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2020-06-15
Chi ha ucciso la scuola
iStock
Prima lezioni a giorni alterni tra casa e aula, poi i pannelli di plexiglas, poi i doppi turni, infine tutti nei parchi. Non conosce limite la creatività degli esperti convocati dalla ministra Lucia Azzolina per disegnare la scuola post Covid da settembre. Una raffica di proposte, una gara a chi la spara più grossa mentre le famiglie sono sempre più disorientate. In questo trionfo della fantasia si perdono di vista i reali problemi del sistema scolastico: preparazione degli insegnanti, qualità dello studio, stato dell'edilizia scolastica.
Le strutture hanno deficit storici. Il 60% dei 40.000 edifici scolastici risale a prima del 1966 e la solidità andrebbe verificata. Dal 2013 si sono verificati oltre 200 crolli. In molte aule piove. La carenza della manutenzione ordinaria e straordinaria dipende soprattutto dalla frammentazione di responsabilità e competenze distribuite tra Stato, regioni, enti locali e singole scuole, in merito alla proprietà e alla conduzione degli edifici. Cittadinanzattiva ha rilevato che solo 1 scuola su 3 ha la certificazione di prevenzione degli incendi e il 26% ha l'agibilità. Poco più del 40% dei nidi possiede il collaudo statico e meno della metà è dotato dell'agibilità igienico sanitaria (47%).
Gli edifici scolastici continuano a essere difficilmente accessibili ai disabili. Secondo l'ultimo aggiornamento biennale del ministero dell'Istruzione, risalente all'ottobre del 2018, solo 1 scuola su 3 ha rimosso totalmente le barriere architettoniche. La digitalizzazione procede a rilento. La connessione a internet non è capillare e in molte realtà funziona male, come emerso durante la pandemia: ad esempio, lo spessore dei muri - pensiamo alle scuole umbertine - può disturbare la qualità del collegamento in rete.
Secondo l'Unione delle Province, che hanno in carico la manutenzione delle scuole secondarie dove ogni anno si iscrivono circa mezzo milione di alunni, sono due le emergenze: i fondi scarsi e le procedure burocratiche talmente complesse che fanno passare oltre tre anni da quando i soldi sono stanziati a quando arrivano agli enti.
Nell'ultimo Rapporto sull'edilizia scolastica della Fondazione Agnelli, si legge che servirebbero circa 200 miliardi per rendere più sicure e sostenibili gli edifici scolastici. Più che su nuove costruzioni, secondo lo studio, bisogna intervenire sulle strutture esistenti per renderle più sicure. Per accelerare i lavori di riqualificazione dell'edilizia scolastica, il governo ha previsto nel decreto Scuola alcune misure che dovrebbero applicare il modello Genova e sfoltire la burocrazia. La formula è quella di assegnare poteri commissariali ai sindaci e ai presidenti di provincia, in modo da agire, per alcune procedure, in deroga alla normativa. Sono ridotti gli adempimenti per le occupazioni di urgenza e le espropriazioni delle aree che dovrebbero avvenire in tempi dimezzati. Sono deroghe utili ma non risolutive. E comunque i poteri straordinari varranno per un arco temporale ristretto, fino a dicembre 2020. Ma bastano 6 mesi, con la pausa estiva e le difficoltà legate alle misure sanitarie, per avviare i lavori?
Guido Castelli, ex sindaco di Ascoli e ora presidente di Ifel-Anci, spiega i punti deboli del provvedimento. «Le deroghe alla normativa sono utili ma non risolvono l'ostacolo principale alla velocità di apertura di un cantiere, cioè non producono effetti significativi sulle gare di importo superiore alla soglia comunitaria: 5.350.000 euro per i lavori e 214.000 euro per i servizi di progettazione». Questo vuol dire che sopra questi tetti bisogna fare gare di rilievo europeo, che presentano complessità tali da rallentare i tempi. Il meccanismo è quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa mentre, come chiesto dagli studi professionali, sarebbe più rapido procedere con la formula del minor prezzo. Tutti aspettavano la deroga al vincolo europeo, ma il decreto Scuola «lo ha fatto in modo modesto», dice Castelli. «Tra stanziamento e fine lavori, anche andando veloci, passano dai 7 ai 12 anni. Solo la gara di progettazione richiede 3 anni con rimpalli estenuanti tra Anac e Regione. Con il decreto non prevedo grandi accelerazioni».
