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2021-10-02
Verso il voto: Sala spera nel primo turno, Calenda insegue Gualtieri
Dall'alto: Sala e Bernardo, Michetti e Calenda (Ansa)
Sala pensa di farcela al primo turno, ma sottovaluta le risorse di Bernardo
di Giorgio Gandola
Fosse stato per lui avrebbe inaugurato anche il Castello Sforzesco. Qualche giornale o sito disposto a scrivere che nel Cinquecento Giuseppe Sala era già qui, a Milano si trova facilmente. Dopo un'estate trascorsa a tagliare nastri su buchi cementificati con panchine già devastate (piazze tattiche) e praticelli con piantine asfittiche (biblioteche verdi), il sindaco della svolta Vanity di Milano - quella in cui non contano i fatti ma le definizioni - aspira a una rielezione al primo turno.
Gli ultimi sondaggi prima del silenzio lo davano in vantaggio (46% a 38%) sul pediatra Luca Bernardo scelto tardivamente dal centrodestra, quindi il rischio di altri cinque anni di nulla «spiegato bene» è concreto. Una contraddizione evidente è il festival green di Greta Thunberg, con la sinistra ecologista che finge di non conoscere il dato allarmante divulgato da Life Metro Adapt: in centro città ci sono mediamente quattro gradi in più rispetto al clima dell'hinterland; gli elettori di Sala hanno le borracce griffate ma inquinano più degli altri. C'è un altro triste primato: la cintura urbana è la meno salubre d'Europa e nel 2020 la città metropolitana ha avuto 3.967 decessi evitabili se fossero stati rispettati gli standard dell'Oms sulla qualità dell'aria (fonte Lancet). Come cantava Giorgio Gaber, che abitava in via Pacini, «vogliamo farci ingannare dalla realtà?».
No, e allora via con la favola green, con le piste ciclabili disegnate sull'asfalto per finire nel nulla, con la metro 4 con sei anni di ritardo, con i Gay pride, con l'accoglienza dei clandestini abbandonati alla stazione Centrale o lasciati allo sbando nelle periferie che il sindaco non ha mai frequentato in cinque anni. Sono temi che mettono in imbarazzo la stessa sinistra, infatti l'omerico «greenwashing» (parlare dell'ambiente e del resto senza far nulla al riguardo) fa salire le quotazioni di outsider come Gabriele Mariani e Giorgio Goggi. Ambientalista duro e puro il primo, ex socialista lunare il secondo, che si presenta per scoperchiare gli antichi Navigli e rendere ancora più delirante il traffico.
La Milano di Sala è una fashion town prigioniera delle fashion week e dei vecchi slogan dove il Pd gestisce il potere con feroce occupazione di ogni spazio sociale e culturale. E in nome della comoda patente antifascista ha aumentato senza colpo ferire anche i biglietti della metro. Giuseppe Conte ha provato a inserire il Movimento 5 stelle nella foto, ha lanciato la candidata Layla Pavone ma ha ricevuto solo porte in faccia. Il sindaco è consapevole che i grillini a Milano fanno scappare i consensi, quindi li tiene a distanza in attesa di imbarcarli in giunta.
In questo scenario da paura una spallata di Bernardo sarebbe salutare, ma nessuno sa se il medico ha le spalle larghe per darla, anche perché il centrodestra non ha mai dato l'impressione di essere compatto. La Lega lo ha aiutato più di tutti. Forte nelle periferie, dove Matteo Salvini si è speso molto e Silvia Sardone è una macchina da voti, il Carroccio ha come capolista la presidente di Federfarma Annarosa Racca e punta sulla società civile; esempi significativi l'ex comandante dei vigili Antonio Barbato e il segretario del Centro aiuto alla vita Mangiagalli, Francesco Migliarese, che un mese fa ha smascherato la fiera dei bambini in arrivo nel 2022.
Fratelli d'Italia si presenta con una star come Vittorio Feltri capolista e con una schiera di volti nuovi, fra i quali spicca un altro giornalista, Stefano Passaquindici. Forza Italia conta sull'esperienza di Fabrizio De Pasquale, spina nel fianco della giunta in questi anni; i centristi di Milano Popolare guidati da Maurizio Lupi puntano su Matteo Forte e Stefania Bonacorsi. A destra la sorpresa potrebbe essere Gianluigi Paragone con la sua Italexit, mentre l'ondivago Gabriele Albertini ha annunciato che darà una mano al ballottaggio. Curioso l'ultimo appello di Sala agli elettori di centrodestra a favore del voto disgiunto. Risposta di Giorgia Meloni: «È lui disgiunto dai problemi dei milanesi». Però ha costruito il Castello Sforzesco.
