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2022-01-09
Ecco tutti i numeri dell’epidemia. Boom di contagi pure tra vaccinati
È un quadro complesso, quello offerto dai dati dell’ultimo report dell’Iss sul contagio da Covid in Italia. Un quadro in chiaroscuro, che in alcune parti induce a un moderato ottimismo sulla progressiva perdita di severità della malattia, ma in altre pone degli interrogativi sull’efficacia delle ultime misure adottate dal governo in tema di obbligo vaccinale e super green pass sui luoghi di lavoro.
A sfogliare le 45 pagine della versione integrale dell’Aggiornamento nazionale del report, contenente dati che arrivano fino al 2 gennaio, l’impressione è che ci si trovi di fronte a uno scenario repentinamente mutato, in cui l’irruzione della variante Omicron con la conseguente esplosione delle infezioni, non seguita fortunatamente da un’impennata dei ricoveri direttamente proporzionale, suggerirebbe un cambio di paradigma a livello legislativo, con la presenza di numeri che sfatano alcune narrazioni invalse nell’ultimo periodo, come ad esempio l’aumento incontrollato dei contagi tra i bambini.
Ma andiamo per ordine, partendo dal dato che tutti hanno messo in risalto: la protezione offerta dal vaccino rispetto alle manifestazioni più severe della malattia. Nel report si sottolinea che è nettamente maggiore il numero di persone non vaccinate che finiscono in terapia intensiva, rispetto a chi si è sottoposto ad almeno una vaccinazione. Il tasso di ricovero in terapia intensiva, infatti, è di 23,1 per 100.000 per i non vaccinati, e di 0,9 ogni 100.000 per i vaccinati con booster. Inoltre, il tasso in intensiva è pari a 1,5 ogni 100.000 per vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, uno ogni 100.000 per vaccinati da meno di 120 giorni.
Se da una parte, dunque, in termini di percentuali si può prendere atto di un maggiore rischio di finire in terapia intensiva per chi si è vaccinato, dato il numero più esiguo di coloro che non hanno ricevuto alcuna dose rispetto a chi si è vaccinato, c’è da dire che l’arrivo di Omicron e l’impennata natalizia sta mettendo a nudo una certa permeabilità dei vaccini (messi a punto per contrastare la variante Delta) rispetto alle infezioni in generale.
Fatta anche in questo caso la premessa – contenuta nel report – sul cosiddetto «effetto paradosso», per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile, se non maggiore, tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi, a scorrere le cifre della tabella 5 del report si nota che, su una platea di più di un milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto, le diagnosi di Covid registrate dal 3 dicembre 2021 al 2 gennaio 2022 sono state 34.617, mentre su una platea di 11,6 milioni di vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni, nello stesso periodo i casi sono stati circa 196.000. Tra i 26 milioni di italiani vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, i casi soni stati circa 55.000, mentre tra i circa otto milioni di persone con dose booster i contagiati sono stati circa 80.000. Un vaccino che ancora protegge dalla forma più aggressiva della malattia ma che non costituirebbe uno scudo dall’infezione da Omicron, come dimostrano anche i numeri del periodo 20 dicembre 2021-2 gennaio 2022, in cui sono stati segnalati 934.886 nuovi casi, con 721 deceduti.
Non un trionfo, insomma, come si evince anche dal quadro delle ospedalizzazioni, in cui al netto del citato «paradosso» si nota che dal 19 novembre al 19 dicembre del 2021 546 vaccinati con booster sono finiti in reparto, 6.612 vaccinati da più di 120 giorni e 905 da meno di 120 giorni. Restano comunque superiori le percentuali di ospedalizzazioni tra i non vaccinati, con 8.278 ricoverati, così come i dati sui decessi (nello stesso periodo) indicano 84 morti tra i vaccinati con booster, 1298 tra i vaccinati da più di 120 giorni e 107 tra i vaccinati da meno di 120 giorni. In questo caso, l’effetto paradosso è ancor più paradossale, con 1.170 decessi tra i sei milioni e mezzo di non vaccinati e 89 tra il milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto.
Veniamo ora ai dati divisi per fasce di età, dove emerge un elemento interessante, e cioè che nelle ultime due settimane monitorate dal report (quelle che vanno dal 13 al 27 dicembre), l’incremento maggiore dell’incidenza dei casi si è registrato nella fascia 20-29, seguita dalla fascia 10-19 e 30-39, mentre per i bambini da 0 a 9 anni c’è stata una lieve frenata, a dispetto degli allarmi lanciati sui bambini «untori» e sulla necessità di una campagna vaccinale destinata anche a loro.
