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2022-01-25
Draghi negozia per salire al Colle. Salvini riapre il canale con Letta
Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo.
Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.
Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati.
La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».
Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa».
«Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. A meno che Mattarella non si convinca a sacrificarsi accettando un secondo mandato: «Sarebbe un pareggio, nessuno avrebbe vinto e nessuno avrebbe perso», sospira un ministro in carica.
L’emiciclo sventola scheda bianca
«Scusi, che onorevole è questo?». Nel dedalo di viuzze che separano Palazzo Madama da Montecitorio, dominate dal Pantheon, ieri il mantra è echeggiato per tutta la giornata. È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili.
Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela.
Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera.
Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere.
Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
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L’ex ministro sente il premier, Giuseppe Conte e il dem, che vuole spingerlo a incoronare il banchiere, accettando (momentaneamente) un leghista all’Interno. I «dimaiani» ci stanno, Matteo Renzi pretende un contentino per sé.L’emiciclo sventola scheda bianca. Poche preferenze esplicite: in testa il «grillino» Paolo Maddalena, suffragi pure per Amadeus e Alberto Angela. Umberto Bossi all’urna in carrozzina, Maurizio Gasparri ironizza sulle sanificazioni.Lo speciale comprende due articoli.Mario Draghi lancia la sua offensiva finale per convincere Matteo Salvini a spingerlo verso il Quirinale. La giornata della prima votazione è anche quella in cui il premier, stando a quanto apprende la Verità, si spinge a invitare il leader della Lega a colloquio e a chiedergli senza ipocrisie il sostegno per la sua scalata al Colle, prospettando il ritorno del ministero dell’Interno alla Lega al momento della formazione del nuovo governo. Salvini ascolta, prende atto delle parole del premier, non sembra però entusiasta dell’idea. Del resto, appena 24 ore prima, Salvini ha ribadito per la centesima volta che «togliere Draghi da presidente del Consiglio sarebbe pericoloso per l’Italia». Il leader della Lega, poche ore dopo, incontra Enrico Letta, il principale sponsor della elezione di Draghi al Quirinale. «Lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera», riferisce una nota congiunta di Lega e Pd, «con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani (oggi, ndr)». Letta non fa a Salvini il nome di Draghi: il segretario del Pd ha avuto il mandato dal suo partito di sondare la possibilità di trovare un nome terzo. Un mandato che però Letta sta interpretando in maniera tutta sua, giocando di sponda solo con Lorenzo Guerini e facendo letteralmente inviperire Dario Franceschini: «Letta», dice alla Verità una fonte autorevole del Pd, «farà in modo di bocciare tutte le proposte della destra per andare a finire su Draghi». Ma come potrete entrare in un nuovo governo con Salvini al Viminale? «Letta», aggiunge la nostra fonte, «potrebbe giustificare la mossa con l’emergenza, oppure dire sì a un fedelissimo di Salvini, ma è chiaro che alla prima nave di immigrati che arriva a Lampedusa salta tutto e si va a votare. Per questo i gruppi parlamentari non si fidano. Del resto Letta in fondo alle elezioni anticipate ci vorrebbe andare, nominerebbe parlamentari vicini a lui». In serata si apprende che Draghi ha chiamato anche Letta, probabilmente per chiedergli come è andato l’incontro con il leader del Carroccio.Salvini al centro della scena, dunque, ma anche al bivio: è lui ad avere in tasca le chiavi del Quirinale. Deve scegliere a chi affidarle: se intestarsi lui la soluzione-Draghi, in cambio dell’agognato Viminale e della riconoscenza del premier, oppure tentare il