Roma: verso lo spareggio Gualtieri-Michetti. Però occhio a Calenda
di Mauro Bazzucchi
Quella del 2021 passerà probabilmente alla storia come la campagna elettorale dei cinghiali che scorrazzano indisturbati per le vie della città. Purtroppo, si tratta solo di uno dei problemi e delle spie del degrado che Roma ha raggiunto negli ultimi anni, ai quali i quattro candidati maggiori e gli altri 18 (sic) stanno cercando di dare una risposta convincente a un elettorato che, per la verità, si sta mostrando piuttosto disilluso dalla piega che stanno prendendo gli eventi.
Ma andiamo per ordine nella rassegna dei principali pretendenti al Campidoglio, partendo dalla sindaca uscente Virginia Raggi, che ha condotto una campagna in salita, dovendo rivendicare per coerenza una serie di presunti successi della sua amministrazione, che però i romani faticano a riconoscere. Tra i risultati illustrati ai cittadini, la Raggi ha insistito sul ripristino della legalità, ricordando le demolizioni delle ville abusive del clan Casamonica e alcuni sgomberi e sostenendo di aver rifatto gran parte del manto stradale. Sui problemi più gravi, quali la raccolta dei rifiuti e i trasporti, le note dolenti: la prima cittadina non è andata oltre l'accusa di malgoverno alle amministrazioni precedenti.
Proprio queste, incarnate prevalentemente dal Pd (fatta eccezione per la parentesi Gianni Alemanno) propongono come candidato l'ex ministro dell'Economia del governo Conte bis, Roberto Gualtieri, sostenuto, oltre che dai dem, da una rosa di liste che spaziano a sinistra e che annoverano la formazione del ministro della Salute, Roberto Speranza, e di Pierluigi Bersani. Anche per Gualtieri non si è trattato di una campagna facile, persino verso una parte del proprio elettorato, ancora scottato dalla vicenda della defenestrazione dell'ex sindaco Ignazio Marino a colpi di firme dal notaio. Non a caso, Marino ha fatto capire di preferire una rielezione della Raggi piuttosto che una vittoria dei suoi pugnalatori. Quanto al programma, Gualtieri ha insistito sulle risorse messe del Pnrr, il cui ammontare rivendica come ex inquilino di via XX settembre. Il suo slogan è «La città dei 15 minuti», rivolto alla mobilità sostenibile, ma anche nel suo caso restano la «sofferenza» delle precedenti gestioni del Pd dei servizi essenziali della città.
Enrico Michetti è la carta che ha deciso di giocare (sotto la forte pressione di Giorgia Meloni) il centrodestra unito, che si è ritrovato ieri mattina con tutti i leader in periferia per la chiusura della campagna. Avvocato esperto in questioni amministrative e burocratiche e consulente di molte amministrazioni locali, Michetti è stato nella fase iniziale l'oggetto misterioso di questa campagna elettorale, non godendo di una fama pari agli altri candidati, pur avendo uno spazio fisso come «tribuno» in una nota emittente radiofonica locale. Tra i punti qualificanti del suo programma, la valorizzazione dell'identità e del marchio «Roma» per far decollare un settore turistico e ricettivo che, a dispetto del grande giro d'affari che muove, sfrutta solo una parte delle potenzialità. Quanto ai rifiuti, Michetti propone il pieno compimento della raccolta porta a porta, mentre un punto del programma in cui si è distinto rispetto agli altri è quello della mobilità: rivedrebbe il piano di piste ciclabili messo a punto dalla Raggi, ritenuto dannoso per la circolazione cittadina.
Infine, c'è Carlo Calenda, il candidato che prima di tutti gli altri aveva annunciato l'intenzione di voler scendere in campo: a sostegno della sua candidatura ci sono, oltre ovviamente ad Azione (formazione di cui è leader) i renziani di Italia viva. Calenda sostiene apertamente la necessità di costruire termovalorizzatori per chiudere e risolvere il ciclo dei rifiuti, ma la proposta che ha fatto più discutere è stata quella di «sfrattare» l'amministrazione dal Campidoglio, dove sarebbe sostituita da un unico grande «Museo di Roma», sul modello del Louvre parigino.
Torino: il produttore di Barolo sotto la Mole guida il riscatto della destra
di Francesco Bonazzi
Un imprenditore prestato al centrodestra può togliere Torino al centrosinistra, dopo l'incolore parentesi grillina. Paolo Damilano, 55 anni, produttore di Barolo e di acque minerali, cuneese, è dato in vantaggio in tutti i sondaggi, nonostante la rimonta di Stefano Lo Russo, 45 anni, segretario cittadino del Pd e professore di geologia al Politecnico. Molto staccata Valentina Sganga, 35 anni, capogruppo M5s in Consiglio comunale. Sparita la battaglia contro il famoso «sistema Torino», quello di un centrosinistra egemone che maneggiava banche, fondazioni e cultura con la benedizione della Fiat. Contro il «sistema», nel 2016, si batté e vinse Chiara Appendino. La quale, appena eletta, si è subito arruolata. Il suo gradimento è ai minimi e così è scappata a Roma. Ma i voti grillini saranno decisivi in caso di ballottaggio.
