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2023-08-13
«Sono più affamati di prima». L’inviata Ue (in quota M5s) esalta le sanzioni post golpe
Emanuela Del Re e Luigi Di Maio (Ansa)
La soluzione Ue per il Niger è affamare i suoi cittadini? Un’intervista del 9 agosto è passata quasi sotto traccia. Emanuela Del Re, romana, classe 1963, già delegata dal ministro Enzo Moavero Milanesi, nel primo governo di Giuseppe Conte, alla cooperazione internazionale e viceministro degli Esteri nel Conte bis, lo ha detto fuori dai denti a Repubblica. Ora che ricopre un ruolo alla Luigi Di Maio, col quale condivide i trascorsi a 5 stelle, ovvero quello di rappresentante dell’Unione europea per il Sahel (lui per il Golfo), è alle prese con la crisi africana del Niger. L’instabilità di quell’area preoccupa non poco. A mezzanotte di domenica scorsa è scaduto l’ultimatum del blocco Ecowas (i Paesi dell’Africa occidentale) e una guerra tra i generali golpisti del Niger e l’Ecowas sembrava alle porte. Ma l’esperta della corte di Conte beneficiata con la nomina a Bruxelles ritiene che per far desistere i golpisti in Niger ed evitare la guerra «sia necessario annichilire questa giunta che è motivata soltanto da interessi personali e sta facendo precipitare un intero Paese nel caos». Come? «Le sanzioni», ha spiegato la Del Re a Repubblica, «stanno cominciando a produrre effetti. Mancano medicinali, manca cibo, manca l’elettricità, ancora più di prima». Insomma, affamando il Niger, secondo l’esperta, si scongiurerebbe lo scontro in quell’area dell’Africa. Questa è la sua visione. Arricchita e confortata da ulteriori valutazioni: «Se vogliamo che la giunta si indebolisca dobbiamo continuare le sanzioni. L’Ue è al fianco dell’Ecowas proprio con questo tipo di intervento, che ovviamente si deve accompagnare a un’attività diplomatica serrata e complessa».
Il colpo di Stato del 26 luglio scorso ha destituito il presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum, ora nelle mani della giunta golpista che minaccia di ucciderlo nel caso in cui i Paesi confinanti tentassero un intervento militare. «In questi giorni l’attività dell’Unione europea è febbrile», ha detto Del Re, «siamo impegnati h24, come si dice in gergo militare, con contatti di altissimo livello per esprimere una posizione condivisa da tutti i 27 Paesi membri. Ritornare all’ordine costituzionale in Niger e liberare il presidente Bazoum. Sostenere l’azione diplomatica e politica di Ecowas che per noi è l’organizzazione di riferimento». Questa, insieme alla sanzioni, sarebbe la strategia.
Sulla liberazione del presidente Bazoum la Del Re non è scesa nei dettagli. Ma dalle ultime notizie diffuse dalle agenzie di stampa è difficile immaginare che un intervento sia vicino. Il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, che ieri avrebbe dovuto discutere proprio della crisi in Niger, è stato rinviato a data da destinarsi. Ufficialmente l’incontro sarebbe stato rinviato «per motivi tecnici», dovuti alle difficoltà riscontrate da alcune delegazioni dei Paesi partecipanti a raggiungere in tempo la capitale ghanese, Accra, a causa di una carenza di voli. In realtà, stando alle fonti delle emittenti Al-Arabiya e Al-Hadath, il rinvio è stato strategico più che tecnico: non sarebbe pronta la Ecowas standby force, composta dalle truppe di riserva che l’organizzazione ha deciso di attivare.