C’è infine un dato connesso alla recrudescenza del contagio: le reinfezioni, che dal 24 agosto 2021 al 5 gennaio del 2022 sono state 36.082, pari al due per cento di tutti i casi notificati. Il dato più allarmante, però, è che nell’ultima settimana questa percentuale è salita al 3,1, rispetto al 2,4 della settimana precedente. Secondo l’Iss, la probabilità di reinfettarsi risulta più elevata nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con almeno una dose e, ovviamente, negli operatori sanitari. Prima dell’arrivo della variante Omicron le reinfezioni erano solo l’uno per cento dei casi totali, e alcuni studi condotti nel Regno Unito stimano che con Omicron la possibilità di una reinfezione sia 5,41 volte superiore rispetto alla variante Delta. Un motivo in più, per il governo e il Cts, di procedere a un check sulle ultime decisioni assunte, con le quali si rischia di paralizzare il Paese senza fermare il contagio.
La fiala può modificare l’equilibrio ormonale
L’aumento delle segnalazioni sui social di disturbi del ciclo femminile, dopo la vaccinazione anti Covid 19, ha una base scientifica, ma è una questione transitoria che non comporta rischi per la salute. La conferma arriva anche da uno studio ripreso dal New York Times pubblicato in questi giorni sulla rivista medica Obstetrics&Gynecology che ha registrato come, nelle donne in età fertile vaccinate, rispetto a quelle non immunizzate, la durata del ciclo mestruale aumenta, in media, di circa un giorno, nel mese successivo all’iniezione. I ricercatori hanno raccolto i dati di 4000 donne (circa 2.400 vaccinate e 1550 no) tra 18 e 45 anni che avevano meticolosamente monitorato il loro ciclo di fertilità, per almeno sei mesi prima dello studio, utilizzando la app Natural Cycles approvata dall’Agenzia americana del farmaco. I dati considerati hanno riguardato tre mesi prima e dopo la vaccinazione per verificare eventuali cambiamenti. I risultati, come osserva Alison Edelman, autrice principale dello studio e professoressa di ostetricia e ginecologia presso l’Oregon Health & Science University, «sono molto rassicuranti» visto che «non troviamo alcun cambiamento clinicamente significativo nella durata del ciclo mestruale associato alla vaccinazione contro il Covid 19». Variazioni nel ciclo mestruale sono comuni a prescindere dal vaccino e possono essere dovute anche a un cambio di abitudini di vita, alterazioni del ritmo sonno-veglia o situazioni di stress: diventano significative dal punto di vista clinico quando persistono per alcuni mesi. Lo studio fornisce comunque dati interessanti su un possibile ruolo della vaccinazione sul sistema ormonale, come del resto già ipotizzato da ricerche precedenti. Non a caso, ricordano gli autori, «i sistemi immunitario e riproduttivo sono interconnessi», visto che le donne soffrono maggiormente di malattie autoimmuni. I vaccini a mRna inducono infatti una forte risposta immunitaria che si inserisce «nell’orologio biologico» costituito dall’asse ormonale (ipotalamo-ipofisi-ovaie) che regola il ciclo mestruale. In particolare, spiega la Edelman, con la vaccinazione c’è il rilascio di «proteine chiamate citochine che, sappiamo da altre malattie, possono disturbare questo orologio biologico». Infatti, il cambiamento sembrerebbe essere più pronunciato quando la vaccinazione avviene all’inizio del ciclo e fino al momento dell’ovulazione, ricordano i ricercatori osservando che, nelle donne che hanno ricevuto due dosi nello stesso ciclo (a distanza di 3 settimane), il ritardo è stato di circa due giorni. Nessuna novità eclatante, quindi, da questo lavoro americano, ma la conferma di un aspetto che, osservano gli autori, è evidente: gli studi di registrazione dei vaccini (e dei farmaci) non tengono conto degli effetti sulla salute femminile. In attesa che finalmente la scienza ufficiale si interessi anche di questi aspetti, è interessante notare che la medicina digitale, come la app usata in questo studio, possa aiutare la raccolta di dati clinici impensabili, fino a qualche anno fa.
