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2025-12-31
Il grande bordello
Alfonso Signorini (Ansa)
Non si arresta la bufera che sta travolgendo Alfonso Signorini. Il giornalista e conduttore televisivo è indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale ed estorsione sulla base di un esposto presentato nei giorni scorsi dall’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno.
La notizia, che nel tardo pomeriggio di ieri è stata confermata da fonti investigative, ha agitato il mondo dello spettacolo e non solo. Il «sistema Gf» potrebbe trasformarsi in uno tsunami. L’iscrizione nel registro degli indagati di Signorini è tecnicamente considerata dagli inquirenti «un atto dovuto» per cercare di fare luce su quanto raccontato da Medugno, ex concorrente del noto reality show. Lo scorso 24 dicembre, il giovane modello ha presentato una denuncia contro Signorini per violenza sessuale ed estorsione. La denuncia è stata poi resa nota da Fabrizio Corona in una puntata di Falsissimo, il programma di gossip dell’ex agente fotografico che ha sollevato lo scandalo. È stato lo stesso Corona, nelle scorse settimane, a spiegare come si poteva diventare un concorrente del Gf. A suo dire, l’accesso al Grande fratello sarebbe stato «facilitato» dal giornalista (che è stato conduttore del reality per diverse edizioni) in cambio di «favori sessuali». A dimostrazione di ciò, Corona aveva anche mostrato vari screenshot di scambi di messaggi con alcuni ex partecipanti del Grande fratello. Dopo le accuse lanciate dall’ex paparazzo, Signorini ha presentato una denuncia da cui è scaturita un’inchiesta che vede l’ex «re dei paparazzi» indagato per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito.
Ma la vicenda non è finita qui. Signorini si è preso prima una pausa dai social, eliminando i suoi profili, e poi due giorni fa ha annunciato di «autosospendersi» da Mediaset. L’azienda ne ha preso atto. Ma da ieri il «caso» si allarga: Signorini è indagato e denunciato da un ex gieffino. Questo fascicolo è adesso affidato al pm Letizia Mannella. «Abbiamo quanto necessario per dimostrare che quella denunciata è una ricostruzione dei fatti balorda, come lo sono gli autori della denuncia», ha spiegato all’Agi l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Alfonso Signorini. «Gli autori della denuncia», ha aggiunto il legale, «sono disposti a tutto, anche a rovinare la vita delle persone, per guadagnare milioni di euro. È quella che definisco l’etica della monnezza».
Sulla vicenda è intervenuto pure l’avvocato Giuseppe Pipitella, che assieme all’avvocato Cristina Morrone assiste l’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno: «L’apertura del fascicolo di indagine a carico del conduttore televisivo Alfonso Signorini è un atto dovuto, ma questo non riduce l’importanza di questo atto e la necessità di fare chiarezza su una vicenda potenzialmente destabilizzante per buona parte del sistema mediatico italiano». «Abbiamo massima fiducia nella magistratura», ha aggiunto l’avvocato Pipitella, «che ringraziamo. Siamo contenti che l’atto dovuto sia stato messo in atto così rapidamente».
Fabrizio Corona ha subito detto la sua dopo la notizia dell’autosospensione da Mediaset di Signorini e ha sbottato in un video pubblicato sui suoi canali social: «Che strano Paese che è l’Italia: quando suona l’allarme non vanno a vedere se c’è qualcuno in casa, ma corrono a spegnere l’allarme. Vergogna! E sapete perché? Perché l’allarme sono io». «L’allarme non si spegne, tornerò a gennaio e vi dimostrerò che è vero…», ha assicurato Corona. Che ha voluto respingere al mittente le accuse di chi gli diceva che «si è inventato tutto». «Ho tante di quelle chat ancora da farvi leggere, ho tante di quelle prove, ho tanti di quei documenti che vi faranno tremare», è la «bomba» anticipata da Corona. La bufera che ha travolto Signorini e il Gf non tende a placarsi. Mentre la vicenda prosegue sul piano giudiziario, ci si interroga anche sul futuro del Grande fratello vip. Dopo la decisione del conduttore di autosospendersi, si apre ufficialmente la corsa alla successione per uno dei programmi di punta del Biscione, il cui ritorno in onda è previsto per marzo 2026. La partenza del programma non sembra al momento in discussione, si è ufficialmente aperto il toto-nomi per il nuovo conduttore.
Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero due i profili favoriti. Il primo è quello di Ilary Blasi, che rappresenterebbe un ritorno alle origini avendo lei condotto il programma con i vip dal 2016 al 2018. Il secondo nome forte è quello di Michelle Hunziker, volto di punta della rete e gradita sia al pubblico sia ai vertici. Ma la rosa dei candidati è più ampia. Dall’azienda amministrata da Piersilvio Berlusconi, però, non è arrivata al momento nessuna smentita e nessuna conferma. Alfonso Signorini, due giorni fa, attraverso i suoi legali, aveva spiegato la decisione di autosospendersi in «via cautelativa da ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset». Il gruppo di Cologno Monzese ne ha preso subito atto ribadendo il «dovere di tutelare l’integrità delle proprie attività e dei prodotti editoriali».
