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2019-09-17
I grillini umbri han fatto secco il Pd.
Ora devono resuscitarlo e votarlo
Ansa
Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni.
Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale».
Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù.
E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.
Carlo Cambi
Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori
Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte.
Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo.
Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore.
Carlo Tarallo
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Le denunce del Movimento hanno decapitato a suon di scandali il potentato dem in regione. Ma ora avranno un candidato unico.Pensa a suoi «cloni» per giunte M5s-Pd. In Campania vuole Raffaele Cantone anziché Vincenzo De Luca.Lo speciale contiene due articoli Ha meno abitanti di un quartiere di Roma, ma stavolta l'Umbria è davvero lo «centro de lo muno», titolo che Foligno - passata tre mesi fa al centrodestra dopo mezzo secolo di dominazione rossa - rivendica per sé da secoli. Il 27 ottobre si vota per la Regione e Luigi Di Maio, rinfrancando il Pd, ha proposto un'alleanza civica per fermare la Lega. Governano insieme, è normale. C'è un però. In Umbria si vota anticipatamente perché proprio i pentastellati hanno fatto fuori per via giudiziaria il sistema di potere che la sinistra tiene in piedi da mezzo secolo. Al Pd hanno arrestato il segretario regionale, Gianpiero Bocci, plenipotenziario ex democristiano che fu sottosegretario agli Interni con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni; l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, ed è inquisita la presidentessa della Regione, Catiuscia Marini, costretta a dimettersi per volere di Luca Zingaretti, il segretario democratico. L'inchiesta è nota: concorsi truccati, una sorta di malaffare pervasivo nella gestione dell'Ospedale di Perugia con raccomandazioni, minacce e gestione da basso impero, almeno stando alle intercettazioni. Come si dice in questi casi: l'inchiesta faccia il suo corso. Intanto però si vota. E non è un fatto politico secondario che a innescare le indagini siano stati due consiglieri regionali del M5s. Sarà divertente vedere Di Maio nelle piazze dell'Umbria a rivendicare l'operazione pulizia dall'egemonia dei piddini e - contemporaneamente - sostenere il candidato comune di costoro e del Movimento. La consigliera Maria Grazia Carbonari, commercialista folignate, è colei che ha mandato alle Fiamme gialle le denunce anonime e - col capogruppo grillino Andrea Liberati - l'8 maggio 2019 rivendicava sul Blog delle Stelle: «La Nazione scrive che dalle carte del Riesame emerge che l'inchiesta sulla sanitopoli umbra è partita dalle denunce del M5s. La notizia ci lusinga, ma non ci ascriviamo alcun merito: abbiamo solo svolto il nostro dovere, inoltrando in questi anni alle autorità competenti non una, ma decine di segnalazioni su un condizionamento politico-amministrativo di lunga data, così pervasivo da piegare tantissime imprese sane, capace di incidere sistematicamente e totalmente sulla vita dei liberi cittadini persino allorquando fossero pazienti di un ospedale». Quattro mesi dopo, Luigi Di Maio va a braccetto del sistema Pd in Umbria. Anzi, legittima le affermazioni di Anna Asacani, - ora viceministro al Miur, però nel Pd avversaria dichiarata del commissario del partito Walter Verini, il liquidatore della Marini - che il 29 aprile al Messaggero dissse: «Tutti dobbiamo fare lo sforzo di passare il testimone a una classe dirigente nuova, a cui va dato spazio con generosità». Ma nella stessa intervista, sospettando che la Marini fosse stata spinta alle dimissioni, punzecchiava: «Quando indagano la Raggi diciamo che non si deve dimettere, poi arriva un avviso di garanzia al nostro governatore e si fa a gara a dire pubblicamente che deve lasciare. Siamo un po' confusi». Luigi Di Maio continua a dire che Pd e pentastellati