Per Castelli indica la soluzione è il «partenariato pubblico-privato. Consentirebbe di gestire anche la manutenzione dei plessi scolastici. Un'operazione di questo genere dovrebbe però prevedere la defiscalizzazione dei lavori e dei canoni con cui i Comuni remunerano l'investimento privato, e la formazione dei funzionari pubblici chiamati a validare le procedure». Da accelerare sono anche i lavori antincendio. Sono state pubblicate le graduatorie per il finanziamento di 1.405 lavori di adeguamento alla normativa antincendio per oltre 96,2 milioni stanziati. I tempi di attuazione sono una scommessa.
«Le dannose semplificazioni di Berlinguer»
«Hanno smantellato il sistema scolastico pensando che fosse troppo classista e non riuscisse a dare a tutti le stesse possibilità. L'analisi e l'approfondimento sono stati sostituiti dai test. Il grande responsabile di questa distruzione è il politicamente corretto applicato alla scuola che diventa didatticamente corretto». Massimo Arcangeli, ordinario di linguistica italiana all'università di Cagliari, critico letterario, non le manda a dire. Ha studiato l'impoverimento culturale del nostro Paese a cui ha dedicato diversi libri. Fu lui a solelvare il caso della tesi «copiata» per la laurea di specializzazione della ministra Lucia Azzolina. Arcangeli era presidente di commissione del concorso per dirigenti scolastici al quale Azzolina ha partecipato, vincendolo con zero punti su 6 in informatica e insufficiente in inglese.
In quel concorso emerse la scarsa preparazione di numerosi aspiranti presidi. Quali casi l'hanno stupita di più?
«Era il 2017. Sono rimasto scioccato per l'assenza di un retroterra culturale e di competenze. C'è stato chi ha ammesso di non sapere che cos'è uno sciopero bianco, chi di fronte al simbolo della radice quadrata si guardava attorno attonito. Chi addirittura aveva difficoltà a usare il congiuntivo e chi non è stato in grado di tradurre una sola parola di un brano in inglese. Situazioni come queste dovrebbero convincerci che occorre ripensare il sistema di apprendimento, altrimenti il rischio è di produrre ignoranza».
È possibile indicare un momento in cui è iniziata la decadenza della scuola?
«Partirei dalla riforma Berlinguer che ha inciso profondamente sul sistema universitario. Si è imposto un modello che tende alla semplificazione. La ricerca di oggettività ha portato a sacrificare l'analisi. Da questa impostazione sono nati i test a risposta multipla, con il sistema delle crocette. Gli scritti d'esame fatti in questo modo non garantiscono la capacità di argomentazione. Oggi i giovani fanno fatica a ragionare, a parlare con un interlocutore che li porta ad approfondire. Hanno grande difficoltà a comprendere e analizzare i testi, non hanno la capacità di sintesi».
Magari sono più bravi dei padri a muoversi su internet.
«Ma quando si deve andare in profondità si perdono. Le prove Invalsi per la verifica dell'apprendimento degli alunni sono l'espressione di un modello di insegnamento che ha smantellato la capacità di analisi. È stato distrutto il metodo di elaborazione concettuale per cui la scuola italiana era un modello in Europa. Sono riusciti a distruggere la scuola elementare che era un'eccellenza riconosciuta all'estero. In nessun altro Paese ci sono state tante riforme della scuola come in Italia. Ognuna ha smantellato parte del vecchio sistema. Con l'attuale ministro abbiamo toccato il fondo».
Come mai la scelta politica di andare verso l'impoverimento del sistema scolastico?
