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2019-11-17
Il novello Marco Polo la sera stupisce con lo smoking indaco
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Dalla grande bellezza alla bellezza assoluta. Viene spontaneo chiedersi dove stia la differenza, se c'è. Stefano Ricci, imprenditore che con il suo omonimo brand della bellezza ha fatto la sua bandiera, veicolandola attraverso la cultura e la moda, ha sfidato pure le forze della natura presentando a Venezia la sua ultima collezione, immortalata in straordinarie immagini di una sfolgorante Venezia pre «acqua granda». Una città, ora drammaticamente ferita, che si è rivelata fragile e indifesa e alla quale bisogna riservare una cura particolare.
Stefano Ricci l'aveva scelta per l'ultimo progetto, il look book della prossima collezione, il decimo catalogo ispirato alla «grande bellezza» italiana. E aveva privilegiato luoghi segreti e non, dove i capi più prestigiosi hanno trovato la giusta collocazione: la Libreria Acqua Alta, la Scuola di San Rocco, la Scala Contarini, il mercato del pesce, piazza San Marco, Palazzo Rocca, il Ponte di Rialto, San Clemente Palace Kempinski. La presentazione ufficiale è stata alla Scuola di San Rocco, nata nel 1478 e diventata nel Cinquecento la più danarosa confraternita veneziana, ricca di oltre 60 tele di Tintoretto.
«La bellezza assoluta di Venezia seduce l'uomo Stefano Ricci, aprendo un percorso narrativo inedito», spiegano Filippo Ricci, direttore creativo, e Niccolò Ricci, ad della società fiorentina fondata nel 1972, «È una sfida che ci siamo voluti dare in una città unica e per questo più impegnativa, perché raccontata da scrittori, registi e maestri della fotografia. Il risultato è una poesia che accompagna la collezione autunno/inverno 2020-21, pensata per un guardaroba che esalta il corpo maschile con un'eleganza di stile incorruttibile, con proposte per ogni momento della giornata, sia esso un incontro di lavoro o il mondo del viaggio, confermando Sr come monogramma di pura qualità 100% made in Italy».
Stupire, sorprendere, conquistare. Sono i tre verbi preferiti del vocabolario del gruppo Stefano Ricci. Nel gioco dello stile la maison guarda ai desideri dell'uomo di oggi con sapiente complicità. «Perché il lusso oltre che colto, autentico e vivo, in quest'eleganza senza tempo e modernamente leggiadra, è prima di tutto questione di cuore». Il marchio disegna una silhouette per un fit dinamico e confortevole che punta ad accompagnare l'uomo nelle occasioni più varie: lavoro, viaggio, tempo libero e gran sera.
È il nuovo Marco Polo contemporaneo che predilige materiali che sono fibre degli dei, come la vicuna di giacche e giubbotti in beige naturale, grigio e blu Ricci, le lane superfini di completi e spezzati con giacche sfoderate, la seta tecnica abbinata al suede, gli shearling peso piuma inediti, i trattamenti waterproof per giacconi di cashmere con l'interno in visone rasato, così come la seta negli interni, sempre con disegni originali e sontuosi. Un viaggiatore che sceglie, oltre ai classici blu e nero e a tutti i toni del beige e del sottobosco, l'indaco dello smoking di seta dell'Antico setificio fiorentino e il blu mirtillo, un caldo cabernet o il nuovo neutro maschile whisky. Sofisticato il color marmo per giacconi di puro cashmere caldi come un abbraccio.
Non manca il jeans, spesso in denim scuro, ed è esaltante il cocco silky. Le giacche, a tutta sartorialità ma con spalle senza imbottiture, accarezzano il corpo e lo liberano da ogni costruzione sia nel modello Iconica senza pences sul fianco, sia nei modelli field jacket più fittati o con la coulisse per chi viaggia. Anche i pantaloni hanno un'attitudine relax, con il fondo più stretto. Raffinati i dettagli: i giochi di piccole pieghe sul taschino di una camicia in cotone a disegno esclusivo di righe o quadri, il ricamo a motivo bamboo che spazia dalla pelletteria alle calzature fino agli zaini, il coccodrillo nabuccato e leggero, le cravatte nei mitici microdisegni, i colli in volpe e castorino.
