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2025-09-29
Sta per scoppiare la bolla dei droni?
(Getty Images)
Che siano aerei, terrestri, marini oppure subacquei, tutti li vogliono. Sono i droni militari da difesa, attacco, per la guerra elettronica oppure per vigilare sulle infrastrutture in fondo al mare. Era prevedibile, del resto il «drone» rappresenta l’estensione dei sensi umani laddove si può minimizzare il rischio tipicamente umano della morte, aspetto oggi inevitabile della guerra. I vantaggi operativi del settore «Unmanned» sono innegabili: abbassano i costi, riducono al minimo i rischi per il personale, aumentano la consapevolezza della situazione sul campo di battaglia, migliorano la precisione e l’efficacia in combattimento. Ma sono pochi i Paesi che negli ultimi 15 anni hanno avuto governi lungimiranti riguardo a questo settore e che hanno favorito gli investimenti, e meno ancora sono stati i manager dell’industria militare in grado di avere la visione corretta, che invece non è sfuggita alla Cina e neppure all’Iran. Le grandi potenze tecnologiche occidentali, Usa e Israele in primis, non hanno perso tempo, mentre le nazioni europee stanno recuperando il ritardo e per farlo sfruttano l’esperienza di Kiev nella guerra russo-ucraina. Non è un caso che il ministero per la Trasformazione digitale del governo di Zelensky conti un centinaio di imprese che progettano e fabbricano droni di vario tipo, finanche trasformando velivoli leggeri nati per diporto, come nel caso dell’azienda Aeroprakt.
Si prevede quindi che l’economia dei droni militari cresca rapidamente, con stime del valore del mercato per il 2030 che dai circa 23 miliardi di dollari attuali arriveranno a oltre 85 miliardi. Un numero alto, giustificato dal fatto che non c’è soltanto la costruzione degli oggetti volanti in sé, quanto l’evoluzione dell’elettronica da installare a bordo e l’intelligenza artificiale da sviluppare, quella che, per esempio, consentirà a questi prodotti di scegliere e decidere come attaccare i loro bersagli. E se oggi le applicazioni più comuni sono estese a sorveglianza, ricognizione e attacco come mezzi pilotati da remoto, sono già in corso le prove per farli agire insieme con un velivolo d’attacco pilotato da un umano (è il caso dei Cca, Collaborative Combat Aircraft). E potranno aggirare le difese stabilendo la tattica opportuna più rapidamente di quanto potrebbe fare qualsiasi umano in comando. Ci sono però due fattori da considerare. Il primo: per fabbricarli servono componenti pregiati come i microprocessori fatti negli Usa, a Taiwan e (pochi) in Europa, questo significa soffrire di dipendenza da quelle nazioni. Il secondo: i droni militari potrebbero non garantire la crescita a lungo termine che molti si aspettano, come ha dichiarato questa settimana il ceo del colosso tedesco Rheinmetall, Armin Papperger, affermando al Wall Street Journal che il mercato dei droni potrebbe trasformarsi nella più grande bolla del settore della Difesa.
Dalla fiera londinese delle armi (Dsei 2025), Papperger ha espresso dubbi sul fatto che le vendite di droni manterranno la traiettoria «esplosiva» registrata dall’invasione russa dell'Ucraina. E il suo avvertimento è significativo, considerando la posizione di Rheinmetall, oggi il produttore di armi con la più rapida crescita in Europa per valore di mercato. Secondo il manager il mercato dei droni non è così ampio e potrebbe essere sopravvalutato: «Personalmente non sono convinto che il settore dei droni sia grande come si pensa», ha spiegato, «credo che potrebbe trasformarsi in una grande bolla».
Intanto però c’è chi fa affari d’oro: un esempio è la ex- startup americana Anduril Industries, fondata nel 2017 e oggi valutata oltre 30 miliardi di dollari, azienda con in pancia alcuni dei più avanzati droni e Cca ai quali è interessata l’Usaf, supportata da un ampio tessuto industriale, quello californiano, al punto di competere con colossi come Lockheed-Martin (che fa i caccia F-22 e F-35).
Al contrario, l’Europa conta pochi attori nel settore dei droni militari: la portoghese Tekever, le tedesche Quantum Systems e Helsing (nata nel 2021 e valutata 12 miliardi di euro). Quest’ultima ha rilevato lo storico costruttore di aeroplani leggeri Grob Aircraft, ha poi tentato un accordo con Rheinmetall, ma di fatto ha spinto quest’ultima verso Anduril. Uno dei motivi è che, a differenza dell’industria aeronautica tradizionale, che porta ricavi nel medio e lungo periodo, l’industria dei droni è molto rapida, somigliando più a quella dell’elettronica di consumo. E Papperger sa che per restare al passo con la rapidità di questo settore occorre avere dalla propria parte alleati industriali specializzati, per questo ha firmato l’accordo con Anduril, pena assistere a una diffusione rapida della tecnologia e quindi alla veloce perdita del valore aggiunto, come già avvenuto nel campo dei droni e dei loro sensori per uso civile e ricreativo. Oggi droni militari a corto raggio costano cifre vicine a 1.000 euro l’uno, mentre se a lungo raggio si avvicinano ai 2.500 euro, come ha osservato lo stesso ceo a Londra durante la conferenza stampa al Dsei ’25, dove Rheinmetall ha dichiarato di prevedere vendite di droni tra i 120 e i 140 milioni di euro quest’anno. Papperger ha anche dichiarato che i governi, fino a oggi, non hanno firmato contratti sufficienti per supportare tale crescita, anche perché le nazioni europee non hanno necessità di avere centinaia di migliaia di droni che diventano rapidamente obsoleti negli arsenali. Ma un aumento della richiesta potrebbe avvenire presto con l’approvazione del programma «Muro di droni» che Ursula Von der Leyen vorrebbe portare in Commissione questo autunno.
