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2019-11-17
Il novello Marco Polo la sera stupisce con lo smoking indaco
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Dalla grande bellezza alla bellezza assoluta. Viene spontaneo chiedersi dove stia la differenza, se c'è. Stefano Ricci, imprenditore che con il suo omonimo brand della bellezza ha fatto la sua bandiera, veicolandola attraverso la cultura e la moda, ha sfidato pure le forze della natura presentando a Venezia la sua ultima collezione, immortalata in straordinarie immagini di una sfolgorante Venezia pre «acqua granda». Una città, ora drammaticamente ferita, che si è rivelata fragile e indifesa e alla quale bisogna riservare una cura particolare.
Stefano Ricci l'aveva scelta per l'ultimo progetto, il look book della prossima collezione, il decimo catalogo ispirato alla «grande bellezza» italiana. E aveva privilegiato luoghi segreti e non, dove i capi più prestigiosi hanno trovato la giusta collocazione: la Libreria Acqua Alta, la Scuola di San Rocco, la Scala Contarini, il mercato del pesce, piazza San Marco, Palazzo Rocca, il Ponte di Rialto, San Clemente Palace Kempinski. La presentazione ufficiale è stata alla Scuola di San Rocco, nata nel 1478 e diventata nel Cinquecento la più danarosa confraternita veneziana, ricca di oltre 60 tele di Tintoretto.
«La bellezza assoluta di Venezia seduce l'uomo Stefano Ricci, aprendo un percorso narrativo inedito», spiegano Filippo Ricci, direttore creativo, e Niccolò Ricci, ad della società fiorentina fondata nel 1972, «È una sfida che ci siamo voluti dare in una città unica e per questo più impegnativa, perché raccontata da scrittori, registi e maestri della fotografia. Il risultato è una poesia che accompagna la collezione autunno/inverno 2020-21, pensata per un guardaroba che esalta il corpo maschile con un'eleganza di stile incorruttibile, con proposte per ogni momento della giornata, sia esso un incontro di lavoro o il mondo del viaggio, confermando Sr come monogramma di pura qualità 100% made in Italy».
Stupire, sorprendere, conquistare. Sono i tre verbi preferiti del vocabolario del gruppo Stefano Ricci. Nel gioco dello stile la maison guarda ai desideri dell'uomo di oggi con sapiente complicità. «Perché il lusso oltre che colto, autentico e vivo, in quest'eleganza senza tempo e modernamente leggiadra, è prima di tutto questione di cuore». Il marchio disegna una silhouette per un fit dinamico e confortevole che punta ad accompagnare l'uomo nelle occasioni più varie: lavoro, viaggio, tempo libero e gran sera.
È il nuovo Marco Polo contemporaneo che predilige materiali che sono fibre degli dei, come la vicuna di giacche e giubbotti in beige naturale, grigio e blu Ricci, le lane superfini di completi e spezzati con giacche sfoderate, la seta tecnica abbinata al suede, gli shearling peso piuma inediti, i trattamenti waterproof per giacconi di cashmere con l'interno in visone rasato, così come la seta negli interni, sempre con disegni originali e sontuosi. Un viaggiatore che sceglie, oltre ai classici blu e nero e a tutti i toni del beige e del sottobosco, l'indaco dello smoking di seta dell'Antico setificio fiorentino e il blu mirtillo, un caldo cabernet o il nuovo neutro maschile whisky. Sofisticato il color marmo per giacconi di puro cashmere caldi come un abbraccio.
Non manca il jeans, spesso in denim scuro, ed è esaltante il cocco silky. Le giacche, a tutta sartorialità ma con spalle senza imbottiture, accarezzano il corpo e lo liberano da ogni costruzione sia nel modello Iconica senza pences sul fianco, sia nei modelli field jacket più fittati o con la coulisse per chi viaggia. Anche i pantaloni hanno un'attitudine relax, con il fondo più stretto. Raffinati i dettagli: i giochi di piccole pieghe sul taschino di una camicia in cotone a disegno esclusivo di righe o quadri, il ricamo a motivo bamboo che spazia dalla pelletteria alle calzature fino agli zaini, il coccodrillo nabuccato e leggero, le cravatte nei mitici microdisegni, i colli in volpe e castorino.