«Senza grande passione, senza nuovi artigiani, non sarebbe possibile fare questi prodotti. La nostra missione è continuare a insegnare alle nuove generazioni questo senso di appartenenza al nostro Paese che può dare dei risultati incredibili. Le loro mani sono la forza motore più forte che abbiamo oggi».
Il gruppo Stefano Ricci inoltre conferma le previsioni di crescita. L'esercizio 2018 si era chiuso a quota 148 milioni, con un margine operativo lordo al 19%. Tra le prossime aperture, la seconda boutique a Seul (Corea del Sud) e lo sbarco a Taipei previsto per l'inizio del 2020, dopo le importanti performance a Manila (Filippine).
Il Sud Est asiatico si conferma il nuovo territorio di affermazione per le boutique monomarca di Stefano Ricci nel mondo, che raggiungono così quota 70 e alle quali vanno ad aggiungersi 20 shop in shop. «In un momento congiunturale caratterizzato da forti incertezze, tra guerra dei dazi e criticità socioeconomiche, Stefano Ricci spa vede confermate le proprie previsioni di un lieve incremento per la chiusura dell'esercizio corrente guidato parzialmente dalla crescita, sul mercato nordamericano, di clientela statunitense alla ricerca di prodotti di qualità».
Paola Bulbarelli
A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti
Il Pitti uomo numero 97 si presenta in tutto il suo splendore. Perché è indubbio che non ci sia fiera dedicata all'abbigliamento maschile importante come la kermesse fiorentina. Come annuncia Raffaello Napoleone, ad della manifestazione, «tra i 1.203 marchi presenti - di cui 540 esteri (45%) e 265 tra nomi nuovi e rientri - ce ne sono altrettanti in lista d'attesa». Pitti è sinonimo di business ed è indubbio che clientela e buyer riconoscano a Firenze un eccellente valore qualitativo.
Raccontare cosa avverrà dal 7 gennaio fino al 10 ha rappresentato l'occasione per snocciolare dati economici purtroppo non rassicuranti. «Nell'abbigliamento cresce del 7-8% l'export, ma sempre con numeri negativi in Italia», dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda, «Per il nostro sistema moda il problema è il mercato interno, esportiamo il 70% sui 98 miliardi totali, il resto è Italia, per cui se non cresce non va bene. Nei primi sette mesi dell'anno l'export ha fatto +4,9%, oltre 19,3 miliardi di euro, trainato dall'abbigliamento (+8,2%). Best performer la maglieria (+12,2%), e maglia nera per la calzetteria (-8,3%). Giocano a favore debolezza dell'euro e maggior competitività di prodotti di gamma medio alta in cui l'Italia si è specializzata».
Segno positivo anche per l'import del settore (+4,3%), con il saldo della bilancia commerciale oltre 6,1 miliardi di euro, 365 milioni in più sul periodo gennaio-luglio 2018. «La Germania segna un -0,1%, i tedeschi sono i primi a frenare quando sentono arrivare la crisi», prosegue Marenzi, «La Russia è ancora in negativo per un paio di punti. Poi l'emergenza Hong Kong ha impattato molto negativamente in particolare sui grandi marchi. Ottimi i risultati in Giappone e Corea; cresce la Cina e crescono gli Stati Uniti del +10%. L'estero diciamo che va bene».
Quest'anno al Pitt il tema sarà Show your flags at Pitti, con l'art direction di Angelo Figus e il set design di Alessandro Moradei. Gli abiti, come le bandiere, sono realizzati in tessuto, sono simboli di identità e mezzi per veicolare un messaggio. «Le nazioni unite della moda», commenta Agostino Poletto, direttore generale di Pitti immagine, «Le bandiere sono rettangoli di stoffa in continuo movimento, come i tessuti degli abiti e, come gli abiti, sono simboli di identità, di appartenenza, di pensiero e di sentimento».