Alfonso, una vita in mezzo ai vip tra foto, moda, scoop e inchieste
Poliedrico è dir poco. Melomane e regista di opera lirica, raffinato uomo di lettere, ma anche re del gossip e adesso pure indagato per violenza sessuale ed estorsione. Alfonso Signorini è questo e molto altro. Nato nella periferia di Milano, nel quartiere Affori, il 7 aprile 1964. Figlio della media borghesia (papà impiegato e mamma casalinga), ha una solida formazione scolastica.
Diploma al Liceo Classico Omero, laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, diploma di pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi. Ha ottenuto anche una laurea in Filologia medievale e umanistica, con una tesi su Lorenzo Valla, filologo e umanista del 1400. Terminati gli studi inizia a insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia al liceo classico dell’Istituto Leone XIII, a Milano. Più tardi, scriverà libri apprezzati e di successo tra cui una ricca biografia di Maria Callas.
All’epoca era anche fidanzato in casa con una ragazza. Ma superati i 30 anni decide di cambiare radicalmente la propria vita e di fare coming out, senza, però, dare un peso politico alla sua omosessualità. Comincia a fare il giornalista alla Provincia di Como e poi entra in Mondadori, dove scala tutti i gradi del cursus honorum all’interno del settimanale Chi, dove diventa condirettore di Silvana Giacobini. Ma tra i due qualcosa si rompe e Signorini viene allontanato. Nel frattempo è entrato nelle grazie di Carlo Rossella, direttore di Panorama, di Piero Chiambretti (che lo ha ingaggiato, nel 2002, come ospite fisso, in veste di esperto di costume e gossip, nella sua trasmissione Chiambretti c’è) e di Lele Mora, che lo ha inserito nella sua scuderia di personaggi televisivi, uno dei suoi «talent», la sua faccia sorridente compare sul sito dell’agenzia LM Management tra Costantino Vitagliano e Daniele Interrante. Signorini scrive per Panorama e la sua consacrazione è proprio una copertina insieme a Chiambretti, entrambi vestiti da bambini (il titolo è «Rimbambini»). Signorini, da oscuro collaboratore di giornali diventa un personaggio da prima pagina. E la Mondadori decide di puntare su di lui. Pensa di affiancarlo in veste di condirettore anche a Umberto Brindani, chiamato a sostituire la Giacobini alla guida di Chi. Alla fine Signorini si deve accontentare dei gradi di vicedirettore e deve accettare di farsi cancellare dall’elenco dei «talent» di Mora.
Per un giornalista essere associato a un personaggio chiacchierato come l’ex parrucchiere di Bagnolo di Po non è un gran biglietto da visita. Ma c’è un dato che accompagna la biografia di Signorini come una costante: il suo nome torna attorno ad alcuni dei più seguiti e delicati meccanismi del mondo vip. Il primo grande snodo è Vallettopoli, l’inchiesta coordinata nel 2007 a Potenza dal pm Henry John Woodcock, che scoperchiò il sistema delle foto, dei favori e delle mediazioni attorno a personaggi pubblici, politici e dello spettacolo. In quel contesto, durante gli interrogatori dei fotografi delle agenzie di stampa, emerse anche il nome del direttore di Chi. La spiegazione fornita fotografava un ruolo centrale: Chi, infatti, secondo i fotografi era l’approdo. Signorini, chiamato in causa come direttore della testata di riferimento del gossip italiano, rispose con una linea netta e invariata nel tempo, parlando di «assoluta estraneità» e di «totale trasparenza e correttezza nello svolgimento della sua attività professionale». Vallettopoli, però, non rimase un caso isolato. Negli anni successivi, a Milano, il pm Frank Di Maio indagò su altri filoni legati al mercato delle immagini dei vip, alle foto ritirate, alle mediazioni tra fotografi, agenzie e settimanali. Gli investigatori non volevano più sapere solo dei «malamente» che provavano a ricattare i vip, ma volevano salire di livello e scoprire chi offriva loro una sponda, accettando di acquistare servizi fotografici compromettenti e di metterli in un cassetto. E cominciarono a puntare sulle figure chiave di quel mondo: i direttori delle riviste a cui tutti si rivolgevano quando c’era uno scatto sensibile o una foto che poteva danneggiare le carriere. Ma il pm si ammalò e morì, portandosi dietro i segreti di quell’inchiesta.
Ma il nome di Signorini ricomparve con il caso di Piero Marrazzo, il governatore dem del Lazio finito in una brutta storia di trans e cocaina.