Ieri la Russia ha messo in guardia contro qualsiasi intervento militare in Niger, sostenendo che destabilizzerebbe ulteriormente il Paese. Al momento le componenti principali della Standby force dell’Ecowas corrispondono alle forze militari dei principali Paesi partecipanti, ovvero Nigeria, Senegal e Costa d’Avorio, che nel 2022 avevano eserciti composti, secondo l’International institute for strategic studies, rispettivamente da 223.000, 27.000 e 19.000 soldati. L’unico Paese che ha già dichiarato quanti soldati metterà a disposizione è stata la Costa d’Avorio: dopo l’annuncio della mobilitazione giovedì, il presidente Alassane Ouattara ha promesso di inviare «tra gli 850 e i 1.100 militari», aggiungendo che le truppe dovrebbero intervenire «il prima possibile». Stando all’emittente francese Rfi, il vertice sarebbe ancora in caldo e dovrebbe essere riconvocato per l’inizio della prossima settimana, ma la data rimane da confermare.
Nel frattempo la posizione della giunta golpista sembra congelata. Compreso l’annunciato stop all’export dell’uranio (il Niger è il settimo Paese al mondo per produzione dell’elemento chimico), che tiene soprattutto la Francia col fiato sospeso. Ieri il ministro degli Esteri nigerino Hassoumi Massoudou, deposto pure lui dal golpe insieme al governo, ha lanciato un appello alla giunta militare affinché rinunci al potere, per evitare al Paese sanzioni e un possibile intervento armato degli Stati dell’Ecowas. Massoudou, in un tweet, ha sottolineato che l’azione militare minacciata dall’Ecowas «non è una guerra contro il Niger e la sua popolazione ma una operazione di polizia contro i sequestratori e i loro complici». Peccato che l’operazione di polizia sembra essere stata rinviata sine die. Resta la clamorosa mozione Del Re: «Affamarli».
Kiev contro Israele: «Parla coi russi»
Continua l’offensiva dell’aria ucraina. A Belgorod il sistema russo ha disinnescato e fatto esplodere un veicolo aereo senza pilota. Mosca riferisce di aver abbattuto 20 droni ucraini vicino alla penisola di Crimea. Quattordici sono stati distrutti dai sistemi di difesa aerea e altri sei sono stati soppressi dalla guerra elettronica, ha riferito il ministero della Difesa. A luglio, gli attacchi dei droni ucraini sulla Crimea hanno fatto saltare in aria un deposito di munizioni e danneggiato il ponte sullo stretto di Kerch che collega la penisola alla Russia continentale. Ponte di Kerch che ha subito ieri un altro attentato. È stata udita più di un’esplosione dai cittadini ma le autorità russe riferiscono di aver abbattuto solo due missili e negano che ci siano stati danni alla struttura.
Bombardamenti che continuano anche per mano russa sul territorio ucraino. Nella regione di Kharkiv è morta una donna di 73 anni schiacciata dal crollo di una struttura residenziale collassata sotto i bombardamenti. Le zone orientali della regione di Kharkiv sono direttamente adiacenti alla linea del fronte e le forze ucraine hanno segnalato un’impennata degli attacchi russi nelle ultime settimane. Anche la regione di Donetsk non viene risparmiata: morti due residenti così come a Zaporizhzhia dove è morto un poliziotto, un capitano di 31 anni. Ferite altre 12 persone che si trovano in gravi condizioni. Nel frattempo, prosegue, anche se a rilento, la controffensiva ucraina. Secondo l’istituto statunitense Isw, le forze armare di Kiev hanno compiuto avanzate significative verso Sud nell’area occidentale dell’oblast di Zaporizhzhia, dove hanno raggiunto la periferia di Robotyne, obbligando le forze d’invasione russe a ridispiegarsi lungo il fronte, indicando che «gli sforzi ucraini in quella zona potrebbero star fiaccando significativamente le difese russe». L’armata di Mosca però non è da meno, secondo il think tank, perché starebbe avanzando con successo a Nordest di Kupyansk, nell’oblast di Kharkiv e lì anche le truppe di Kiev sono costrette a ripiegare.