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Le statistiche dell’ultimo mese dell’Iss: il siero libera le terapie intensive, ma l’alto indice di reinfezione smonta la presunta utilità dei pass. Smentita la tesi dei bambini «untori»: la fascia 0-9 anni non è a rischio.La fiala può modificare l’equilibrio ormonale. Uno studio pubblicato dal New York Times conferma effetti sul ciclo mestruale.Lo speciale comprende due articoli.È un quadro complesso, quello offerto dai dati dell’ultimo report dell’Iss sul contagio da Covid in Italia. Un quadro in chiaroscuro, che in alcune parti induce a un moderato ottimismo sulla progressiva perdita di severità della malattia, ma in altre pone degli interrogativi sull’efficacia delle ultime misure adottate dal governo in tema di obbligo vaccinale e super green pass sui luoghi di lavoro. A sfogliare le 45 pagine della versione integrale dell’Aggiornamento nazionale del report, contenente dati che arrivano fino al 2 gennaio, l’impressione è che ci si trovi di fronte a uno scenario repentinamente mutato, in cui l’irruzione della variante Omicron con la conseguente esplosione delle infezioni, non seguita fortunatamente da un’impennata dei ricoveri direttamente proporzionale, suggerirebbe un cambio di paradigma a livello legislativo, con la presenza di numeri che sfatano alcune narrazioni invalse nell’ultimo periodo, come ad esempio l’aumento incontrollato dei contagi tra i bambini.Ma andiamo per ordine, partendo dal dato che tutti hanno messo in risalto: la protezione offerta dal vaccino rispetto alle manifestazioni più severe della malattia. Nel report si sottolinea che è nettamente maggiore il numero di persone non vaccinate che finiscono in terapia intensiva, rispetto a chi si è sottoposto ad almeno una vaccinazione. Il tasso di ricovero in terapia intensiva, infatti, è di 23,1 per 100.000 per i non vaccinati, e di 0,9 ogni 100.000 per i vaccinati con booster. Inoltre, il tasso in intensiva è pari a 1,5 ogni 100.000 per vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, uno ogni 100.000 per vaccinati da meno di 120 giorni. Se da una parte, dunque, in termini di percentuali si può prendere atto di un maggiore rischio di finire in terapia intensiva per chi si è vaccinato, dato il numero più esiguo di coloro che non hanno ricevuto alcuna dose rispetto a chi si è vaccinato, c’è da dire che l’arrivo di Omicron e l’impennata natalizia sta mettendo a nudo una certa permeabilità dei vaccini (messi a punto per contrastare la variante Delta) rispetto alle infezioni in generale.Fatta anche in questo caso la premessa – contenuta nel report – sul cosiddetto «effetto paradosso», per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile, se non maggiore, tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi, a scorrere le cifre della tabella 5 del report si nota che, su una platea di più di un milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto, le diagnosi di Covid registrate dal 3 dicembre 2021 al 2 gennaio 2022 sono state 34.617, mentre su una platea di 11,6 milioni di vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni, nello stesso periodo i casi sono stati circa 196.000. Tra i 26 milioni di italiani vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni, i casi soni stati circa 55.000, mentre tra i circa otto milioni di persone con dose booster i contagiati sono stati circa 80.000. Un vaccino che ancora protegge dalla forma più aggressiva della malattia ma che non costituirebbe uno scudo dall’infezione da Omicron, come dimostrano anche i numeri del periodo 20 dicembre 2021-2 gennaio 2022, in cui sono stati segnalati 934.886 nuovi casi, con 721 deceduti.Non un trionfo, insomma, come si evince anche dal quadro delle ospedalizzazioni, in cui al netto del citato «paradosso» si nota che dal 19 novembre al 19 dicembre del 2021 546 vaccinati con booster sono finiti in reparto, 6.612 vaccinati da più di 120 giorni e 905 da meno di 120 giorni. Restano comunque superiori le percentuali di ospedalizzazioni tra i non vaccinati, con 8.278 ricoverati, così come i dati sui decessi (nello stesso periodo) indicano 84 morti tra i vaccinati con booster, 1298 tra i vaccinati da più di 120 giorni e 107 tra i vaccinati da meno di 120 giorni. In questo caso, l’effetto paradosso è ancor più paradossale, con 1.170 decessi tra i sei milioni e