Nel 2009 i titolari di un’agenzia fotografica cercarono di vendere il video in cui il politico era in compagnia della escort Natalie. Signorini, in Tribunale, spiegò che non era pubblicabile, perché «era una chiara violazione della privacy». E, così, decise di informare il suo editore. Lo stesso accadde con Silvio Sircana (allora portavoce del premier Romano Prodi immortalato mentre parla con un trans in una strada di Roma): «Informai i vertici aziendali, anche se in quel caso non era in gioco la violazione della privacy ma quella della sfera sessuale». Di quel video, spiegò Signorini, conservò «una copia nel pc», che poi consegnò ai carabinieri. Emerge una dimestichezza totale non solo con la dimensione dei vip, ma anche con i risvolti politici.
Dentro questa traiettoria, fatta di carta patinata, televisione generalista e costume, a un certo punto compare anche un racconto antagonista. È quello di Fabrizio Corona, che, con La Verità, da Dubai, dove è in vacanza, rivendica il ruolo di detonatore del caso e che, parlando di Signorini, proprio a proposito dell’inchiesta di Woodcock usa toni e parole senza mediazioni. Costruisce subito un parallelismo con il suo passato, rivendicando una differenza numerica e morale: «Io su 10.000 servizi fotografici ne ho ritirati otto in dieci anni. Lui ne avrà ritirati 500». Ma l’amarcord non è finito: «Ora è come a Potenza. All’epoca, nel mio caso, tutti i testimoni riferirono che non era un’estorsione, che le foto ritirate e non pubblicate venivano percepite come un favore, ma per i giudici era un’estorsione». E parte con un’equazione mediatica: «Prendiamo il caso Signorini: è uguale. Probabilmente molti testimoni diranno che non era violenza sessuale, ma il punto è che in cambio andavano al Grande fratello, bum, bum, bum». Poi riflette: «Qua c’è uno snodo sessuale». E aggiunge: «Lo agganci dal nulla (un aspirante, ndr), esponi il tuo potere, lo chiami, lo seduci, la butti sul sesso e poi dici: “Vuoi fare il Grande fratello?”. È il Me too italiano, l’ho detto». Corona, nel suo format Falsissimo, riconosce a Signorini di aver «fatto una carriera stratosferica». Ricordando, però, che «era seduto nell’ultimo posto a tavola, nell’angolino, a casa di Lele Mora. Me lo ricordo come se fosse ieri quando è arrivato Bobo Vieri che lo ha attaccato al muro perché faceva lo scrivano delle notiziole. Poi di colpo, attraverso una serie di cose, diventa direttore di Chi, comincia a scrivere libri e a condurre programmi, e comincia a diventare il capo della Bibbia del gossip, togliendo il posto a tutte le conduttrici». E a questo punto lo imita: «Beh, vabbeh, adoro». Un altro che ha conosciuto bene «Alfonsina la pazza» (copyright di Dagospia) è Gabriele Parpiglia, per anni braccio destro di Signorini a Chi. È Parpiglia a restituire, con parole personali, un’immagine filtrata dalla delusione. Risponde da New York: «Sto per entrare a teatro, ma in questi giorni ho dedicato ad Alfonso diversi pensieri». Uno è questo: «Se fossi ancora in rapporti con Alfonso, so che mi direbbe: “Parpi, per carità, ci mancava solo il Codacons (autore di un esposto dopo le rivelazioni di Falsissimo, ndr). Tu li conosci? Chiamali! Capisci!”. Perché in fondo è sempre stato così, la mano l’ho data continuamente io. Ma la sua, di mano, non l’ho mai trovata». Il racconto di Parpiglia si fa introspettivo e cupo: «In aereo ho fatto una gag dedicata a tutti quelli che sono riapparsi in questo periodo, desiderosi di farmi sentire il loro sostegno. Ma ora mi chiedo dov’erano quando in un anno solo ho perso Maurizio Costanzo, Bruganelli (Sonia, ex moglie di Paolo Bonolis del quale Parpiglia è stato un collaboratore, ndr) e Signorini?». Il racconto diventa ancora più crudo: «Dov’erano quando ho pensato davvero di farla finita? Dov’erano quando anche mia madre si è ridotta a mandare una mail a Signorini perché mi vedeva colpito sia nella mente che nel fisico, mentre annaspavo? Secondo voi il Sommo (Signorini, ndr) ha risposto a mia madre? Manco per idea e solo per questo non lo perdonerò mai e non proverò nemmeno pena». Il giudizio finale è netto, personale, senza appello: «Alfonso ha perso e sta male. Lo conosco. Non lotta, perché lui in guerra sarebbe l’ultimo dei soldati che si farebbe sparare. Preferirebbe nascondersi dietro un collega per sacrificarlo al posto suo». E conclude: «Gli mancherà la lucina rossa (quella della regia televisiva, ndr). Pazienza. Il mondo va avanti».
E anche le inchieste.
Si apre uno scorcio anche sul Me too gay?
Ieri è stata una grande giornata per il mondo arcobaleno: può finalmente dire di avere raggiunto la piena eguaglianza di diritti con gli eterosessuali. Tutto grazie alla vicenda che coinvolge, suo malgrado, Alfonso Signorini, indagato dalla Procura di Milano per estorsione e violenza sessuale.