colpaccio, eleggendo, per la prima volta nella storia della Repubblica, un capo dello Stato che provenga dal campo dei moderati. La rosa di nomi che il leader della Lega sta proponendo, in maniera più o meno ufficiale, la conosciamo tutti: Marcello Pera, Letizia Moratti, Giulio Tremonti, Franco Frattini e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Fratelli d’Italia ha aggiunto il nome di Carlo Nordio. Poi c’è il «petalo esterno», Pier Ferdinando Casini. Sia Casini che la Casellati hanno già interpretato il ruolo di «arbitro»: uno è stato presidente della Camera, l’altra lo è del Senato. Casini è stato eletto senatore con il Pd; la Casellati è diventata presidente del Senato con il voto del M5s. Il problema è che andando a proporre questi nomi in giro, Salvini corre il rischio di bruciarli: «Quando hai un poker servito», dice alla Verità un esponente di primo piano del centrodestra, «devi giocare bene la mano, attirare gli avversari, nascondere il punto. Altrimenti rischi di sprecare l’occasione della tua vita».Salvini incontra anche Giorgia Meloni, poi vede Giuseppe Conte, il quale resta fermo sul «no» a Draghi, che rimane invece la prima scelta del suo principale competitor interno, Luigi Di Maio. In mattinata una settantina di parlamentari fedeli al ministro degli Esteri si sono riuniti per fare il punto della situazione. Il portavoce del titolare della Farnesina, Giuseppe Marici, dice che non c’è stato nessun summit, ma non convince nessuno: i «dimaiani» si stanno organizzando, il peso del ministro, tra le truppe parlamentari, cresce col passare dei giorni. «Totale sintonia tra Salvini e Conte», fanno sapere dal M5s, mentre tra i sostenitori di Draghi inizia a circolare un sospetto: «Se Conte va sulla Casellati», dice alla Verità un centrista che fa il tifo per nonno Mario al Quirinale, «che il M5s ha già votato alla presidenza del Senato e che a Italia viva andrebbe benissimo, la partita è chiusa». «Sto lavorando», sottolinea in serata Salvini, «perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi, che gli italiani non meritano in un momento così delicato dal punto di vista economico e sociale». La rosa verrà respinta al mittente da Letta, ovviamente, che la etichetterà come «divisiva»: per il segretario dem l’unico «non divisivo» è Mario Draghi. «Draghi al Quirinale è una delle ipotesi in campo», commenta Matteo Renzi, «ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico. L’elezione del presidente della Repubblica non può essere un gesto di risulta tecnocratica», azzanna il leader di Italia viva, «ma è una scelta politica e prevede un accordo sul governo del dopo». Accordo che è in alto mare, mentre c’è chi teme che in caso di mancata elezione al Colle Draghi possa mollare anche Palazzo Chigi. 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È la domanda che i turisti italiani, in stragrande maggioranza su quelli stranieri per via del Covid, hanno ripetuto allo sfinimento ai cronisti che si assiepavano davanti ai portoni «sensibili», incuriositi dal fittissimo passaggio dei grandi elettori, molti dei quali sconosciuti ai più. E alla fine della fiera, la votazione vera e propria è stata la cosa meno importante perché, come previsto, nell’Aula di Montecitorio ha trionfato la scheda bianca, in attesa che a partire da metà settimana saltino fuori nomi e cognomi dei veri papabili. Nel mare di schede bianche, la monotonia è stata interrotta dal magistrato Paolo Maddalena, votato dagli ex-grillini di Alternativa e da qualche altro esponente della galassia pentastellata, dal presidente uscente Sergio Mattarella, ma soprattutto dagli immancabili goliardi che hanno espresso la propria preferenza - tra gli altri - per Amadeus o Alberto Angela. Le cose che contano sono avvenute abbastanza lontane dall’emiciclo, nei corridoi degli uffici dei gruppi parlamentari, mentre nel Transatlantico si è respirata un’atmosfera da primo giorno di scuola, complice la riapertura ai cronisti (la seconda, dopo la nuova chiusura decisa qualche settimana