Nonostante la cautela sui droni, Rheinmetall ha visto la sua capitalizzazione salire dai 4,2 miliardi di euro del 2021 (prima della guerra russo-ucraina) agli oltre 86 miliardi di euro d’oggi e punta ad aumentare la sua quota del mercato europeo della Difesa dal 5% al 27% entro il 2030 (dati Barclays), raggiungibile anche cedendo alcune attività civili, acquisendo realtà tecnologiche preziose ma più piccole e mettendo un piede nella produzione di sistemi navali (nel mirino c’è la tedesca Naval Vessels Luerssen) e in quelli spaziali.
A gonfiare la bolla finanziaria sui droni militari ci sono anche dichiarazioni come quella del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, il quale a luglio li ha definiti «la più grande innovazione sul campo di battaglia in una generazione», promettendo di accelerare l’approvvigionamento e di approvare l’acquisto di centinaia di modelli americani da parte delle Forze Armate. Hegseth ha spiegato: «I nuovi droni dovrebbero essere economici, rapidamente sostituibili e classificati come materiali di consumo».
Dunque lo scetticismo di Rheinmetall sul mercato dei droni pone una domanda importante: l’attuale boom di questi prodotti si basa su una domanda concreta, oppure il rapido calo dei prezzi e le prossime tecnologie anti-droni ne eroderanno in fretta la redditività? Del resto, seppure i droni si siano dimostrati decisivi in Ucraina, il loro ruolo nei conflitti futuri potrebbe essere meno importante di quanto si creda. I commenti di Papperger arrivano nel momento in cui, dopo gli episodi (casuali?) dei droni e degli aeroplani russi che hanno sconfinato, la pressione mediatica sulla politica e sull’opinione pubblica per finanziare contratti con fondi pubblici è enorme, o per meglio dire è quello che serve per far votare a favore l’assemblea di Bruxelles.
La nuova frontiera: svincolarli dal Gps. E presto salveranno soldati in autonomia
Sia per il settore dei droni commerciali, sia per quello della Difesa, occorrono costanti azioni di diversificazione e innovazione. Le tensioni geopolitiche portano alle decisioni, ma sono gli ingegneri a progettare i droni che risolvono problemi, siano essi aerei, navali, subacquei o terrestri. In tutti i campi sta prevalendo la necessità di svincolarne la navigazione dai sistemi satellitari come il Gps, i quali resteranno facilmente disturbabili fino all’entrata in servizio delle nuove generazioni di costellazioni, oggi in fase sperimentale da parte di Usa e Cina. Ne è conferma il fatto che sui droni usati dai russi contro l’Ucraina vengono ritrovate schede telefoniche che consentono il collegamento dati con il centro di comando e controllo sfruttando le reti cellulari del nemico e di nazioni limitrofe, peraltro segnali più difficilmente localizzabili e riconoscibili. Ciò comporta anche un’evoluzione delle stesse reti di comunicazione di tipo cellulare, che attraverso nuovi software dovranno poter riconoscere, localizzare ed escludere il traffico illecito o nemico. Ma tant’è, i crescenti conflitti territoriali e le controversie di confine richiedono maggiori capacità di sorveglianza e ricognizione, alimentando la domanda di droni.
La successiva questione riguarda le capacità d’intelligenza artificiale e autonomia da incorporare: sono fattori importanti per l’espansione del mercato così come le prestazioni delle micro-telecamere ad alta risoluzione e dei software che le supportano.
Ma i droni hanno anche i limiti: giocoforza quelli volanti di piccole dimensioni e basso costo sono lenti, operano a quote limitate e risultano vulnerabili. Quelli terrestri, grazie all’autonomia decisionale data dall’Ia presto trasporteranno i soldati e recupereranno i feriti. Le tipologie subacquee (detti Uuv), dovranno avere autonomie molto estese, anche di un anno, capacità di autoriparazione come accade sui satelliti e sempre più facoltà di apprendimento autonomo, anche se sono già in servizio modelli che distinguono esseri viventi da infrastrutture e riescono a creare procedure per effettuare interventi e riparazioni sul fondo del mare. La forte crescita degli episodi di sabotaggio e della spesa militare a livello globale sono fattori chiave che alimentano mercato e ricerca, ma occorre adeguare la catena di approvvigionamento e accelerare gli investimenti.