Anche l’universo Lgbt, con qualche anno di ritardo, colma dunque una lacuna: ha il suo Me too, il suo scandalo catodico-sessuale a base di molestie. Il primo a spingere su questo tema è stato il gran maestro di cerimonie di questo grottesco circo del pettegolezzo esondato nelle aule di giustizia, ovvero Fabrizio Corona. Nel suo podcast Falsissimo ha indossato le vesti del giustiziere delle notti brave e ha sventolato sotto il naso degli italiani (che a milioni si sono avventati sul banchetto) risme di carta contenenti i messaggini inviati da Signorini medesimo ad alcuni giovanotti gonfi di muscoli e ambizioni. Più o meno si tratta dei peccati di cui fu chiesto conto ad Harvey Weinstein, il potentissimo produttore hollywoodiano che pretendeva qualche gentilezza a sfondo sessuale per favorire la carriera di questa o quella aspirante diva.
Qui, ovviamente, è tutto in tono minore e leggermente più pecoreccio. Parliamo di bellimbusti ossessionati dalla famosità e pronti a tutto pur di arrivare alla agognata meta, cioè la vetrina del Grande fratello. Ecco l’accusa terribile: Signorini offriva un viatico per la fugace e tristanzuola gloria del reality, ma solo a chi si mostrava generoso con lui. Molto generoso. A quanto pare, qualcuno ha ceduto alle lusinghe della fama e alle voglie dell’imperatore Alfonso, eterosessuali compresi. E qui precipitiamo di nuovo nel profondo interrogativo già spalancato da Weinstein: si tratta di violenze sessuali vere e proprie, cose anche solo vagamente paragonabili agli stupri?
Si tratta realmente di vessazioni intollerabili ai danni di povere vittime del poteraccio di turno? A essere un po’ cinici, viene da pensare che qui diritti, dignità e altre parolone simili c’entrino poco. Sono, piuttosto, un bel vestito con cui agghindare un gustosissimo caso di guardonismo per le masse, uno spettacolo che Corona ha allestito con la perizia di un guru e la crudeltà di un gladiatore romano. Insomma, entrare al Grande Fratello non è mica un diritto umano o un obbligo sanitario. Se qualcuno per esibirsi in quella casa arriva al punto di offrire le proprie grazie, si potrebbe anche pensare che la pena stia nella colpa.
È il violento mercato della celebrità, la legge terribile del successo mondano. Per enormi obiettivi ci si vende l’anima, per più basse aspettative bastano i lombi. D’altra parte, però, non si può trascurare l’ipocrisia sanguinolenta del piccolo schermo, dentro cui si fanno dei gran discorsi e si tessono arazzi di morale, mentre nel privato ci si dedica a ben altre attività in costume da infermiera (già, nemmeno questo ci è stato risparmiato, tra le varie immagini di Signorini sventolate da Corona).
Starà ovviamente ai giudici stabilire se si tratti davvero di violenze e pesanti reati o solo della antichissima storia del potente che fa il potente e dei cacciatori di celebrità che fanno tutto il resto, anche l’indicibile, per saziare la fame che li divora. A noi non resta che stare a guardare, e raccontare quel che accadrà, apprezzando la mortifera ironia della sorte: nel Grande Fratello si esibisce l’intimità a ogni livello, e forse è persino giusto che proprio da quel feticcio televisivo parta la miccia di una deflagrazione basata sullo sputtanamento totale, sul disvelamento di ogni sporco segreto. Siamo nel Me too arcobaleno, anche se dentro ci sono pure volenterosi eterosessuali, e sembra di stare in un romanzo di James Ellroy, una versione con pummarola di American Tabloid, fra paparazzi spietati e celebrità piccine che si divorano a vicenda. Corona fa il regista, è l’Howard Hughes che ci meritiamo, pronto a illuminare ogni luogo oscuro con le sue telecamere e macchine fotografiche.
Non lo dimentichiamo: la crociata puritana del Me too si è conclusa molto male, con pochi condannati e troppi linciati, e una scorpacciata di voyeurismo per il mondo intero. Ci auguriamo solo che l’orgia spionistica non si ripeta nello stesso modo, e notiamo che stavolta la stampa è stata più reticente del solito. Non ci sono le indignazioni e le plateali lamentazioni sentite in occasione della precedente buriana scopereccia, chissà perché. In compenso c’è il medesimo filo conduttore, che non è il sesso bensì il potere. Del corpo, amara realtà, si fa gran commercio. E la denuncia delle molestie - di questo tipo di molestie - serve a terremotare equilibri e a triturare i nemici. Molte arrampicatrici fecero strada sgominando i maschi con il me too originale.
La cannonata sparata a Signorini è come uno tsunami nel brillante universo parallelo della tv e nei corridoi di Mediaset. Non sesso, potere. Beati gli uomini saggi che sapranno evitare di mescolarli.