correranno separati, ma che ci sarà un «candidato civico» presidente della Regione, sul quale convergeranno. Per ora però non lo trovano. Dalla galassia del Pd un nome è già spuntato. È l' ex presidente delle Confcooperative, Andrea Fora. Tre giorni fa però s'è scoperto che lo hanno rinviato a giudizio con l'accusa di frode in pubbliche forniture per un'inchiesta sulle mense scolastiche dell'Umbria. Lui ovviamente dice che non c'entra nulla, ma ai pentastellati la faccenda non va giù. E allora, tanto per stare dalla parte del popolo, è spuntata la candidatura di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, un self made man innamorato di Platone che vende maglioni a 2.000 euro. Cucinelli ha risposto: lusingato, ma continuo a fare quel che faccio. Nel frattempo - a Regione in via di smobilitazione - il 5 agosto il capogruppo pentastellato Andrea Liberati ha fatto secco un altro possibile uomo della società civile: il professor Walter Ganapini, scienziato e leader dell'ambientalismo che Liberati vuole cacciare dalla gestione dell'Arpa, l'azienda regionale che si occupa di ambiente e rifiuti. In Umbria, dopo mezzo secolo di governo del patto cattocomunista, trovare qualcuno che non sia parte del «sistema», come lo ha chiamato Walter Verini dandogli una connotazione positiva per rivendicare il tanto di buono che la sinistra ha fatto, compresa la gestione di Catiuscia Marini, è arduo e Luigi Di Maio pur di far secco Salvini sta legittimando il paradigma di tutto ciò contro cui il M5s è nato. Perciò l'Umbria diventa «lo centro de lo munno». Secondo come andrà, il governo giallorosso potrebbe franare (o i pentastellati farsi corrente del Pd mentre i renziani se ne vanno). Con Matteo Salvini che però gode di un bel vantaggio. La candidata del centrodestra unito: Donatella Tesei, dinamicissimo avvocato, sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, è pronta a scendere in campo anche con una sua lista civica e - a meno di due mesi dalle elezioni - è l'unico candidato certo. La Tesei parte, se fanno fede le elezioni europee, con la Lega al 38,2%, pari alla somma di Pd (23,98%) e M5s (14,6%). Il centrodestra assomma il 54% dei voti. Perciò la sinistra passa dal soccorso rosso di Marx al soccorso dei rossi di Di Maio. Sic transit gloria mundi.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-aver-stroncato-il-pd-dellumbria-i-grillini-ci-si-alleano-per-bloccare-la-lega-2640383174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-vuole-mettere-lo-zampino-nella-scelta-dei-nuovi-governatori" data-post-id="2640383174" data-published-at="1777196433" data-use-pagination="False"> Conte vuole mettere lo zampino nella scelta dei nuovi governatori Da conte a sovrano il passo è breve, e il presidente del Consiglio è già in preda alla sindrome del dominatore. Giuseppe Conte, passato nel giro di un paio di settimane dall'alleanza con la Lega a quella col Pd, agisce da leader del M5s non solo per quel che riguarda la politica nazionale, ma anche quella locale. Indiscrezioni attendibilissime segnalano un Conte scatenato sul dossier delle elezioni regionali. Non solo l'Umbria, ma tutte le regioni chiamate al voto nei prossimi mesi sono oggetto dell'attenzione del premier, che tratta, opina, mette veti, suggerisce candidati. Conte ci ha preso gusto, insomma: in Umbria sarebbe sua l'idea di un «candidato civico» che possa replicare in piccolo l'operazione che a livello nazionale gli ha consentito di restare inchiodato alla poltrona di presidente del Consiglio. Pd e M5s il prossimo 27 ottobre candideranno alla guida della regione un personaggio esterno ai partiti. Sfumate - per ragioni differenti - le ipotesi Andrea Fora o Brunello Cucinelli (come spieghiamo nell'articolo qui sopra), resta da individuare un volto per la coalizione «civica». In sostanza, il prescelto sarà un Conte in miniatura. Nelle altre regioni, il modello che ha in mente Conte è declinare il principio del «terzo uomo» in base alle diverse realtà. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd sta cercando di convincere il M5s a sostenere il governatore uscente, il dem Stefano Bonaccini. I grillini locali non sono d'accordo ma Conte sembra possibilista: vedremo nelle prossime settimane. In Calabria sembra sempre più probabile, nonostante le smentire di rito, un sostegno di Pd e M5s a Nicola Morra, presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia. Morra è rimasto fuori da tutte le nomine governative, e qualche giorno fa ha dialogato a lungo, a Roma, con il commissario del Pd calabrese, il consigliere regionale campano Stefano Graziano. Il governatore uscente, Mario Oliverio (Pd), resiste e chiede le primarie, ma le sue disavventure giudiziarie rendono problematica una ricandidatura. In questo caso, quindi, Morra potrebbe spuntarla con il benestare di Conte. Ieri il Pd calabrese ha sostituito il capogruppo in consiglio regionale, Sebi Romeo, finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Al suo posto è stato scelto Domenico Battaglia, con il voto unanime di tutti i consiglieri regionali dem: «Ho accettato con grande spirito di servizio», ha detto Battaglia all'agenzia Dire, «occorre aprire una fase nuova in Calabria, guardando alle elezioni regionali rispetto a quello che è stato anche l'accordo nazionale. Inizieremo a discutere con gli altri alleati storici del centrosinistra, Leu, Socialisti e Verdi per trovare una base comune. Poi saranno inviati gli esponenti del M5s, con i quali occorrerà aprire una fase di ascolto». Subito dopo si è riunito il tavolo del centrosinistra, ma le affermazioni di Battaglia, che segue la strategia indicata da Graziano, fanno capire chiaramente che l'accordo con il M5s è a un passo. Il dialogo tra Pd e M5s è già in corso, sotto la regia di Conte e del segretario dem, Nicola Zingaretti, anche per le altre regioni chiamate al voto tra fine 2019 e 2020: Toscana, Campania, Puglia, Veneto e Liguria. Per quello che riguarda la Campania, il premier avrebbe esternato le sue perplessità sulla ricandidatura del governatore uscente, Vincenzo De Luca del Pd, trovando una sponda in Andrea Orlando e proponendo a Zingaretti una intesa su un nome «terzo», come quello di Raffaele Cantone. Naturalmente lo sceriffo di Salerno non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e nel suo entourage la notizia del «veto» di Conte è stata commentata con una buona dose di sarcasmo. De Luca è infatti già in piena campagna elettorale, e se fosse vittima di un colpo di mano si candiderebbe ugualmente a capo di una coalizione di liste civiche, rendendo impossibile una vittoria giallorossa. In molti, tra gli addetti ai lavori della politica campana, immaginano il momento in cui Giuseppe Conte chiederà a Vincenzo De Luca un passo indietro, e la prevedibile reazione del vulcanico governatore. Carlo Tarallo
Ansa
Le penne nere friulane sono state chiare: o noi o loro. Gli alpini non vogliono sovrapposizioni con il Fvg Pride nelle date stabilite per il prossimo raduno Ana (Associazione nazionale alpini), il 26 e 27 settembre. «Sono due mondi completamente opposti, è impensabile che convivano nello stesso Comune e nello stesso momento», ha tuonato il presidente della sezione locale, Mauro Ermacora, in una lettera inviata al sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni.
L’adunata degli alpini era stata comunicata lo scorso dicembre, si prevede un afflusso di circa 1.500 persone e figuriamoci se uomini tutti di un pezzo possono accettare di condividere gli spazi con un corteo di Lgbt smutandati. Il 26, infatti, giorno prima della sfilata, avrà luogo anche l’evento arcobaleno deciso pochi giorni fa. Notizia accolta con enorme disappunto delle penne nere e notevole imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata all’oscuro della programmazione Pride.
L’Ana ha dato tempo al sindaco udinese fino al 28 aprile per esprimersi, chiedendogli di scegliere tra una delle due manifestazioni. De Toni al momento l’ha presa alla larga. «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi», è stata la prima reazione espressa in un comunicato.
