Boom elettrico della Cina. Petrolio, surplus e sanzioni. L’IEA: fate scorte di minerali critici. Dazi Ue sulle auto elettriche, un autogol. Frenesia e record metalli.
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Il metallo giallo viaggiava intorno ai 30 euro al grammo contro i 144 attuali. Nei nostri cassetti si nascondono tesori.
I grandi banchieri e gli oracoli della finanza internazionale si perdono negli algoritmi di Wall Street. Jeff Bezos, per alimentare i suoi data center scava l'Arizona a caccia di rame come un cercatore di pepite del Klondike. Per noi italiani, invece il vero tesoro non sta nei forzieri di della Banca d’Italia e nemmeno nei portafogli digitali criptati.
No, il vero giacimento aurifero nazionale è sepolto in quel luogo sacro che risponde al nome di «cassetto della biancheria». Perché oggi tutto è cambiato. L’oro ogni giorno segna un nuovo record: è arrivato a 5.384 dollari l’oncia equivalenti a 28 grammi. L’argento non è da meno scalando le vette del rialzo: ieri 116 dollari.
Tutto questo per dire che bisogna fare più attenzione nell’aprire i cassetti. Sì, perché tra un calzino spaiato e una vecchia ricevuta dimenticata, giacciono loro: le reliquie del benessere di un tempo. Parliamo di quelle catenine sottili come capelli, di quei braccialetti a maglia «Milano» e di quelle spilline con le nostre iniziali che zii e madrine ci hanno rifilato per decenni in occasione di battesimi, comunioni e cresime. Oggetti che fin dall’adolescenza abbiamo guardato con la sufficienza di chi punta alla modernità, considerandoli «roba da vecchi», nostalgie da confinare in scatole di velluto logorato dal tempo.
Ebbene, oggi quegli oggetti trascurati brillano di una luce meravigliosa. Chi avrebbe mai detto che la spilla a forma di foglia regalata dalla vecchia zia dai capelli candidi e dalle gonne impeccabili sarebbe diventata un asset finanziario più performante delle azioni di Nvidia? Dieci anni fa l’oro viaggiava intorno ai 30-32 euro al grammo. Oggi, dopo una corsa forsennata, il valore è più che quadruplicato, attestandosi intorno ai 144 euro al grammo per l’oro puro. Quello che era un rito stucchevole nelle cerimonie di famiglia accompagnato da sorrisi di circostanza, perché altrimenti il nonno si offende, si è trasformato, a nostra insaputa, nel miglior piano di accumulo che potessimo immaginare.
Ma il vero colpo da maestro dei risparmiatori inconsapevoli non sono solo i gioielli di dubbia estetica. C’è tutto il mondo della numismatica che oggi vale una fortuna. Prendete la Sterlina d’oro (o Gold Sovereign): quel dischetto con l’effige di Sua Maestà britannica (per ottant’anni Elisabetta II) che i nonni compravano «per sicurezza». All’epoca sembrava un vezzo da collezionisti malinconici. Oggi, una singola sterlina d’oro ha un valore di mercato che oscilla intorno ai 1.010-1.094 euro in base alle fluttuazioni del mercato e alla voglia di possedere 7,32 grammi d’oro. Venderne una significa pagarsi una crociera o, visti i tempi, un bel po’ di bollette del gas.
E che dire del Marengo? Quella moneta da venti franchi che profuma di storia napoleonica, sia nella versione italiana, francese o svizzera, e che oggi garantisce un guadagno notevole. Il suo valore di acquisto si aggira sugli 815 euro a moneta.
E non dimentichiamoci dell’argento, il parente povero che però ha deciso di darsi delle arie. Chi ha conservato le 500 lire con le Caravelle? Sì, proprio quelle col vento che soffiava nelle vele delle tre navi di Cristoforo Colombo. Se si tratta di monete in circolazione (dal 1958 in poi) hanno un valore dettato quasi interamente dal peso dell’argento (835/1000). Un collezionista può pagarle anche 40-50 euro.
