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2022-01-25
Draghi negozia per salire al Colle. Salvini riapre il canale con Letta
Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo.
Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.
Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati.
La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».
Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa».
«Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica.
L’emiciclo sventola scheda bianca
«Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili.
Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela.
Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera.
Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere.
Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
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L’ex ministro sente il premier, Giuseppe Conte e il dem, che vuole spingerlo a incoronare il banchiere, accettando (momentaneamente) un leghista all’Interno. I «dimaiani» ci stanno, Matteo Renzi pretende un contentino per sé.L’emiciclo sventola scheda bianca. Poche preferenze esplicite: in testa il «grillino» Paolo Maddalena, suffragi pure per Amadeus e Alberto Angela. Umberto Bossi all’urna in carrozzina, Maurizio Gasparri ironizza sulle sanificazioni.Lo speciale comprende due articoli.Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo. Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati. La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa». «Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-negozia-per-salire-al-colle-salvini-riapre-il-canale-con-letta-2656470625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lemiciclo-sventola-scheda-bianca" data-post-id="2656470625" data-published-at="1643059106" data-use-pagination="False"> L’emiciclo sventola scheda bianca «Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili. Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela. Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera. Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere. Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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