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2022-01-09
Ecco tutti i numeri dell’epidemia. Boom di contagi pure tra vaccinati
È un quadro complesso, quello offerto dai dati dell’ultimo report dell’Iss sul contagio da Covid in Italia. Un quadro in chiaroscuro, che in alcune parti induce a un moderato ottimismo sulla progressiva perdita di severità della malattia, ma in altre pone degli interrogativi sull’efficacia delle ultime misure adottate dal governo in tema di obbligo vaccinale e super green pass sui luoghi di lavoro.
A sfogliare le 45 pagine della versione integrale dell’Aggiornamento nazionale del report, contenente dati che arrivano fino al 2 gennaio, l’impressione è che ci si trovi di fronte a uno scenario repentinamente mutato, in cui l’irruzione della variante Omicron con la conseguente esplosione delle infezioni, non seguita fortunatamente da un’impennata dei ricoveri direttamente proporzionale, suggerirebbe un cambio di paradigma a livello legislativo, con la presenza di numeri che sfatano alcune narrazioni invalse nell’ultimo periodo, come ad esempio l’aumento incontrollato dei contagi tra i bambini.
Ma andiamo per ordine, partendo dal dato che tutti hanno messo in risalto: la protezione offerta dal vaccino rispetto alle manifestazioni più severe della malattia. Nel report si sottolinea che è nettamente maggiore il numero di persone non vaccinate che finiscono in terapia intensiva, rispetto a chi si è sottoposto ad almeno una vaccinazione. Il tasso di ricovero in terapia intensiva, infatti, è di 23,1 per 100.000 per i non vaccinati, e di 0,9 ogni 100.000 per i vaccinati con booster. Inoltre, il tasso in intensiva è pari a 1,5 ogni 100.000 per vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, uno ogni 100.000 per vaccinati da meno di 120 giorni.
Se da una parte, dunque, in termini di percentuali si può prendere atto di un maggiore rischio di finire in terapia intensiva per chi si è vaccinato, dato il numero più esiguo di coloro che non hanno ricevuto alcuna dose rispetto a chi si è vaccinato, c’è da dire che l’arrivo di Omicron e l’impennata natalizia sta mettendo a nudo una certa permeabilità dei vaccini (messi a punto per contrastare la variante Delta) rispetto alle infezioni in generale.
Fatta anche in questo caso la premessa – contenuta nel report – sul cosiddetto «effetto paradosso», per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile, se non maggiore, tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi, a scorrere le cifre della tabella 5 del report si nota che, su una platea di più di un milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto, le diagnosi di Covid registrate dal 3 dicembre 2021 al 2 gennaio 2022 sono state 34.617, mentre su una platea di 11,6 milioni di vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni, nello stesso periodo i casi sono stati circa 196.000. Tra i 26 milioni di italiani vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, i casi soni stati circa 55.000, mentre tra i circa otto milioni di persone con dose booster i contagiati sono stati circa 80.000. Un vaccino che ancora protegge dalla forma più aggressiva della malattia ma che non costituirebbe uno scudo dall’infezione da Omicron, come dimostrano anche i numeri del periodo 20 dicembre 2021-2 gennaio 2022, in cui sono stati segnalati 934.886 nuovi casi, con 721 deceduti.
Non un trionfo, insomma, come si evince anche dal quadro delle ospedalizzazioni, in cui al netto del citato «paradosso» si nota che dal 19 novembre al 19 dicembre del 2021 546 vaccinati con booster sono finiti in reparto, 6.612 vaccinati da più di 120 giorni e 905 da meno di 120 giorni. Restano comunque superiori le percentuali di ospedalizzazioni tra i non vaccinati, con 8.278 ricoverati, così come i dati sui decessi (nello stesso periodo) indicano 84 morti tra i vaccinati con booster, 1298 tra i vaccinati da più di 120 giorni e 107 tra i vaccinati da meno di 120 giorni. In questo caso, l’effetto paradosso è ancor più paradossale, con 1.170 decessi tra i sei milioni e mezzo di non vaccinati e 89 tra il milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto.