E sotto queste bandiere ci saranno grandi ritorni e nomi nuovi. Verrà celebrato il 75° anniversario di Brioni, marchio iconico del lusso maschile, protagonista di un evento curato da Olivier Saillard. Sotto i riflettori anche Jil Sander con la nuova collezione uomo disegnata da Lucie e Luke Meier, stilisti che si sono conosciuti proprio a Firenze, al Polimoda. Show di Telfar Clemens, stilista liberiano-americano apprezzato per lo stile unisex, che presenta il suo concetto di moda fluida, e di Stefano Pilati, in pista alla Leopolda con la sua etichetta indipendente Random identities, per la prima volta in passerella.
Debuttano Sergio Rossi nella linea uomo, il gruppo russo Bosco di ciliegi con il marchio Bosco e lo sportswear di lusso Jet Set; Chiara Boni presenta Trailblazer, la prima collezione maschile.
A gennaio 2020 ricorre anche il 190° di Woolrich che allestirà uno spazio alla Dogana sul suo universo iconico e presenterà la Woolrich arctic capsule, omaggio all'evoluzione dell'Arctic parka. Sergio Tacchini, con la neo proprietà americana e il nuovo direttore creativo Dao-Yi Chow, si racconta attraverso una retrospettiva sull'eredità del marchio e ospiterà un evento di K-Way. Infine, Falke spegnerà 125 candeline con un appuntamento speciale, mentre Herno ha adottato un unico spazio per presentare le sue collezioni: i 400 metri quadrati del Teatro Lorenese.
Paola Bulbarelli
A Milano apre il «Christmas market» di Dolce&Gabbana

Nel 2017, Dolce&Gabbana aveva portato la magia di un mercato siciliano in uno dei grandi magazzini più famosi al mondo: Harrods. L'anno scorso è stato il turno della Rinascente di Milano, dove le vetrine si sono animate di pupazzi con le sembianze dei due stilisti. La magia del Natale si ripete anche quest'anno - a Londra come a Milano - in due boutique del marchio.
Bond Street e Corso Venezia abbandonano i vecchi arredamenti e si riempiono di carretti dove accanto a frutta, pane e pesce si vendono scarpe, accessori esclusivi e abiti degni delle migliori feste natalizie. Pareti, pavimenti e mobili sono invece rivestiti con i colori della celebre stampa «carretto», con cui è stata realizzata anche una collezione di capi in esclusiva. Il «Christmas market» offre qualcosa per tutti i gusti e tutte le tasche, ma soprattutto regala una vera e propria esperienza immersiva nel clima natalizio del Sud Italia.
Novità di quest'anno - per un regalo davvero speciale - sono quattro bambole dall'altezza di 40 centimetri, disegnate sapientemente da una pittrice italiana. L'artista si è servita delle palette colore selezionate dai make up artist Dolce&Gabbana, ricreando il trucco secondo i codici estetici del brand. Anche i capelli delle bambole, setosi e morbidi al tatto, rispecchiano la cura e l'amore per i dettagli. Gli abiti ricalcano poi dei veri e propri vestiti della collezione del marchio, dal pizzo rosso, alle paillettes. Il costo? 650 euro.
I più grandi possono invece farsi conquistare dalla collezione di elettrodomestici «Sicily my love», nata da una collaborazione con Smeg. L'estetica siciliana e l'inconfondibile creatività Dolce&Gabbana incontrano così la tecnologia di elettrodomestici di design in un progetto autenticamente Made In Italy. Un esempio? Il tostapane decorato come i tipici bummuli e quattare (i vasi di terracotta della Sicilia, dipinti seguendo lo stesso stile del carretto) al costo di 499 euro.
Ma non può essere davvero Natale senza panettoni. Ed ecco che per il secondo anno Dolce&Gabbana presenta la sua collaborazione con Fiasconaro. Il tipico dolce milanese viene rivisitato con i sapori tipici della Sicilia e da qui nascono tre declinazioni uniche: il panettone agli agrumi e allo zafferano, il panettone al pistacchio ricoperto di cioccolato bianco con crema spalmabile e il panettone alla castagne glassate e gianduia.
Per concludere questo Natale tutto firmato Dolce&Gabbana, il duo di stilisti ha deciso di occuparsi delle luminarie di Corso Venezia e via Pestalotti per una spesa complessiva di 300.000 euro. Il Natale meneghino profuma sempre più di Sicilia.