Damilano è partito per primo con la sua lista «Torino bellissima» e per mesi non ha avuto un avversario. Quando è arrivato Lo Russo, dopo primarie in cui hanno votato solo 12.000 torinesi, non è cambiato molto. Campagna elettorale concreta, molto incentrata su lavoro, ambiente e periferie, e toni morbidi come un flan di cardi. Il Pd sperava di agitare lo spauracchio «Torino in mano a Salvini e ai fascisti», ma il morbido dolcevita scuro di Damilano non spaventa nessuno.
Se vincerà, sarà la vittoria di un imprenditore scelto a suo tempo da Sergio Chiamparino per presiedere la Torino Film commission. E visto che Damilano ha anche rilevato due locali storici in centro, a sinistra lo dipingono come «il re degli aperitivi». Ma il problema è che va a sfidare il grigio Lo Russo nelle roccaforti cittadine del Pd, ovvero il centro storico, la Crocetta e la collina. Fuori di lì, dai bei musei e dai negozi eleganti, c'è una città che non vedrà la famosa «gigafactory» di Stellantis e cerca ancora un destino dopo la fuga degli Agnelli Elkann. Così va in scena una sfida elettorale che è un po' come il derby Toro-Juve che si gioca stasera: aperto solo perché non c'è più Cristiano Ronaldo e i migliori, come Dybala, Morata e Belotti, sono in infermeria. Peccato, perché per la prima volta perfino a Torino il sindaco potrebbe contare qualcosa.
Bologna: Una sfida impossibile nel fortino dei dem insidiato dai renziani
A Bologna sono otto i pretendenti alla carica di primo cittadino, pronti a succedere all'uscente Virginio Merola, il sindaco in quota Pd, al suo secondo mandato. La corsa per Palazzo d'Accursio in queste elezioni amministrative post pandemia si giocherà però tra Matteo Lepore, candidato del centrosinistra sostenuto dalla coalizione di Pd e M5s, e lo sfidante Fabio Battistini, candidato civico appoggiato da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia, oltre ad alcune liste civiche. Anche a Bologna, come a Torino, l'area della sinistra è divisa con più candidati sindaco: Dora Palumbo per Sinistra unita, Marta Collot per Potere al popolo e Federico Bacchiocchi per il Partito comunista dei lavoratori. A loro si aggiungono Stefano Sermenghi sostenuto dalle liste Bfc e Italexit; Luca Labanti con Movimento 24 agosto; Andrea Tosatto con 3V liberta verità.
Lepore, assessore con delega alla cultura dell'uscente giunta Merola, viene dato dai sondaggi vincente al primo turno bissando il risultato ottenuto alle primarie di coalizione di giugno, quando sfiorò il 60% di voti contro l'avversaria renziana Isabella Conti (sindaca di San Lazzaro). Una vittoria che ha portato all'alleanza con il M5s all'interno di quel «campo largo» tanto declamato dal segretario del Pd, Enrico Letta, fatto dalla coalizione delle liste Europa Verde, Psi-Volt, Anche tu conti, Matteo Lepore sindaco e Coalizione civica.
Lepore vuole fare di Bologna «la città più progressista d'Italia»; Battistini, invece, proprietario di un'azienda che commercia componenti per il settore dell'industria, ha all'attivo diverse esperienze di volontariato, tra cui quella che lo ha visto presidente della fondazione Consulta delle associazioni familiari, e insieme «a tante persone libere e senza tessera in tasca» vuole far «muovere la città». Si candida con la lista civica «Bologna ci piace» ed è sostenuto dal centrodestra e dalla lista Popolo della famiglia. Gli elettori bolognesi sono chiamati a rinnovare anche i sei Consigli di quartiere. In ciascuno vengono eletti 15 consiglieri, quindi per 90 seggi sono in corsa 558 candidati: 329 uomini e 229 donne.
Napoli: dietro Manfredi briga lo sceriffo
di Carlo Tarallo
A Napoli si sperimenta l'alleanza strutturale giallorossa: terminato il decennio targato Luigi De Magistris, Pd e M5s corrono uniti già al primo turno a sostegno del candidato a sindaco Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo Conte. Manfredi spera di vincere al primo turno, e si affida a una mega coalizione di 13 liste, molte delle quali, direttamente o indirettamente, fanno riferimento al presidente della Regione, Vincenzo De Luca. L'incubo di Manfredi si chiama ballottaggio: il candidato giallorosso ha evitato accuratamente di presentarsi ai vari confronti tra i candidati a sindaco organizzati in queste settimane, e i suoi avversari puntano molto sul voto disgiunto, ovvero sulla possibilità che gli elettori votino per una delle liste che sostengono l'ex ministro ma poi scelgano un altro candidato a sindaco.