«Si è pensato che la vecchia scuola fosse classista e aristocratica. Va bene non lasciare indietro nessuno, ma ci sono metodi e metodi. Si è scelto di abbattere ogni ostacolo con prove schematiche per eliminare le differenze. Si è pensato che semplificando le prove si potessero garantire a tutti le stesse possibilità nella formazione. Il sistema dei test è follia. Non si leggono più le opere nella loro interezza ma frammenti. Sta passando l'idea che tutto deve essere omologato. Ma questo è a scapito della creatività. Si è arrivati al punto di proporre un testo a cui si agganciano alcune domande tutte uguali, impedendo così la libertà di espressione».
Come andrebbe cambiata la didattica?
«Bisogna recuperare l'analisi, l'approfondimento. Basta con questa tendenza a uniformare e omologare. Non si può pensare di fare cultura con manuali liofilizzati che sintetizzano le opere, offrendo estratti superficiali. E soprattutto occorre abolire le prove Invalsi che sono terrificanti, inservibili e dannose».
«I sindacati hanno piegato la politica»
«Una delle pistole fumanti contro la scuola è quella puntata dai sindacati. Le rappresentanze la tengono in ostaggio. Per garantire l'accesso a una massa di precari spesso poco preparati, i sindacati hanno ostacolato qualsiasi tentativo di migliorare la qualità dell'insegnamento e la valorizzazione del merito». Giorgio Chiosso, docente di pedagogia generale e storia dell'educazione all'università di Torino, ha studiato in profondità il ruolo del sindacato nella scuola.
La sindacalizzazione della scuola è un virus che ha ammalato il sistema?
«Il ruolo delle rappresentanze degli insegnanti si è modificato nel tempo. Fino agli anni Novanta è stato un soggetto importante per consentire l'accesso di massa all'istruzione, con un'azione capillare sul territorio. Questa spinta si è smarrita quando è prevalsa una logica corporativa con la super tutela di chi insegna, in generale, ma soprattutto del precariato».
Che ruolo ha avuto la politica rispetto allo strapotere sindacale?
«Nella sua debolezza per evitare conflitti, la politica ha preferito assecondare queste logiche non meritocratiche. Si è arrivati al rifiuto totale dei concorsi, al concetto che basta una laurea per ricoprire una cattedra. Il sindacato si è messo al servizio di una massa di laureati disoccupati che pensavano di trovare nella scuola un facile sbocco lavorativo. Il fatto che non esista una logica meritocratica per l'accesso alla professione è un errore che si pagherà caro con la dequalificazione del personale docente. In altri Paesi, penso a Germania e Francia, esiste un problema di carenza di vocazioni degli insegnanti ma si tende comunque a tenere alta la qualità».
C'è stata quindi una semplificazione, decisa a tavolino, dell'accesso all'insegnamento? La scuola come forma di welfare anti disoccupazione?
«Proprio così. Negli ultimi 20 anni si sono avvicendati quattro modelli di formazione degli insegnanti. Nel '99 vennero aperte le Fis, le scuole di specializzazione per gli insegnanti, poi chiuse nel 2008 e sostituite dal Taf, tirocinio formativo attivo, con un percorso al termine del quale si era abilitati e poi bisognava sottoporsi a un concorso. Ma siccome questo iter era considerato impegnativo, fu semplificato con il sistema dei Pas, i percorsi abilitanti speciali. Poi è stata la volta della Buona scuola di Renzi che prospettò i Fit (Formazione iniziale e tirocinio): era previsto un concorso e chi vinceva faceva un tirocinio. I Fit non sono mai entrati in vigore perché il ministro Bussetti li sostituì con 24 Cfu, crediti formativi gestiti dalle università, cioè corsi universitari per arrivare all'abilitazione».
Questa giungla di sigle per ricette miracolose a che cosa ha portato?
«Alla crisi della scuola. Quando la politica è debole, i sindacati prendono il sopravvento e tutelano chi vuole rapidamente una cattedra».
Inimmaginabili prove di verifica periodiche della preparazione e dell'aggiornamento degli insegnanti?