Veniamo ora ai dati divisi per fasce di età, dove emerge un elemento interessante, e cioè che nelle ultime due settimane monitorate dal report (quelle che vanno dal 13 al 27 dicembre), l’incremento maggiore dell’incidenza dei casi si è registrato nella fascia 20-29, seguita dalla fascia 10-19 e 30-39, mentre per i bambini da 0 a 9 anni c’è stata una lieve frenata, a dispetto degli allarmi lanciati sui bambini «untori» e sulla necessità di una campagna vaccinale destinata anche a loro.
C’è infine un dato connesso alla recrudescenza del contagio: le reinfezioni, che dal 24 agosto 2021 al 5 gennaio del 2022 sono state 36.082, pari al due per cento di tutti i casi notificati. Il dato più allarmante, però, è che nell’ultima settimana questa percentuale è salita al 3,1, rispetto al 2,4 della settimana precedente. Secondo l’Iss, la probabilità di reinfettarsi risulta più elevata nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con almeno una dose e, ovviamente, negli operatori sanitari. Prima dell’arrivo della variante Omicron le reinfezioni erano solo l’uno per cento dei casi totali, e alcuni studi condotti nel Regno Unito stimano che con Omicron la possibilità di una reinfezione sia 5,41 volte superiore rispetto alla variante Delta. Un motivo in più, per il governo e il Cts, di procedere a un check sulle ultime decisioni assunte, con le quali si rischia di paralizzare il Paese senza fermare il contagio.
La fiala può modificare l’equilibrio ormonale
L’aumento delle segnalazioni sui social di disturbi del ciclo femminile, dopo la vaccinazione anti Covid 19, ha una base scientifica, ma è una questione transitoria che non comporta rischi per la salute. La conferma arriva anche da uno studio ripreso dal New York Times pubblicato in questi giorni sulla rivista medica Obstetrics&Gynecology che ha registrato come, nelle donne in età fertile vaccinate, rispetto a quelle non immunizzate, la durata del ciclo mestruale aumenta, in media, di circa un giorno, nel mese successivo all’iniezione. I ricercatori hanno raccolto i dati di 4000 donne (circa 2.400 vaccinate e 1550 no) tra 18 e 45 anni che avevano meticolosamente monitorato il loro ciclo di fertilità, per almeno sei mesi prima dello studio, utilizzando la app Natural Cycles approvata dall’Agenzia americana del farmaco. I dati considerati hanno riguardato tre mesi prima e dopo la vaccinazione per verificare eventuali cambiamenti. I risultati, come osserva Alison Edelman, autrice principale dello studio e professoressa di ostetricia e ginecologia presso l’Oregon Health & Science University, «sono molto rassicuranti» visto che «non troviamo alcun cambiamento clinicamente significativo nella durata del ciclo mestruale associato alla vaccinazione contro il Covid 19». Variazioni nel ciclo mestruale sono comuni a prescindere dal vaccino e possono essere dovute anche a un cambio di abitudini di vita, alterazioni del ritmo sonno-veglia o situazioni di stress: diventano significative dal punto di vista clinico quando persistono per alcuni mesi. Lo studio fornisce comunque dati interessanti su un possibile ruolo della vaccinazione sul sistema ormonale, come del resto già ipotizzato da ricerche precedenti. Non a caso, ricordano gli autori, «i sistemi immunitario e riproduttivo sono interconnessi», visto che le donne soffrono maggiormente di malattie autoimmuni. I vaccini a mRna inducono infatti una forte risposta immunitaria che si inserisce «nell’orologio biologico» costituito dall’asse ormonale (ipotalamo-ipofisi-ovaie) che regola il ciclo mestruale. In particolare, spiega la Edelman, con la vaccinazione c’è il rilascio di «proteine chiamate citochine che, sappiamo da altre malattie, possono disturbare questo orologio biologico». Infatti, il cambiamento sembrerebbe essere più pronunciato quando la vaccinazione avviene all’inizio del ciclo e fino al momento dell’ovulazione, ricordano i ricercatori osservando che, nelle donne che hanno ricevuto due dosi nello stesso ciclo (a distanza di 3 settimane), il ritardo è stato di circa due giorni. Nessuna novità eclatante, quindi, da questo lavoro americano, ma la conferma di un aspetto che, osservano gli autori, è evidente: gli studi di registrazione dei vaccini (e dei farmaci) non tengono conto degli effetti sulla salute femminile. In attesa che finalmente la scienza ufficiale si interessi anche di questi aspetti, è interessante notare che la medicina digitale, come la app usata in questo studio, possa aiutare la raccolta di dati clinici impensabili, fino a qualche anno fa.