Ma il vero colpo da maestro è per chi possiede il conio con le bandiere «controvento»: la rarissima versione di prova del 1957, mai entrata in circolazione, che in condizioni perfette può raggiungere quotazioni tra i 3.000 e i 12.000 euro. Sono l’equivalente del «Gronchi Rosa» del 1961: il francobollo celebrativo del viaggio del Presidente della Repubblica in Sudamerica. Fu subito ritirato perché il Perù era stato stampato nel posto sbagliato. A Lima non apprezzarono. Nelle 500 lire d’argento le bandiere sventolano controvento. Quindi nella direzione sbagliata perché opposta rispetto alla prua della caravella
La morale della favola? Mentre i geni della Silicon Valley cercano di convincerci che il futuro è fatto di bit e realtà aumentata, la realtà antica dei nostri cassetti ci ricorda che all’oro e all’argento non serve la connessione Wi-Fi per creare valore. Il vero miracolo economico italiano non lo farà il Pnrr, ma la riscoperta del braccialetto di battesimo che pesava tre grammi e oggi può servire a pagare un week end fuori programma.
Una nuova conferma che l’oro non tradisce mai. Al massimo, si limita a prendere polvere in attesa che il prezzo torni a sfidare le stelle.
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La sede della Bce a Francoforte (IStock)
Francoforte, dopo l’ingerenza sulle riserve auree, ora critica la manovra per i prelievi extra sugli istituti: «Pregiudicano l’erogazione del credito». Nuovo emendamento dell’esecutivo: 3,5 miliardi alle imprese.
La Bce torna a gamba tesa contro la legge di bilancio. Dopo il contenzioso con il governo sul tema delle riserve auree della Banca d’Italia, risolto con la riformulazione dell’emendamento di Fratelli d’Italia, ora nel mirino c’è il prelievo sulle banche.
La Banca centrale europea, nel suo parere «relativo alla tassazione delle istituzioni finanziarie», sottolinea che le misure a carico degli istituti potrebbero avere una serie di effetti negativi in termini, fra gli altri, di erogazione del credito, utili, patrimonio e liquidità. «Sebbene gli enti creditizi presentino ancora una buona solidità finanziaria e una prima valutazione dell’impatto del disegno di legge suggerisca che la situazione non cambierebbe dopo la sua adozione», si legge nel documento, «il previsto aumento della pressione fiscale potrebbe pregiudicare l’erogazione del credito all’economia».
Per la questione delle riserve auree, nel testo riformulato si fa riferimento al Trattato Ue e si precisa che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al popolo italiano».
La manovra è entrata nella fase decisiva. Ieri è stato presentato un nuovo pacchetto del governo da 3,5 miliardi a favore delle imprese, che riguarda i temi delle Zes (le Zone economiche speciali), l’iperammortamento sugli investimenti delle imprese (passerà da uno a tre anni), industria 5.0, caro materiali e la riprogrammazione dei fondi destinati al Ponte sullo Stretto, dal 2025 al 2026.
Le coperture previste sono sulla previdenza complementare (obbligatorietà del silenzio assenso sull’adesione alla pensione integrativa) e le assicurazioni. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha precisato che «i fondi sono stati ricollocati perché i cantieri saranno aperti nei prossimi mesi anziché entro fine anno come auspicato». Il quadro della manovra è stato delineato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nel corso di una riunione dell’ufficio di presidenza della commissione Bilancio a Palazzo Madama.
L’opposizione ha alzato le barricate accusando il governo di voler «riscrivere la manovra». «Tre miliardi a favore delle imprese sono briciole», ha commentato il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, mentre il M5s parla di «legge di bilancio da buttare».
Un emendamento, riformulato dal governo, interviene sui liberi professionisti (notai, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti) che lavorano per la pubblica amministrazione o devono ricevere compensi comunque finanziati con soldi pubblici, stabilendo che il pagamento delle parcelle venga bloccato se il professionista non è in regola col fisco o con il pagamento dei contributi.