«Senza grande passione, senza nuovi artigiani, non sarebbe possibile fare questi prodotti. La nostra missione è continuare a insegnare alle nuove generazioni questo senso di appartenenza al nostro Paese che può dare dei risultati incredibili. Le loro mani sono la forza motore più forte che abbiamo oggi».
Il gruppo Stefano Ricci inoltre conferma le previsioni di crescita. L'esercizio 2018 si era chiuso a quota 148 milioni, con un margine operativo lordo al 19%. Tra le prossime aperture, la seconda boutique a Seul (Corea del Sud) e lo sbarco a Taipei previsto per l'inizio del 2020, dopo le importanti performance a Manila (Filippine).
Il Sud Est asiatico si conferma il nuovo territorio di affermazione per le boutique monomarca di Stefano Ricci nel mondo, che raggiungono così quota 70 e alle quali vanno ad aggiungersi 20 shop in shop. «In un momento congiunturale caratterizzato da forti incertezze, tra guerra dei dazi e criticità socioeconomiche, Stefano Ricci spa vede confermate le proprie previsioni di un lieve incremento per la chiusura dell'esercizio corrente guidato parzialmente dalla crescita, sul mercato nordamericano, di clientela statunitense alla ricerca di prodotti di qualità».
Paola Bulbarelli
A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti
Il Pitti uomo numero 97 si presenta in tutto il suo splendore. Perché è indubbio che non ci sia fiera dedicata all'abbigliamento maschile importante come la kermesse fiorentina. Come annuncia Raffaello Napoleone, ad della manifestazione, «tra i 1.203 marchi presenti - di cui 540 esteri (45%) e 265 tra nomi nuovi e rientri - ce ne sono altrettanti in lista d'attesa». Pitti è sinonimo di business ed è indubbio che clientela e buyer riconoscano a Firenze un eccellente valore qualitativo.
Raccontare cosa avverrà dal 7 gennaio fino al 10 ha rappresentato l'occasione per snocciolare dati economici purtroppo non rassicuranti. «Nell'abbigliamento cresce del 7-8% l'export, ma sempre con numeri negativi in Italia», dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda, «Per il nostro sistema moda il problema è il mercato interno, esportiamo il 70% sui 98 miliardi totali, il resto è Italia, per cui se non cresce non va bene. Nei primi sette mesi dell'anno l'export ha fatto +4,9%, oltre 19,3 miliardi di euro, trainato dall'abbigliamento (+8,2%). Best performer la maglieria (+12,2%), e maglia nera per la calzetteria (-8,3%). Giocano a favore debolezza dell'euro e maggior competitività di prodotti di gamma medio alta in cui l'Italia si è specializzata».
Segno positivo anche per l'import del settore (+4,3%), con il saldo della bilancia commerciale oltre 6,1 miliardi di euro, 365 milioni in più sul periodo gennaio-luglio 2018. «La Germania segna un -0,1%, i tedeschi sono i primi a frenare quando sentono arrivare la crisi», prosegue Marenzi, «La Russia è ancora in negativo per un paio di punti. Poi l'emergenza Hong Kong ha impattato molto negativamente in particolare sui grandi marchi. Ottimi i risultati in Giappone e Corea; cresce la Cina e crescono gli Stati Uniti del +10%. L'estero diciamo che va bene».
Quest'anno al Pitt il tema sarà Show your flags at Pitti, con l'art direction di Angelo Figus e il set design di Alessandro Moradei. Gli abiti, come le bandiere, sono realizzati in tessuto, sono simboli di identità e mezzi per veicolare un messaggio. «Le nazioni unite della moda», commenta Agostino Poletto, direttore generale di Pitti immagine, «Le bandiere sono rettangoli di stoffa in continuo movimento, come i tessuti degli abiti e, come gli abiti, sono simboli di identità, di appartenenza, di pensiero e di sentimento».
E sotto queste bandiere ci saranno grandi ritorni e nomi nuovi. Verrà celebrato il 75° anniversario di Brioni, marchio iconico del lusso maschile, protagonista di un evento curato da Olivier Saillard. Sotto i riflettori anche Jil Sander con la nuova collezione uomo disegnata da Lucie e Luke Meier, stilisti che si sono conosciuti proprio a Firenze, al Polimoda. Show di Telfar Clemens, stilista liberiano-americano apprezzato per lo stile unisex, che presenta il suo concetto di moda fluida, e di Stefano Pilati, in pista alla Leopolda con la sua etichetta indipendente Random identities, per la prima volta in passerella.