Il sindaco ha tirato in ballo la Costituzione, che «riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente» e, per non scontentare nessuno, ne ha fatto semmai un problema di ordine pubblico scaricando la decisione sul prefetto. Ha ricordato, infatti, che le manifestazioni «possono essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».
Risposta che non ha soddisfatto gli alpini. «Se saremmo disponibili a cambiare giornate? No», ha dichiarato Ermacora al Gazzettino. «Attendiamo sereni la risposta. Noi non cambiamo data, semmai cambiamo luogo. Ho già ricevuto diverse chiamate da altri sindaci che ci danno l’opportunità di organizzare il raduno da loro», ha poi tenuto a precisare.
Sabato 26 settembre sono in programma concerti degli alpini in diversi punti della città e la messa in Duomo, quindi cortei Lgbt «per un mondo equo, antifascista, decoloniale e sempre più fieramente queer», qual è il manifesto di quest’anno, non sono bene accetti. «Tornare a Udine, a quasi dieci anni dalla prima manifestazione, significa rilanciare un percorso politico che non si è mai fermato», aveva dichiarato Alice Chiaruttini, presidente di Fvg pride Odv, annunciando la manifestazione.
Per poi aggiungere: «Oggi è ancora necessario scendere in piazza, in un contesto in cui diritti e libertà vengono continuamente messi in discussione». Riusciranno a mettersi d’accordo? Udine ama i suoi alpini, quindi sicuramente non li lascerà andare altrove. Gli Lgbt dovranno allora rassegnarsi a un cambio di data, ma non anticipando troppo l’evento, per carità. Nel loro programma scrivono che «manifestare a fine settembre, rinunciando alla cornice estiva del Pride Month, è un atto di cura collettiva e radicale: rifiutiamo di esporre i corpi della nostra comunità a temperature che, negli ultimi anni, non costituiscono solo dati statistici, ma barriere architettoniche naturali che impediscono la partecipazione di persone anziane, disabili, e di tutte le soggettività più fragili».
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Nei due riquadri le fotografie scioccanti dei soldati ucraini della quattordicesima brigata, al fronte oltre il fiume Oskil, vicino a Kupiansk (Ansa)
Le immagini che hanno fatto il giro del mondo mostrano quattro militari del secondo Battaglione della quattordicesima Brigata meccanizzata con gli sguardi persi nel vuoto e i corpi ridotti a pelle e ossa. L’indignazione ha costretto lo Stato Maggiore a correre ai ripari: in una nota, ha assicurato che il comandante è stato rimosso dall’incarico, un altro è stato retrocesso di grado e sarà avviata un’indagine. Nel comunicato, lo Stato Maggiore ha poi ammesso che «gli attacchi aerei e missilistici nemici sugli attraversamenti del fiume Oskil hanno notevolmente complicato il supporto logistico alle truppe intorno alla città di Kupiansk». I due ufficiali di alto rango sono stati intanto accusati di non aver informato i vertici dei problemi di approvvigionamento alimentare. Eppure, quest’emergenza si è protratta per sette mesi, in una zona in cui solo i droni possono consegnare i viveri. E se non fosse stato per i familiari dei soldati coinvolti probabilmente non si sarebbe mai saputo.
A diffondere le immagini su Threads è stata infatti la figlia di uno dei militari, Ivanna Poberezhnyuk: «Ragazzi in postazione senza cibo né acqua! Il comando non risponde. I combattenti stanno perdendo conoscenza per la fame, bevono acqua piovana. Ci sono anche problemi di connessione. Per favore, condividete queste foto». E se il comando non ha risposto, pronta è stata invece la replica del ministero della Difesa ucraino sotto il suo post: «Il comandante della quattordicesima Brigata ha preso in mano la situazione. Nonostante la complessa logistica, si sta cercando di risolvere il problema. Situazioni del genere non dovrebbero verificarsi, ma la situazione in diverse direzioni del fronte è piuttosto critica». Anche Anastasiia Silchuk, moglie di un altro soldato, ha postato le foto del prima e dopo dei militari, con i corpi robusti che sono diventati scheletrici. «Quando i ragazzi sono arrivati al fronte, pesavano oltre 80-90 chili. Ora pesano circa 50 chili», ha scritto. E spiegando che «il periodo più lungo in cui sono rimasti senza cibo è stato di 17 giorni», ha aggiunto: «Nessuno li ascoltava alla radio, o forse nessuno voleva ascoltarli. Mio marito gridava e implorava, dicendo che non c’era né cibo né acqua».