Per aggirare il blocco dei porti ucraini da parte di Mosca nel Mar Nero, intanto, Kiev ha iniziato a registrare navi disposte a utilizzare il nuovo «corridoio umanitario». Annunciato dall’Ucraina l’8 agosto scorso vuole essere una potenziale soluzione al blocco de facto della Russia, in particolare dopo che Mosca ha rinnegato un accordo per consentire le esportazioni di grano di Kiev. Ad oggi però ancora nessuna imbarcazione avrebbe percorso questo corridoio. La pace è lontana, insomma, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continua a puntare sulla sua formula che prevede la riconquista di tutti i territori e il ritiro completo delle truppe di Mosca. Sono 58 i Paesi che sostengono questo piano, lo ha reso noto il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermark. Al summit che si è svolto a Gedda il 5 e 6 agosto, la delegazione ucraina ha tenuto anche incontri bilaterali con le delegazioni di oltre 30 Paesi. Con un Paese però i rapporti sarebbero quantomeno freddi. Si tratta di Israele. Kiev sta valutando di fare richiesta che venga escluso dagli incontri di Ramstein, dove si riunisce solitamente il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina. Le motivazioni sarebbero essenzialmente due. Le autorità ucraine, secondo alcune fonti, ritengono che esista un «pericolo reale» che le informazioni discusse con Israele agli incontri di Ramstein «entrino in possesso dello stato aggressore». Kiev, infatti, sostiene che gli israeliani siano filo russi, inoltre che «le autorità israeliane non hanno mai fornito alcun aiuto reale».
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Emanuela Del Re, rappresentante per il Sahel: «Mancano cibo, elettricità e medicinali, così indeboliamo la giunta militare». Intanto l’Ecowas si impantana su truppe e armi.L’Ucraina vuole escludere Tel Aviv dal formato Ramstein: «Rischio fuga di notizie». Aperta la rotta protetta nel Mar Nero per il grano. Altra pioggia di droni contro lo Zar.Lo speciale contiene due articoli.La soluzione Ue per il Niger è affamare i suoi cittadini? Un’intervista del 9 agosto è passata quasi sotto traccia. Emanuela Del Re, romana, classe 1963, già delegata dal ministro Enzo Moavero Milanesi, nel primo governo di Giuseppe Conte, alla cooperazione internazionale e viceministro degli Esteri nel Conte bis, lo ha detto fuori dai denti a Repubblica. Ora che ricopre un ruolo alla Luigi Di Maio, col quale condivide i trascorsi a 5 stelle, ovvero quello di rappresentante dell’Unione europea per il Sahel (lui per il Golfo), è alle prese con la crisi africana del Niger. L’instabilità di quell’area preoccupa non poco. A mezzanotte di domenica scorsa è scaduto l’ultimatum del blocco Ecowas (i Paesi dell’Africa occidentale) e una guerra tra i generali golpisti del Niger e l’Ecowas sembrava alle porte. Ma l’esperta della corte di Conte beneficiata con la nomina a Bruxelles ritiene che per far desistere i golpisti in Niger ed evitare la guerra «sia necessario annichilire questa giunta che è motivata soltanto da interessi personali e sta facendo precipitare un intero Paese nel caos». Come? «Le sanzioni», ha spiegato la Del Re a Repubblica, «stanno cominciando a produrre effetti. Mancano medicinali, manca cibo, manca l’elettricità, ancora più di prima». Insomma, affamando il Niger, secondo l’esperta, si scongiurerebbe lo scontro in quell’area dell’Africa. Questa è la sua visione. Arricchita e confortata da ulteriori valutazioni: «Se vogliamo che la giunta si indebolisca dobbiamo continuare le sanzioni. L’Ue è al fianco dell’Ecowas proprio con questo tipo di intervento, che ovviamente si deve accompagnare a un’attività diplomatica serrata e complessa». Il colpo di Stato del 26 luglio scorso ha destituito il presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum, ora nelle mani della giunta golpista che minaccia di ucciderlo nel