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2019-09-17
I grillini umbri han fatto secco il Pd.
Ora devono resuscitarlo e votarlo
Ansa
Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni.
Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale».
Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù.
E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.
Carlo Cambi
Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori
Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte.
Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo.
Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore.
Carlo Tarallo
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Le denunce del Movimento hanno decapitato a suon di scandali il potentato dem in regione. Ma ora avranno un candidato unico.Pensa a suoi «cloni» per giunte M5s-Pd. In Campania vuole Raffaele Cantone anziché Vincenzo De Luca.Lo speciale contiene due articoli Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni. Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale». Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù. E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-aver-stroncato-il-pd-dellumbria-i-grillini-ci-si-alleano-per-bloccare-la-lega-2640383174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-vuole-mettere-lo-zampino-nella-scelta-dei-nuovi-governatori" data-post-id="2640383174" data-published-at="1778596344" data-use-pagination="False"> Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte. Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo. Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore. Carlo Tarallo
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.