrivi in pullman e auto». Aggiungeva: «Stiamo facendo tutto il possibile per intercettarli e sottoporli a tampone. Questo per la maggior sicurezza di tutti». Parliamo di persone provatissime dal conflitto. Sono soprattutto donne (27.429), minori (21.658) e in piccola parte uomini (4.582), secondo gli ultimi dati del Viminale. Meritano di essere accolti nel migliore dei modi, ma non dimentichiamoci che siamo ancora in stato di emergenza.
Super green pass, per muoversi su mezzi pubblici o alloggiare in un hotel (dove pure vengono ospitati i profughi), sono sempre regole cui devono sottostare gli italiani non vaccinati o quelli fermi alla seconda dose. Misure utili per contenere i contagi, secondo il diktat del nostro ministero della Salute. Quindi c’è bisogno della massima vigilanza sulla condizione sanitaria dei quasi 54.000 ucraini arrivati, numero destinato a lievitare rapidamente.
«Tra i profughi c’è una percentuale significativa di non vaccinati», ha riferito all’Ansa Riccardo Riccardi, anche se, «per quella popolazione il contagio è molto molto basso». Meglio così, però la maggior parte degli ucraini è ospitata da amici e parenti che risiedono nel nostro Paese, ai quali tocca occuparsi della registrazione delle persone accolte e sbrigare gli obblighi legati ai profili sanitari. «La popolazione ucraina ha una percentuale bassa di vaccinazione Covid», ha ribadito Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare della Lombardia, dove i profughi arrivati sono 11.000. A Milano, da ieri è attivo 24 ore su 24 un punto di prima accoglienza sanitaria e di registrazione, ma in molte altre città e Regioni bisogna prendere appuntamenti, dipendere dagli orari e dalle chiusure degli sportelli nel fine settimana.
«C’è la necessità di migliorare la fase di registrazione e monitoraggio su tutto il territorio» dichiarava ieri Attilio Visconti, prefetto di Bologna dove ci sono 2.242 profughi, 12.069 nella Regione Emilia Romagna.
«Se facciamo le cose come sappiamo fare, ovvero tampone all’ingresso, isolamento dei positivi, non c’è alcuna preoccupazione. La cosa importante è offrire il vaccino e tenere gli hub vaccinali aperti. Penso che saranno anche ben contenti di vaccinarsi», sosteneva a inizio marzo Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Biomedico di Roma. Non sarà facile come pensava.
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Da noi, la riconquista dei diritti sarà una via crucis. Al contrario, la Francia ha cancellato foglio verde e mascherine già 5 giorni fa. In Inghilterra e Danimarca le limitazioni non esistono da mesi. E l’Austria ha sospeso l’obbligo vaccinale (che qui sarà allungato).Monitorare i profughi in arrivo è arduo. In Friuli, su 26.000 sfollati, solo 416 test e 158 iniezioni.Lo speciale contiene due articoli.Le restrizioni contro il Covid sono ormai un ricordo in vari Paesi europei, mentre in Italia il governo di Mario Draghi ha scelto di tenere tutto in sospeso fino al primo maggio. Ma nemmeno questa data è certa, nel senso che, come ha spiegato La Verità, il ministro della Salute potrà continuare a decidere se imporre limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini. L’incertezza non fa bene all’economia, in particolare al settore turistico che, come si sa, è uno dei più importanti ingredienti del Pil italiano. È forse anche per ricominciare ad accogliere i turisti (e permettere loro di programmare le ferie estive) che in altre nazioni europee si è deciso di dire basta ai freni economici provocati dal Covid. La Francia ha sospeso l’uso del green pass a partire dal 14 marzo 2022, esattamente due anni meno tre giorni dopo l’inizio del primo lockdown. Tale sospensione non vale per gli ospedali e le case di riposo. A partire dalla stessa data, Parigi ha anche deciso di abbandonare l’obbligo dell’uso delle maschere al chiuso, a eccezione dei trasporti pubblici. Va detto però che già il 20 gennaio scorso, il primo ministro Jean Castex aveva annunciato la fine di alcune misure restrittive a partire dal 2 e dal 16 febbraio 2022. A partire