Ma oggi in Europa è la Germania a dettare tempi e regole: il gigante Rheinmetall punta ancora sui sistemi di difesa aerea tradizionali come le torrette Skyranger che possono essere montate su veicoli blindati, eventualmente trasformabili in mezzi unmanned (senza uomini a bordo). Secondo i tedeschi, i governi europei potrebbero ordinarne fino a 1.500 unità entro il 2030, con la sola Germania che potrebbe potenzialmente acquisirne 650-700. Per esempio, il nuovo carro armato (Main Battle Tank) italiano sarà costruito da Leonardo e Rheinmetall Military Vehicles sulla base del KF-51 Panther tedesco, con il nome di Lrmv-Mbt. L’accordo prevede investimenti per un totale di circa 8 miliardi di euro e porterà alla costruzione di 380 unità, con la produzione distribuita tra Germania e Italia, e alla fornitura di ulteriori veicoli specializzati. Rheinmetall fornirà il telaio, la struttura della torretta (incluso il sistema di caricamento automatico dei colpi), i sistemi di protezione attiva e altri sistemi principali. Leonardo, invece, fornirà le torrette (HitFist e HitRole), il radar, i sistemi di navigazione e di contromisure cibernetiche/elettroniche e le comunicazioni, occupandosi dell’integrazione finale del sistema e della sua messa in servizio. Meglio di niente, ma non sarà tecnologia unmanned e in Italia, a parte la produzione marcata Leonardo (con l’elicottero AwHero e il velivolo Falco Xplorer), partecipiamo ai programmi Skydweller ed Eurodrone, e abbiamo anche fatto parte del progetto Neuron insieme con i francesi di Dassault. Eravamo quindi partiti bene, salvo poi rallentare tra un cambio di governo e l’altro e, a parte le piccole produzioni (come quelle di Alpi Aviation con il modello Strix), tra il 2013 e il 2015 avevamo fatto progressi con Piaggio Aero e il suo programma P1HH Hammerhead, purtroppo per noi vincolando l’azienda agli arabi salvo poi lasciarla per otto anni in amministrazione controllata in attesa della vendita, e quindi preferire i Predator americani che però servono per fare missioni molto differenti.
Persino l’Ente nazionale aviazione civile (Enac), con un finanziamento apposito, nel 2016 aveva sostenuto il prodotto P1HH ipotizzando voli dimostrativi che, se portati a termine, avrebbero consentito di creare un drone per media quota e lunga autonomia in grado di trasportare 500 kg di beni (medicinali, organi, eccetera), lungo la Penisola, volando insieme con il traffico aereo convenzionale. Sarebbe stata l’occasione per arrivare primi in Europa e secondi al mondo in questo campo. Oggi Piaggio Aero è stata ceduta alla turca Baykar, e questa ha costituito la joint venture Lba con Leonardo. Così si scommette (o meglio, si spera), che ci siano investimenti tali per fare il necessario salto tecnologico e avviare la filiera che serve per arrivare al passo con chi nel frattempo è evoluto. Molto meglio, invece, facciamo in ambito subacqueo con Saipem, all’avanguardia con la sua produzione e già operativa con unità che operano sui fondali.
In Italia un mercato da 160 milioni
I droni sono diventati i protagonisti dei conflitti ma stanno acquistando spazi importanti anche per usi civili, nella mobilità e nel delivery. E questo ha portato le industrie a investire massicciamente con l’obiettivo di conquistare quote di mercato sempre maggiori. Recentemente il ceo di Rheinmetall, la più grande azienda europea di armi, Armin Papperger, in una intervista a Class Cnbc, ha sottolineato il ruolo centrale nella competizione globale, svolto dall’Italia nel settore. Il manager ha rivelato che la fabbrica in Sardegna del colosso tedesco quest’anno «produrrà droni per un valore di 120 milioni di euro» mentre in quella di Roma si realizza lo Sky Ranger, ovvero un sistema all’avanguardia di contrasto di questi velivoli autonomi, che ha definito «il migliore a livello mondiale».
L’industria italiana dei droni è in crescita, con un mercato professionale (che non comprende l’uso privato e quello militare) che ha toccato i 160 milioni di euro nel 2024 con un ritmo di sviluppo del 10% rispetto al 2023 e conta 657 imprese, un numero destinato a crescere.
Leader nel settore è Leonardo che produce droni militari e di difesa come il sistema Skynex realizzato insieme a Rheinmetall. Recentemente il gruppo italiano ha costituito una joint venture paritetica con la turca Baykar di nome Lba Systems per progettare, sviluppare e produrre sistemi aerei a pilotaggio remoto. Baykar fornirà i prodotti di base, ossia i droni TB3 e Akinci mentre Leonardo si occuperà dell’elettronica e dei sistemi per consentire ai droni di collaborare fra loro e con i piloti degli aerei. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha sottolineato che l’accordo mette «l’Italia al centro dello sviluppo produttivo dei droni per il mercato europeo e non solo». Un comparto che nel prossimo decennio potrà movimentare un giro d’affari del valore di 100 miliardi.