Debuttano Sergio Rossi nella linea uomo, il gruppo russo Bosco di ciliegi con il marchio Bosco e lo sportswear di lusso Jet Set; Chiara Boni presenta Trailblazer, la prima collezione maschile.
A gennaio 2020 ricorre anche il 190° di Woolrich che allestirà uno spazio alla Dogana sul suo universo iconico e presenterà la Woolrich arctic capsule, omaggio all'evoluzione dell'Arctic parka. Sergio Tacchini, con la neo proprietà americana e il nuovo direttore creativo Dao-Yi Chow, si racconta attraverso una retrospettiva sull'eredità del marchio e ospiterà un evento di K-Way. Infine, Falke spegnerà 125 candeline con un appuntamento speciale, mentre Herno ha adottato un unico spazio per presentare le sue collezioni: i 400 metri quadrati del Teatro Lorenese.
Paola Bulbarelli
A Milano apre il «Christmas market» di Dolce&Gabbana

Nel 2017, Dolce&Gabbana aveva portato la magia di un mercato siciliano in uno dei grandi magazzini più famosi al mondo: Harrods. L'anno scorso è stato il turno della Rinascente di Milano, dove le vetrine si sono animate di pupazzi con le sembianze dei due stilisti. La magia del Natale si ripete anche quest'anno - a Londra come a Milano - in due boutique del marchio.
Bond Street e Corso Venezia abbandonano i vecchi arredamenti e si riempiono di carretti dove accanto a frutta, pane e pesce si vendono scarpe, accessori esclusivi e abiti degni delle migliori feste natalizie. Pareti, pavimenti e mobili sono invece rivestiti con i colori della celebre stampa «carretto», con cui è stata realizzata anche una collezione di capi in esclusiva. Il «Christmas market» offre qualcosa per tutti i gusti e tutte le tasche, ma soprattutto regala una vera e propria esperienza immersiva nel clima natalizio del Sud Italia.
Novità di quest'anno - per un regalo davvero speciale - sono quattro bambole dall'altezza di 40 centimetri, disegnate sapientemente da una pittrice italiana. L'artista si è servita delle palette colore selezionate dai make up artist Dolce&Gabbana, ricreando il trucco secondo i codici estetici del brand. Anche i capelli delle bambole, setosi e morbidi al tatto, rispecchiano la cura e l'amore per i dettagli. Gli abiti ricalcano poi dei veri e propri vestiti della collezione del marchio, dal pizzo rosso, alle paillettes. Il costo? 650 euro.
I più grandi possono invece farsi conquistare dalla collezione di elettrodomestici «Sicily my love», nata da una collaborazione con Smeg. L'estetica siciliana e l'inconfondibile creatività Dolce&Gabbana incontrano così la tecnologia di elettrodomestici di design in un progetto autenticamente Made In Italy. Un esempio? Il tostapane decorato come i tipici bummuli e quattare (i vasi di terracotta della Sicilia, dipinti seguendo lo stesso stile del carretto) al costo di 499 euro.
Ma non può essere davvero Natale senza panettoni. Ed ecco che per il secondo anno Dolce&Gabbana presenta la sua collaborazione con Fiasconaro. Il tipico dolce milanese viene rivisitato con i sapori tipici della Sicilia e da qui nascono tre declinazioni uniche: il panettone agli agrumi e allo zafferano, il panettone al pistacchio ricoperto di cioccolato bianco con crema spalmabile e il panettone alla castagne glassate e gianduia.
Per concludere questo Natale tutto firmato Dolce&Gabbana, il duo di stilisti ha deciso di occuparsi delle luminarie di Corso Venezia e via Pestalotti per una spesa complessiva di 300.000 euro. Il Natale meneghino profuma sempre più di Sicilia.