Per il centrodestra scende in campo il giudice Catello Maresca, sostenuto da otto liste: Forza Italia, Fratelli d'Italia, Cambiamo e cinque civiche. Manca all'appello la Lega, la cui lista civica di riferimento è stata bocciata dal Tar e dal Consiglio di Stato, stesso destino di altre tre civiche, due delle quali erano diretta espressione del candidato a sindaco. Nonostante questo intoppo, Maresca conta comunque di raggiungere il ballottaggio per poi giocarsela a viso aperto con Manfredi.
La sorpresa di questa tornata elettorale a Napoli è il ritorno in campo di Antonio Bassolino. L'ex ministro, ex sindaco ed ex presidente della Regione, ha messo in piedi una coalizione di cinque liste, ma scommette tutto sulla sua popolarità in città e sulla campagna porta a porta che lo ha visto tenere banco tra caseggiati, vicoli, mercati, piazze, piazzette e rioni. Bassolino è riuscito a tirare dalla sua parte molti esponenti del Pd napoletano, e ha già ricevuto l'endorsement di diversi esponenti storici della destra partenopea, che vedono in lui, più che in Maresca, la possibilità di sconfiggere la coalizione giallorossa di Manfredi.
In campo anche Alessandra Clemente, assessore di De Magistris, candidata dal sindaco uscente. La Clemente ha dalla sua parte tre liste. Si candida a sindaco per i dissidenti del M5s Matteo Brambilla, consigliere comunale uscente, che sta chiamando a raccolta i grillini «duri e puri» contrari all'alleanza con De Luca e il Pd. Completano il quadro altri due candidati a sindaco: Giovanni Moscarella e Rossella Solombrino.
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Milano: Bernardo, spinto dal centrodestra, ha frequentato quelle periferie che il manager ignora, impegnato a inaugurare piazzette e ciclabili. E il Pd sogna l'aiuto del M5s, che per ora è impresentabile. Roma: la Raggi sprofonda, l'ex Mef non scalda neanche i suoi. A lui e al «tribuno» scelto da Meloni fa concorrenza il capo di Azione.Le altre città al voto: Torino, Trieste, Bologna e Napoli.Lo speciale contiene sei articoli. Sala pensa di farcela al primo turno, ma sottovaluta le risorse di Bernardo di Giorgio Gandola Fosse stato per lui avrebbe inaugurato anche il Castello Sforzesco. Qualche giornale o sito disposto a scrivere che nel Cinquecento Giuseppe Sala era già qui, a Milano si trova facilmente. Dopo un'estate trascorsa a tagliare nastri su buchi cementificati con panchine già devastate (piazze tattiche) e praticelli con piantine asfittiche (biblioteche verdi), il sindaco della svolta Vanity di Milano - quella in cui non contano i fatti ma le definizioni - aspira a una rielezione al primo turno. Gli ultimi sondaggi prima del silenzio lo davano in vantaggio (46% a 38%) sul pediatra Luca Bernardo scelto tardivamente dal centrodestra, quindi il rischio di altri cinque anni di nulla «spiegato bene» è concreto. Una contraddizione evidente è il festival green di Greta Thunberg, con la sinistra ecologista che finge di non conoscere il dato allarmante divulgato da Life Metro Adapt: in centro città ci sono mediamente quattro gradi in più rispetto al clima dell'hinterland; gli elettori di Sala hanno le borracce griffate ma inquinano più degli altri. C'è un altro triste primato: la cintura urbana è la meno salubre d'Europa e nel 2020 la città metropolitana ha avuto 3.967 decessi evitabili se fossero stati rispettati gli standard dell'Oms sulla qualità dell'aria (fonte Lancet). Come cantava Giorgio Gaber, che abitava in via Pacini, «vogliamo farci ingannare dalla realtà?». No, e allora via con la favola green, con le piste ciclabili disegnate sull'asfalto per finire nel nulla, con la metro 4 con sei anni di ritardo, con i Gay pride, con l'accoglienza dei clandestini abbandonati alla stazione Centrale o lasciati allo sbando nelle periferie che il sindaco non ha mai frequentato in cinque anni. Sono temi che mettono in imbarazzo la stessa sinistra, infatti l'omerico «greenwashing» (parlare dell'ambiente e del resto senza far nulla al riguardo) fa salire le quotazioni di outsider come Gabriele Mariani e Giorgio Goggi. Ambientalista duro e puro il primo, ex socialista lunare il secondo, che si presenta per scoperchiare gli antichi Navigli e rendere ancora più delirante il traffico. La Milano di Sala è una fashion town prigioniera delle fashion week e dei vecchi slogan dove il Pd gestisce il potere con feroce occupazione di ogni spazio sociale e culturale. E in nome della comoda patente antifascista ha aumentato senza colpo ferire anche i biglietti della metro. Giuseppe Conte ha provato a inserire il Movimento 5 stelle nella foto, ha lanciato la candidata Layla Pavone ma ha ricevuto solo porte in faccia. Il sindaco è consapevole che i grillini a Milano fanno scappare i consensi, quindi li tiene a distanza in