mezzo di non vaccinati e 89 tra il milione e mezzo di vaccinati con ciclo incompleto.Veniamo ora ai dati divisi per fasce di età, dove emerge un elemento interessante, e cioè che nelle ultime due settimane monitorate dal report (quelle che vanno dal 13 al 27 dicembre), l’incremento maggiore dell’incidenza dei casi si è registrato nella fascia 20-29, seguita dalla fascia 10-19 e 30-39, mentre per i bambini da 0 a 9 anni c’è stata una lieve frenata, a dispetto degli allarmi lanciati sui bambini «untori» e sulla necessità di una campagna vaccinale destinata anche a loro.C’è infine un dato connesso alla recrudescenza del contagio: le reinfezioni, che dal 24 agosto 2021 al 5 gennaio del 2022 sono state 36.082, pari al due per cento di tutti i casi notificati. Il dato più allarmante, però, è che nell’ultima settimana questa percentuale è salita al 3,1, rispetto al 2,4 della settimana precedente. Secondo l’Iss, la probabilità di reinfettarsi risulta più elevata nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con almeno una dose e, ovviamente, negli operatori sanitari. Prima dell’arrivo della variante Omicron le reinfezioni erano solo l’uno per cento dei casi totali, e alcuni studi condotti nel Regno Unito stimano che con Omicron la possibilità di una reinfezione sia 5,41 volte superiore rispetto alla variante Delta. 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La conferma arriva anche da uno studio ripreso dal New York Times pubblicato in questi giorni sulla rivista medica Obstetrics&Gynecology che ha registrato come, nelle donne in età fertile vaccinate, rispetto a quelle non immunizzate, la durata del ciclo mestruale aumenta, in media, di circa un giorno, nel mese successivo all’iniezione. I ricercatori hanno raccolto i dati di 4000 donne (circa 2.400 vaccinate e 1550 no) tra 18 e 45 anni che avevano meticolosamente monitorato il loro ciclo di fertilità, per almeno sei mesi prima dello studio, utilizzando la app Natural Cycles approvata dall’Agenzia americana del farmaco. I dati considerati hanno riguardato tre mesi prima e dopo la vaccinazione per verificare eventuali cambiamenti. I risultati, come osserva Alison Edelman, autrice principale dello studio e professoressa di ostetricia e ginecologia presso l’Oregon Health & Science University, «sono molto rassicuranti» visto che «non troviamo alcun cambiamento clinicamente significativo nella durata del ciclo mestruale associato alla vaccinazione contro il Covid 19». Variazioni nel ciclo mestruale sono comuni a prescindere dal vaccino e possono essere dovute anche a un cambio di abitudini di vita, alterazioni del ritmo sonno-veglia o situazioni di stress: diventano significative dal punto di vista clinico quando persistono per alcuni mesi. Lo studio fornisce comunque dati interessanti su un possibile ruolo della vaccinazione sul sistema ormonale, come del resto già ipotizzato da ricerche precedenti. Non a caso, ricordano gli autori, «i sistemi immunitario e riproduttivo sono interconnessi», visto che le donne soffrono maggiormente di malattie autoimmuni. I vaccini a mRna inducono infatti una forte risposta immunitaria che si inserisce «nell’orologio biologico» costituito dall’asse ormonale (ipotalamo-ipofisi-ovaie) che regola il ciclo mestruale. In particolare, spiega la Edelman, con la vaccinazione c’è il rilascio di «proteine chiamate citochine che, sappiamo da altre malattie, possono disturbare questo orologio biologico». Infatti, il cambiamento sembrerebbe essere più pronunciato quando la vaccinazione avviene all’inizio del ciclo e fino al momento dell’ovulazione, ricordano i ricercatori osservando che, nelle donne che hanno ricevuto due dosi nello stesso ciclo (a distanza di 3 settimane), il ritardo è stato di circa due giorni. Nessuna novità eclatante, quindi, da questo lavoro americano, ma la conferma di un aspetto che, osservano gli autori, è evidente: gli studi di registrazione dei vaccini (e dei farmaci) non tengono conto degli effetti sulla salute femminile. In attesa che finalmente la scienza ufficiale si interessi anche di questi aspetti, è interessante notare che la medicina digitale, come la app usata in questo studio, possa aiutare la raccolta di dati clinici impensabili, fino a qualche anno fa.
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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