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2022-01-25
Draghi negozia per salire al Colle. Salvini riapre il canale con Letta
Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo.
Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.
Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati.
La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».
Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa».
«Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica.
L’emiciclo sventola scheda bianca
«Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili.
Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela.
Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera.
Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere.
Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
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L’ex ministro sente il premier, Giuseppe Conte e il dem, che vuole spingerlo a incoronare il banchiere, accettando (momentaneamente) un leghista all’Interno. I «dimaiani» ci stanno, Matteo Renzi pretende un contentino per sé.L’emiciclo sventola scheda bianca. Poche preferenze esplicite: in testa il «grillino» Paolo Maddalena, suffragi pure per Amadeus e Alberto Angela. Umberto Bossi all’urna in carrozzina, Maurizio Gasparri ironizza sulle sanificazioni.Lo speciale comprende due articoli.Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo. Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati. La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa». «Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-negozia-per-salire-al-colle-salvini-riapre-il-canale-con-letta-2656470625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lemiciclo-sventola-scheda-bianca" data-post-id="2656470625" data-published-at="1643059106" data-use-pagination="False"> L’emiciclo sventola scheda bianca «Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili. Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela. Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera. Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere. Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 2 marzo con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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Da allora gli Stati Uniti hanno provato in mille modi a piegare l’Iran, prima con le cattive, poi con le buone, quindi di nuovo con le cattive. All’inizio sostennero il regime di Saddam Hussein, nella speranza che facesse cadere quello di Khomeini, poi - finita una guerra che durò otto anni e provocò un milione di morti - provarono con le sanzioni economiche. Quindi, con l’arrivo di Barack Obama, tentarono la via dell’accordo, per impedire che Teheran proseguisse l’arricchimento dell’uranio e si dotasse della bomba atomica. Infine, una volta eletto al suo primo mandato Donald Trump, ritornarono alla dottrina delle maniere forti. Resosi conto che l’Iran continuava i piani per ottenere armamenti nucleari, prima ruppe le intese rimettendo le sanzioni e poi autorizzò l’uccisione del capo delle forze speciali iraniane, un’organizzazione che negli anni aveva tessuto una formidabile rete di alleanze militari nella regione. Già, perché l’Iran in mezzo secolo ha cercato di imporre all’islam la sua guida, sposando la causa palestinese e finanziando un’infinità di movimenti terroristici. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Huthi nello Yemen, più chiunque fosse in grado di destabilizzare il Medio Oriente. Gli sciiti di Teheran hanno armato fino ai denti tutti, persino gruppi sunniti, con l’obiettivo di conquistare un giorno la Mecca, sfrattando la monarchia saudita. Per capire che cosa questo ha significato è sufficiente pensare a che cosa sia successo negli anni in Libano, Siria, Yemen, Gaza, Iraq e via.
Dunque appare piuttosto curioso che, come ha fatto ieri Ezio Mauro su Repubblica, si definisca l’intervento degli Stati Uniti e di Israele una «Guerra del disordine mondiale». Ciò a cui abbiamo assistito per anni è stato proprio questo: un conflitto permanente che nella regione aveva come obiettivo il caos. Gli ayatollah miravano a spazzare via i governi di Arabia, Giordania, Egitto, per imporre il loro predominio. Per definire ciò che sta accadendo a Teheran si rispolverano vecchie categorie del passato. Si parla di «nuovo imperialismo» e si rivendica la necessità di rilanciare l’Onu, ovvero quella stessa organizzazione che non soltanto ha assistito impotente a ogni conflitto, ma negli anni ha consentito a regimi sanguinari come quello iraniano di salire in cattedra e rappresentare la difesa dei diritti civili. Il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, sostiene che l’unica via per risolvere la crisi e ripristinare il diritto internazionale sia il dialogo, senza rendersi conto che la diplomazia è stata sepolta da quasi mezzo secolo di dittatura.
«Infiammare il Golfo è un boomerang», ammonisce l’ex ministro montiano Andrea Riccardi, a capo della comunità di Sant’Egidio, aggiungendo: «Ora Putin e Xi avranno campo libero». Ma se c’è una cosa che si capisce dalle reazioni di Russia e Cina è proprio che la fine degli ayatollah mette in seria difficoltà anche Mosca e Pechino. La prima non potrà più disporre dei droni di fabbricazione iraniana che tanto sono serviti per contrastare le forze dell’Ucraina. La seconda invece non avrà più modo di contare sul petrolio di Teheran per alimentare la sua economia. E il gigante asiatico, senza il combustibile iraniano e venezuelano, non può far correre le sue fabbriche e sarà costretto a rallentare.
Altro che disordine mondiale. Se l’operazione di Stati Uniti e Israele riuscirà a decapitare il regime teocratico di Teheran, il mondo sarà un po’ meno minacciato. O per lo meno questo è ciò che si spera.
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