attesa di imbarcarli in giunta. In questo scenario da paura una spallata di Bernardo sarebbe salutare, ma nessuno sa se il medico ha le spalle larghe per darla, anche perché il centrodestra non ha mai dato l'impressione di essere compatto. La Lega lo ha aiutato più di tutti. Forte nelle periferie, dove Matteo Salvini si è speso molto e Silvia Sardone è una macchina da voti, il Carroccio ha come capolista la presidente di Federfarma Annarosa Racca e punta sulla società civile; esempi significativi l'ex comandante dei vigili Antonio Barbato e il segretario del Centro aiuto alla vita Mangiagalli, Francesco Migliarese, che un mese fa ha smascherato la fiera dei bambini in arrivo nel 2022. Fratelli d'Italia si presenta con una star come Vittorio Feltri capolista e con una schiera di volti nuovi, fra i quali spicca un altro giornalista, Stefano Passaquindici. Forza Italia conta sull'esperienza di Fabrizio De Pasquale, spina nel fianco della giunta in questi anni; i centristi di Milano Popolare guidati da Maurizio Lupi puntano su Matteo Forte e Stefania Bonacorsi. A destra la sorpresa potrebbe essere Gianluigi Paragone con la sua Italexit, mentre l'ondivago Gabriele Albertini ha annunciato che darà una mano al ballottaggio. Curioso l'ultimo appello di Sala agli elettori di centrodestra a favore del voto disgiunto. Risposta di Giorgia Meloni: «È lui disgiunto dai problemi dei milanesi». Però ha costruito il Castello Sforzesco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-milano-roma-2655207575.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-verso-lo-spareggio-gualtieri-michetti-pero-occhio-a-calenda" data-post-id="2655207575" data-published-at="1633180088" data-use-pagination="False"> Roma: verso lo spareggio Gualtieri-Michetti. Però occhio a Calenda di Mauro Bazzucchi Quella del 2021 passerà probabilmente alla storia come la campagna elettorale dei cinghiali che scorrazzano indisturbati per le vie della città. Purtroppo, si tratta solo di uno dei problemi e delle spie del degrado che Roma ha raggiunto negli ultimi anni, ai quali i quattro candidati maggiori e gli altri 18 (sic) stanno cercando di dare una risposta convincente a un elettorato che, per la verità, si sta mostrando piuttosto disilluso dalla piega che stanno prendendo gli eventi. Ma andiamo per ordine nella rassegna dei principali pretendenti al Campidoglio, partendo dalla sindaca uscente Virginia Raggi, che ha condotto una campagna in salita, dovendo rivendicare per coerenza una serie di presunti successi della sua amministrazione, che però i romani faticano a riconoscere. Tra i risultati illustrati ai cittadini, la Raggi ha insistito sul ripristino della legalità, ricordando le demolizioni delle ville abusive del clan Casamonica e alcuni sgomberi e sostenendo di aver rifatto gran parte del manto stradale. Sui problemi più gravi, quali la raccolta dei rifiuti e i trasporti, le note dolenti: la prima cittadina non è andata oltre l'accusa di malgoverno alle amministrazioni precedenti. Proprio queste, incarnate prevalentemente dal Pd (fatta eccezione per la parentesi Gianni Alemanno) propongono come candidato l'ex ministro dell'Economia del governo Conte bis, Roberto Gualtieri, sostenuto, oltre che dai dem, da una rosa di liste che spaziano a sinistra e che annoverano la formazione del ministro della Salute, Roberto Speranza, e di Pierluigi Bersani. Anche per Gualtieri non si è trattato di una campagna facile, persino verso una parte del proprio elettorato, ancora scottato dalla vicenda della defenestrazione dell'ex sindaco Ignazio Marino a colpi di firme dal notaio. Non a caso, Marino ha fatto capire di preferire una rielezione della Raggi piuttosto che una vittoria dei suoi pugnalatori. Quanto al programma, Gualtieri ha insistito sulle risorse messe del Pnrr, il cui ammontare rivendica come ex inquilino di via XX settembre. Il suo slogan è «La città dei 15 minuti», rivolto alla mobilità sostenibile, ma anche nel suo caso restano la «sofferenza» delle precedenti gestioni del Pd dei servizi essenziali della città. Enrico Michetti è la carta che ha deciso di giocare (sotto la forte pressione di Giorgia Meloni) il centrodestra unito, che si è ritrovato ieri mattina con tutti i leader in periferia per la chiusura della campagna. Avvocato esperto in questioni amministrative e burocratiche e consulente di molte amministrazioni locali, Michetti è stato nella fase iniziale l'oggetto misterioso di questa campagna elettorale, non godendo di una fama pari agli altri candidati, pur avendo uno spazio fisso come «tribuno» in una nota emittente radiofonica locale. Tra i punti qualificanti del suo programma, la valorizzazione dell'identità e del marchio «Roma» per far decollare un settore turistico e ricettivo che, a dispetto del grande