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Terremoto a Mediaset: Alfonso Signorini, che si era appena sospeso dalla tv, è indagato per violenza sessuale ed estorsione dopo la denuncia di un ex concorrente del «Grande fratello». Per la Procura è un atto dovuto. La difesa: «Accuse irreali di balordi». A sollevare il caso era stato Fabrizio Corona (a sua volta sotto indagine per revenge porn), che ha pubblicato una serie di chat esplicite. È il Me too del mondo gay?Lo speciale contiene tre articoliNon si arresta la bufera che sta travolgendo Alfonso Signorini. Il giornalista e conduttore televisivo è indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale ed estorsione sulla base di un esposto presentato nei giorni scorsi dall’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno. La notizia, che nel tardo pomeriggio di ieri è stata confermata da fonti investigative, ha agitato il mondo dello spettacolo e non solo. Il «sistema Gf» potrebbe trasformarsi in uno tsunami. L’iscrizione nel registro degli indagati di Signorini è tecnicamente considerata dagli inquirenti «un atto dovuto» per cercare di fare luce su quanto raccontato da Medugno, ex concorrente del noto reality show. Lo scorso 24 dicembre, il giovane modello ha presentato una denuncia contro Signorini per violenza sessuale ed estorsione. La denuncia è stata poi resa nota da Fabrizio Corona in una puntata di Falsissimo, il programma di gossip dell’ex agente fotografico che ha sollevato lo scandalo. È stato lo stesso Corona, nelle scorse settimane, a spiegare come si poteva diventare un concorrente del Gf. A suo dire, l’accesso al Grande fratello sarebbe stato «facilitato» dal giornalista (che è stato conduttore del reality per diverse edizioni) in cambio di «favori sessuali». A dimostrazione di ciò, Corona aveva anche mostrato vari screenshot di scambi di messaggi con alcuni ex partecipanti del Grande fratello. Dopo le accuse lanciate dall’ex paparazzo, Signorini ha presentato una denuncia da cui è scaturita un’inchiesta che vede l’ex «re dei paparazzi» indagato per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito. Ma la vicenda non è finita qui. Signorini si è preso prima una pausa dai social, eliminando i suoi profili, e poi due giorni fa ha annunciato di «autosospendersi» da Mediaset. L’azienda ne ha preso atto. Ma da ieri il «caso» si allarga: Signorini è indagato e denunciato da un ex gieffino. Questo fascicolo è adesso affidato al pm Letizia Mannella. «Abbiamo quanto necessario per dimostrare che quella denunciata è una ricostruzione dei fatti balorda, come lo sono gli autori della denuncia», ha spiegato all’Agi l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Alfonso Signorini. «Gli autori della denuncia», ha aggiunto il legale, «sono disposti a tutto, anche a rovinare la vita delle persone, per guadagnare milioni di euro. È quella che definisco l’etica della monnezza». Sulla vicenda è intervenuto pure l’avvocato Giuseppe Pipitella, che assieme all’avvocato Cristina Morrone assiste l’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno: «L’apertura del fascicolo di indagine a carico del conduttore televisivo Alfonso Signorini è un atto dovuto, ma questo non riduce l’importanza di questo atto e la necessità di fare chiarezza su una vicenda potenzialmente destabilizzante per buona parte del sistema mediatico italiano». «Abbiamo massima fiducia nella magistratura», ha aggiunto l’avvocato Pipitella, «che ringraziamo. Siamo contenti che l’atto dovuto sia stato messo in atto così rapidamente». Fabrizio Corona ha subito detto la sua dopo la notizia dell’autosospensione da Mediaset di Signorini e ha sbottato in un video pubblicato sui suoi canali social: «Che strano Paese che è l’Italia: quando suona l’allarme non vanno a vedere se c’è qualcuno in casa, ma corrono a spegnere l’allarme. Vergogna! E sapete perché? Perché l’allarme sono io». «L’allarme non si spegne, tornerò a gennaio e vi dimostrerò che è vero…», ha assicurato Corona. Che ha voluto respingere al mittente le accuse di chi gli diceva che «si è inventato tutto». «Ho tante di quelle chat ancora da farvi leggere, ho tante di quelle prove, ho tanti di quei documenti che vi faranno tremare», è la «bomba» anticipata da Corona. La bufera che ha travolto Signorini e il Gf non tende a placarsi. Mentre la vicenda prosegue sul piano giudiziario, ci si interroga anche sul futuro del Grande fratello vip. Dopo la decisione del conduttore di autosospendersi, si apre ufficialmente la corsa alla successione per uno dei programmi di punta del Biscione, il cui ritorno in onda è previsto per marzo 2026. La partenza del programma non sembra al momento in discussione, si è ufficialmente aperto il toto-nomi per il nuovo conduttore. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero due i profili favoriti. Il primo è quello di Ilary Blasi, che rappresenterebbe un ritorno alle origini avendo lei condotto il programma con i vip dal 2016 al 2018. Il secondo nome forte è quello di Michelle Hunziker, volto di punta della rete e gradita sia al pubblico sia ai vertici. Ma la rosa dei candidati è più ampia. Dall’azienda amministrata da Piersilvio Berlusconi, però, non è arrivata al momento nessuna smentita e nessuna conferma. Alfonso Signorini, due giorni fa, attraverso i suoi legali, aveva spiegato la decisione di autosospendersi in «via cautelativa da ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset». 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Figlio della media borghesia (papà impiegato e mamma casalinga), ha una solida formazione scolastica.Diploma al Liceo Classico Omero, laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, diploma di pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi. Ha ottenuto anche una laurea in Filologia medievale e umanistica, con una tesi su Lorenzo Valla, filologo e umanista del 1400. Terminati gli studi inizia a insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia al liceo classico dell’Istituto Leone XIII, a Milano. Più tardi, scriverà libri apprezzati e di successo tra cui una ricca biografia di Maria Callas.All’epoca era anche fidanzato in casa con una ragazza. Ma superati i 30 anni decide di cambiare radicalmente la propria vita e di fare coming out, senza, però, dare un peso politico alla sua omosessualità. Comincia a fare il giornalista alla Provincia di Como e poi entra in Mondadori, dove scala tutti i gradi del cursus honorum all’interno del settimanale Chi, dove diventa condirettore di Silvana Giacobini. Ma tra i due qualcosa si rompe e Signorini viene allontanato. Nel frattempo è entrato nelle grazie di Carlo Rossella, direttore di Panorama, di Piero Chiambretti (che lo ha ingaggiato, nel 2002, come ospite fisso, in veste di esperto di costume e gossip, nella sua trasmissione Chiambretti c’è) e di Lele Mora, che lo ha inserito nella sua scuderia di personaggi televisivi, uno dei suoi «talent», la sua faccia sorridente compare sul sito dell’agenzia LM Management tra Costantino Vitagliano e Daniele Interrante. Signorini scrive per Panorama e la sua consacrazione è proprio una copertina insieme a Chiambretti, entrambi vestiti da bambini (il titolo è «Rimbambini»). Signorini, da oscuro collaboratore di giornali diventa un personaggio da prima pagina. E la Mondadori decide di puntare su di lui. Pensa di affiancarlo in veste di condirettore anche a Umberto Brindani, chiamato a sostituire la Giacobini alla guida di Chi. Alla fine Signorini si deve accontentare dei gradi di vicedirettore e deve accettare di farsi cancellare dall’elenco dei «talent» di Mora.Per un giornalista essere associato a un personaggio chiacchierato come l’ex parrucchiere di Bagnolo di Po non è un gran biglietto da visita. Ma c’è un dato che accompagna la biografia di Signorini come una costante: il suo nome torna attorno ad alcuni dei più seguiti e delicati meccanismi del mondo vip. Il primo grande snodo è Vallettopoli, l’inchiesta coordinata nel 2007 a Potenza dal pm Henry John Woodcock, che scoperchiò il sistema delle foto, dei favori e delle mediazioni attorno a personaggi pubblici, politici e dello spettacolo. In quel contesto, durante gli interrogatori dei fotografi delle agenzie di stampa, emerse anche il nome del direttore di Chi. La spiegazione fornita fotografava un ruolo centrale: Chi, infatti, secondo i fotografi era l’approdo. Signorini, chiamato in causa come direttore della testata di riferimento del gossip italiano, rispose con una linea netta e invariata nel tempo, parlando di «assoluta estraneità» e di «totale trasparenza e correttezza nello svolgimento della sua attività professionale». Vallettopoli, però, non rimase un caso isolato. Negli anni successivi, a Milano, il pm Frank Di Maio indagò su altri filoni legati al mercato delle immagini dei vip, alle foto ritirate, alle mediazioni tra fotografi, agenzie e settimanali. Gli investigatori non volevano più sapere solo dei «malamente» che provavano a ricattare i vip, ma volevano salire di livello e scoprire chi offriva loro una sponda, accettando di acquistare servizi fotografici compromettenti e di metterli in un cassetto. E cominciarono a puntare sulle figure chiave di quel mondo: i direttori delle riviste a cui tutti si rivolgevano quando c’era uno scatto sensibile o una foto che poteva danneggiare le carriere. Ma il pm si ammalò e morì, portandosi dietro i segreti di quell’inchiesta.Ma il nome di Signorini ricomparve con il caso di Piero Marrazzo, il governatore dem del Lazio finito in una brutta storia di trans e cocaina.Nel 2009 i titolari di un’agenzia fotografica cercarono di vendere il video in cui il politico era in compagnia della escort Natalie. Signorini, in