dalla prima di queste due date sono venuti meno: l’obbligo delle mascherine all’aperto, la limitazione di pubblico in stadi, spazi concerti e teatri (nei luoghi di culto i limiti di capacità erano già stati aboliti nel 2021) e l’obbligo di telelavoro. Il 16 febbraio invece, le due principali novità sono state la riapertura delle discoteche e la possibilità di assistere a dei concerti stando in piedi. Va ricordato che, il 10 aprile prossimo, gli elettori francesi saranno chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Tale scadenza ha portato molti osservatori a pensare che la fine delle restrizioni contro la pandemia fosse motivata anche da un calcolo elettorale fatto da Emmanuel Macron. Tuttavia, anche nel mondo sanitario, non sono mancati i medici favorevoli alla fine degli obblighi.Dopo l’ultimo semi lockdown, imposto nel dicembre scorso, i Paesi Bassi hanno cancellato rapidamente molte restrizioni contro la propagazione del virus nato in Cina. Già lo scorso 25 gennaio sono stati riaperti, con alcune condizioni, bar, ristoranti e luoghi di cultura. Via libera anche agli eventi pubblici al chiuso ma con un massimo di 1250 persone. In Gran Bretagna, già dal 27 gennaio il governo guidato da Boris Johnson ha deciso di eliminare la maggior parte delle limitazioni alle libertà dei cittadini dovute alla pandemia. Tra le principali va citato ovviamente il green pass (il cui impiego era già limitatissimo), ma le mascherine, rimaste obbligatorie al chiuso per qualche tempo solo a Londra. In Germania, già a metà febbraio, il cancelliere Olaf Scholz aveva previsto l’abolizione progressiva degli obblighi e dell’uso del green pass. Questo, sebbene il Paese non avesse una copertura vaccinale amplissima. Nonostante l’impennata dei contagi registrata a gennaio, in Danimarca l’esecutivo di Mette Frederiksen ha abolito l’uso del green pass, l’obbligo dell’uso delle mascherine al chiuso e ha rimosso le chiusure anticipate dei locali. Tutte queste misure sono entrate in vigore il aprile febbraio. In Spagna, il governo catalano ha deciso di abolire molte delle limitazioni già dal 28 gennaio; tra queste, il pass sanitario e il coprifuoco tra l’una e le sei del mattino, decretato in buona parte della regione nel mese di dicembre del 2021.Nella lista dei Paesi più severi, l’Austria ha avuto un posto di rilievo. Vienna aveva scelto di adottare una strategia estremamente rigida per aumentare il ricorso alla vaccinazione. Il 5 febbraio scorso era entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i quasi 9 milioni di cittadini austriaci. Le sole eccezioni previste riguardavano le donne incinte e i guariti da meno di 180 giorni. La legge prevedeva che, dall’inizio di marzo, sarebbero stati avviati dei controlli ed eventualmente comminate delle multe da 600 a 3.600 euro. Eppure, poco più di un mese dopo l’entrata in vigore della norma, il governo austriaco ha deciso di sospenderne l’applicazione. Annunciando la decisione, il ministro degli Affari costituzionali, Karoline Edtstadler, aveva spiegato che «questa limitazione dei diritti fondamentali» non era né «giustificata» né «proporzionata» ai rischi prodotti dal Covid. Da noi, l’obbligo per prof e agenti resterà fino al 15 giugno, mentre per i sanitari sarà prorogato addirittura fino a fine anno. Va però segnalato che, dalla prossima settimana, Vienna reintrodurrà l’obbligo di Ffp2 al chiuso e il ministro della Salute ha parlato di «riaperture premature». I diritti non sembrano essere una priorità per il governo italiano, che ha deciso di lasciare le chiavi della gabbia delle restrizioni da Covid nelle mani di Roberto Speranza. All’estero invece, nemmeno certi capi di Stato o di governo possono disporre di un potere così esteso. Nel Belpaese, lo gestisce l’esponente di un partito che rappresenta sì e no il 3% dell’elettorato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/estero-divieti-covid-spariti-2656988856.