caso in cui i Paesi confinanti tentassero un intervento militare. «In questi giorni l’attività dell’Unione europea è febbrile», ha detto Del Re, «siamo impegnati h24, come si dice in gergo militare, con contatti di altissimo livello per esprimere una posizione condivisa da tutti i 27 Paesi membri. Ritornare all’ordine costituzionale in Niger e liberare il presidente Bazoum. Sostenere l’azione diplomatica e politica di Ecowas che per noi è l’organizzazione di riferimento». Questa, insieme alla sanzioni, sarebbe la strategia. Sulla liberazione del presidente Bazoum la Del Re non è scesa nei dettagli. Ma dalle ultime notizie diffuse dalle agenzie di stampa è difficile immaginare che un intervento sia vicino. Il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, che ieri avrebbe dovuto discutere proprio della crisi in Niger, è stato rinviato a data da destinarsi. Ufficialmente l’incontro sarebbe stato rinviato «per motivi tecnici», dovuti alle difficoltà riscontrate da alcune delegazioni dei Paesi partecipanti a raggiungere in tempo la capitale ghanese, Accra, a causa di una carenza di voli. In realtà, stando alle fonti delle emittenti Al-Arabiya e Al-Hadath, il rinvio è stato strategico più che tecnico: non sarebbe pronta la Ecowas standby force, composta dalle truppe di riserva che l’organizzazione ha deciso di attivare. Ieri la Russia ha messo in guardia contro qualsiasi intervento militare in Niger, sostenendo che destabilizzerebbe ulteriormente il Paese. Al momento le componenti principali della Standby force dell’Ecowas corrispondono alle forze militari dei principali Paesi partecipanti, ovvero Nigeria, Senegal e Costa d’Avorio, che nel 2022 avevano eserciti composti, secondo l’International institute for strategic studies, rispettivamente da 223.000, 27.000 e 19.000 soldati. L’unico Paese che ha già dichiarato quanti soldati metterà a disposizione è stata la Costa d’Avorio: dopo l’annuncio della mobilitazione giovedì, il presidente Alassane Ouattara ha promesso di inviare «tra gli 850 e i 1.100 militari», aggiungendo che le truppe dovrebbero intervenire «il prima possibile». Stando all’emittente francese Rfi, il vertice sarebbe ancora in caldo e dovrebbe essere riconvocato per l’inizio della prossima settimana, ma la data rimane da confermare. Nel frattempo la posizione della giunta golpista sembra congelata. Compreso l’annunciato stop all’export dell’uranio (il Niger è il settimo Paese al mondo per produzione dell’elemento chimico), che tiene soprattutto la Francia col fiato sospeso. Ieri il ministro degli Esteri nigerino Hassoumi Massoudou, deposto pure lui dal golpe insieme al governo, ha lanciato un appello alla giunta militare affinché rinunci al potere, per evitare al Paese sanzioni e un possibile intervento armato degli Stati dell’Ecowas. Massoudou, in un tweet, ha sottolineato che l’azione militare minacciata dall’Ecowas «non è una guerra contro il Niger e la sua popolazione ma una operazione di polizia contro i sequestratori e i loro complici». Peccato che l’operazione di polizia sembra essere stata rinviata sine die. 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A luglio, gli attacchi dei droni ucraini sulla Crimea hanno fatto saltare in aria un deposito di munizioni e danneggiato il ponte sullo stretto di Kerch che collega la penisola alla Russia continentale. Ponte di Kerch che ha subito ieri un altro attentato. È stata udita più di un’esplosione dai cittadini ma le autorità russe riferiscono di aver abbattuto solo due missili e negano che ci siano stati danni alla struttura. Bombardamenti che continuano anche per mano russa sul territorio ucraino. Nella regione di Kharkiv è morta una donna di 73 anni schiacciata dal crollo di una struttura residenziale collassata sotto i bombardamenti. Le zone orientali della regione di Kharkiv sono direttamente adiacenti alla linea del fronte