Il settore, oltre a un gigante come Leonardo, è caratterizzato da una vivace presenza di imprese innovative come Dronus, una startup che ha sviluppato il primo sistema drone-in-a-box aereo per ispezioni e sicurezza in ambito industriale, con sede a Trieste, Italdron, azienda attiva nella produzione di droni professionali interamente progettati e costruiti in Italia, Difly e Aermatica3D. Solo per citare le più note.
Il mercato professionale italiano è quasi totalmente (96%) costituto da attività di «Aerial Operations», quelle di droni di piccola e media taglia nei settori tradizionali, come le ispezioni di linee elettriche o il monitoraggio del territorio. Solo il restante 4% è invece concentrato su servizi innovativi per consegna merci o trasporto di persone. La vera sfida dei prossimi anni sarà probabilmente quella di incrementare questo particolare aspetto anche grazie all’introduzione di opportune normative di riferimento. Un ruolo centrale per il futuro è quello della mobilità aerea avanzata. Enac sta tracciando a tal proposito linee guida e regolamenti proprio in virtù delle possibili evoluzioni dei prossimi anni.
Un altro tema all’ordine del giorno è la creazione di sistemi di difesa da droni ostili che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Simone Lo Russo, ceo di Impianti Spa spiega che «il nostro Paese utilizza parzialmente sistemi anti drone, ma non integrati in un’infrastruttura nazionale di monitoraggio per la copertura sistemica del territorio. L’Italia può potenziare i sistemi difensivi migliorando la rete nazionale di sorveglianza, installando sensori avanzati interconnessi tra loro partendo da aeroporti, basi militari, impianti industriali e infrastrutture critiche per il rilevamento tempestivo di droni ostili e implementando tecnologie di difesa attiva come sistemi per bloccare la comunicazione dei droni nemici e droni intercettori per neutralizzare le minacce in volo». In questo settore c’è ancora tanta strada da fare.
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Lo prevede il numero uno di Rheinmetall, colosso tedesco delle armi. Il rapido calo dei prezzi e lo sviluppo delle capacità di intercetto potrebbero dargli ragione.L’Intelligenza artificiale rivoluzionerà il settore. Nell’Ue Berlino detta i tempi. L’Italia con Piaggio Aero ha perso un’occasione.Nel 2024 il settore è cresciuto del 10%. Dietro al leader Leonardo, ci sono altre 656 imprese. Investimenti per ispezionare le linee elettriche e monitorare il territorio.Lo speciale contiene tre articoli.Che siano aerei, terrestri, marini oppure subacquei, tutti li vogliono. Sono i droni militari da difesa, attacco, per la guerra elettronica oppure per vigilare sulle infrastrutture in fondo al mare. Era prevedibile, del resto il «drone» rappresenta l’estensione dei sensi umani laddove si può minimizzare il rischio tipicamente umano della morte, aspetto oggi inevitabile della guerra. I vantaggi operativi del settore «Unmanned» sono innegabili: abbassano i costi, riducono al minimo i rischi per il personale, aumentano la consapevolezza della situazione sul campo di battaglia, migliorano la precisione e l’efficacia in combattimento. Ma sono pochi i Paesi che negli ultimi 15 anni hanno avuto governi lungimiranti riguardo a questo settore e che hanno favorito gli investimenti, e meno ancora sono stati i manager dell’industria militare in grado di avere la visione corretta, che invece non è sfuggita alla Cina e neppure all’Iran. Le grandi potenze tecnologiche occidentali, Usa e Israele in primis, non hanno perso tempo, mentre le nazioni europee stanno recuperando il ritardo e per farlo sfruttano l’esperienza di Kiev nella guerra russo-ucraina. Non è un caso che il ministero per la Trasformazione digitale del governo di Zelensky conti un centinaio di imprese che progettano e fabbricano droni di vario tipo, finanche trasformando velivoli leggeri nati per diporto, come nel caso dell’azienda Aeroprakt. Si prevede quindi che l’economia dei droni militari cresca rapidamente, con stime del valore del mercato per il 2030 che dai circa 23 miliardi di dollari attuali arriveranno a oltre 85 miliardi. Un numero alto, giustificato dal fatto che non c’è soltanto la costruzione degli oggetti volanti in sé, quanto l’evoluzione dell’elettronica da installare a bordo e l’intelligenza artificiale da sviluppare, quella che, per esempio, consentirà a questi prodotti di scegliere e decidere come attaccare i loro bersagli. E se oggi le applicazioni più comuni sono estese a sorveglianza, ricognizione e attacco come mezzi pilotati da remoto, sono già in corso le prove per farli agire insieme con un velivolo d’attacco pilotato da un umano (è il caso dei Cca, Collaborative Combat Aircraft). E potranno aggirare le difese stabilendo la tattica opportuna più rapidamente di quanto potrebbe fare qualsiasi umano in comando. Ci sono però due fattori da considerare. Il primo: per fabbricarli servono componenti pregiati come i microprocessori fatti negli Usa, a Taiwan e (pochi) in Europa, questo significa soffrire di dipendenza da quelle nazioni. Il secondo: i droni militari potrebbero non garantire la crescita a lungo termine che molti si aspettano, come ha dichiarato questa settimana il ceo del colosso tedesco