fa) e la ripresa a pieno regime della buvette, che della vita del Palazzo storicamente è l’epicentro. L’atmosfera ha cominciato a ravvivarsi quando è arrivato Umberto Bossi, che ha attraversato il salone sulla sedia a rotelle, mentre parlamentari di tutte le forze politiche (comprese quelle di sinistra) lo circondavano per salutarlo calorosamente, facendogli segno di resistere, a dispetto delle precarie condizioni di salute. Bossi è stato uno dei primi a presentarsi alla Camera, anche perché la tabella di marcia indicava che sarebbe stato il primo a votare, aprendo la strada all’appello di tutti gli altri. Accanto ai capannelli per Bossi, quelli per la senatrice a vita Liliana Segre, anch’essa tra i primi nella rigidissima tabella di marcia messa a punto dalla presidenza, che in virtù delle norme anti contagio ha assegnato una stretta finestra temporale a ciascun parlamentare per esprimere il proprio voto. Tra i suoi colleghi senatori a vita non ce l’ha fatta a recarsi al voto (almeno per la prima tornata) l’ex presidente Giorgio Napolitano, così come è risultato assente il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. In ogni angolo del Transatlantico, i grandi elettori hanno scattato selfie: da soli, con i colleghi di partito, con i leader, ma anche piccoli filmati da mettere sulle stories di Instagram, a sancire la caduta di fatto del divieto di foto e video nei locali della Camera. Che l’atmosfera fosse più simile a una rentrée scolastica che a una votazione presidenziale lo ha testimoniato anche il brusio di eccitazione generale seguito al suono della campanella che ha aperto ufficialmente i giochi, rallentati anche dalle numerose procedure indotte dalla pandemia: drappelli di 50 parlamentari chiamati al microfono da un «maestro di cerimonia», una doppia sanificazione delle mani - prima e dopo la votazione - nelle nuovissime cabine anti Covid che hanno sostituito gli storici catafalchi. Ma in fatto di sanificazioni il top è stato raggiunto da Maurizio Gasparri, che ha mimato in Aula l’abluzione delle ascelle e soprattutto nel seggio drive-in allestito in fretta e furia nel parcheggio della Camera (dopo le iniziali resistenze di Roberto Fico) per consentire di votare ai parlamentari positivi o in quarantena. Le loro schede, infatti, sono state sanificate prima di essere aggiunte alle altre nelle citate insalatiere. Sempre al drive in da segnalare l’arrivo di Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, in ambulanza, anche se la scena è stata monopolizzata dalla deputata no vax Sara Cunial, divenuta celebre recentemente per il ricorso (perso) contro l’obbligo di green pass per accedere a Montecitorio. Quest’ultima si è infatti presentata al drive in chiedendo di poter votare ma è stata respinta dai funzionari presenti, poiché non positiva né in quarantena. Di fronte al rifiuto, l’ex grillina ha prima protestato e poi ha annunciato querela al presidente Fico, aggiungendo di voler «invalidare» l’intera elezione del capo dello Stato a causa di questa presunta irregolarità. L’appuntamento con la seconda votazione è per oggi, sempre alle 15, mentre da domani (nella quasi certa ipotesi che qualcuno non si arrivi prima al quorum) si dovrebbe anticipare alle 11.
Sulla sicurezza solita manfrina. Dopo averla messa in croce sul fatto che le nostre città sono invivibili e di non fare abbastanza per renderle sicure, adesso che il Senato approva il decreto Sicurezza, la sinistra si oppone e invece di preoccuparsi dei criminali che scorrazzano liberi per strada, pensa all’impatto che tale provvedimento avrebbe sulle carceri. In pratica hanno paura che spacciatori e rapinatori possano finire in galera. Poverini.
Solo ieri a Padova sette carabinieri sono rimasti feriti a causa della furia violenta di 40 anarchici del centro sociale Pedro, che li hanno accerchiati a seguito di un controllo antidroga. Ma la sinistra non vede, non parla, non sente. Però critica il dl Sicurezza, mentre poliziotti e carabinieri ogni giorno vengono aggrediti.