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="aumenta-la-fiumana-di-profughi-scarseggiano-tamponi-e-vaccini" data-post-id="2656988856" data-published-at="1647643768" data-use-pagination="False"> Aumenta la fiumana di profughi. Scarseggiano tamponi e vaccini «Il nostro è il confine più esposto per quello che riguarda chi scappa dal conflitto» ucraino, dichiarava ieri Riccardo Riccardi, vice presidente del Friuli Venezia Giulia con delega a Protezione civile e Sanità. Aggiungeva che dei 53.669 profughi arrivati in Italia «oltre la metà sono entrati dai nostri confini». Stiamo parlando di più di 26.000 persone transitate per la Regione governata da Massimiliano Fedriga. Sempre Riccardi informava che «per il momento quello di Udine è l’hub sanitario di riferimento», dove dal 9 al 16 marzo sono stati effettuati 416 tamponi e 158 vaccinazioni contro il Covid-19. Non si tratta di grandi numeri, rapportati agli arrivi. È vero che in Friuli se ne sono poi fermati solo 2.000, gli altri hanno proseguito per diverse destinazioni, ma l’ordinanza del 6 marzo della presidenza del consiglio dei ministri impone il test molecolare o antigenico al massimo entro le 48 ore e se il tampone non viene fatto subito, persone potenzialmente positive possono muoversi per tutta Italia prima di fare un controllo anti Covid. Un problema sottolineato a inizio settimana dal governatore del Veneto, Luca Zaia, quando ha riferito: «Il flusso dei profughi sta aumentando costantemente, in particolare sta transitando un numero imprecisato e non calcolabile dalle stazioni ferroviarie di Mestre e Verona. Quelli registrati sono circa 3.300 ma in realtà il numero è molto superiore e si aggiorna di ora in ora. Registriamo un aumento costante di arrivi in pullman e auto». Aggiungeva: «Stiamo facendo tutto il possibile per intercettarli e sottoporli a tampone. Questo per la maggior sicurezza di tutti». Parliamo di persone provatissime dal conflitto. Sono soprattutto donne (27.429), minori (21.658) e in piccola parte uomini (4.582), secondo gli ultimi dati del Viminale. Meritano di essere accolti nel migliore dei modi, ma non dimentichiamoci che siamo ancora in stato di emergenza. Super green pass, per muoversi su mezzi pubblici o alloggiare in un hotel (dove pure vengono ospitati i profughi), sono sempre regole cui devono sottostare gli italiani non vaccinati o quelli fermi alla seconda dose. Misure utili per contenere i contagi, secondo il diktat del nostro ministero della Salute. Quindi c’è bisogno della massima vigilanza sulla condizione sanitaria dei quasi 54.000 ucraini arrivati, numero destinato a lievitare rapidamente. «Tra i profughi c’è una percentuale significativa di non vaccinati», ha riferito all’Ansa Riccardo Riccardi, anche se, «per quella popolazione il contagio è molto molto basso». Meglio così, però la maggior parte degli ucraini è ospitata da amici e parenti che risiedono nel nostro Paese, ai quali tocca occuparsi della registrazione delle persone accolte e sbrigare gli obblighi legati ai profili sanitari. «La popolazione ucraina ha una percentuale bassa di vaccinazione Covid», ha ribadito Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare della Lombardia, dove i profughi arrivati sono 11.000. A Milano, da ieri è attivo 24 ore su 24 un punto di prima accoglienza sanitaria e di registrazione, ma in molte altre città e Regioni bisogna prendere appuntamenti, dipendere dagli orari e dalle chiusure degli sportelli nel fine settimana. «C’è la necessità di migliorare la fase di registrazione e monitoraggio su tutto il territorio» dichiarava ieri Attilio Visconti, prefetto di Bologna dove ci sono 2.242 profughi, 12.069 nella Regione Emilia Romagna. «Se facciamo le cose come sappiamo fare, ovvero tampone all’ingresso, isolamento dei positivi, non c’è alcuna preoccupazione. La cosa importante è offrire il vaccino e tenere gli hub vaccinali aperti. Penso che saranno anche ben contenti di vaccinarsi», sosteneva a inizio marzo Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Biomedico di Roma. Non sarà facile come pensava.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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