Tribunale, spiegò che non era pubblicabile, perché «era una chiara violazione della privacy». E, così, decise di informare il suo editore. Lo stesso accadde con Silvio Sircana (allora portavoce del premier Romano Prodi immortalato mentre parla con un trans in una strada di Roma): «Informai i vertici aziendali, anche se in quel caso non era in gioco la violazione della privacy ma quella della sfera sessuale». Di quel video, spiegò Signorini, conservò «una copia nel pc», che poi consegnò ai carabinieri. Emerge una dimestichezza totale non solo con la dimensione dei vip, ma anche con i risvolti politici.Dentro questa traiettoria, fatta di carta patinata, televisione generalista e costume, a un certo punto compare anche un racconto antagonista. È quello di Fabrizio Corona, che, con La Verità, da Dubai, dove è in vacanza, rivendica il ruolo di detonatore del caso e che, parlando di Signorini, proprio a proposito dell’inchiesta di Woodcock usa toni e parole senza mediazioni. Costruisce subito un parallelismo con il suo passato, rivendicando una differenza numerica e morale: «Io su 10.000 servizi fotografici ne ho ritirati otto in dieci anni. Lui ne avrà ritirati 500». Ma l’amarcord non è finito: «Ora è come a Potenza. All’epoca, nel mio caso, tutti i testimoni riferirono che non era un’estorsione, che le foto ritirate e non pubblicate venivano percepite come un favore, ma per i giudici era un’estorsione». E parte con un’equazione mediatica: «Prendiamo il caso Signorini: è uguale. Probabilmente molti testimoni diranno che non era violenza sessuale, ma il punto è che in cambio andavano al Grande fratello, bum, bum, bum». Poi riflette: «Qua c’è uno snodo sessuale». E aggiunge: «Lo agganci dal nulla (un aspirante, ndr), esponi il tuo potere, lo chiami, lo seduci, la butti sul sesso e poi dici: “Vuoi fare il Grande fratello?”. È il Me too italiano, l’ho detto». Corona, nel suo format Falsissimo, riconosce a Signorini di aver «fatto una carriera stratosferica». Ricordando, però, che «era seduto nell’ultimo posto a tavola, nell’angolino, a casa di Lele Mora. Me lo ricordo come se fosse ieri quando è arrivato Bobo Vieri che lo ha attaccato al muro perché faceva lo scrivano delle notiziole. Poi di colpo, attraverso una serie di cose, diventa direttore di Chi, comincia a scrivere libri e a condurre programmi, e comincia a diventare il capo della Bibbia del gossip, togliendo il posto a tutte le conduttrici». E a questo punto lo imita: «Beh, vabbeh, adoro». Un altro che ha conosciuto bene «Alfonsina la pazza» (copyright di Dagospia) è Gabriele Parpiglia, per anni braccio destro di Signorini a Chi. È Parpiglia a restituire, con parole personali, un’immagine filtrata dalla delusione. Risponde da New York: «Sto per entrare a teatro, ma in questi giorni ho dedicato ad Alfonso diversi pensieri». Uno è questo: «Se fossi ancora in rapporti con Alfonso, so che mi direbbe: “Parpi, per carità, ci mancava solo il Codacons (autore di un esposto dopo le rivelazioni di Falsissimo, ndr). Tu li conosci? Chiamali! Capisci!”. Perché in fondo è sempre stato così, la mano l’ho data continuamente io. Ma la sua, di mano, non l’ho mai trovata». Il racconto di Parpiglia si fa introspettivo e cupo: «In aereo ho fatto una gag dedicata a tutti quelli che sono riapparsi in questo periodo, desiderosi di farmi sentire il loro sostegno. Ma ora mi chiedo dov’erano quando in un anno solo ho perso Maurizio Costanzo, Bruganelli (Sonia, ex moglie di Paolo Bonolis del quale Parpiglia è stato un collaboratore, ndr) e Signorini?». Il racconto diventa ancora più crudo: «Dov’erano quando ho pensato davvero di farla finita? Dov’erano quando anche mia madre si è ridotta a mandare una mail a Signorini perché mi vedeva colpito sia nella mente che nel fisico, mentre annaspavo? Secondo voi il Sommo (Signorini, ndr) ha risposto a mia madre? Manco per idea e solo per questo non lo perdonerò mai e non proverò nemmeno pena». Il giudizio finale è netto, personale, senza appello: «Alfonso ha perso e sta male. Lo conosco. Non lotta, perché lui in guerra sarebbe l’ultimo dei soldati che si farebbe sparare. Preferirebbe nascondersi dietro un collega per sacrificarlo al posto suo». E conclude: «Gli mancherà la lucina rossa (quella della regia televisiva, ndr). Pazienza. Il mondo va avanti».E anche le inchieste. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/signorini-finisce-indagato-violenza-sessuale-2674838324.