Il Senato ieri ha voluto lanciare un segnale forte, approvando gli emendamenti di maggioranza al decreto che introducono correttivi sul porto di coltelli e strumenti atti a offendere. Il Sì è arrivato, in particolare, per tre identici emendamenti presentati da Fdi (a prima firma Lisei), Lega (Dreosto) e Fi (Paroli) e a una riformulazione di due emendamenti del gruppo per le Autonomie (prima firma Durnwalder). Emendamenti che introducono anche una circoscrizione della lieve entità sullo spaccio di strada. Relativamente alla produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope «il fatto non si considera di lieve entità quando [...] le condotte risultano poste in essere in modo continuativo e abituale», si legge nella riformulazione.
Il nuovo decreto vieta di portare con sé, fuori dall’abitazione, qualsiasi coltello dotato di meccanismo di blocco con una lama superiore ai 5 centimetri. Si concentra sui coltelli pieghevoli con meccanismo di blocco della lama, punta acuta e apertura a una mano. Rimane invece consentito portare coltelli a lama fissa fino a 8 centimetri.
La nuova formulazione dell’art. 1 recita: «Chiunque fuori della propria abitazione porta un’arma per cui non è ammessa licenza, compresi gli strumenti con lama a due tagli e a punta acuta, è punito con la reclusione da uno a tre anni».
Il divieto assoluto di porto riguarderà, sempre ammesso che sia dato il via libera anche alla Camera, coltelli a scatto, a farfalla od occultati in altri oggetti con lama di lunghezza superiore a 5 centimetri. Il divieto non riguarda, quindi, i coltelli con lama pieghevole ma non a scatto.
Chi viene sorpreso in possesso di un coltello pieghevole con blocco e lama superiore ai 5 centimetri rischia, oltre alla reclusione fino a 3 anni, un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro e la sospensione della patente di guida e del porto d’armi. Per i minori fermati in possesso di questi strumenti, le sanzioni amministrative, che sono comprese tra 200 e 1.000 euro, possono ricadere sui genitori. Il porto di coltelli o strumenti a lama fissa superiore a 8 centimetri è punito con un’ammenda e la reclusione da sei mesi a tre anni.
La maggioranza ha fretta di chiudere in quanto il decreto va convertito in legge entro il 25 aprile, compreso il passaggio alla Camera, pena la decadenza. Ma le opposizioni promettono ostruzionismo, confermando di aver ripresentato i 1.000 emendamenti già depositati in commissione: «È l’ennesimo atto di arroganza istituzionale», tuonano.
Il senatore Andrea Giorgis, capogruppo pd in commissione Affari costituzionali, critica: «Le disposizioni contenute nel decreto sono in vigore da più di un mese e mezzo ma la situazione non migliora. Con l’inasprimento delle pene senza alcun investimento sociale e senza la valorizzazione delle forze dell’ordine, è difficile contrastare le forme di violenza».
Pure per il senatore di Italia viva Ivan Scalfarotto, «sulla sicurezza l’azione del governo è un disastro: i continui decreti di questi anni sono stati inutili, il Paese è più insicuro. Il governo introduce nuovi reati e inasprisce le pene ma sulle cause non agisce. È il governo delle aspirine».
Ma non è solo la sinistra a non essere contenta. «Una misura pensata per contrastare la violenza giovanile e il fenomeno delle baby gang, ma che nella pratica colpisce anche chi usa questi strumenti in contesti del tutto leciti, come boschi, sentieri e ambienti naturali», protestano cacciatori, escursionisti, fungaioli, eccetera. Federcaccia aveva chiesto che fosse inserita la distinzione fra porto e trasporto, alla pari di quanto previsto per le armi da fuoco. Ma non è stata accontentata. Reazioni durissime da parte di associazioni del mondo della montagna. Il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella, si è detto «sconcertato»: «È un’assurdità, questi coltelli sono utilissimi per chi si muove nella natura e possono salvare vite». Ma, a volte, anche toglierle.
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