Si tratta di «una terribile vergogna gestionale» ha commentato in una nota la Task Force congiunta ucraina (Jftf), l’unità dell’esercito creata nel 2025 con lo scopo di guidare i soldati nella regione di Kharkiv. E ha sostenuto: «Questa è la conseguenza di decisioni gestionali a lungo termine a livello di corpo d’armata e della sua interazione con le unità. Allo stesso tempo, sono giunte segnalazioni secondo cui la situazione era organizzata e sotto controllo, il che, come tutti hanno potuto constatare, non corrisponde alla realtà». Stupisce però che i vertici militari non fossero a conoscenza che i soldati ucraini stessero morendo di fame, visto che Politico, già a novembre dello scorso anno, aveva parlato di «una zona grigia che si estende per circa 20 chilometri dal fronte» dove «i feriti vengono lasciati morire perché è estremamente difficile evacuarli, e rifornire le truppe al fronte con munizioni, cibo e acqua è quasi impossibile».
Chi non ha proferito parola è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Dopo aver ottenuto l’approvazione del prestito di 90 miliardi, che a questo punto si spera garantisca condizioni migliori ai soldati al fronte, è tornato però sul tema dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. «Abbiamo concordato con i nostri partner di aprire tutti i canali negoziali entro il 2026, e a mio avviso questo è un obiettivo raggiungibile». Se «sul percorso accelerato per la piena adesione, le opinioni in Europa variano», si è detto certo che «l’unica cosa su cui tutti concordano è che l’Ucraina debba diventare membro dell’Unione europea».
E con le trattative per arrivare alla pace in stallo, il leader di Kiev, ha dichiarato che l’Ucraina è pronta a partecipare «a colloqui trilaterali in Azerbaigian». L’annuncio è arrivato dopo un bilaterale con il presidente azero, Ilham Aliyev. I due hanno discusso «anche degli sforzi per la pace». Su X, Zelensky ha poi precisato che «l’Ucraina e l’Azerbaigian hanno firmato sei documenti in varie aree», inclusa quella dedicata al settore militare-industriale.
Intanto aumentano le tensioni tra Bucarest e Mosca dopo la caduta di un drone russo, diretto in Ucraina, nel territorio rumeno, nel comune di Galati. I detriti hanno causato per la prima volta dei danni materiali, con oltre 200 residenti che sono stati evacuati. Il ministero della Difesa romeno ha reso noto che i suoi radar «hanno rilevato droni operanti nello spazio aereo» del Paese. «Si tratta di un atto irresponsabile e provocatorio che viola i principi fondamentali del diritto internazionale», ha affermato il ministero degli Esteri romeno. Motivo per cui ieri ha convocato l’ambasciatore della Federazione Russa a Bucarest.