e le forze ucraine hanno segnalato un’impennata degli attacchi russi nelle ultime settimane. Anche la regione di Donetsk non viene risparmiata: morti due residenti così come a Zaporizhzhia dove è morto un poliziotto, un capitano di 31 anni. Ferite altre 12 persone che si trovano in gravi condizioni. Nel frattempo, prosegue, anche se a rilento, la controffensiva ucraina. Secondo l’istituto statunitense Isw, le forze armare di Kiev hanno compiuto avanzate significative verso Sud nell’area occidentale dell’oblast di Zaporizhzhia, dove hanno raggiunto la periferia di Robotyne, obbligando le forze d’invasione russe a ridispiegarsi lungo il fronte, indicando che «gli sforzi ucraini in quella zona potrebbero star fiaccando significativamente le difese russe». L’armata di Mosca però non è da meno, secondo il think tank, perché starebbe avanzando con successo a Nordest di Kupyansk, nell’oblast di Kharkiv e lì anche le truppe di Kiev sono costrette a ripiegare. Per aggirare il blocco dei porti ucraini da parte di Mosca nel Mar Nero, intanto, Kiev ha iniziato a registrare navi disposte a utilizzare il nuovo «corridoio umanitario». Annunciato dall’Ucraina l’8 agosto scorso vuole essere una potenziale soluzione al blocco de facto della Russia, in particolare dopo che Mosca ha rinnegato un accordo per consentire le esportazioni di grano di Kiev. Ad oggi però ancora nessuna imbarcazione avrebbe percorso questo corridoio. La pace è lontana, insomma, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continua a puntare sulla sua formula che prevede la riconquista di tutti i territori e il ritiro completo delle truppe di Mosca. Sono 58 i Paesi che sostengono questo piano, lo ha reso noto il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermark. Al summit che si è svolto a Gedda il 5 e 6 agosto, la delegazione ucraina ha tenuto anche incontri bilaterali con le delegazioni di oltre 30 Paesi. Con un Paese però i rapporti sarebbero quantomeno freddi. Si tratta di Israele. Kiev sta valutando di fare richiesta che venga escluso dagli incontri di Ramstein, dove si riunisce solitamente il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina. Le motivazioni sarebbero essenzialmente due. Le autorità ucraine, secondo alcune fonti, ritengono che esista un «pericolo reale» che le informazioni discusse con Israele agli incontri di Ramstein «entrino in possesso dello stato aggressore». Kiev, infatti, sostiene che gli israeliani siano filo russi, inoltre che «le autorità israeliane non hanno mai fornito alcun aiuto reale».
Dan Jørgensen
La guerra in Medio Oriente ha modificato le rotte dei flussi di gas naturale e petrolio greggio costringendo i Paesi Ue a cercare altri canali di approvvigionamento. In questa situazione di estrema difficoltà e incertezza, aggravata anche dall’aumento dei prezzi energetici, la Commissione europea, anziché facilitare le importazioni, fa il contrario. Paradossale ma vero. Da gennaio 2027, il regolamento dell’Unione europea sul metano impone agli importatori di gas naturale e petrolio greggio di dimostrare che i Paesi esportatori o i produttori soddisfino i rigorosi requisiti di monitoraggio, rendicontazione e verifica, Mrv, equivalenti agli standard Ue. Una linea ribadita ieri alla riunione del Consiglio Ue Energia a Lussemburgo.
Secondo uno studio condotto da Wood Mackenzie e supportato dall’International association of oil and gas producers, a fronte di queste regole, dal prossimo gennaio la Ue rischia di perdere fino al 43 per cento degli approvvigionamenti di gas e circa l’87 per cento di quelli di petrolio. L’analisi sostiene che, a oggi, nessun Paese esportatore è considerato equivalente all’Ue in termini di Mrv. I volumi di produzione globale di petrolio e gas segnalati ai sensi dell’Ogmp (lo standard globale di riferimento per la trasparenza dei dati ambientali) sono insufficienti.