Mariella Baroli
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La collezione di Stefano Ricci per il prossimo inverno si ispira al viaggiatore moderno e alla fragile bellezza di Venezia. A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti. La manifestazione per l'uomo torna a Firenze dal 7 al 10 gennaio. Attesi 1.203 marchi. La boutique di Dolce&Gabbana in Corso Venezia a Milano si trasforma in un mercatino natalizio dove abiti e accessori vengono venduti sui carretti del pane e della frutta. Lo speciale contiene tre articoli. Dalla grande bellezza alla bellezza assoluta. Viene spontaneo chiedersi dove stia la differenza, se c'è. Stefano Ricci, imprenditore che con il suo omonimo brand della bellezza ha fatto la sua bandiera, veicolandola attraverso la cultura e la moda, ha sfidato pure le forze della natura presentando a Venezia la sua ultima collezione, immortalata in straordinarie immagini di una sfolgorante Venezia pre «acqua granda». Una città, ora drammaticamente ferita, che si è rivelata fragile e indifesa e alla quale bisogna riservare una cura particolare. Stefano Ricci l'aveva scelta per l'ultimo progetto, il look book della prossima collezione, il decimo catalogo ispirato alla «grande bellezza» italiana. E aveva privilegiato luoghi segreti e non, dove i capi più prestigiosi hanno trovato la giusta collocazione: la Libreria Acqua Alta, la Scuola di San Rocco, la Scala Contarini, il mercato del pesce, piazza San Marco, Palazzo Rocca, il Ponte di Rialto, San Clemente Palace Kempinski. La presentazione ufficiale è stata alla Scuola di San Rocco, nata nel 1478 e diventata nel Cinquecento la più danarosa confraternita veneziana, ricca di oltre 60 tele di Tintoretto. «La bellezza assoluta di Venezia seduce l'uomo Stefano Ricci, aprendo un percorso narrativo inedito», spiegano Filippo Ricci, direttore creativo, e Niccolò Ricci, ad della società fiorentina fondata nel 1972, «È una sfida che ci siamo voluti dare in una città unica e per questo più impegnativa, perché raccontata da scrittori, registi e maestri della fotografia. Il risultato è una poesia che accompagna la collezione autunno/inverno 2020-21, pensata per un guardaroba che esalta il corpo maschile con un'eleganza di stile incorruttibile, con proposte per ogni momento della giornata, sia esso un incontro di lavoro o il mondo del viaggio, confermando Sr come monogramma di pura qualità 100% made in Italy». Stupire, sorprendere, conquistare. Sono i tre verbi preferiti del vocabolario del gruppo Stefano Ricci. Nel gioco dello stile la maison guarda ai desideri dell'uomo di oggi con sapiente complicità. «Perché il lusso oltre che colto, autentico e vivo, in quest'eleganza senza tempo e modernamente leggiadra, è prima di tutto questione di cuore». Il marchio disegna una silhouette per un fit dinamico e confortevole che punta ad accompagnare l'uomo nelle occasioni più varie: lavoro, viaggio, tempo libero e gran sera. È il nuovo Marco Polo contemporaneo che predilige materiali che sono fibre degli dei, come la vicuna di giacche e giubbotti in beige naturale, grigio e blu Ricci, le lane superfini di completi e spezzati con giacche sfoderate, la seta tecnica abbinata al suede, gli shearling peso piuma inediti, i trattamenti waterproof per giacconi di cashmere con l'interno in visone rasato, così come la seta negli interni, sempre con disegni originali e sontuosi. Un viaggiatore che sceglie, oltre ai classici blu e nero e a tutti i toni del beige e del sottobosco, l'indaco dello smoking di seta dell'Antico setificio fiorentino e il blu mirtillo, un caldo cabernet o il nuovo neutro maschile whisky. Sofisticato il color marmo per giacconi di puro cashmere caldi come un abbraccio. Non manca il jeans, spesso in denim scuro, ed è esaltante il cocco silky. Le giacche, a tutta sartorialità ma con spalle senza imbottiture, accarezzano il corpo e lo liberano da ogni costruzione sia nel modello Iconica senza pences sul fianco, sia nei modelli field jacket più fittati o con la coulisse per chi viaggia. Anche i pantaloni hanno un'attitudine relax, con il fondo più stretto. Raffinati i dettagli: i giochi di piccole pieghe sul taschino di una camicia in cotone a disegno esclusivo di righe o quadri, il ricamo a motivo bamboo che spazia dalla pelletteria alle calzature fino agli zaini, il coccodrillo nabuccato e