«Impossibili. I sindacati non vogliono nemmeno i concorsi o sono disponibili solo a prove leggerissime, figurarsi verifiche periodiche di chi è nel sistema. Ci sono 200.000 precari e con i concorsi il 50% sarebbe escluso, come dimostrano le rare prove effettuate. L'interesse dominante del sindacato è semplificare l'accesso alla scuola».
C'è un tacito patto tra la politica e il sindacato?
«Quando la politica non riesce a creare un progetto condiviso si espone al ricatto sindacale. Renzi è un caso esemplare. Voleva rimettere la scuola al centro ma quando ha cominciato a parlare di meritocrazia e premi agli insegnanti gli hanno dato addosso».
«L’illusione che la tecnologia risolva tutto»
«Il Covid ha dimostrato la discrepanza tra la quantità di parole spese sulla digitalizzazione della scuola e la miseria della realtà. È stata fatta molta retorica sulle nuove tecnologie. A chi mi chiede se le tecnologie digitali fanno bene, la mia risposta è no». Alfonso Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Il suo libro Senza educazione. I rischi della scuola 2.0 uscito nel 2015 nel pieno del dibattito sull'uso delle nuove tecnologie per gli studenti ha messo in evidenza la retorica con cui il tema è stato affrontato soprattutto dalla politica. Secondo lo studioso, la scuola 2.0 compromette ulteriormente le già precarie condizioni di partenza.
Il Covid ha mostrato che la scuola è all'anno zero sulle nuove tecnologie. Eppure, ogni governo ha messo la digitalizzazione tra le priorità.
«Dopo tanti proclami, ora vediamo l'arretratezza italiana. Oltre il 30% degli studenti sono rimasti esclusi dalle lezioni online perché sprovvisti di pc e tablet. In maniera truffaldina il sistema scolastico ha optato per una strategia Byod, acronimo che sta per bring your own device, ognuno utilizza lo strumento che ha a disposizione. Così abbiamo scoperto che le famiglie hanno una scarsa dotazione informatica. La politica si è accontentata di fare discorsi, promuovere tavole rotonde ma la digitalizzazione non è stata attuata».
Secondo lei l'uso massiccio delle nuove tecnologie in classe non è un bene. Una tesi controcorrente. Perché?
«C'è prima di tutto una motivazione di tipo sociologico. La scuola 2.0 demolisce l'uguaglianza scolastica approfondendo il divario tra chi possiede beni intellettuali e chi ne è privo. Le tecnologie sono fatte apposta per marcare le differenze sociali. Chi si può permettere uno strumento di ultima generazione ha una macchina più potente rispetto a chi ha un oggetto meno performante».
La scuola 2.0 amplia le conoscenze degli studenti?
«Non influisce sui risultati dei ragazzi. La tecnologia è ciò che gli studenti hanno già a portata di mano, è qualcosa che fa parte della loro vita, utilizzano il cellulare, i social, le piattaforme online. Quando la scuola si serve delle tecnologie, non stimola il ragazzo a scoprire una realtà che non conosce. Il problema è la capacità di fare domande. Se non fornisco agli studenti gli strumenti intellettuali per investigare il mondo, che cosa cerco su internet? È facile mettersi davanti allo schermo di un pc ma poi bisogna sapere cosa cercare. Le tecnologie non sono in grado di dare risposte alla formazione di un individuo, mentre l'obiettivo fondamentale della scuola è la crescita consapevole».
Non può negare che Internet consenta l'accesso a una mole di dati e informazioni prima impensabile.
«Io utilizzo molto il computer per accedere a fonti qualificate ma il problema è che bisogna essere in grado di fare le interrogazioni giuste. Internet è a disposizione di tutti ma, come un'auto, posso utilizzarla per fare un giro sotto casa o per andare verso nuovi orizzonti. Ciò che guida un individuo è la curiosità che è strettamente connessa alla preparazione culturale e va stimolata attraverso le letture. La tecnologia non fa bene quando diventa un feticcio, è uno strumento dato all'uomo già formato. Siamo portati a pensare che le tecnologie elettroniche ci dispensino dalla fatica dello studio, ma non è così. C'è un equivoco di fondo che è quello di considerare le nuove tecnologie come strumenti cognitivi, ma la conoscenza è la costruzione che l'individuo fa della propria realtà. Compito della scuola è aiutare l'individuo a costruire la propria immagine del mondo».