Dunque, ingenti quantità di petrolio e gas disponibili a livello globale, accessibili all’Europa, rischiano di essere considerate non conformi, esponendo gli importatori al rischio di sanzioni. Mentre i limitati volumi conformi, accessibili al mercato dell’Ue, sarebbero insufficienti a soddisfare la domanda, innescando un divario di approvvigionamento, con gravi ripercussioni sul mercato. Anche in uno scenario più flessibile, in cui dieci Paesi fornitori chiave dell’Ue fossero considerati «equivalenti», i volumi conformi sarebbero comunque insufficienti al fabbisogno Ue.
Alcuni produttori, soprattutto quelli privi di sistemi avanzati di monitoraggio del metano, potrebbero tagliare o sospendere temporaneamente le consegne nell’Unione. Ciò rischia di ridurre il numero dei fornitori europei in un momento di forte concorrenza e orientare i carichi di gas metano e petrolio greggio verso mercati più permissivi. Ne deriverebbe un aumento dei prezzi del gas naturale, del petrolio greggio e dei prodotti raffinati, con conseguenze negative per le famiglie europee e un danno alla competitività industriale.
La conseguenza, rileva lo studio, è una riduzione del 50% della capacità produttiva, e la chiusura di 40 raffinerie dell’Ue. L’Europa, così, passerebbe da esportatore di benzina a importatore netto, con un aumento della spesa di oltre 17 miliardi di dollari all’anno. I prezzi della benzina aumenterebbero del 24 per cento e del gasolio del 16 per cento. Una mannaia per i settori energivori. La riduzione della raffinazione interna rischierebbe infine di compromettere l’obiettivo ambientale dell’Unione.
L’Italia, assieme ad altri 11 Stati membri (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia) ha presentato una nota alla riunione del Consiglio Energia di ieri. Nel documento i 12 ritengono che bisogna rinviare di tre anni l’applicazione degli obblighi del regolamento, perché la sua attuazione non è «attualmente fattibile». Anche la Germania ha definito «urgente» una revisione o il rinvio delle norme.
L’unica concessione della Commissione è di non applicare sanzioni per tre anni per i contratti conclusi entro la fine del 2027. Ma non basta. Solo un rinvio degli obblighi del regolamento potrebbe garantire la continua disponibilità di gas naturale e petrolio greggio da fonti diversificate. Secondo i 12, in questo modo, si potrà anche preservare la posizione contrattuale dell’Ue ed evitare l’aumento dei prezzi innescato dalle normative vincolanti. Ma non è una posizione comune a tutta la Ue e comunque la Commissione tira avanti.
Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, durante la discussione sul regolamento metano al Consiglio Ue, ha escluso una riapertura del dossier. «La Commissione è concentrata sull’implementazione del regolamento metano in modo che non metta a rischio la sicurezza delle forniture. Non stiamo lavorando a un emendamento al regolamento, perché questo aumenterebbe solo l’insicurezza e l’incertezza nel mercato». Il commissario ha aggiunto che l’esecutivo europeo sta lavorando a una raccomandazione per fornire linee guida su come dimostrare il rispetto con i requisiti del regolamento e ha invitato gli Stati membri ad adottare sanzioni. Ma lo stesso Jorgensen, ha detto che «a fine estate potrebbero esserci criticità per le scorte di petrolio e gas».
