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2019-09-17
I grillini umbri han fatto secco il Pd.
Ora devono resuscitarlo e votarlo
Ansa
Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni.
Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale».
Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù.
E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.
Carlo Cambi
Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori
Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte.
Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo.
Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore.
Carlo Tarallo
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Le denunce del Movimento hanno decapitato a suon di scandali il potentato dem in regione. Ma ora avranno un candidato unico.Pensa a suoi «cloni» per giunte M5s-Pd. In Campania vuole Raffaele Cantone anziché Vincenzo De Luca.Lo speciale contiene due articoli Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni. Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale». Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù. E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-aver-stroncato-il-pd-dellumbria-i-grillini-ci-si-alleano-per-bloccare-la-lega-2640383174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-vuole-mettere-lo-zampino-nella-scelta-dei-nuovi-governatori" data-post-id="2640383174" data-published-at="1780006406" data-use-pagination="False"> Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte. Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo. Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore. Carlo Tarallo
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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