giro d'affari che muove, sfrutta solo una parte delle potenzialità. Quanto ai rifiuti, Michetti propone il pieno compimento della raccolta porta a porta, mentre un punto del programma in cui si è distinto rispetto agli altri è quello della mobilità: rivedrebbe il piano di piste ciclabili messo a punto dalla Raggi, ritenuto dannoso per la circolazione cittadina. Infine, c'è Carlo Calenda, il candidato che prima di tutti gli altri aveva annunciato l'intenzione di voler scendere in campo: a sostegno della sua candidatura ci sono, oltre ovviamente ad Azione (formazione di cui è leader) i renziani di Italia viva. Calenda sostiene apertamente la necessità di costruire termovalorizzatori per chiudere e risolvere il ciclo dei rifiuti, ma la proposta che ha fatto più discutere è stata quella di «sfrattare» l'amministrazione dal Campidoglio, dove sarebbe sostituita da un unico grande «Museo di Roma», sul modello del Louvre parigino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-milano-roma-2655207575.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="torino-il-produttore-di-barolo-sotto-la-mole-guida-il-riscatto-della-destra" data-post-id="2655207575" data-published-at="1633189953" data-use-pagination="False"> Torino: il produttore di Barolo sotto la Mole guida il riscatto della destra di Francesco Bonazzi Un imprenditore prestato al centrodestra può togliere Torino al centrosinistra, dopo l'incolore parentesi grillina. 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Campagna elettorale concreta, molto incentrata su lavoro, ambiente e periferie, e toni morbidi come un flan di cardi. Il Pd sperava di agitare lo spauracchio «Torino in mano a Salvini e ai fascisti», ma il morbido dolcevita scuro di Damilano non spaventa nessuno. Se vincerà, sarà la vittoria di un imprenditore scelto a suo tempo da Sergio Chiamparino per presiedere la Torino Film commission. E visto che Damilano ha anche rilevato due locali storici in centro, a sinistra lo dipingono come «il re degli aperitivi». Ma il problema è che va a sfidare il grigio Lo Russo nelle roccaforti cittadine del Pd, ovvero il centro storico, la Crocetta e la collina. Fuori di lì, dai bei musei e dai negozi eleganti, c'è una città che non vedrà la famosa «gigafactory» di Stellantis e cerca ancora un destino dopo la fuga degli Agnelli Elkann. Così va in scena una sfida elettorale che è un po' come il derby Toro-Juve che si gioca stasera: aperto solo perché non c'è più Cristiano Ronaldo e i migliori, come Dybala, Morata e Belotti, sono in infermeria. Peccato, perché per la prima volta perfino a Torino il sindaco potrebbe contare qualcosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-milano-roma-2655207575.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="bologna-una-sfida-impossibile-nel-fortino-dei-dem-insidiato-dai-renziani" data-post-id="2655207575" data-published-at="1633189953" data-use-pagination="False"> Bologna: Una sfida impossibile nel fortino dei dem insidiato dai renziani A Bologna sono otto i pretendenti alla carica di primo cittadino, pronti a succedere all'uscente Virginio Merola, il sindaco in quota Pd, al suo secondo mandato. La corsa per Palazzo d'Accursio in queste elezioni amministrative post pandemia si giocherà però tra Matteo Lepore, candidato del centrosinistra sostenuto dalla coalizione di Pd e M5s, e lo sfidante Fabio Battistini, candidato civico appoggiato da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia, oltre ad alcune liste civiche. Anche a Bologna, come a Torino, l'area della sinistra è divisa con più candidati sindaco: Dora Palumbo per Sinistra unita, Marta Collot per Potere al popolo e Federico Bacchiocchi per il Partito comunista dei lavoratori. A loro si aggiungono Stefano Sermenghi sostenuto dalle liste Bfc e Italexit; Luca Labanti con Movimento 24 agosto; Andrea Tosatto con 3V liberta verità. Lepore, assessore con delega alla cultura dell'uscente giunta Merola, viene dato dai sondaggi vincente al primo turno bissando il risultato ottenuto alle primarie di coalizione di giugno, quando sfiorò il 60% di voti contro l'avversaria renziana Isabella Conti (sindaca di San Lazzaro). Una vittoria che ha portato all'alleanza con il M5s all'interno di quel «campo largo» tanto declamato dal segretario del Pd, Enrico Letta, fatto dalla coalizione delle liste Europa Verde, Psi-Volt, Anche tu conti, Matteo Lepore sindaco e Coalizione civica. Lepore vuole fare di Bologna «la città più progressista d'Italia»; Battistini, invece, proprietario di un'azienda che commercia componenti per il settore dell'industria, ha all'attivo diverse esperienze di volontariato, tra cui quella che lo ha visto presidente della fondazione Consulta delle associazioni familiari, e insieme «a tante persone libere e senza tessera in tasca» vuole far «muovere la città». Si candida con la lista civica «Bologna ci piace» ed è sostenuto dal centrodestra e dalla lista Popolo della famiglia. Gli elettori bolognesi sono chiamati a rinnovare anche i sei Consigli di quartiere. In ciascuno vengono eletti 15 consiglieri, quindi per 90 seggi sono in corsa 558 candidati: 329 uomini e 229 donne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elezioni-milano-roma-2655207575.