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Il decreto non accorcia i tempi per risolvere i guai. Le strutture hanno bisogno di ristrutturazioni per le norme di sicurezza e antisismiche. Servono 200 miliardi di euro e meno burocrazia, ma il governo continua a non pensarci.«Le dannose semplificazioni di Berlinguer». Il linguista Massimo Arcangeli: «L'università fatta solo di test ha ridotto la capacità di approfondire».«I sindacati hanno piegato la politica». Il pedagogista Giorgio Chiosso: «Tutti assunti senza meriti in una giungla di sigle incomprensibili».«L'illusione che la tecnologia risolva tutto». Lo storico Alfonso Scotto Di Luzio: «La digitalizzazione marca le differenze sociali e non è formativa».Lo speciale comprende quattro articoli. Prima lezioni a giorni alterni tra casa e aula, poi i pannelli di plexiglas, poi i doppi turni, infine tutti nei parchi. Non conosce limite la creatività degli esperti convocati dalla ministra Lucia Azzolina per disegnare la scuola post Covid da settembre. Una raffica di proposte, una gara a chi la spara più grossa mentre le famiglie sono sempre più disorientate. In questo trionfo della fantasia si perdono di vista i reali problemi del sistema scolastico: preparazione degli insegnanti, qualità dello studio, stato dell'edilizia scolastica.Le strutture hanno deficit storici. Il 60% dei 40.000 edifici scolastici risale a prima del 1966 e la solidità andrebbe verificata. Dal 2013 si sono verificati oltre 200 crolli. In molte aule piove. La carenza della manutenzione ordinaria e straordinaria dipende soprattutto dalla frammentazione di responsabilità e competenze distribuite tra Stato, regioni, enti locali e singole scuole, in merito alla proprietà e alla conduzione degli edifici. Cittadinanzattiva ha rilevato che solo 1 scuola su 3 ha la certificazione di prevenzione degli incendi e il 26% ha l'agibilità. Poco più del 40% dei nidi possiede il collaudo statico e meno della metà è dotato dell'agibilità igienico sanitaria (47%).Gli edifici scolastici continuano a essere difficilmente accessibili ai disabili. Secondo l'ultimo aggiornamento biennale del ministero dell'Istruzione, risalente all'ottobre del 2018, solo 1 scuola su 3 ha rimosso totalmente le barriere architettoniche. La digitalizzazione procede a rilento. La connessione a internet non è capillare e in molte realtà funziona male, come emerso durante la pandemia: ad esempio, lo spessore dei muri - pensiamo alle scuole umbertine - può disturbare la qualità del collegamento in rete. Secondo l'Unione delle Province, che hanno in carico la manutenzione delle scuole secondarie dove ogni anno si iscrivono circa mezzo milione di alunni, sono due le emergenze: i fondi scarsi e le procedure burocratiche talmente complesse che fanno passare oltre tre anni da quando i soldi sono stanziati a quando arrivano agli enti.Nell'ultimo Rapporto sull'edilizia scolastica della Fondazione Agnelli, si legge che servirebbero circa 200 miliardi per rendere più sicure e sostenibili gli edifici scolastici. Più che su nuove costruzioni, secondo lo studio, bisogna intervenire sulle strutture esistenti per renderle più sicure. Per accelerare i lavori di riqualificazione dell'edilizia scolastica, il governo ha previsto nel decreto Scuola alcune misure che dovrebbero applicare il modello Genova e sfoltire la burocrazia. La formula è quella di assegnare poteri commissariali ai sindaci e ai presidenti di provincia, in modo da agire, per alcune procedure, in deroga alla normativa. Sono ridotti gli adempimenti per le occupazioni di urgenza e le espropriazioni delle aree che dovrebbero avvenire in tempi dimezzati. Sono deroghe utili ma non risolutive. E comunque i poteri straordinari varranno per un arco temporale ristretto, fino a dicembre 2020. Ma bastano 6 mesi, con la pausa estiva e le difficoltà legate alle misure sanitarie, per avviare i lavori?Guido Castelli, ex sindaco di Ascoli e ora presidente di Ifel-Anci, spiega i punti deboli del provvedimento. «Le deroghe alla