Rheinmetall, Armin Papperger, affermando al Wall Street Journal che il mercato dei droni potrebbe trasformarsi nella più grande bolla del settore della Difesa.Dalla fiera londinese delle armi (Dsei 2025), Papperger ha espresso dubbi sul fatto che le vendite di droni manterranno la traiettoria «esplosiva» registrata dall’invasione russa dell'Ucraina. E il suo avvertimento è significativo, considerando la posizione di Rheinmetall, oggi il produttore di armi con la più rapida crescita in Europa per valore di mercato. Secondo il manager il mercato dei droni non è così ampio e potrebbe essere sopravvalutato: «Personalmente non sono convinto che il settore dei droni sia grande come si pensa», ha spiegato, «credo che potrebbe trasformarsi in una grande bolla». Intanto però c’è chi fa affari d’oro: un esempio è la ex- startup americana Anduril Industries, fondata nel 2017 e oggi valutata oltre 30 miliardi di dollari, azienda con in pancia alcuni dei più avanzati droni e Cca ai quali è interessata l’Usaf, supportata da un ampio tessuto industriale, quello californiano, al punto di competere con colossi come Lockheed-Martin (che fa i caccia F-22 e F-35). Al contrario, l’Europa conta pochi attori nel settore dei droni militari: la portoghese Tekever, le tedesche Quantum Systems e Helsing (nata nel 2021 e valutata 12 miliardi di euro). Quest’ultima ha rilevato lo storico costruttore di aeroplani leggeri Grob Aircraft, ha poi tentato un accordo con Rheinmetall, ma di fatto ha spinto quest’ultima verso Anduril. Uno dei motivi è che, a differenza dell’industria aeronautica tradizionale, che porta ricavi nel medio e lungo periodo, l’industria dei droni è molto rapida, somigliando più a quella dell’elettronica di consumo. E Papperger sa che per restare al passo con la rapidità di questo settore occorre avere dalla propria parte alleati industriali specializzati, per questo ha firmato l’accordo con Anduril, pena assistere a una diffusione rapida della tecnologia e quindi alla veloce perdita del valore aggiunto, come già avvenuto nel campo dei droni e dei loro sensori per uso civile e ricreativo. Oggi droni militari a corto raggio costano cifre vicine a 1.000 euro l’uno, mentre se a lungo raggio si avvicinano ai 2.500 euro, come ha osservato lo stesso ceo a Londra durante la conferenza stampa al Dsei ’25, dove Rheinmetall ha dichiarato di prevedere vendite di droni tra i 120 e i 140 milioni di euro quest’anno. Papperger ha anche dichiarato che i governi, fino a oggi, non hanno firmato contratti sufficienti per supportare tale crescita, anche perché le nazioni europee non hanno necessità di avere centinaia di migliaia di droni che diventano rapidamente obsoleti negli arsenali. Ma un aumento della richiesta potrebbe avvenire presto con l’approvazione del programma «Muro di droni» che Ursula Von der Leyen vorrebbe portare in Commissione questo autunno. Nonostante la cautela sui droni, Rheinmetall ha visto la sua capitalizzazione salire dai 4,2 miliardi di euro del 2021 (prima della guerra russo-ucraina) agli oltre 86 miliardi di euro d’oggi e punta ad aumentare la sua quota del mercato europeo della Difesa dal 5% al 27% entro il 2030 (dati Barclays), raggiungibile anche cedendo alcune attività civili, acquisendo realtà tecnologiche preziose ma più piccole e mettendo un piede nella produzione di sistemi navali (nel mirino c’è la tedesca Naval Vessels Luerssen) e in quelli spaziali. A gonfiare la bolla finanziaria sui droni militari ci sono anche dichiarazioni come quella del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, il quale a luglio li ha definiti «la più grande innovazione sul campo di battaglia in una generazione», promettendo di accelerare l’approvvigionamento e di approvare l’acquisto di centinaia di modelli americani da parte delle Forze Armate. Hegseth ha spiegato: «I nuovi droni dovrebbero essere economici, rapidamente sostituibili e classificati come materiali di consumo». Dunque lo scetticismo di Rheinmetall sul mercato dei droni pone una domanda importante: l’attuale boom di questi prodotti si basa su una domanda concreta, oppure il rapido calo dei prezzi e le prossime tecnologie anti-droni ne eroderanno in fretta la redditività? Del resto, seppure i droni si siano dimostrati decisivi in Ucraina, il loro ruolo nei conflitti futuri potrebbe essere meno importante di quanto si creda. I commenti di Papperger arrivano nel momento in cui, dopo gli episodi (casuali?) dei droni e degli aeroplani russi che hanno sconfinato, la pressione mediatica sulla politica e sull’opinione pubblica per finanziare contratti con fondi pubblici è enorme, o per meglio dire è quello che serve per far votare a favore l’assemblea di Bruxelles.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/droni-crescita-tecnologia-2674050149.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-frontiera-svincolarli-dal-gps-e-presto-salveranno-soldati-in-autonomia" data-post-id="2674050149" data-published-at="1759135027" data-use-pagination="False"> La nuova frontiera: svincolarli dal Gps. E presto salveranno soldati in autonomia Sia per il settore dei droni commerciali, sia per quello della Difesa, occorrono costanti azioni di diversificazione e innovazione. 