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="napoli-dietro-manfredi-briga-lo-sceriffo" data-post-id="2655207575" data-published-at="1633189953" data-use-pagination="False"> Napoli: dietro Manfredi briga lo sceriffo di Carlo TaralloA Napoli si sperimenta l'alleanza strutturale giallorossa: terminato il decennio targato Luigi De Magistris, Pd e M5s corrono uniti già al primo turno a sostegno del candidato a sindaco Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo Conte. Manfredi spera di vincere al primo turno, e si affida a una mega coalizione di 13 liste, molte delle quali, direttamente o indirettamente, fanno riferimento al presidente della Regione, Vincenzo De Luca. L'incubo di Manfredi si chiama ballottaggio: il candidato giallorosso ha evitato accuratamente di presentarsi ai vari confronti tra i candidati a sindaco organizzati in queste settimane, e i suoi avversari puntano molto sul voto disgiunto, ovvero sulla possibilità che gli elettori votino per una delle liste che sostengono l'ex ministro ma poi scelgano un altro candidato a sindaco. Per il centrodestra scende in campo il giudice Catello Maresca, sostenuto da otto liste: Forza Italia, Fratelli d'Italia, Cambiamo e cinque civiche. Manca all'appello la Lega, la cui lista civica di riferimento è stata bocciata dal Tar e dal Consiglio di Stato, stesso destino di altre tre civiche, due delle quali erano diretta espressione del candidato a sindaco. Nonostante questo intoppo, Maresca conta comunque di raggiungere il ballottaggio per poi giocarsela a viso aperto con Manfredi. La sorpresa di questa tornata elettorale a Napoli è il ritorno in campo di Antonio Bassolino. L'ex ministro, ex sindaco ed ex presidente della Regione, ha messo in piedi una coalizione di cinque liste, ma scommette tutto sulla sua popolarità in città e sulla campagna porta a porta che lo ha visto tenere banco tra caseggiati, vicoli, mercati, piazze, piazzette e rioni. Bassolino è riuscito a tirare dalla sua parte molti esponenti del Pd napoletano, e ha già ricevuto l'endorsement di diversi esponenti storici della destra partenopea, che vedono in lui, più che in Maresca, la possibilità di sconfiggere la coalizione giallorossa di Manfredi. In campo anche Alessandra Clemente, assessore di De Magistris, candidata dal sindaco uscente. La Clemente ha dalla sua parte tre liste. Si candida a sindaco per i dissidenti del M5s Matteo Brambilla, consigliere comunale uscente, che sta chiamando a raccolta i grillini «duri e puri» contrari all'alleanza con De Luca e il Pd. Completano il quadro altri due candidati a sindaco: Giovanni Moscarella e Rossella Solombrino.
Marco Lisei (Imagoeconomica)
Mario Giordano aveva appena intervistato l’imprenditore Dario Bianchi, fondatore e amministratore di Jc Electronics, azienda che ha vinto una causa di primo grado presso il Tribunale di Roma contro la struttura commissariale (allora guidata da Domenico Arcuri) per la revoca, ritenuta illegittima, di un contratto di fornitura di mascherine KN95 che, se confermata in giudizio, obbligherà lo Stato a risarcire l’azienda per oltre 203 milioni di euro. Bianchi ha raccontato a Giordano ciò che aveva detto in commissione Covid, ossia di aver avuto un problema con la struttura commissariale e di essere entrato in contatto con un avvocato, Luca Di Donna, che si era a lui presentato come «collega del presidente Conte» (essendo stato stretto collaboratore dell’ex premier nello studio romano che i due condividevano con il noto civilista e mentore di Conte Guido Alpa, dove sarebbe avvenuto il primo incontro con l’imprenditore) proponendogli la risoluzione dei problemi con Arcuri in cambio di una cagnotta presentata sotto forma di «contratto» a condizioni praticamente di strozzo: il 10% di percentuale sul fatturato, peraltro anche quello già conseguito. Bianchi rifiuta la proposta indecente e i problemi con la struttura commissariale, racconta, «non si risolvono ma aumentano». Passano pochi minuti e Conte interviene in diretta: «Ho già chiarito. La Procura ha già indagato, non sono stato neanche sentito e mi risulta che ci sia una richiesta di archiviazione». Quindi attacca la commissione: «Fdi quando è in difficoltà chiama Bianchi, ma non c’è nulla di nuovo. Ho chiesto di essere ascoltato dalla commissione Covid ma non mi hanno mai chiamato».