normativa sono utili ma non risolvono l'ostacolo principale alla velocità di apertura di un cantiere, cioè non producono effetti significativi sulle gare di importo superiore alla soglia comunitaria: 5.350.000 euro per i lavori e 214.000 euro per i servizi di progettazione». Questo vuol dire che sopra questi tetti bisogna fare gare di rilievo europeo, che presentano complessità tali da rallentare i tempi. Il meccanismo è quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa mentre, come chiesto dagli studi professionali, sarebbe più rapido procedere con la formula del minor prezzo. Tutti aspettavano la deroga al vincolo europeo, ma il decreto Scuola «lo ha fatto in modo modesto», dice Castelli. «Tra stanziamento e fine lavori, anche andando veloci, passano dai 7 ai 12 anni. Solo la gara di progettazione richiede 3 anni con rimpalli estenuanti tra Anac e Regione. Con il decreto non prevedo grandi accelerazioni». Per Castelli indica la soluzione è il «partenariato pubblico-privato. Consentirebbe di gestire anche la manutenzione dei plessi scolastici. Un'operazione di questo genere dovrebbe però prevedere la defiscalizzazione dei lavori e dei canoni con cui i Comuni remunerano l'investimento privato, e la formazione dei funzionari pubblici chiamati a validare le procedure». Da accelerare sono anche i lavori antincendio. 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Massimo Arcangeli, ordinario di linguistica italiana all'università di Cagliari, critico letterario, non le manda a dire. Ha studiato l'impoverimento culturale del nostro Paese a cui ha dedicato diversi libri. Fu lui a solelvare il caso della tesi «copiata» per la laurea di specializzazione della ministra Lucia Azzolina. Arcangeli era presidente di commissione del concorso per dirigenti scolastici al quale Azzolina ha partecipato, vincendolo con zero punti su 6 in informatica e insufficiente in inglese. In quel concorso emerse la scarsa preparazione di numerosi aspiranti presidi. Quali casi l'hanno stupita di più? «Era il 2017. Sono rimasto scioccato per l'assenza di un retroterra culturale e di competenze. C'è stato chi ha ammesso di non sapere che cos'è uno sciopero bianco, chi di fronte al simbolo della radice quadrata si guardava attorno attonito. Chi addirittura aveva difficoltà a usare il congiuntivo e chi non è stato in grado di tradurre una sola parola di un brano in inglese. Situazioni come queste dovrebbero convincerci che occorre ripensare il sistema di apprendimento, altrimenti il rischio è di produrre ignoranza». È possibile indicare un momento in cui è iniziata la decadenza della scuola? «Partirei dalla riforma Berlinguer che ha inciso profondamente sul sistema universitario. Si è imposto un modello che tende alla semplificazione. La ricerca di oggettività ha portato a sacrificare l'analisi. Da questa impostazione sono nati i test a risposta multipla, con il sistema delle crocette. Gli scritti d'esame fatti in questo modo non garantiscono la capacità di argomentazione. Oggi i giovani fanno fatica a ragionare, a parlare con un interlocutore che li porta ad approfondire. Hanno grande difficoltà a comprendere e analizzare i testi, non hanno la capacità di sintesi». Magari sono più bravi dei padri a muoversi su internet. «Ma quando si deve andare in profondità si perdono. Le prove Invalsi per la verifica dell'apprendimento degli alunni sono l'espressione di un modello di insegnamento che ha smantellato la capacità di analisi. È stato distrutto il metodo di elaborazione concettuale per cui la scuola italiana era un modello in Europa. Sono riusciti a distruggere la scuola elementare che era un'eccellenza riconosciuta all'estero. In nessun altro Paese ci sono state tante riforme della scuola come in Italia. Ognuna ha smantellato parte del vecchio sistema. Con l'attuale ministro abbiamo toccato il fondo». Come mai la scelta politica di andare verso l'impoverimento del sistema scolastico? «Si è pensato che la vecchia scuola fosse classista e aristocratica. Va bene non