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Nel riquadro a sinistra il letame di fronte al ristorante che ha ospitato un evento di Gioventù nazionale a Venezia, in quello a destra la schedatura dei militanti di Azione studentesca a Firenze (Getty Images)
A discuterne però non sono semplici studenti. Viene infatti invitata un’organizzazione esterna, Firenze antifascista, che ha sede in un centro sociale occupato. Quindi illegale. I militanti di questo gruppo iniziano subito a sottolineare che l’antifascismo non ha a che fare solamente con il passato, con la lotta partigiana e la Resistenza. Ma anche con ciò che stiamo vivendo oggi. Mostrano alcune foto di Casaggì, il punto di riferimento della destra fiorentina, e spiegano come raggiungerlo. Proiettano poi anche le immagini dei suoi militanti e pure di quelli di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Si vedono volti di ragazzi giovani, anche giovanissimi, che hanno deciso di fare politica con il partito di Giorgia Meloni. È a questo punto che gli esponenti di Firenze antifascista chiedono al pubblico se ne riconoscono qualcuno. Una ragazza alza la mano e dice che sì, lei uno lo conosce. E che è proprio lì, tra il pubblico. Non fa il suo nome, certo, ma si gira nella direzione del giovane. Si trova in fondo alla sala e, in un attimo, si sente gli occhi di tutti i presenti puntati addosso. «Quando sono uscito dall’aula», racconta alla Verità il ragazzo, «mi hanno seguito e si sono messi davanti all’unica porta d’ingresso. Uno è venuto da me per prendermi in giro. Altri due poi mi hanno detto: “Levati dal cazzo che qui non puoi stare”». Il ragazzo torna in assemblea e viene continuamente osservato.
Una schedatura in piena regola, tanto che gli onorevoli Alessandro Amorese e Francesco Michelotti hanno scritto un’interrogazione al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara , per chiedere se non sia necessario avviare un’ispezione ministeriale presso gli istituti coinvolti e, soprattutto, per avere informazioni sui criteri attraverso i quali vengono scelte le sigle invitate a parlare negli istituti.
Non è, questo, un caso isolato. Sempre venerdì scorso, la sezione veneziana di Gioventù nazionale aveva organizzato la presentazione di un libro - Destra sociale: introduzione alla terza via, scritto da Marco Cassini per Passaggio al bosco - all’interno del ristorante «Al Casone». La notte prima dell’evento, però, viene scaricato del letame davanti al locale. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il libro è stato stimolante... buon 25 aprile». Nessuno rivendica apertamente il gesto, anche se il Laboratorioccupato Morion, il centro sociale di Castello, è il primo a dare (con un certo orgoglio) la notizia. «Il nostro rammarico è per il fastidio che hanno arrecato a Domenico, il titolare, e a Faisal, il cameriere, che aveva già ripulito dal letame prima del nostro arrivo, infine, agli operatori di Veritas che hanno dovuto trasportare il “peso” di chi non ha argomenti», commenta Jacopo Donatini, candidato di Fdi al consiglio comunale di Venezia.
Ma è in occasione del giorno della Liberazione che le anime belle della Resistenza 2.0 hanno dato il «meglio» di sé. A Catania, per esempio, è stato srotolato uno striscione con la scritta «Catania antifascista» sullo storico palazzo del Movimento sociale, oggi proprietà della fondazione An e sede di Fdi. «Fuori i fascisti dalla città», cantavano alcuni. Uno scenario simile anche a Bologna, dove alcuni manifestanti del corteo, guidato da Usb e Potere al popolo, hanno lanciato degli ortaggi contro la sede di Fratelli d’Italia, già vandalizzata nelle scorse settimane con la scritta «fasci appesi». «Si tratta dell’ennesimo atto vigliacco da parte degli appartenenti ai centri sociali, da sempre coccolati e difesi dalla Giunta rossa di Bologna. La presenza di una nostra sede a Bologna evidentemente dà molto fastidio a una sinistra democratica a parole, ma violenta nei fatti. Questi continui attacchi non ci fanno paura, e anzi, ci confermano che stiamo facendo bene e ci danno la forza per fare ancora di più per il bene della nostra città. Ringraziamo le forze dell'ordine presenti che hanno controllato la situazione ed impedito che la situazione degenerasse», commentano l’eurodeputatato Stefano Cavedagna e il coordinatore di Fdi a Bologna, Francesco Sassone. Ordinarie giornate di violenza da parte degli antifa. Che prima salgono sul palco per lanciare l’allarme sul pericolo fascismo. E poi schedano i militanti di destra, come nelle peggiori dittature. Rosse però.
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