Mariella Baroli
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La collezione di Stefano Ricci per il prossimo inverno si ispira al viaggiatore moderno e alla fragile bellezza di Venezia. A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti. La manifestazione per l'uomo torna a Firenze dal 7 al 10 gennaio. Attesi 1.203 marchi. La boutique di Dolce&Gabbana in Corso Venezia a Milano si trasforma in un mercatino natalizio dove abiti e accessori vengono venduti sui carretti del pane e della frutta. Lo speciale contiene tre articoli. Dalla grande bellezza alla bellezza assoluta. Viene spontaneo chiedersi dove stia la differenza, se c'è. Stefano Ricci, imprenditore che con il suo omonimo brand della bellezza ha fatto la sua bandiera, veicolandola attraverso la cultura e la moda, ha sfidato pure le forze della natura presentando a Venezia la sua ultima collezione, immortalata in straordinarie immagini di una sfolgorante Venezia pre «acqua granda». Una città, ora drammaticamente ferita, che si è rivelata fragile e indifesa e alla quale bisogna riservare una cura particolare. Stefano Ricci l'aveva scelta per l'ultimo progetto, il look book della prossima collezione, il decimo catalogo ispirato alla «grande bellezza» italiana. E aveva privilegiato luoghi segreti e non, dove i capi più prestigiosi hanno trovato la giusta collocazione: la Libreria Acqua Alta, la Scuola di San Rocco, la Scala Contarini, il mercato del pesce, piazza San Marco, Palazzo Rocca, il Ponte di Rialto, San Clemente Palace Kempinski. La presentazione ufficiale è stata alla Scuola di San Rocco, nata nel 1478 e diventata nel Cinquecento la più danarosa confraternita veneziana, ricca di oltre 60 tele di Tintoretto. «La bellezza assoluta di Venezia seduce l'uomo Stefano Ricci, aprendo un percorso narrativo inedito», spiegano Filippo Ricci, direttore creativo, e Niccolò Ricci, ad della società fiorentina fondata nel 1972, «È una sfida che ci siamo voluti dare in una città unica e per questo più impegnativa, perché raccontata da scrittori, registi e maestri della fotografia. Il risultato è una poesia che accompagna la collezione autunno/inverno 2020-21, pensata per un guardaroba che esalta il corpo maschile con un'eleganza di stile incorruttibile, con proposte per ogni momento della giornata, sia esso un incontro di lavoro o il mondo del viaggio, confermando Sr come monogramma di pura qualità 100% made in Italy». Stupire, sorprendere, conquistare. Sono i tre verbi preferiti del vocabolario del gruppo Stefano Ricci. Nel gioco dello stile la maison guarda ai desideri dell'uomo di oggi con sapiente complicità. «Perché il lusso oltre che colto, autentico e vivo, in quest'eleganza senza tempo e modernamente leggiadra, è prima di tutto questione di cuore». Il marchio disegna una silhouette per un fit dinamico e confortevole che punta ad accompagnare l'uomo nelle occasioni più varie: lavoro, viaggio, tempo libero e gran sera. È il nuovo Marco Polo contemporaneo che predilige materiali che sono fibre degli dei, come la vicuna di giacche e giubbotti in beige naturale, grigio e blu Ricci, le lane superfini di completi e spezzati con giacche sfoderate, la seta tecnica abbinata al suede, gli shearling peso piuma inediti, i trattamenti waterproof per giacconi di cashmere con l'interno in visone rasato, così come la seta negli interni, sempre con disegni originali e sontuosi. Un viaggiatore che sceglie, oltre ai classici blu e nero e a tutti i toni del beige e del sottobosco, l'indaco dello smoking di seta dell'Antico setificio fiorentino e il blu mirtillo, un caldo cabernet o il nuovo neutro maschile whisky. Sofisticato il color marmo per giacconi di puro cashmere caldi come un abbraccio. Non manca il jeans, spesso in denim scuro, ed è esaltante il cocco silky. Le giacche, a tutta sartorialità ma con spalle senza imbottiture, accarezzano il corpo e lo liberano da ogni costruzione sia nel modello Iconica senza pences sul fianco, sia nei modelli field jacket più fittati o con la coulisse per chi viaggia. Anche i pantaloni hanno un'attitudine relax, con il fondo più stretto. Raffinati i dettagli: i giochi di piccole pieghe sul taschino di una camicia in cotone a disegno esclusivo di righe o quadri, il ricamo a motivo bamboo che spazia dalla pelletteria alle calzature fino agli zaini, il