leggero, le cravatte nei mitici microdisegni, i colli in volpe e castorino. «Senza grande passione, senza nuovi artigiani, non sarebbe possibile fare questi prodotti. La nostra missione è continuare a insegnare alle nuove generazioni questo senso di appartenenza al nostro Paese che può dare dei risultati incredibili. Le loro mani sono la forza motore più forte che abbiamo oggi». Il gruppo Stefano Ricci inoltre conferma le previsioni di crescita. L'esercizio 2018 si era chiuso a quota 148 milioni, con un margine operativo lordo al 19%. Tra le prossime aperture, la seconda boutique a Seul (Corea del Sud) e lo sbarco a Taipei previsto per l'inizio del 2020, dopo le importanti performance a Manila (Filippine). Il Sud Est asiatico si conferma il nuovo territorio di affermazione per le boutique monomarca di Stefano Ricci nel mondo, che raggiungono così quota 70 e alle quali vanno ad aggiungersi 20 shop in shop. «In un momento congiunturale caratterizzato da forti incertezze, tra guerra dei dazi e criticità socioeconomiche, Stefano Ricci spa vede confermate le proprie previsioni di un lieve incremento per la chiusura dell'esercizio corrente guidato parzialmente dalla crescita, sul mercato nordamericano, di clientela statunitense alla ricerca di prodotti di qualità». Paola Bulbarelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dolce-gabbana-mercato-natale-milano-2641362533.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-pitti-il-binomio-fra-abiti-e-bandiere-simboli-di-identita-e-sentimenti" data-post-id="2641362533" data-published-at="1770121333" data-use-pagination="False"> A Pitti il binomio fra abiti e bandiere. Simboli di identità e sentimenti Il Pitti uomo numero 97 si presenta in tutto il suo splendore. Perché è indubbio che non ci sia fiera dedicata all'abbigliamento maschile importante come la kermesse fiorentina. Come annuncia Raffaello Napoleone, ad della manifestazione, «tra i 1.203 marchi presenti - di cui 540 esteri (45%) e 265 tra nomi nuovi e rientri - ce ne sono altrettanti in lista d'attesa». Pitti è sinonimo di business ed è indubbio che clientela e buyer riconoscano a Firenze un eccellente valore qualitativo. Raccontare cosa avverrà dal 7 gennaio fino al 10 ha rappresentato l'occasione per snocciolare dati economici purtroppo non rassicuranti. «Nell'abbigliamento cresce del 7-8% l'export, ma sempre con numeri negativi in Italia», dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda, «Per il nostro sistema moda il problema è il mercato interno, esportiamo il 70% sui 98 miliardi totali, il resto è Italia, per cui se non cresce non va bene. Nei primi sette mesi dell'anno l'export ha fatto +4,9%, oltre 19,3 miliardi di euro, trainato dall'abbigliamento (+8,2%). Best performer la maglieria (+12,2%), e maglia nera per la calzetteria (-8,3%). Giocano a favore debolezza dell'euro e maggior competitività di prodotti di gamma medio alta in cui l'Italia si è specializzata». Segno positivo anche per l'import del settore (+4,3%), con il saldo della bilancia commerciale oltre 6,1 miliardi di euro, 365 milioni in più sul periodo gennaio-luglio 2018. «La Germania segna un -0,1%, i tedeschi sono i primi a frenare quando sentono arrivare la crisi», prosegue Marenzi, «La Russia è ancora in negativo per un paio di punti. Poi l'emergenza Hong Kong ha impattato molto negativamente in particolare sui grandi marchi. Ottimi i risultati in Giappone e Corea; cresce la Cina e crescono gli Stati Uniti del +10%. L'estero diciamo che va bene». Quest'anno al Pitt il tema sarà Show your flags at Pitti, con l'art direction di Angelo Figus e il set design di Alessandro Moradei. Gli abiti, come le bandiere, sono realizzati in tessuto, sono simboli di identità e mezzi per veicolare un messaggio. «Le nazioni unite della moda», commenta Agostino Poletto, direttore generale di Pitti immagine, «Le bandiere sono rettangoli di stoffa in continuo movimento, come i tessuti degli abiti e, come gli abiti, sono simboli di identità, di appartenenza, di pensiero e di sentimento». E sotto queste bandiere ci saranno grandi ritorni e nomi nuovi. Verrà celebrato il 75° anniversario di Brioni, marchio iconico del lusso maschile, protagonista di un evento curato da Olivier Saillard. Sotto i riflettori anche Jil Sander con la nuova collezione uomo disegnata da Lucie e Luke Meier, stilisti