lasciare indietro nessuno, ma ci sono metodi e metodi. Si è scelto di abbattere ogni ostacolo con prove schematiche per eliminare le differenze. Si è pensato che semplificando le prove si potessero garantire a tutti le stesse possibilità nella formazione. Il sistema dei test è follia. Non si leggono più le opere nella loro interezza ma frammenti. Sta passando l'idea che tutto deve essere omologato. Ma questo è a scapito della creatività. Si è arrivati al punto di proporre un testo a cui si agganciano alcune domande tutte uguali, impedendo così la libertà di espressione». Come andrebbe cambiata la didattica? «Bisogna recuperare l'analisi, l'approfondimento. Basta con questa tendenza a uniformare e omologare. Non si può pensare di fare cultura con manuali liofilizzati che sintetizzano le opere, offrendo estratti superficiali. 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La sindacalizzazione della scuola è un virus che ha ammalato il sistema? «Il ruolo delle rappresentanze degli insegnanti si è modificato nel tempo. Fino agli anni Novanta è stato un soggetto importante per consentire l'accesso di massa all'istruzione, con un'azione capillare sul territorio. Questa spinta si è smarrita quando è prevalsa una logica corporativa con la super tutela di chi insegna, in generale, ma soprattutto del precariato». Che ruolo ha avuto la politica rispetto allo strapotere sindacale? «Nella sua debolezza per evitare conflitti, la politica ha preferito assecondare queste logiche non meritocratiche. Si è arrivati al rifiuto totale dei concorsi, al concetto che basta una laurea per ricoprire una cattedra. Il sindacato si è messo al servizio di una massa di laureati disoccupati che pensavano di trovare nella scuola un facile sbocco lavorativo. Il fatto che non esista una logica meritocratica per l'accesso alla professione è un errore che si pagherà caro con la dequalificazione del personale docente. In altri Paesi, penso a Germania e Francia, esiste un problema di carenza di vocazioni degli insegnanti ma si tende comunque a tenere alta la qualità». C'è stata quindi una semplificazione, decisa a tavolino, dell'accesso all'insegnamento? La scuola come forma di welfare anti disoccupazione? «Proprio così. Negli ultimi 20 anni si sono avvicendati quattro modelli di formazione degli insegnanti. Nel '99 vennero aperte le Fis, le scuole di specializzazione per gli insegnanti, poi chiuse nel 2008 e sostituite dal Taf, tirocinio formativo attivo, con un percorso al termine del quale si era abilitati e poi bisognava sottoporsi a un concorso. Ma siccome questo iter era considerato impegnativo, fu semplificato con il sistema dei Pas, i percorsi abilitanti speciali. Poi è stata la volta della Buona scuola di Renzi che prospettò i Fit (Formazione iniziale e tirocinio): era previsto un concorso e chi vinceva faceva un tirocinio. I Fit non sono mai entrati in vigore perché il ministro Bussetti li sostituì con 24 Cfu, crediti formativi gestiti dalle università, cioè corsi universitari per arrivare all'abilitazione». Questa giungla di sigle per ricette miracolose a che cosa ha portato? «Alla crisi della scuola. Quando la politica è debole, i sindacati prendono il sopravvento e tutelano chi vuole rapidamente una cattedra». Inimmaginabili prove di verifica periodiche della preparazione e dell'aggiornamento degli insegnanti? «Impossibili. I sindacati non vogliono nemmeno i concorsi o sono disponibili solo a prove leggerissime, figurarsi verifiche periodiche di chi è nel sistema. Ci sono 200.000 precari e con i concorsi il 50% sarebbe escluso, come dimostrano le rare prove effettuate. L'interesse dominante del sindacato è semplificare l'accesso alla scuola». C'è un tacito patto tra la politica e il sindacato? «Quando la politica non riesce a creare un progetto condiviso si espone al ricatto sindacale. Renzi è un caso esemplare. Voleva rimettere la scuola al centro ma quando ha cominciato a parlare di meritocrazia e premi agli insegnanti gli hanno dato addosso». