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2019-09-17
I grillini umbri han fatto secco il Pd.
Ora devono resuscitarlo e votarlo
Ansa
Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni.
Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale».
Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù.
E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.
Carlo Cambi
Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori
Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte.
Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo.
Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore.
Carlo Tarallo
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Le denunce del Movimento hanno decapitato a suon di scandali il potentato dem in regione. Ma ora avranno un candidato unico.Pensa a suoi «cloni» per giunte M5s-Pd. In Campania vuole Raffaele Cantone anziché Vincenzo De Luca.Lo speciale contiene due articoli Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni. Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale». Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù. E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-aver-stroncato-il-pd-dellumbria-i-grillini-ci-si-alleano-per-bloccare-la-lega-2640383174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-vuole-mettere-lo-zampino-nella-scelta-dei-nuovi-governatori" data-post-id="2640383174" data-published-at="1777419639" data-use-pagination="False"> Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte. Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo. Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore. Carlo Tarallo
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.