È di un italiano l’idea rivoluzionaria per estrarre l’oro senza inquinare
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Il friulano Michele Baldin ha inventato un congegno che evita di usare cianuro e mercurio, sostanze tossiche. Sarà impiegato in Ghana, Mali e Guinea, dove 2,3 milioni di lavoratori sono schiavi di mercanti senza scrupoli.

È di paternità italiana una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria per l’estrazione dell’oro dal quarzo aurifero, nel quale il prezioso metallo è nella pressoché totalità dei casi contenuto in minime frazioni. Si evita infatti il ricorso ai sistemi utilizzati nelle aree dei giacimenti, basati sull’impiego di sostanze altamente tossiche, cianuro e mercurio, causa di danni incalcolabili all’ambiente e di devastanti alterazioni della salute di chi è nella trincea della filiera, i minatori-estrattori.

A svilupparla, a Rieti, con il supporto scientifico di un istituto del Consiglio nazionale delle ricerche e la collaborazione di ricercatori dell’università La Sapienza di Roma, è stato Michele Baldin, 60 anni, friulano originario di Torviscosa (Udine), progettista e disegnatore meccanico, figlio di un tecnico che – buon sangue non mente – ha dedicato i primi anni del suo percorso professionale allo sviluppo in Sudafrica di un’industria chimica nazionale. Il congegno, di cui l’azienda Area 3 International, fondata dallo stesso Baldin, detiene la proprietà intellettuale, che consente di separare l’oro dal quarzo escludendo l’utilizzo di elementi chimici pericolosi e venefici, è un «micronizzatore acustico per la polverizzazione ultra-rapida di superficie dei minerali» ed è stato battezzato con il nome di Torus ultracoustic system T30. Attraverso una partnership con la società svizzera Swiss bullion company, con sede a Bouchs, vicino a Lucerna, presieduta da Dario Littera, specializzata nel trading di oro sui mercati internazionali, con particolare attenzione a quello derivante da processi estrattivi ecosostenibili e rispettosi delle condizioni di lavoro dei minatori, ha già individuato e sottoscritto lo sbocco operativo della tecnologia.

Il micronizzatore del quarzo aurifero sarà impiegato in tre Paesi dell’Africa occidentale, Ghana, Mali e Guinea, dove circa 2,3 milioni di artigiani-minatori, uomini e donne, sono dediti all’estrazione dell’oro dai blocchi di quarzo allocati in piccoli siti minerari, utilizzando cianuro e mercurio provenienti da un nefasto circuito illecito che alimenta il traffico d’armi e mercanti senza scrupoli dei Paesi ricchi, oltre a determinare conseguenze letali per la loro salute (la speranza media di vita è di 30 anni), insieme alla graduale distruzione degli eco-sistemi. Il quarzo, dopo l’utilizzo – una tonnellata contiene solo 3-4 grammi di minerale aureo – è abbandonato senza alcun criterio nell’ambiente, così come le soluzioni di cianuro e mercurio, contravvenendo alle disposizioni normative dei governi di questi Stati.

Per spezzare questo meccanismo perverso, la Swiss bullion company – che detiene una raffineria d’oro in Mali e una in Italia, in Piemonte – e Area 3 International realizzeranno i primi 30 centri di assistenza nei 3 Paesi dell’Africa dell’Ovest che costituiranno il nucleo della riqualificazione della filiera mineraria, nei quali i minatori locali saranno formati per l’utilizzo della nuova tecnologia italiana, dotati di strutture in grado di essere autosufficienti dal punto di vista energetico attraverso impianti fotovoltaici e batterie di flusso – forniti da Area 3 International – e con servizi moderni e adeguati di sicurezza e prevenzione dei rischi. Il primo centro di assistenza è pronto per essere cantierato in Mali e, per gli altri, i partner del progetto prevedono l’operatività per la fine del 2019.