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-il-decreto-non-accorcia-i-tempi-per-risolvere-i-guai-2646172611.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lillusione-che-la-tecnologia-risolva-tutto" data-post-id="2646172611" data-published-at="1592162320" data-use-pagination="False"> «L’illusione che la tecnologia risolva tutto» «Il Covid ha dimostrato la discrepanza tra la quantità di parole spese sulla digitalizzazione della scuola e la miseria della realtà. È stata fatta molta retorica sulle nuove tecnologie. A chi mi chiede se le tecnologie digitali fanno bene, la mia risposta è no». Alfonso Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Il suo libro Senza educazione. I rischi della scuola 2.0 uscito nel 2015 nel pieno del dibattito sull'uso delle nuove tecnologie per gli studenti ha messo in evidenza la retorica con cui il tema è stato affrontato soprattutto dalla politica. Secondo lo studioso, la scuola 2.0 compromette ulteriormente le già precarie condizioni di partenza. Il Covid ha mostrato che la scuola è all'anno zero sulle nuove tecnologie. Eppure, ogni governo ha messo la digitalizzazione tra le priorità. «Dopo tanti proclami, ora vediamo l'arretratezza italiana. Oltre il 30% degli studenti sono rimasti esclusi dalle lezioni online perché sprovvisti di pc e tablet. In maniera truffaldina il sistema scolastico ha optato per una strategia Byod, acronimo che sta per bring your own device, ognuno utilizza lo strumento che ha a disposizione. Così abbiamo scoperto che le famiglie hanno una scarsa dotazione informatica. La politica si è accontentata di fare discorsi, promuovere tavole rotonde ma la digitalizzazione non è stata attuata». Secondo lei l'uso massiccio delle nuove tecnologie in classe non è un bene. Una tesi controcorrente. Perché? «C'è prima di tutto una motivazione di tipo sociologico. La scuola 2.0 demolisce l'uguaglianza scolastica approfondendo il divario tra chi possiede beni intellettuali e chi ne è privo. Le tecnologie sono fatte apposta per marcare le differenze sociali. Chi si può permettere uno strumento di ultima generazione ha una macchina più potente rispetto a chi ha un oggetto meno performante». La scuola 2.0 amplia le conoscenze degli studenti? «Non influisce sui risultati dei ragazzi. La tecnologia è ciò che gli studenti hanno già a portata di mano, è qualcosa che fa parte della loro vita, utilizzano il cellulare, i social, le piattaforme online. Quando la scuola si serve delle tecnologie, non stimola il ragazzo a scoprire una realtà che non conosce. Il problema è la capacità di fare domande. Se non fornisco agli studenti gli strumenti intellettuali per investigare il mondo, che cosa cerco su internet? È facile mettersi davanti allo schermo di un pc ma poi bisogna sapere cosa cercare. Le tecnologie non sono in grado di dare risposte alla formazione di un individuo, mentre l'obiettivo fondamentale della scuola è la crescita consapevole». Non può negare che Internet consenta l'accesso a una mole di dati e informazioni prima impensabile. «Io utilizzo molto il computer per accedere a fonti qualificate ma il problema è che bisogna essere in grado di fare le interrogazioni giuste. Internet è a disposizione di tutti ma, come un'auto, posso utilizzarla per fare un giro sotto casa o per andare verso nuovi orizzonti. Ciò che guida un individuo è la curiosità che è strettamente connessa alla preparazione culturale e va stimolata attraverso le letture. La tecnologia non fa bene quando diventa un feticcio, è uno strumento dato all'uomo già formato. Siamo portati a pensare che le tecnologie elettroniche ci dispensino dalla fatica dello studio, ma non è così. C'è un equivoco di fondo che è quello di considerare le nuove tecnologie come strumenti cognitivi, ma la conoscenza è la costruzione che l'individuo fa della propria realtà. Compito della scuola è aiutare l'individuo a costruire la propria immagine del mondo».
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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