La norma ha scatenato le proteste delle associazioni di settore, ma anche nella maggioranza si sono alzate voci di protesta. Fratelli d’Italia ha chiesto di attenuare la norma mentre la Lega ha presentato in commissione Bilancio del Senato un emendamento soppressivo del «filtro fiscale», sostenendo che la misura rischia di bloccare collaborazioni essenziali. Il governo sta valutando una correzione.
Rimane la tassa di 2 euro sui pacchi fino a 150 euro di valore spediti dai Paesi extra-Ue nonostante il Consiglio europeo abbia deciso, qualche giorno fa, di mettere, dal prossimo luglio, un dazio di 3 euro. Il settore della logistica e le associazioni dei consumatori hanno però sollevato forti critiche perché se entrambe le misure dovessero entrare in vigore senza coordinamento, su una singola spedizione potrebbero gravare due imposte distinte, con effetti sui prezzi finali.
Sarebbero saltati, per mancanza di coperture, la proroga di Opzione donna e un nuovo semestre di silenzio-assenso per dirottare il Tfr verso i fondi pensione. Roma capitale, invece, potrà contare su fondi certi perché un emendamento del governo la esclude dal meccanismo del fondo perequativo. Più soldi in arrivo anche per le Regioni a Statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano: 200 milioni nel biennio 2026-2027 e 50 milioni nel 2028.
Il pacchetto presentato dal governo contiene anche misure che spaziano dalla giustizia tributaria all’introduzione di un nuovo gioco denominato «Win for Italia Team», dalle misure per le Forze di polizia per Milano-Cortina agli interventi nella città di Matera. Un sub-emendamento di Fratelli d’Italia contiene la proroga per il 2026 del credito d’imposta per design e ideazione estetica, innalzato dal 5 al 10%. Tra gli emendamenti ancora attesi ci sono quelli sugli enti locali e alcune norme sulla sicurezza sul lavoro.
C’è poi un ripensamento sui tagli al settore dell’informazione. Fratelli d’Italia ha chiesto di modificare la proposta del governo che, nella versione attuale della manovra, prevede una riduzione di 10 milioni di euro l’anno al finanziamento della Rai nel triennio 2026-2028. La stessa richiesta riguarda il comma che taglia di 20 milioni di euro annui i contributi a tv e radio locali, una misura che ha incontrato forti resistenze nella maggioranza.
Ora la manovra entra nell’iter dell’esame ad oltranza nella commissione Bilancio. Il calendario stabilito prevede convocazioni anche in seduta notturna fino a sabato 20 dicembre alle 9. Poi il testo dovrà essere approvato nell’aula di palazzo Madama e quindi passare all’esame della Camera che, tra Natale e San Silvestro, dovrà approvarlo senza modifiche, in modo da rispettare il termine del 31 dicembre.
È scontato che il governo farà ricorso al voto di fiducia per tagliare i tempi della discussione.
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Dopo l’invasione dell’Ucraina, le banche centrali hanno iniziato a comprare il metallo giallo. Ora, per lo sblocco di 185 miliardi di asset di Mosca congelati, per Jefferies si crea un precedente che mette il turbo all’accumulo di «preziosi», che toccano i record.
L’oro e l’argento ci parlano da sempre. Sono metalli, preziosi. Sembra che siano lì a brillare e basta. In realtà indicano la strada a tutti gli investitori. Non a caso il mercato del metallo giallo è il più grande al mondo, più di Wall Street. Circa 30mila miliardi di dollari. Però è soprattutto la “plata” a essere un’autentica cartina di tornasole geopolitico-finanziaria.
L’argento è ai massimi storici a oltre 60 dollari l’oncia superando i fasti del 1979 o del 2011. Oltre 45 anni fa l’inflazione fuori controllo, la crisi degli ostaggi in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan spinsero il prezzo dell’oro a triplicare, mentre l’argento salì addirittura di sette volte. Dopo quel picco, entrambi i metalli entrarono in una lunga fase di declino, interrotta solo dalla sequenza di crisi finanziarie iniziata con il crollo del mercato immobiliare statunitense nel 2007, proseguita con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e culminata nella crisi del debito europeo tra il 2010 e il 2012. In quel periodo l’oro raddoppiò, mentre l’argento quasi quadruplicò.