coccodrillo nabuccato e leggero, le cravatte nei mitici microdisegni, i colli in volpe e castorino. «Senza grande passione, senza nuovi artigiani, non sarebbe possibile fare questi prodotti. La nostra missione è continuare a insegnare alle nuove generazioni questo senso di appartenenza al nostro Paese che può dare dei risultati incredibili. Le loro mani sono la forza motore più forte che abbiamo oggi». Il gruppo Stefano Ricci inoltre conferma le previsioni di crescita. L'esercizio 2018 si era chiuso a quota 148 milioni, con un margine operativo lordo al 19%. Tra le prossime aperture, la seconda boutique a Seul (Corea del Sud) e lo sbarco a Taipei previsto per l'inizio del 2020, dopo le importanti performance a Manila (Filippine). Il Sud Est asiatico si conferma il nuovo territorio di affermazione per le boutique monomarca di Stefano Ricci nel mondo, che raggiungono così quota 70 e alle quali vanno ad aggiungersi 20 shop in shop. «In un momento congiunturale caratterizzato da forti incertezze, tra guerra dei dazi e criticità socioeconomiche, Stefano Ricci spa vede confermate le proprie previsioni di un lieve incremento per la chiusura dell'esercizio corrente guidato parzialmente dalla crescita, sul mercato nordamericano, di clientela statunitense alla ricerca di prodotti di qualità». Paola Bulbarelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dolce-gabbana-mercato-natale-milano-2641362533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-pitti-il-binomio-fra-abiti-e-bandiere-simboli-di-identita-e-sentimenti" data-post-id="2641362533" data-published-at="1768532493" data-use-pagination="False"> A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti Il Pitti uomo numero 97 si presenta in tutto il suo splendore. Perché è indubbio che non ci sia fiera dedicata all'abbigliamento maschile importante come la kermesse fiorentina. Come annuncia Raffaello Napoleone, ad della manifestazione, «tra i 1.203 marchi presenti - di cui 540 esteri (45%) e 265 tra nomi nuovi e rientri - ce ne sono altrettanti in lista d'attesa». Pitti è sinonimo di business ed è indubbio che clientela e buyer riconoscano a Firenze un eccellente valore qualitativo. Raccontare cosa avverrà dal 7 gennaio fino al 10 ha rappresentato l'occasione per snocciolare dati economici purtroppo non rassicuranti. «Nell'abbigliamento cresce del 7-8% l'export, ma sempre con numeri negativi in Italia», dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda, «Per il nostro sistema moda il problema è il mercato interno, esportiamo il 70% sui 98 miliardi totali, il resto è Italia, per cui se non cresce non va bene. Nei primi sette mesi dell'anno l'export ha fatto +4,9%, oltre 19,3 miliardi di euro, trainato dall'abbigliamento (+8,2%). Best performer la maglieria (+12,2%), e maglia nera per la calzetteria (-8,3%). Giocano a favore debolezza dell'euro e maggior competitività di prodotti di gamma medio alta in cui l'Italia si è specializzata». Segno positivo anche per l'import del settore (+4,3%), con il saldo della bilancia commerciale oltre 6,1 miliardi di euro, 365 milioni in più sul periodo gennaio-luglio 2018. «La Germania segna un -0,1%, i tedeschi sono i primi a frenare quando sentono arrivare la crisi», prosegue Marenzi, «La Russia è ancora in negativo per un paio di punti. Poi l'emergenza Hong Kong ha impattato molto negativamente in particolare sui grandi marchi. Ottimi i risultati in Giappone e Corea; cresce la Cina e crescono gli Stati Uniti del +10%. L'estero diciamo che va bene». Quest'anno al Pitt il tema sarà Show your flags at Pitti, con l'art direction di Angelo Figus e il set design di Alessandro Moradei. Gli abiti, come le bandiere, sono realizzati in tessuto, sono simboli di identità e mezzi per veicolare un messaggio. «Le nazioni unite della moda», commenta Agostino Poletto, direttore generale di Pitti immagine, «Le bandiere sono rettangoli di stoffa in continuo movimento, come i tessuti degli abiti e, come gli abiti, sono simboli di identità, di appartenenza, di pensiero e di sentimento». E sotto queste bandiere ci saranno grandi ritorni e nomi nuovi. Verrà celebrato il 75° anniversario di Brioni, marchio iconico del lusso maschile, protagonista di un evento curato da Olivier Saillard. Sotto i riflettori anche Jil Sander con la nuova collezione uomo disegnata da