che si sono conosciuti proprio a Firenze, al Polimoda. Show di Telfar Clemens, stilista liberiano-americano apprezzato per lo stile unisex, che presenta il suo concetto di moda fluida, e di Stefano Pilati, in pista alla Leopolda con la sua etichetta indipendente Random identities, per la prima volta in passerella. Debuttano Sergio Rossi nella linea uomo, il gruppo russo Bosco di ciliegi con il marchio Bosco e lo sportswear di lusso Jet Set; Chiara Boni presenta Trailblazer, la prima collezione maschile. A gennaio 2020 ricorre anche il 190° di Woolrich che allestirà uno spazio alla Dogana sul suo universo iconico e presenterà la Woolrich arctic capsule, omaggio all'evoluzione dell'Arctic parka. Sergio Tacchini, con la neo proprietà americana e il nuovo direttore creativo Dao-Yi Chow, si racconta attraverso una retrospettiva sull'eredità del marchio e ospiterà un evento di K-Way. Infine, Falke spegnerà 125 candeline con un appuntamento speciale, mentre Herno ha adottato un unico spazio per presentare le sue collezioni: i 400 metri quadrati del Teatro Lorenese. Paola Bulbarelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dolce-gabbana-mercato-natale-milano-2641362533.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-milano-apre-il-christmas-market-di-dolcegabbana" data-post-id="2641362533" data-published-at="1770121333" data-use-pagination="False"> A Milano apre il «Christmas market» di Dolce&Gabbana Nel 2017, Dolce&Gabbana aveva portato la magia di un mercato siciliano in uno dei grandi magazzini più famosi al mondo: Harrods. L'anno scorso è stato il turno della Rinascente di Milano, dove le vetrine si sono animate di pupazzi con le sembianze dei due stilisti. La magia del Natale si ripete anche quest'anno - a Londra come a Milano - in due boutique del marchio.Bond Street e Corso Venezia abbandonano i vecchi arredamenti e si riempiono di carretti dove accanto a frutta, pane e pesce si vendono scarpe, accessori esclusivi e abiti degni delle migliori feste natalizie. Pareti, pavimenti e mobili sono invece rivestiti con i colori della celebre stampa «carretto», con cui è stata realizzata anche una collezione di capi in esclusiva. Il «Christmas market» offre qualcosa per tutti i gusti e tutte le tasche, ma soprattutto regala una vera e propria esperienza immersiva nel clima natalizio del Sud Italia. Novità di quest'anno - per un regalo davvero speciale - sono quattro bambole dall'altezza di 40 centimetri, disegnate sapientemente da una pittrice italiana. L'artista si è servita delle palette colore selezionate dai make up artist Dolce&Gabbana, ricreando il trucco secondo i codici estetici del brand. Anche i capelli delle bambole, setosi e morbidi al tatto, rispecchiano la cura e l'amore per i dettagli. Gli abiti ricalcano poi dei veri e propri vestiti della collezione del marchio, dal pizzo rosso, alle paillettes. Il costo? 650 euro. I più grandi possono invece farsi conquistare dalla collezione di elettrodomestici «Sicily my love», nata da una collaborazione con Smeg. L'estetica siciliana e l'inconfondibile creatività Dolce&Gabbana incontrano così la tecnologia di elettrodomestici di design in un progetto autenticamente Made In Italy. Un esempio? Il tostapane decorato come i tipici bummuli e quattare (i vasi di terracotta della Sicilia, dipinti seguendo lo stesso stile del carretto) al costo di 499 euro.Ma non può essere davvero Natale senza panettoni. Ed ecco che per il secondo anno Dolce&Gabbana presenta la sua collaborazione con Fiasconaro. Il tipico dolce milanese viene rivisitato con i sapori tipici della Sicilia e da qui nascono tre declinazioni uniche: il panettone agli agrumi e allo zafferano, il panettone al pistacchio ricoperto di cioccolato bianco con crema spalmabile e il panettone alla castagne glassate e gianduia. Per concludere questo Natale tutto firmato Dolce&Gabbana, il duo di stilisti ha deciso di occuparsi delle luminarie di Corso Venezia e via Pestalotti per una spesa complessiva di 300.000 euro. Il Natale meneghino profuma sempre più di Sicilia. Mariella Baroli
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
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Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump (Ansa)
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
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