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Le statistiche dell’ultimo mese dell’Iss: il siero libera le terapie intensive, ma l’alto indice di reinfezione smonta la presunta utilità dei pass. Smentita la tesi dei bambini «untori»: la fascia 0-9 anni non è a rischio.La fiala può modificare l’equilibrio ormonale. Uno studio pubblicato dal New York Times conferma effetti sul ciclo mestruale.Lo speciale comprende due articoli.È un quadro complesso, quello offerto dai dati dell’ultimo report dell’Iss sul contagio da Covid in Italia. Un quadro in chiaroscuro, che in alcune parti induce a un moderato ottimismo sulla progressiva perdita di severità della malattia, ma in altre pone degli interrogativi sull’efficacia delle ultime misure adottate dal governo in tema di obbligo vaccinale e super green pass sui luoghi di lavoro. A sfogliare le 45 pagine della versione integrale dell’Aggiornamento nazionale del report, contenente dati che arrivano fino al 2 gennaio, l’impressione è che ci si trovi di fronte a uno scenario repentinamente mutato, in cui l’irruzione della variante Omicron con la conseguente esplosione delle infezioni, non seguita fortunatamente da un’impennata dei ricoveri direttamente proporzionale, suggerirebbe un cambio di paradigma a livello legislativo, con la presenza di numeri che sfatano alcune narrazioni invalse nell’ultimo periodo, come ad esempio l’aumento incontrollato dei contagi tra i bambini.Ma andiamo per ordine, partendo dal dato che tutti hanno messo in risalto: la protezione offerta dal vaccino rispetto alle manifestazioni più severe della malattia. Nel report si sottolinea che è nettamente maggiore il numero di persone non vaccinate che finiscono in terapia intensiva, rispetto a chi si è sottoposto ad almeno una vaccinazione. Il tasso di ricovero in terapia intensiva, infatti, è di 23,1 per 100.000 per i non vaccinati, e di 0,9 ogni 100.000 per i vaccinati con booster. Inoltre, il tasso in intensiva è pari a 1,5 ogni 100.000 per vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, uno ogni 100.000 per vaccinati da meno di 120 giorni. Se da una parte, dunque, in termini di percentuali si può prendere atto di un maggiore rischio di finire in terapia intensiva per chi si è vaccinato, dato il numero più esiguo di coloro che non hanno ricevuto alcuna dose rispetto a chi si è vaccinato, c’è da dire che l’arrivo di Omicron e l’impennata natalizia sta mettendo a nudo una certa permeabilità dei vaccini (messi a punto per contrastare la variante Delta) rispetto alle infezioni in generale.Fatta anche in questo caso la premessa – contenuta nel report – sul cosiddetto «effetto paradosso», per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile, se non maggiore, tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi, a scorrere le cifre della tabella 5 del report si nota che, su una platea di più di un milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto, le diagnosi di Covid registrate dal 3 dicembre 2021 al 2 gennaio 2022 sono state 34.617, mentre su una platea di 11,6 milioni di vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni, nello stesso periodo i casi sono stati circa 196.000. Tra i 26 milioni di italiani vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, i casi soni stati circa 55.000, mentre tra i circa otto milioni di persone con dose booster i contagiati sono stati circa 80.000. Un vaccino che ancora protegge dalla forma più aggressiva della malattia ma che non costituirebbe uno scudo dall’infezione da Omicron, come dimostrano anche i numeri del periodo 20 dicembre 2021-2 gennaio 2022, in cui sono stati segnalati 934.886 nuovi casi, con 721 deceduti.Non un trionfo, insomma, come si evince anche dal quadro delle ospedalizzazioni, in cui al netto del citato «paradosso» si nota che dal 19 novembre al 19 dicembre del 2021 546 vaccinati con booster sono finiti in reparto, 6.612 vaccinati da più di 120 giorni e 905 da meno di 120 giorni. Restano comunque superiori le percentuali di ospedalizzazioni tra i non vaccinati, con 8.278 ricoverati, così come i dati sui decessi (nello stesso periodo) indicano 84 morti tra i vaccinati con booster, 1298 tra i vaccinati da più di 120 giorni e 107 tra i vaccinati da meno di 120 giorni. In questo caso, l’effetto paradosso è ancor più paradossale, con 1.170 decessi