Lucie e Luke Meier, stilisti che si sono conosciuti proprio a Firenze, al Polimoda. Show di Telfar Clemens, stilista liberiano-americano apprezzato per lo stile unisex, che presenta il suo concetto di moda fluida, e di Stefano Pilati, in pista alla Leopolda con la sua etichetta indipendente Random identities, per la prima volta in passerella. Debuttano Sergio Rossi nella linea uomo, il gruppo russo Bosco di ciliegi con il marchio Bosco e lo sportswear di lusso Jet Set; Chiara Boni presenta Trailblazer, la prima collezione maschile. A gennaio 2020 ricorre anche il 190° di Woolrich che allestirà uno spazio alla Dogana sul suo universo iconico e presenterà la Woolrich arctic capsule, omaggio all'evoluzione dell'Arctic parka. Sergio Tacchini, con la neo proprietà americana e il nuovo direttore creativo Dao-Yi Chow, si racconta attraverso una retrospettiva sull'eredità del marchio e ospiterà un evento di K-Way. Infine, Falke spegnerà 125 candeline con un appuntamento speciale, mentre Herno ha adottato un unico spazio per presentare le sue collezioni: i 400 metri quadrati del Teatro Lorenese. Paola Bulbarelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dolce-gabbana-mercato-natale-milano-2641362533.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-milano-apre-il-christmas-market-di-dolcegabbana" data-post-id="2641362533" data-published-at="1768532493" data-use-pagination="False"> A Milano apre il «Christmas market» di Dolce&Gabbana Nel 2017, Dolce&Gabbana aveva portato la magia di un mercato siciliano in uno dei grandi magazzini più famosi al mondo: Harrods. L'anno scorso è stato il turno della Rinascente di Milano, dove le vetrine si sono animate di pupazzi con le sembianze dei due stilisti. La magia del Natale si ripete anche quest'anno - a Londra come a Milano - in due boutique del marchio.Bond Street e Corso Venezia abbandonano i vecchi arredamenti e si riempiono di carretti dove accanto a frutta, pane e pesce si vendono scarpe, accessori esclusivi e abiti degni delle migliori feste natalizie. Pareti, pavimenti e mobili sono invece rivestiti con i colori della celebre stampa «carretto», con cui è stata realizzata anche una collezione di capi in esclusiva. Il «Christmas market» offre qualcosa per tutti i gusti e tutte le tasche, ma soprattutto regala una vera e propria esperienza immersiva nel clima natalizio del Sud Italia. Novità di quest'anno - per un regalo davvero speciale - sono quattro bambole dall'altezza di 40 centimetri, disegnate sapientemente da una pittrice italiana. L'artista si è servita delle palette colore selezionate dai make up artist Dolce&Gabbana, ricreando il trucco secondo i codici estetici del brand. Anche i capelli delle bambole, setosi e morbidi al tatto, rispecchiano la cura e l'amore per i dettagli. Gli abiti ricalcano poi dei veri e propri vestiti della collezione del marchio, dal pizzo rosso, alle paillettes. Il costo? 650 euro. I più grandi possono invece farsi conquistare dalla collezione di elettrodomestici «Sicily my love», nata da una collaborazione con Smeg. L'estetica siciliana e l'inconfondibile creatività Dolce&Gabbana incontrano così la tecnologia di elettrodomestici di design in un progetto autenticamente Made In Italy. Un esempio? Il tostapane decorato come i tipici bummuli e quattare (i vasi di terracotta della Sicilia, dipinti seguendo lo stesso stile del carretto) al costo di 499 euro.Ma non può essere davvero Natale senza panettoni. Ed ecco che per il secondo anno Dolce&Gabbana presenta la sua collaborazione con Fiasconaro. Il tipico dolce milanese viene rivisitato con i sapori tipici della Sicilia e da qui nascono tre declinazioni uniche: il panettone agli agrumi e allo zafferano, il panettone al pistacchio ricoperto di cioccolato bianco con crema spalmabile e il panettone alla castagne glassate e gianduia. Per concludere questo Natale tutto firmato Dolce&Gabbana, il duo di stilisti ha deciso di occuparsi delle luminarie di Corso Venezia e via Pestalotti per una spesa complessiva di 300.000 euro. Il Natale meneghino profuma sempre più di Sicilia. Mariella Baroli
Monsignor Antonio Suetta
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 gennaio 2026. Il deputato della Lega Eugenio Zoffili ci spiega perché l'operazione Strade Sicure dei nostri militari andrà avanti e sarà potenziata.