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="si-apre-uno-scorcio-anche-sul-me-too-gay" data-post-id="2674838324" data-published-at="1767136793" data-use-pagination="False"> Si apre uno scorcio anche sul Me too gay? Ieri è stata una grande giornata per il mondo arcobaleno: può finalmente dire di avere raggiunto la piena eguaglianza di diritti con gli eterosessuali. Tutto grazie alla vicenda che coinvolge, suo malgrado, Alfonso Signorini, indagato dalla Procura di Milano per estorsione e violenza sessuale.Anche l’universo Lgbt, con qualche anno di ritardo, colma dunque una lacuna: ha il suo Me too, il suo scandalo catodico-sessuale a base di molestie. Il primo a spingere su questo tema è stato il gran maestro di cerimonie di questo grottesco circo del pettegolezzo esondato nelle aule di giustizia, ovvero Fabrizio Corona. Nel suo podcast Falsissimo ha indossato le vesti del giustiziere delle notti brave e ha sventolato sotto il naso degli italiani (che a milioni si sono avventati sul banchetto) risme di carta contenenti i messaggini inviati da Signorini medesimo ad alcuni giovanotti gonfi di muscoli e ambizioni. Più o meno si tratta dei peccati di cui fu chiesto conto ad Harvey Weinstein, il potentissimo produttore hollywoodiano che pretendeva qualche gentilezza a sfondo sessuale per favorire la carriera di questa o quella aspirante diva.Qui, ovviamente, è tutto in tono minore e leggermente più pecoreccio. Parliamo di bellimbusti ossessionati dalla famosità e pronti a tutto pur di arrivare alla agognata meta, cioè la vetrina del Grande fratello. Ecco l’accusa terribile: Signorini offriva un viatico per la fugace e tristanzuola gloria del reality, ma solo a chi si mostrava generoso con lui. Molto generoso. A quanto pare, qualcuno ha ceduto alle lusinghe della fama e alle voglie dell’imperatore Alfonso, eterosessuali compresi. E qui precipitiamo di nuovo nel profondo interrogativo già spalancato da Weinstein: si tratta di violenze sessuali vere e proprie, cose anche solo vagamente paragonabili agli stupri?Si tratta realmente di vessazioni intollerabili ai danni di povere vittime del poteraccio di turno? A essere un po’ cinici, viene da pensare che qui diritti, dignità e altre parolone simili c’entrino poco. Sono, piuttosto, un bel vestito con cui agghindare un gustosissimo caso di guardonismo per le masse, uno spettacolo che Corona ha allestito con la perizia di un guru e la crudeltà di un gladiatore romano. Insomma, entrare al Grande Fratello non è mica un diritto umano o un obbligo sanitario. Se qualcuno per esibirsi in quella casa arriva al punto di offrire le proprie grazie, si potrebbe anche pensare che la pena stia nella colpa.È il violento mercato della celebrità, la legge terribile del successo mondano. Per enormi obiettivi ci si vende l’anima, per più basse aspettative bastano i lombi. D’altra parte, però, non si può trascurare l’ipocrisia sanguinolenta del piccolo schermo, dentro cui si fanno dei gran discorsi e si tessono arazzi di morale, mentre nel privato ci si dedica a ben altre attività in costume da infermiera (già, nemmeno questo ci è stato risparmiato, tra le varie immagini di Signorini sventolate da Corona).Starà ovviamente ai giudici stabilire se si tratti davvero di violenze e pesanti reati o solo della antichissima storia del potente che fa il potente e dei cacciatori di celebrità che fanno tutto il resto, anche l’indicibile, per saziare la fame che li divora. A noi non resta che stare a guardare, e raccontare quel che accadrà, apprezzando la mortifera ironia della sorte: nel Grande Fratello si esibisce l’intimità a ogni livello, e forse è persino giusto che proprio da quel feticcio televisivo parta la miccia di una deflagrazione basata sullo sputtanamento totale, sul disvelamento di ogni sporco segreto. Siamo nel Me too arcobaleno, anche se dentro ci sono pure volenterosi eterosessuali, e sembra di stare in un romanzo di James Ellroy, una versione con pummarola di American Tabloid, fra paparazzi spietati e celebrità piccine che si divorano a vicenda. Corona fa il regista, è l’Howard Hughes che ci meritiamo, pronto a illuminare ogni luogo oscuro con le sue telecamere e macchine fotografiche.Non lo dimentichiamo: la crociata puritana del Me too si è conclusa molto male, con pochi condannati e troppi linciati, e una scorpacciata di voyeurismo per il mondo intero. Ci auguriamo solo che l’orgia spionistica non si ripeta nello stesso modo, e notiamo che stavolta la stampa è stata più reticente del solito. Non ci sono le indignazioni e le plateali lamentazioni sentite in occasione della precedente buriana scopereccia, chissà perché. In compenso c’è il medesimo filo conduttore, che non è il sesso bensì il potere. Del corpo, amara realtà, si fa gran commercio. E la denuncia delle molestie - di questo tipo di molestie - serve a terremotare equilibri e a triturare i nemici. Molte arrampicatrici fecero strada sgominando i maschi con il me too originale.La cannonata sparata a Signorini è come uno tsunami nel brillante universo parallelo della tv e nei corridoi di Mediaset. Non sesso, potere. Beati gli uomini saggi che sapranno evitare di mescolarli.
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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