A differenza dei grandi rally del passato, l’ultimo anno non è stato caratterizzato da eventi catastrofici paragonabili. E allora perché un rally dei «preziosi»? Parte della spiegazione risiede nelle preoccupazioni degli investitori per una possibile pressione politica sulla Federal Reserve, che potrebbe tradursi in inflazione più elevata con tassi più bassi, uno scenario tradizionalmente favorevole ai metalli preziosi. Un’altra parte deriva dagli acquisti di oro da parte delle banche centrali, impegnate a ridurre la dipendenza dal dollaro. Oggi il metallo giallo rappresenta circa il 20% delle riserve ufficiali globali, superando l’euro (16%). Il congelamento delle riserve russe dopo l’invasione dell’Ucraina ha incrinato la fiducia nel dollaro come valuta di riserva, rafforzando l’attrattiva dell’oro e, per effetto di contagio, anche dell’argento.
Lo sblocco di 185 miliardi di euro di asset russi congelati sta già producendo effetti profondi sull’architettura finanziaria globale e sulla gestione delle riserve da parte delle banche centrali. Secondo Jefferies, il dibattito sulla possibile monetizzazione di queste riserve rappresenta un precedente di portata storica e costituisce uno dei principali motori dell’accelerazione degli acquisti di oro da parte delle banche centrali, iniziata nel 2022.
Il problema è innanzitutto di fiducia. Per i mercati globali il segnale è già stato colto. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 è stato il “trigger” - lo stimolo - che ha spinto molti Paesi, soprattutto al di fuori del G7, a interrogarsi sulla sicurezza delle proprie attività denominate in valute occidentali. La risposta è stata un accumulo senza precedenti di oro. I dati del World Gold Council mostrano che tra il terzo trimestre del 2022 e il secondo del 2025 le banche centrali hanno acquistato 3.394 tonnellate di metallo prezioso, con tre anni consecutivi oltre la soglia delle 1.000 tonnellate.
Questo movimento strutturale si è intrecciato con altri fattori macroeconomici che hanno sostenuto una spettacolare corsa dell’oro. Tra il 2024 e il 2025 i prezzi sono raddoppiati, spinti dagli acquisti ufficiali, dai tagli dei tassi della Federal Reserve, da un dollaro più debole, dai dubbi sull’indipendenza della banca centrale statunitense e dal ritorno massiccio degli investitori negli Etf.
Altro fattore scatenante di oro e argento è il debito. Quello globale sfiora ormai la soglia dei 346mila miliardi di dollari, segnala l’Institute of International Finance (IIF), che nel suo ultimo rapporto evidenzia come, a fine settembre, l’indebitamento complessivo abbia raggiunto i 345,7 trilioni, pari a circa il 310% del Pil mondiale. Secondo l’IIF, «la maggior parte dell’aumento complessivo è arrivato dai mercati sviluppati, dove l’ammontare del debito ha segnato un un rapido aumento quest’anno».
Più debito e più sfiducia sulle regole finanziarie portano alla fuga però dai titoli di Stato, come emerge dai rendimenti. Quelli dei bond pubblici globali a 10 anni e oltre sono balzati al 3,9%, il livello più alto dal 2009. I rendimenti obbligazionari mondiali (gli interessi che si pagano) sono ora 5,6 volte superiori al minimo registrato durante la pandemia del 2020. Trainano il rialzo le principali economie, tra cui Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Canada, Germania e Australia. Per dire, il rendimento dei titoli di Stato tedeschi a 30 anni è salito al 3,46%, il livello più alto da luglio 2011. Quando l’argento toccò un picco.
L'era del denaro a basso costo per i governi sembra finita. Vediamo come finisce questa corsa del «silver» e del «gold».
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