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2022-01-25
Draghi negozia per salire al Colle. Salvini riapre il canale con Letta
Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo.
Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.
Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati.
La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».
Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa».
«Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica.
L’emiciclo sventola scheda bianca
«Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili.
Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela.
Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera.
Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere.
Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
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L’ex ministro sente il premier, Giuseppe Conte e il dem, che vuole spingerlo a incoronare il banchiere, accettando (momentaneamente) un leghista all’Interno. I «dimaiani» ci stanno, Matteo Renzi pretende un contentino per sé.L’emiciclo sventola scheda bianca. Poche preferenze esplicite: in testa il «grillino» Paolo Maddalena, suffragi pure per Amadeus e Alberto Angela. Umberto Bossi all’urna in carrozzina, Maurizio Gasparri ironizza sulle sanificazioni.Lo speciale comprende due articoli.Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo. Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati. La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa». «Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-negozia-per-salire-al-colle-salvini-riapre-il-canale-con-letta-2656470625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lemiciclo-sventola-scheda-bianca" data-post-id="2656470625" data-published-at="1643059106" data-use-pagination="False"> L’emiciclo sventola scheda bianca «Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili. Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela. Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera. Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere. Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Nicola Fratoianni durante la manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti - tre afghani e un pachistano - avvenuto lunedì scorso (Ansa)
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
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Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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