Si avvia alla fase finale Energie per il futuro dell’export, il Roadshow itinerante di SACE, l’Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nato come percorso di ascolto strutturato del tessuto produttivo italiano e come strumento di dialogo diretto con le imprese sui territori.
Un viaggio che, in poco più di due mesi, ha attraversato l’Italia da Nord a Sud – Milano, Venezia, Napoli, Bari, Bologna, Firenze – ed è volato a Dubai, unica tappa internazionale del Roadshow, dedicata al confronto con le imprese italiane attive nei mercati del Golfo e le controparti locali. Oltre 1.300 chilometri percorsi nella Penisola e più di 300 imprese incontrate, trasformando le sedi territoriali di SACE in vere e proprie Case delle Imprese, luoghi di confronto operativo, raccolta di idee e costruzione di soluzioni.
Un ascolto che ha coinvolto aziende di tutte le dimensioni e dei principali settori produttivi – dalla manifattura alla meccanica strumentale, dal tessile-abbigliamento all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai servizi – e che ha posto le imprese al centro di ogni tappa del Roadshow. Non semplici partecipanti, ma protagoniste attive del confronto, chiamate a condividere esperienze di crescita internazionale, testimonianze concrete e momenti di scambio operativo con altre aziende. Un dialogo aperto e partecipato, arricchito anche da sessioni di speed thinking, pensate per favorire il confronto rapido, la contaminazione di idee e la circolazione di soluzioni tra imprese che affrontano sfide simili sui mercati esteri.
Questo percorso di ascolto trova ora il suo momento di sintesi e restituzione a gennaio a Roma, tappa finale del Roadshow. Un appuntamento che rappresenta non solo la chiusura del viaggio, ma soprattutto un punto di messa a sistema degli spunti emersi, delle priorità individuate e delle traiettorie di sviluppo su cui SACE intende rafforzare il proprio impegno a fianco delle imprese italiane.
Supporto all’export: la missione di SACE
Il Roadshow è stato anche un’occasione per ribadire la missione di SACE: sostenere l’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, valorizzando un fattore chiave della crescita economica del Paese. Un percorso che ha riaffermato il ruolo strategico dell’export come leva di sviluppo e competitività e ha posto al centro l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, elemento essenziale per ridurre i rischi legati alla concentrazione geografica e cogliere nuove opportunità di crescita.
In un contesto globale complesso, l’export continua a rappresentare uno dei pilastri della tenuta e dello sviluppo dell’economia italiana. Le imprese attive sui mercati esteri mostrano livelli più elevati di produttività, capacità innovativa e resilienza, e l’esperienza internazionale contribuisce ad accelerarne i percorsi di crescita, rafforzando la competitività complessiva del Sistema Paese.
Dal confronto diretto con le imprese sono emerse le direttrici prioritarie che orienteranno l’azione futura di SACE, in particolare: competitività, per consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati esteri e diversificazione geografica, per intercettare le opportunità dei mercati ad alto potenziale e rafforzare la resilienza dell’export italiano.
La tappa conclusiva di Roma rappresenterà quindi un momento di sintesi e indirizzo, in cui SACE condividerà le evidenze emerse lungo il Roadshow e ribadirà il proprio ruolo a supporto dell’export, al fianco delle imprese italiane, in Italia e nel mondo.
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Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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