True
2022-01-25
Draghi negozia per salire al Colle. Salvini riapre il canale con Letta
Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo.
Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.
Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati.
La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».
Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa».
«Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica.
L’emiciclo sventola scheda bianca
«Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili.
Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela.
Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera.
Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere.
Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Continua a leggereRiduci
L’ex ministro sente il premier, Giuseppe Conte e il dem, che vuole spingerlo a incoronare il banchiere, accettando (momentaneamente) un leghista all’Interno. I «dimaiani» ci stanno, Matteo Renzi pretende un contentino per sé.L’emiciclo sventola scheda bianca. Poche preferenze esplicite: in testa il «grillino» Paolo Maddalena, suffragi pure per Amadeus e Alberto Angela. Umberto Bossi all’urna in carrozzina, Maurizio Gasparri ironizza sulle sanificazioni.Lo speciale comprende due articoli.Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo. Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati. La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa». «Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-negozia-per-salire-al-colle-salvini-riapre-il-canale-con-letta-2656470625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lemiciclo-sventola-scheda-bianca" data-post-id="2656470625" data-published-at="1643059106" data-use-pagination="False"> L’emiciclo sventola scheda bianca «Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili. Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela. Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera. Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere. Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Getty Images
Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
Continua a leggereRiduci
Piazza Enghelab a Teheran (Getty Images)
«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.
Continua a leggereRiduci
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
Continua a leggereRiduci