Dopo l’auto, tocca all’acciaio. Il disastro demo-grillino crea un deserto industriale
  • Con la fusione, gli Agnelli incassano e Emmanuel Macron gode. Chi ci rimette sarà l’indotto italiano. Copione già visto con Whirlpool e Auchan, tutte crisi in cui lo Stato si è fatto da parte.
  • Il ministro Stefano Patuanelli: «La mancata tutela? Foglia di fico per lasciare l’Ilva». Oggi Giuseppe Conte convoca l’azienda. Matteo Renzi: «Colpa di 5 stelle e Lega». Però i suoi hanno votato due volte lo stop alla responsabilità dei manager.

Lo speciale contiene due articoli

Diamo ai francesi quel che è dei francesi: sanno fare i loro interessi. Hanno una scuola di guerra economica, e una struttura statale salda che mette in fila le proprie eccellenze e spesso si muove per distruggere quelle altrui. L’efficienza francese è quasi sempre un danno per l’Italia. Con ciò, non smetteremo mai di criticare le mosse di Parigi e le posizioni geopolitiche che assume. Purtroppo le Alpi non esistono più, e qui in Italia non si vede una classe politica in grado di fare strategia e coordinare lo sviluppo del Paese.

Lo si vede chiaramente aprendo uno degli ultimi dossier, quello di Fca e Peugeot. A giugno la casa automobilistica presieduta da John Elkann avanzò offerta formale per fondersi con Renault. Il management della controparte francese si dimostrò da subito aperto al matrimonio, e anche i partner e alleati giapponesi di Nissan avrebbero dato semaforo verde all’operazione. Sono stati gli interventi a gamba tesa del ministro macroniano di ferro, Bruno Le Maire, a far saltare la trattativa. I vertici di Fca fecero capire che non c’erano le condizioni politiche per procedere. Poi all’improvviso Fca fa sapere di aver chiuso una nuovo matrimonio, stavolta con Psa. Così, a posteriori, emerge che la volontà del governo francese, in un mondo soggetto a consolidamenti, salvare era quella di entrambe le aziende parigine. Se Fca si fosse sposata con Renault, Psa sarebbe scomparsa nel medio termine. Invece, unire Psa con la famiglia Agnelli significa avviare un processo di crescita negli Usa e un processo di forte consolidamento e di tagli (più di 3 miliardi) in Europa.

Da qui il timore che le sovrapposizioni possano penalizzare gli stabilimenti italiani. D’altra parte, adesso a Renault dovrebbe toccare un futuro cinese. Dongfeng, società automobilistica del Dragone, è attualmente azionista di Psa. Uscirà da questa compagine e lavorerà assieme a Nissan e Renault per produrre nuovi motori elettrici. Il tutto in un progetto si partnership molto simile a quello che lega Airbus e le compagnie dell’aerospazio cinesi.

Lo scorso 7 dicembre a Wuhan si è tenuto un importante meeting per avviare lavori congiunti tra il China automotive technology and research centre e il Bureau de normalisation de l’automobile. In sintesi, il gabinetto di Emmauel Macron ha deciso che Renault si svilupperà in Asia e che Psa crescerà negli Usa e in Europa. Il governo giallorosso ha affrontato il tema? Non ci risulta alcuna telefonata né alcun vertice tra il governo e gli Elkann. Solo dopo l’annuncio della fusione, un colpo di telefono da parte del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Più una chiacchierata di cortesia che altro. Se prendiamo i dati di occupazione di Fiat nel 2009 vediamo che a fronte di un fatturato di 50 miliardi c’erano 190.000 dipendenti. Oggi Fca, Ferrari e Cnh valgono 138 miliardi e 267.000 dipendenti. Ferrari e Cnh sono cresciute molto e hanno portato anche più occupazione in Italia. Segno che un’azienda deve occuparsi della propria crescita, ma spetta a uno Stato fare in modo che quella crescita tocchi il proprio territorio. Accusare adesso Fca di aver venduto (e incassato dividendi) ai francesi, da parte della politica è fin troppo comodo. Se l’Italia si avvia verso la deindustrializzazione è per colpa degli Elkann o per il deserto che si è formato? In una recente intervista al Foglio Mario Turco, sottosegretario grillino con delega alla programmazione economica e allo sviluppo, ha detto che «immagina una Taranto senza Ilva». In pratica la riconversione economica e sociale della città può passare dalle cozze o da altre attività turistiche. Frasi che gridano vendetta, perché una nazione senza industria militare o civile non conta nulla. Chi pensa che quella di Turco sia un’uscita su cui ridere, da ieri deve ricredersi. L’aver tolto lo scudo legale ad Arcelor Mittal ha dato avvio al percorso di uscita dell’azienda angloindiana dall’Italia. Arcelor non vedeva l’ora di rompere il contratto. L’ex Ilva perde 50 milioni al mese e la neo ad Lucia Morselli non sarebbe mai stata in grado di riportare il pareggio. Adesso non solo potrà trattare da una posizione di superiorità, ma se anche dovesse abbandonare del tutto Taranto non ne avrà nessuna colpa.

Se invece ci rimarrà, lo farà a discapito dei contribuenti. Questa è follia politica e incompetenza. Le aziende in Francia chiedono e semmai ottengono, le imprese in Italia o scappano o scaricano i costi sulla collettività. Ciascuno di noi farebbe lo stesso se avesse la controparte giallorossa. Perdere la produzione di acciaio significa nei prossimi anni rischiare di non essere più nel G7. Anche Piombino è in forte crisi e la eventuale chiusura di Taranto trascina Genova e tutto l’indotto. La politica grillina è palesemente devastante. L’accordo su Whirlpool è una finta per rimandare il problema, la Ex Embraco non ha mai avuto una soluzione. Mercatone Uno è in un limbo e pure l’acquisizione di Auchan da parte di Conad sta portando 4.000 esuberi. Purtroppo il Sud sta diventando un deserto e il Nord è sotto schiaffo francese. Solo che una volta Parigi doveva faticare per creare nella classe dirigente italiana delle quinte colonne, adesso non deve fare nulla. Basta aspettare il fallimento tricolore.

Claudio Antonelli

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