Ieri è stato siglato il primo accordo tripartito Ue mai realizzato per promuovere lo stoccaggio dell’energia. La Commissione ha riunito 22 Paesi Ue, tra cui anche l’Italia, insieme ai produttori di sistemi di accumulo e di energie rinnovabili e alle industrie energivore, con l’obiettivo di «accelerare l’implementazione dei sistemi di accumulo nel breve termine» nell’Ue.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
In un territorio piccolo come la penisola della Crimea, annessa dai russi nel 2014, la strategia ha spinto ieri il governatore locale Sergej Aksionov a decretare lo «stato di emergenza» per la mancanza di carburante ed elettricità causata dai raid su infrastrutture petrolifere ed energetiche. Fra le misure, la sospensione della vendita di benzina e gasolio, la riduzione della frequenza di treni e traghetti, rimpiazzati da autobus, la chiusura dei campi estivi per bambini. La Crimea, rispetto all’enorme Russia, è un bersaglio assai più facile essendo una penisola di limitata area, vicinissima ed esposta anche a ordigni di breve raggio. Inoltre offre strozzature infrastrutturali vulnerabili, come il ponte di Kerch, che la collega alla penisola di Taman. L’area di Kerch è stata colpita ieri, stando al servizio segreto ucraino Sbu, da droni ucraini che hanno danneggiato una base di missili antiaerei S-400 e tre navi, ovvero le due unità posacavi Volga e Vyatka e il traghetto Petropavlovsk. L’Sbu ritiene le navi posacavi implicate anche nella posa di mine e di sensori sonar della rete Garmonia. Sempre in Crimea sono state bombardate Krasnoperekopsk, l’aeroporto Saky di Novofedorivka e una base antiaerea con sistemi Pantsir-S1. Gli attacchi hanno causato la chiusura per 6 ore del ponte di Kerch.
Le incursioni facevano parte di più vaste ondate di velivoli senza pilota sulla Russia. Mosca ha parlato di «660 droni nemici abbattuti», di cui «28 presso Mosca», per il sindaco della capitale Sergei Sobyanin. Fra gli obbiettivi colpiti, l’impianto chimico Azot di Novomoskovsk, nella regione di Tula, già danneggiato il 14 giugno, e una vicina centrale elettrica. Secondo media locali, la scarsità di benzina s’è fatta sentire anche in Siberia, a Tomsk. Per «fonti» della Reuters il presidente russo Vladimir Putin sarebbe subissato di richieste di escalation da «falchi» del suo staff, che chiedono mobilitazione generale, distruzione del quartiere governativo di Kiev, assassinio del presidente Volodymyr Zelensky, attacchi alle fabbriche europee di droni e financo l’uso di armi nucleari tattiche. Ma Putin preferisce un profilo più basso. Ieri Zelensky ha approvato un piano del capo dell’Sbu, il generale Yevhen Khmara, per un’offensiva di «pressione» sulla Russia della durata di 40 giorni «per costringerla a cessare la guerra».
I russi a loro volta hanno attaccato con droni le reti elettriche di Odessa. Il capo delle forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrsky, ha invitato a non sottovalutare i russi in un’intervista al Times: «Mosca adotta una strategia di logoramento con piccole avanzate successive. Schiera al fronte 721.300 soldati e produce droni su scala industriale. Nel giugno 2026 ne ha utilizzati tra 6.000 e 7.000 al giorno, con l’obiettivo di arrivare a 33.000 a fine anno». Kiev si aspetta «nuovi aiuti militari, specie in difesa aerea» dal vertice Nato previsto ad Ankara il 7 e 8 luglio, come auspicato dal ministro degli Esteri Andrii Sybiha.
Ma i combattimenti metro per metro sul fronte terrestre proseguono. Da giorni è nella città di Konstantinivka che le truppe russe s’infiltrano lentamente. Ieri la Tass ha pubblicato rapporti dell’esercito russo secondo cui «i militari ucraini colpirebbero con droni i civili che evacuano dal paese per impedire che rivelino l’ubicazione delle loro postazioni». Il 10° Reggimento corazzato russo sostiene di impiegare in città granate d’artiglieria Krasnopol a guida laser da 152 mm per centrare le posizioni avversarie, nonché di usare mine anticarro TM62 modificate per «demolire edifici in cui il nemico è nascosto». Unico segnale positivo delle scorse ore, lo scambio di 160 prigionieri per parte, goccia nel mare di una guerra infinita.