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Ma tant’è, i crescenti conflitti territoriali e le controversie di confine richiedono maggiori capacità di sorveglianza e ricognizione, alimentando la domanda di droni.La successiva questione riguarda le capacità d’intelligenza artificiale e autonomia da incorporare: sono fattori importanti per l’espansione del mercato così come le prestazioni delle micro-telecamere ad alta risoluzione e dei software che le supportano. Ma i droni hanno anche i limiti: giocoforza quelli volanti di piccole dimensioni e basso costo sono lenti, operano a quote limitate e risultano vulnerabili. Quelli terrestri, grazie all’autonomia decisionale data dall’Ia presto trasporteranno i soldati e recupereranno i feriti. Le tipologie subacquee (detti Uuv), dovranno avere autonomie molto estese, anche di un anno, capacità di autoriparazione come accade sui satelliti e sempre più facoltà di apprendimento autonomo, anche se sono già in servizio modelli che distinguono esseri viventi da infrastrutture e riescono a creare procedure per effettuare interventi e riparazioni sul fondo del mare. La forte crescita degli episodi di sabotaggio e della spesa militare a livello globale sono fattori chiave che alimentano mercato e ricerca, ma occorre adeguare la catena di approvvigionamento e accelerare gli investimenti.Ma oggi in Europa è la Germania a dettare tempi e regole: il gigante Rheinmetall punta ancora sui sistemi di difesa aerea tradizionali come le torrette Skyranger che possono essere montate su veicoli blindati, eventualmente trasformabili in mezzi unmanned (senza uomini a bordo). Secondo i tedeschi, i governi europei potrebbero ordinarne fino a 1.500 unità entro il 2030, con la sola Germania che potrebbe potenzialmente acquisirne 650-700. Per esempio, il nuovo carro armato (Main Battle Tank) italiano sarà costruito da Leonardo e Rheinmetall Military Vehicles sulla base del KF-51 Panther tedesco, con il nome di Lrmv-Mbt. L’accordo prevede investimenti per un totale di circa 8 miliardi di euro e porterà alla costruzione di 380 unità, con la produzione distribuita tra Germania e Italia, e alla fornitura di ulteriori veicoli specializzati. Rheinmetall fornirà il telaio, la struttura della torretta (incluso il sistema di caricamento automatico dei colpi), i sistemi di protezione attiva e altri sistemi principali. Leonardo, invece, fornirà le torrette (HitFist e HitRole), il radar, i sistemi di navigazione e di contromisure cibernetiche/elettroniche e le comunicazioni, occupandosi dell’integrazione finale del sistema e della sua messa in servizio. Meglio di niente, ma non sarà tecnologia unmanned e in Italia, a parte la produzione marcata Leonardo (con l’elicottero AwHero e il velivolo Falco Xplorer), partecipiamo ai programmi Skydweller ed Eurodrone, e abbiamo anche fatto parte del progetto Neuron insieme con i francesi di Dassault. Eravamo quindi partiti bene, salvo poi rallentare tra un cambio di governo e l’altro e, a parte le piccole produzioni (come quelle di Alpi Aviation con il modello Strix), tra il 2013 e il 2015 avevamo fatto progressi con Piaggio Aero e il suo programma P1HH Hammerhead, purtroppo per noi vincolando l’azienda agli arabi salvo poi lasciarla per otto anni in amministrazione controllata in attesa della vendita, e quindi preferire i Predator americani che però servono per fare missioni molto differenti. Persino l’Ente nazionale aviazione civile (Enac), con un finanziamento apposito, nel 2016 aveva sostenuto il prodotto P1HH ipotizzando voli dimostrativi che, se portati a termine, avrebbero consentito di creare un drone per media quota e lunga autonomia in grado di trasportare 500 kg di beni (medicinali, organi, eccetera), lungo la Penisola, volando insieme con il traffico aereo convenzionale. Sarebbe stata l’occasione per arrivare primi in Europa e secondi al mondo in questo campo. Oggi Piaggio Aero è stata ceduta alla turca Baykar, e questa ha costituito la joint venture Lba con Leonardo. Così si scommette (o meglio, si spera), che ci siano investimenti tali per fare il necessario salto tecnologico e avviare la filiera che serve per arrivare al passo con chi nel frattempo è evoluto. 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Recentemente il ceo di Rheinmetall, la più grande azienda europea di armi, Armin Papperger, in una intervista a Class Cnbc, ha sottolineato il ruolo centrale nella competizione globale, svolto dall’Italia nel settore. Il manager ha rivelato che la fabbrica in Sardegna del colosso tedesco quest’anno «produrrà droni per un valore di 120 milioni di euro» mentre in quella di Roma si realizza lo Sky Ranger, ovvero un sistema all’avanguardia di contrasto di questi velivoli autonomi, che ha definito «il migliore a livello mondiale».L’industria italiana dei droni è in crescita, con un mercato professionale (che non comprende l’uso privato e quello militare) che ha toccato i 160 milioni di euro nel 2024 con un ritmo di sviluppo del 10% rispetto al 2023 e conta 657 imprese, un numero destinato a crescere.Leader nel settore è Leonardo che produce droni militari e di difesa come il sistema Skynex realizzato insieme a Rheinmetall. Recentemente il gruppo italiano ha costituito una joint venture paritetica con la turca Baykar di nome Lba Systems per progettare, sviluppare e produrre sistemi aerei a pilotaggio remoto. Baykar fornirà i prodotti di base, ossia i droni TB3 e Akinci mentre Leonardo si occuperà dell’elettronica e dei sistemi per consentire ai droni di collaborare fra loro e con i piloti degli aerei. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha sottolineato che l’accordo mette «l’Italia al centro dello sviluppo produttivo dei droni per il mercato europeo e non solo». Un comparto che nel prossimo decennio potrà movimentare un giro d’affari del valore di 100 miliardi.Il settore, oltre a un gigante come Leonardo, è caratterizzato da una vivace presenza di imprese innovative come Dronus, una startup che ha sviluppato il primo sistema drone-in-a-box aereo per ispezioni e sicurezza in ambito industriale, con sede a Trieste, Italdron, azienda attiva nella produzione di droni professionali interamente progettati e costruiti in Italia, Difly e Aermatica3D. Solo per citare le più note.Il mercato professionale italiano è quasi totalmente (96%) costituto da attività di «Aerial Operations», quelle di droni di piccola e media taglia nei settori tradizionali, come le ispezioni di linee elettriche o il monitoraggio del territorio. Solo il restante 4% è invece concentrato su servizi innovativi per consegna merci o trasporto di persone. La vera sfida dei prossimi anni sarà probabilmente quella di incrementare questo particolare aspetto anche grazie all’introduzione di opportune normative di riferimento. Un ruolo centrale per il futuro è quello della mobilità aerea avanzata. Enac sta tracciando a tal proposito linee guida e regolamenti proprio in virtù delle possibili evoluzioni dei prossimi anni.Un altro tema all’ordine del giorno è la creazione di sistemi di difesa da droni ostili che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Simone Lo Russo, ceo di Impianti Spa spiega che «il nostro Paese utilizza parzialmente sistemi anti drone, ma non integrati in un’infrastruttura nazionale di monitoraggio per la copertura sistemica del territorio. L’Italia può potenziare i sistemi difensivi migliorando la rete nazionale di sorveglianza, installando sensori avanzati interconnessi tra loro partendo da aeroporti, basi militari, impianti industriali e infrastrutture critiche per il rilevamento tempestivo di droni ostili e implementando tecnologie di difesa attiva come sistemi per bloccare la comunicazione dei droni nemici e droni intercettori per neutralizzare le minacce in volo». In questo settore c’è ancora tanta strada da fare.
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In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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Nel riquadro, il manifesto affisso all'interno della Stazione Centrale di Milano (IStock)
A denunciare il fatto per primo, Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale «Sì Riforma». «Dal fronte del No continuano a fioccare falsità plateali», accusa. Poi spiega: «Un’associazione che si proclama paladina della Costituzione non può fondare la propria campagna su paure inventate. Così facendo, l’Anm arreca un danno grave all’articolo 48 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a votare in modo libero e consapevole, non sotto il ricatto della falsa propaganda. Il confronto politico è legittimo. La manipolazione no». Una vera e propria fake news che non supererebbe alcun fact checking, di quelli che tanto piacciono alla sinistra. Non le manda a dire, come è giusto che faccia il promotore del Sì, ma a indignarsi sono in moltissimi. Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè si tratta della «madre di tutte le menzogne». Critiche che arrivano anche dalle opposizioni: «Onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi», commenta Luigi Marattin, deputato e segretario del Partito liberaldemocratico.
Per l’ex magistrato di Mani pulite ed ex guardasigilli Antonio Di Pietro, si possono «capire i colpi bassi che la propaganda politica ci riversa ogni giorno per far passare per valide le proprie idee. Ma che anche i magistrati si mettano a raccontare bugie pur di inoculare nei cittadini elettori l’errata convinzione che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere metterebbe i magistrati sotto il controllo politico è di ben altra gravità. È molto più ingannevole, perché l’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai». Severo Di Pietro, ma innesca un ragionamento cruciale: possibile che chi ci giudica menta?
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane, ha spiegato che «l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto. Parlare di giudici assoggettati alla politica significa fingere di ignorare il testo di riforma costituzionale, sperando che lo facciano anche i cittadini». E infine chiosa: «Ci si presenta come tecnici, ma si agisce da politicanti. Ci si invoca come garanti, ma si utilizzano slogan che deformano la realtà. Non è informazione, è un uso improprio dell’autorevolezza istituzionale».
Impacciata la risposta del Comitato del No: «Da Zanon lettura fuorviante della nostra campagna», commenta il presidente onorario del Comitato referendario «Giusto dire No» Enrico Grosso, che insiste: «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto».