Come sarà finanziata questa operazione, denominata West Africa gold quartz project? Ce lo spiega Baldin: «Swiss bullion company si è fatta carico di sostenere il progetto, del costo stimato di 500 milioni di euro, garantendolo attraverso l’emissione di un’obbligazione coperta dal valore delle sue riserve di oro e quarzo stimate per un totale di 5,1 miliardi di euro. Il programma d’investimento ha ottenuto l’approvazione della world bank, e della Climate change commission of Africa, che copriranno finanziariamente la realizzazione di questo progetto». Inoltre, i 30 centri di assistenza agli artigiani-minatori realizzati dalla società svizzera potranno essere ceduti ai tre Paesi africani dopo i primi anni di avvio delle attività.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la tecnologia ideata dal progettista italiano che, nello stabilimento reatino, si avvale della collaborazione del fratello Claudio e di un team di tecnici. Svariate sono state le missioni italo-elvetiche in Africa, con la presenza di divulgatori scientifici italiani e ambasciatori, e i governi locali hanno fornito la propria collaborazione per condurre sulla retta via i trafficanti di cianuro ed esplosivi, che riforniscono i minatori, strangolati e senza altre vie d’uscita per sopravvivere, in uno dei tanti inferni della Terra. Un altro aspetto affatto trascurabile del progetto è la qualità, non solo etica, ma anche fisico-chimica, dell’oro separato dal quarzo attraverso il micronizzatore. «A differenza del miglior oro in circolazione», aggiunge Baldin, «ossia quello a 24 carati, titolo 999.9, e degli altri di inferiore purezza, quello estratto con questa tecnologia di precisione non contiene frazioni di inquinanti, come cianuro e piombo, perché processati con modalità green». E costerà di più? «La quotazione dell’oro green sarà equiparata a quella del metallo prezioso convenzionale stabilito dal Fixing di Londra, attualmente di circa 36 euro al grammo. Ma a quel punto entrerà in concorrenza con esso, perché le aziende che ne abbisognano probabilmente lo preferiranno per le sue superiori caratteristiche legate all’assenza di inquinanti». E le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori africani subiranno un effettivo miglioramento? «Certamente, anche perché oggi le loro pratiche sono impedite dai governi e, attraverso il nostro progetto, il loro ruolo è riconosciuto e si stanno costituendo in libere associazioni. Avranno la facoltà di poter vendere il prodotto estratto non solo alla Swiss bullion, ma anche alle raffinerie di Stato o agli sportelli della Bank of Africa». Secondo gli accordi, la società d’oltralpe, trascorsi 5 anni dalla realizzazione di questo primo progetto, lascerà completa autonomia agli operatori locali, e si dedicherà a replicarlo in altri Paesi produttori.

Nel contesto di un mercato, quello dell’oro, da sempre fattore di condizionamento degli equilibri finanziari internazionali, data la sua rarità e le sue straordinarie proprietà, che ne conferiscono poteri di garanzia e di rifugio, ago della bilancia tra ricchezza e povertà – pensiamo al Charlie Chaplin di La febbre dell’oro – e tra bene e male, per i sogni non sempre leciti che questo metallo prezioso suscita – basti ricordare il James Bond di Agente 007. Missione Goldfinger – la tecnologia e il progetto di Baldin suscitano attenzione. Non solo perché intervengono sulla questione delle disparità tra i lavoratori delle miniere, ma anche perché, nell’attuale caccia all’approvvigionamento di oro, è interessata l’industria di vari settori, da quella elettronica a quella farmaceutica. «I farmaci antitumorali in corso di progettazione», osserva Baldin, «abbisognano di nano-particelle d’oro non inquinate da cianuro o altre sostanze». Pare che la Swiss bullion company abbia già ricevuto, da parte di una società araba, l’interesse per l’acquisto di 5 tonnellate al mese nell’arco di 1 anno di oro green, del valore di oltre 2 miliardi di dollari.

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