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Galeazzo Bignami
Ed è necessario valutare le intenzioni del generale e del suo Futuro nazionale. Il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami da abile mediatore qual è, sonda il terreno. I segnali di apertura a Vannacci da parte di Bignami si intravedono già da mesi. Il capogruppo, prudentemente, non ha mai sbattuto del tutto la porta in faccia al generale ma piuttosto ha temporeggiato, rinviando i giudizi a quando i tempi si fossero fatti più maturi. Quei tempi sono arrivati. Perché se a febbraio il valore elettorale di Futuro nazionale era di difficile interpretazione, oggi appare più nitido.
In Fratelli d’Italia l’adagio sta cambiando: da «Vannacci fuori» a «Vannacci vediamo». L’obiettivo è quello di «salvinizzare» Vannacci, ma la Lega non ne è felicissima. D’altra parte, Forza Italia, ancora di più con il nuovo corso imposto da Marina Berlusconi, non ha nessuna intenzione di mettersi a braccetto con lui.
Ieri a Montecitorio è andata in scena la discussione generale sul testo della nuova legge elettorale e non sono mancate scintille. Numerosi i nodi da sciogliere, tra cui quello delle preferenze, che sta creando divisioni in entrambi gli schieramenti. Fratelli d’Italia dovrà decidere se formalizzare o meno l’emendamento in materia. Le votazioni dovrebbero partire dal 7 luglio. Lega e Forza Italia sono scettici nel portare avanti una battaglia che potrebbe creare fibrillazioni interne. Soprattutto se il centrosinistra decidesse di non partecipare lasciando la patata bollente in mano al centrodestra: se non dovessero passare le preferenze si rischia una figuraccia, se passassero il centrodestra si spaccherebbe.
Bignami dice che il suo partito sta «cercando insieme agli alleati di presentare un emendamento unitario insieme alle forze di centrodestra anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani di poter indicare le preferenze. Crediamo che ci siano le condizioni per arrivare senza porre la fiducia». E aggiunge: «È evidente che se noi votiamo a settembre, come è intendimento del governo credo arrivare a fine legislatura, c’è il tempo per riflettere e confrontarsi sul programma. Ci sono alcune cose su cui ci si può trovare una prospettiva comune, altre meno».
Vannacci sguazza in questo stagno di incertezza generale, presentando emendamenti e chiedendo alla premier di invitare gli alleati a evitare il voto segreto. «È lui che non lo vuole, perché teme che qualcuno dei suoi non lo voti», dicono le malelingue della Lega.
Nessuna limatura sulla norma ribattezzata «anti-Vannacci» che esenta dalla raccolta delle firme solo i gruppi parlamentari costituiti prima dell’inizio del 2026. «Fratelli d’Italia nasce come un movimento che non ha mai goduto dello spazio di cui oggi godono forze appena nate. Abbiamo faticato a lungo per avere il nostro spazio e non abbiamo mai voluto norme che precludessero la possibilità di qualcuno di partecipare alle consultazioni», specifica Bignami.
La norma penalizza anche +Europa di Riccardo Magi che si dice pronto a dare battaglia. Talmente pronto che ieri è stato espulso dalla Camera, dopo tre richiami all’ordine: aveva esposto un cartello fac-simile di come, a suo dire, sarebbe la nuova scheda elettorale con l’approvazione della riforma del voto. Il cartello riportava la scritta «il tuo voto non conta» urlando al «colpo di Stato elettorale». Il deputato Pd Gianni Cuperlo parla di «prepotenza della maggioranza», «vogliono cambiare le regole del gioco perché temono la vittoria del campo progressista».
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Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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