Presidente Lisei, è vero che non avete voluto ascoltare la testimonianza di Conte?
«Ma quando mai. È una delle tante imprecisioni ed omissioni rese dall’onorevole Conte sulla commissione».
I membri delle commissioni non possono essere ascoltati come testimoni per evitare un corto circuito tra il ruolo di inquirente e di «imputato», quindi automaticamente sono coperti da immunità…
«Per questo ho offerto a Conte la possibilità di essere audito con un escamotage: poteva dimettersi, essere audito e poi rientrare in commissione. C’è la prova video di quando gliel’ho offerto».
Cosa le ha risposto?
«Che non intendeva dimettersi. Quindi, di fatto, respingendo la mia offerta ha evitato di essere ascoltato».
Conte ha detto a Giordano di aver scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato chiedendo di essere audito.
«Quella lettera, più cavillosa che altro, l’ha scritta prima che io gli offrissi la via d’uscita per poter testimoniare. Me l’ha data in commissione e io gli ho risposto che, se voleva, poteva deporre. Punto».
Come ha giustificato il rifiuto?
«Mi ha detto che se si fosse dimesso, non avrebbe avuto garanzia di rientrare».
Una replica plausibile?
«Direi proprio di no. È stata più che altro un’arrampicata sugli specchi perché è il gruppo politico di appartenenza che toglie e rimette in commissione. D’altro canto, ha scelto di diventare membro della commissione ben sapendo che poi non poteva essere audito, a meno che non avesse accettato la nostra proposta. Quindi ciò che ha detto domenica non è corretto».
Conte si sta battendo per la trasparenza, come dichiara? È molto assiduo in commissione Covid?
«Ha partecipato a 8 sedute su 112. Faccia lei…».
Se lui avesse partecipato all’audizione di Bianchi avrebbe potuto fargli domande su Di Donna e su quella richiesta di cagnotta?
«Certo».
Conte ha detto che voi organizzate audizioni «a orologeria», dato che Bianchi era già stato sentito in commissione. Perché lo avete richiamato?
«Bianchi è stato audito perché c’è una sentenza del Tribunale che condanna lo Stato a risarcirgli 203 milioni. Ma, soprattutto, ha riferito fatti nuovi: non aveva mai parlato prima di questa proposta di “contratto”, lo ha detto per la prima volta a noi. Quindi è una cosa totalmente nuova, sulla quale nessuno ha mai indagato».
Perché non lo aveva riferito prima?
«Verosimilmente ha ascoltato l’audizione di Giovanni Buini (altro imprenditore audito lo scorso il 27 gennaio, che ha riferito di aver subito la stessa “proposta indecente”, ndr) che si somma alla sua, perché il metodo è lo stesso…»
Si può parlare di un «sistema»? La Verità ha scritto di un terzo imprenditore calabrese che ha detto di aver ricevuto la stessa offerta dal collega di Conte e da un altro legale, Gianluca Carmelo Maria Esposito.
«Beh, è curioso che ci siano più persone che raccontino la stessa storia: mi sembra a questo punto improbabile che siano tutte invenzioni. E questo può aiutare le Procure a riaprire le indagini».
Conte ha parlato di cose già archiviate…
«Non si vuol capire che le commissioni d’inchiesta fanno un lavoro differente dalle Procure: non è detto che se c’è stata un’archiviazione, il fatto non sia necessariamente accaduto. Forse la Procura, allora, non aveva abbastanza elementi, mentre oggi con l’audizione di Bianchi li ha e può riaprire il fascicolo. Per lo meno, mi aspetto che lo facciano e mi sorprenderebbe il contrario. È successo anche con David Rossi: il caso era chiuso ma grazie alla commissione parlamentare, le indagini sono state riaperte e abbiamo saputo che non si è affatto suicidato».
Dunque Conte potrebbe testimoniare, ma non vuole farlo?
«Se Conte vuole fare chiarezza, può venire a parlare in commissione, ma finora ha rifiutato. Forse perché la trasparenza non gli sta così tanto a cuore come ha dichiarato».
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«C’è una voce che vorrebbe introdurre limitazioni e innalzamento delle tasse su tutti gli alcolici indiscriminatamente». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Pietro Fiocchi, a margine di Vinitaly 2026 a Verona.
(Getty Images)
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
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«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone — ha aggiunto —. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
Inoltre, la premier ha parlato della possibilità di sospendere il patto sul gas russo: «Descalzi è un operatore del settore, capisco il suo punto di vista. Io continuo a sperare che quando il problema si dovesse porre noi saremo riusciti a raggiungere la pace in Ucraina. Ma sul gas russo dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo».
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