Senza pudore Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile: «Le reazioni dei Comitati per il Sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Mezzi e mezzucci, mentre prosegue il vero piano per compromettere una riforma fortemente voluta dagli italiani. Non si è ancora chiusa la quadra, infatti, sulla data del voto. L’ultima decisione spetta al capo dello Stato, ma il sospetto sollevato da Alessandro Sallusti su queste colonne è legittimo e centrato. Far slittare il voto significa soprattutto indirizzare la rielezione del Csm, perché se la riforma dovesse entrare in vigore troppo a ridosso del rinnovo dei componenti del Consiglio, questi potrebbero essere legittimati a chiedere che si voti con le vecchie regole (quelle legate alle correnti per intenderci) assicurando un altro giro di boa alle solite toghe politicizzate. Quelle vere però.
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Donald Trump (Ansa)
Il tycoon ha fatto di più accettando il neologismo «Donroe», creato dal New York Post, che aveva inserito la D come firma dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump ha citato questa dottrina anche nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il documento programmatico che comunica le priorità di politica estera e di sicurezza di Washington rivedendola con l’aggiunta di un corollario Trump. Nella sua idea, il presidente statunitense considera tutta la regione come un’estensione della propria nazione ed è così autorizzato a colpire chiunque. Il Venezuela è il primo atto di questa politica, fortemente appoggiata anche dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che non ha mai nascosto le sue attenzioni verso il Centroamerica e il Sudamerica, tanto che il Washington Post lo ha già definito come il nuovo viceré del Venezuela. L’operazione vista a Caracas è stato l’atto più eclatante, ma durante l’anno non erano mancati i segni di questo nuovo passo in politica estera. A fine 2024 e inizio 2025 Donald Trump aveva dichiarato più volte che gli Stati Uniti avevano la necessità di riprendere il controllo del Canale di Panama prima che finisse in cattive mani, intendendo ovviamente quelle di Pechino. Questa vitale arteria rimane estremamente interessante per l’amministrazione americana, che da tempo accusa Panama di applicare tariffe eccessive alle navi statunitensi, ribadendo l’importanza di averne un controllo diretto.
Ma l’attenzione trumpiana si è rivolta soprattutto a Cuba e alla Colombia, assoluti protagonisti degli strali del presidente americano. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, definito come un uomo malato a cui piace fabbricare cocaina e spedirla negli Stati Uniti, è stato minacciato di guardarsi alle spalle perché il suo comportamento non sarebbe più stato tollerabile. Il leader di Bogotà aveva inviato truppe al confine con Caracas, temendo un’escalation e aveva richiesto un’immediata riunione dell’Organizzazione degli Stati americani per stabilire la legittimità dell’aggressione ai danni del Venezuela. Gustavo Petro ha un passato da guerrigliero con il gruppo socialista e bolivariano M19 e si è detto pronto a riprendere la armi per difendere la Colombia e rispondere alle minacce di un’operazione militare statunitense. «Non sono un narcotrafficante», ha dichiarato Petro, «e non sono un presidente illegittimo. Ho una grande fiducia nel popolo colombiano a cui ho chiesto di difendermi. L’ordine al nostro esercito non è sparare al popolo, ma all’invasore».
Uno scontro totale quello con Bogotà, addirittura più forte di quello con Cuba, storica antagonista di Washington nel Mar dei Caraibi. Donald Trump ha dichiarato che non sarà necessario intervenire a Cuba, perché vista la sua situazione economica il regime cadrà da solo, non potendo più contare sui flussi finanziari e sul petrolio provenienti da Caracas. La minaccia più esplicita a L’Havana è però arrivata da Marco Rubio, che ha detto che il presidente Miguel Díaz-Canel è in un mare di guai, dato che spalleggiava Maduro e gli aveva inviato le guardie del corpo. Díaz-Canel, parlando in piazza della Rivoluzione, aveva definito criminale l’aggressione al Venezuela, parlando di terrorismo di Stato e inaccettabile attacco imperialista. Trump non ha tralasciato nemmeno il Messico, in questa sua panoramica latinoamericana. Nonostante l’utilizzo di toni sempre concilianti e lusinghieri riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita una persona fantastica, il tycoon ha ammonito la nazione confinante di darsi una regolata sul fronte del narcotraffico. «Ci piacerebbe molto che il Messico facesse qualcosa, visto che la droga negli Usa arriva proprio da lì», ha sottolineato il presidente statunitense, «siamo convinti che siano in grado di farlo, ma i cartelli sono molto forti. Ho offerto più volte alla presidente Sheinbaum supporto militare, ma fino a oggi ha sempre rifiutato il nostro aiuto».
Tralasciando il cosiddetto cortile di casa, l’uomo forte di Washington ha minacciato anche l’Iran ammonendo la Repubblica islamica che nel caso di vittime fra i manifestanti che protestano per il carovita, l’America sarebbe subito intervenuta. Il Dipartimenti di Stato ha anche pubblicato sul suo sito un avvertimento in lingua farsi diretto agli Ayatollah di evitare di fare giochetti con Trump, un uomo d’azione, facendo un chiaro riferimento a ciò che è appena accaduto a Nicolás Maduro, stretto alleato di Teheran. Un autentico terremoto agli equilibri globali firmato The Donald.
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