tra i sei milioni e mezzo di non vaccinati e 89 tra il milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto.Veniamo ora ai dati divisi per fasce di età, dove emerge un elemento interessante, e cioè che nelle ultime due settimane monitorate dal report (quelle che vanno dal 13 al 27 dicembre), l’incremento maggiore dell’incidenza dei casi si è registrato nella fascia 20-29, seguita dalla fascia 10-19 e 30-39, mentre per i bambini da 0 a 9 anni c’è stata una lieve frenata, a dispetto degli allarmi lanciati sui bambini «untori» e sulla necessità di una campagna vaccinale destinata anche a loro.C’è infine un dato connesso alla recrudescenza del contagio: le reinfezioni, che dal 24 agosto 2021 al 5 gennaio del 2022 sono state 36.082, pari al due per cento di tutti i casi notificati. Il dato più allarmante, però, è che nell’ultima settimana questa percentuale è salita al 3,1, rispetto al 2,4 della settimana precedente. Secondo l’Iss, la probabilità di reinfettarsi risulta più elevata nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con almeno una dose e, ovviamente, negli operatori sanitari. Prima dell’arrivo della variante Omicron le reinfezioni erano solo l’uno per cento dei casi totali, e alcuni studi condotti nel Regno Unito stimano che con Omicron la possibilità di una reinfezione sia 5,41 volte superiore rispetto alla variante Delta. 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La conferma arriva anche da uno studio ripreso dal New York Times pubblicato in questi giorni sulla rivista medica Obstetrics&Gynecology che ha registrato come, nelle donne in età fertile vaccinate, rispetto a quelle non immunizzate, la durata del ciclo mestruale aumenta, in media, di circa un giorno, nel mese successivo all’iniezione. I ricercatori hanno raccolto i dati di 4000 donne (circa 2.400 vaccinate e 1550 no) tra 18 e 45 anni che avevano meticolosamente monitorato il loro ciclo di fertilità, per almeno sei mesi prima dello studio, utilizzando la app Natural Cycles approvata dall’Agenzia americana del farmaco. I dati considerati hanno riguardato tre mesi prima e dopo la vaccinazione per verificare eventuali cambiamenti. I risultati, come osserva Alison Edelman, autrice principale dello studio e professoressa di ostetricia e ginecologia presso l’Oregon Health & Science University, «sono molto rassicuranti» visto che «non troviamo alcun cambiamento clinicamente significativo nella durata del ciclo mestruale associato alla vaccinazione contro il Covid 19». Variazioni nel ciclo mestruale sono comuni a prescindere dal vaccino e possono essere dovute anche a un cambio di abitudini di vita, alterazioni del ritmo sonno-veglia o situazioni di stress: diventano significative dal punto di vista clinico quando persistono per alcuni mesi. Lo studio fornisce comunque dati interessanti su un possibile ruolo della vaccinazione sul sistema ormonale, come del resto già ipotizzato da ricerche precedenti. Non a caso, ricordano gli autori, «i sistemi immunitario e riproduttivo sono interconnessi», visto che le donne soffrono maggiormente di malattie autoimmuni. I vaccini a mRna inducono infatti una forte risposta immunitaria che si inserisce «nell’orologio biologico» costituito dall’asse ormonale (ipotalamo-ipofisi-ovaie) che regola il ciclo mestruale. In particolare, spiega la Edelman, con la vaccinazione c’è il rilascio di «proteine chiamate citochine che, sappiamo da altre malattie, possono disturbare questo orologio biologico». Infatti, il cambiamento sembrerebbe essere più pronunciato quando la vaccinazione avviene all’inizio del ciclo e fino al momento dell’ovulazione, ricordano i ricercatori osservando che, nelle donne che hanno ricevuto due dosi nello stesso ciclo (a distanza di 3 settimane), il ritardo è stato di circa due giorni. Nessuna novità eclatante, quindi, da questo lavoro americano, ma la conferma di un aspetto che, osservano gli autori, è evidente: gli studi di registrazione dei vaccini (e dei farmaci) non tengono conto degli effetti sulla salute femminile. In attesa che finalmente la scienza ufficiale si interessi anche di questi aspetti, è interessante notare che la medicina digitale, come la app usata in questo studio, possa aiutare la raccolta di dati clinici impensabili, fino a qualche anno fa.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara