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2024-05-27
Divorzio, i costi sociali dimenticati
«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile.
Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe.
Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%.
Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore.
Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.
Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.
Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.
Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali».
Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. Tanto paga Pantalone.
«Si tacciono i disastri per evitare l’accusa di avversare i diritti»
Non sono purtroppo molti in Italia i legali che, pur conoscendole bene, hanno il coraggio di denunciare criticità, storture e soprattutto conseguenze del divorzio. Tra quei pochi c’è però senza dubbio Massimiliano Fiorin. Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato.
Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio?
«Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze».
Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce?
«Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo».
Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai?
«Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire».
Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi?
«La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi».
Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia?
«Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati».
Così film e giornali scesero in campo
Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore.
La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc.
Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori.
Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
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La fine di un matrimonio ha conseguenze disastrose per le finanze e per la salute fisica e psicologica dei figli e degli ex sposi. Tra le donne, le vittime di violenza sono soprattutto le single e le separate.L’avvocato Massimiliano Fiorin: «I miei colleghi non parlano volentieri di quello che vedono. I giovani non hanno più fiducia nella vita coniugale».Le pellicole di Germi e dei Taviani mettevano in luce le ingiustizie del codice penale. Settimanali di gran tiratura pubblicavano «lettere di separati» e lanciavano sondaggi.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile. Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe. Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%. Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore. Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali». Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. 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Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato. Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio? «Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze». Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce? «Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo». Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai? «Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire». Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi? «La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi». Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia? «Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/divorzio-i-costi-sociali-dimenticati-2668384516.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-film-e-giornali-scesero-in-campo" data-post-id="2668384516" data-published-at="1716804941" data-use-pagination="False"> Così film e giornali scesero in campo Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore. La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc. Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori. Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
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In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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Nel riquadro, il manifesto affisso all'interno della Stazione Centrale di Milano (IStock)
A denunciare il fatto per primo, Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale «Sì Riforma». «Dal fronte del No continuano a fioccare falsità plateali», accusa. Poi spiega: «Un’associazione che si proclama paladina della Costituzione non può fondare la propria campagna su paure inventate. Così facendo, l’Anm arreca un danno grave all’articolo 48 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a votare in modo libero e consapevole, non sotto il ricatto della falsa propaganda. Il confronto politico è legittimo. La manipolazione no». Una vera e propria fake news che non supererebbe alcun fact checking, di quelli che tanto piacciono alla sinistra. Non le manda a dire, come è giusto che faccia il promotore del Sì, ma a indignarsi sono in moltissimi. Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè si tratta della «madre di tutte le menzogne». Critiche che arrivano anche dalle opposizioni: «Onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi», commenta Luigi Marattin, deputato e segretario del Partito liberaldemocratico.
Per l’ex magistrato di Mani pulite ed ex guardasigilli Antonio Di Pietro, si possono «capire i colpi bassi che la propaganda politica ci riversa ogni giorno per far passare per valide le proprie idee. Ma che anche i magistrati si mettano a raccontare bugie pur di inoculare nei cittadini elettori l’errata convinzione che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere metterebbe i magistrati sotto il controllo politico è di ben altra gravità. È molto più ingannevole, perché l’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai». Severo Di Pietro, ma innesca un ragionamento cruciale: possibile che chi ci giudica menta?
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane, ha spiegato che «l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto. Parlare di giudici assoggettati alla politica significa fingere di ignorare il testo di riforma costituzionale, sperando che lo facciano anche i cittadini». E infine chiosa: «Ci si presenta come tecnici, ma si agisce da politicanti. Ci si invoca come garanti, ma si utilizzano slogan che deformano la realtà. Non è informazione, è un uso improprio dell’autorevolezza istituzionale».
Impacciata la risposta del Comitato del No: «Da Zanon lettura fuorviante della nostra campagna», commenta il presidente onorario del Comitato referendario «Giusto dire No» Enrico Grosso, che insiste: «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto».
Senza pudore Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile: «Le reazioni dei Comitati per il Sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Mezzi e mezzucci, mentre prosegue il vero piano per compromettere una riforma fortemente voluta dagli italiani. Non si è ancora chiusa la quadra, infatti, sulla data del voto. L’ultima decisione spetta al capo dello Stato, ma il sospetto sollevato da Alessandro Sallusti su queste colonne è legittimo e centrato. Far slittare il voto significa soprattutto indirizzare la rielezione del Csm, perché se la riforma dovesse entrare in vigore troppo a ridosso del rinnovo dei componenti del Consiglio, questi potrebbero essere legittimati a chiedere che si voti con le vecchie regole (quelle legate alle correnti per intenderci) assicurando un altro giro di boa alle solite toghe politicizzate. Quelle vere però.
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Donald Trump (Ansa)
Il tycoon ha fatto di più accettando il neologismo «Donroe», creato dal New York Post, che aveva inserito la D come firma dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump ha citato questa dottrina anche nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il documento programmatico che comunica le priorità di politica estera e di sicurezza di Washington rivedendola con l’aggiunta di un corollario Trump. Nella sua idea, il presidente statunitense considera tutta la regione come un’estensione della propria nazione ed è così autorizzato a colpire chiunque. Il Venezuela è il primo atto di questa politica, fortemente appoggiata anche dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che non ha mai nascosto le sue attenzioni verso il Centroamerica e il Sudamerica, tanto che il Washington Post lo ha già definito come il nuovo viceré del Venezuela. L’operazione vista a Caracas è stato l’atto più eclatante, ma durante l’anno non erano mancati i segni di questo nuovo passo in politica estera. A fine 2024 e inizio 2025 Donald Trump aveva dichiarato più volte che gli Stati Uniti avevano la necessità di riprendere il controllo del Canale di Panama prima che finisse in cattive mani, intendendo ovviamente quelle di Pechino. Questa vitale arteria rimane estremamente interessante per l’amministrazione americana, che da tempo accusa Panama di applicare tariffe eccessive alle navi statunitensi, ribadendo l’importanza di averne un controllo diretto.
Ma l’attenzione trumpiana si è rivolta soprattutto a Cuba e alla Colombia, assoluti protagonisti degli strali del presidente americano. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, definito come un uomo malato a cui piace fabbricare cocaina e spedirla negli Stati Uniti, è stato minacciato di guardarsi alle spalle perché il suo comportamento non sarebbe più stato tollerabile. Il leader di Bogotà aveva inviato truppe al confine con Caracas, temendo un’escalation e aveva richiesto un’immediata riunione dell’Organizzazione degli Stati americani per stabilire la legittimità dell’aggressione ai danni del Venezuela. Gustavo Petro ha un passato da guerrigliero con il gruppo socialista e bolivariano M19 e si è detto pronto a riprendere la armi per difendere la Colombia e rispondere alle minacce di un’operazione militare statunitense. «Non sono un narcotrafficante», ha dichiarato Petro, «e non sono un presidente illegittimo. Ho una grande fiducia nel popolo colombiano a cui ho chiesto di difendermi. L’ordine al nostro esercito non è sparare al popolo, ma all’invasore».
Uno scontro totale quello con Bogotà, addirittura più forte di quello con Cuba, storica antagonista di Washington nel Mar dei Caraibi. Donald Trump ha dichiarato che non sarà necessario intervenire a Cuba, perché vista la sua situazione economica il regime cadrà da solo, non potendo più contare sui flussi finanziari e sul petrolio provenienti da Caracas. La minaccia più esplicita a L’Havana è però arrivata da Marco Rubio, che ha detto che il presidente Miguel Díaz-Canel è in un mare di guai, dato che spalleggiava Maduro e gli aveva inviato le guardie del corpo. Díaz-Canel, parlando in piazza della Rivoluzione, aveva definito criminale l’aggressione al Venezuela, parlando di terrorismo di Stato e inaccettabile attacco imperialista. Trump non ha tralasciato nemmeno il Messico, in questa sua panoramica latinoamericana. Nonostante l’utilizzo di toni sempre concilianti e lusinghieri riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita una persona fantastica, il tycoon ha ammonito la nazione confinante di darsi una regolata sul fronte del narcotraffico. «Ci piacerebbe molto che il Messico facesse qualcosa, visto che la droga negli Usa arriva proprio da lì», ha sottolineato il presidente statunitense, «siamo convinti che siano in grado di farlo, ma i cartelli sono molto forti. Ho offerto più volte alla presidente Sheinbaum supporto militare, ma fino a oggi ha sempre rifiutato il nostro aiuto».
Tralasciando il cosiddetto cortile di casa, l’uomo forte di Washington ha minacciato anche l’Iran ammonendo la Repubblica islamica che nel caso di vittime fra i manifestanti che protestano per il carovita, l’America sarebbe subito intervenuta. Il Dipartimenti di Stato ha anche pubblicato sul suo sito un avvertimento in lingua farsi diretto agli Ayatollah di evitare di fare giochetti con Trump, un uomo d’azione, facendo un chiaro riferimento a ciò che è appena accaduto a Nicolás Maduro, stretto alleato di Teheran. Un autentico terremoto agli equilibri globali firmato The Donald.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Quando per prima cosa, appena ritornato alla Casa Bianca, Trump decise di «espropriare» il Canale di Panama, strappandone il controllo al gruppo cinese che lo gestiva, fu un gesto di forza che anticipava le linee guida del suo mandato. Se si analizzano le mosse che ha compiuto dopo il suo insediamento, si comprende qual è l’obiettivo del presidente Usa: ridurre la dipendenza del mondo da Pechino e aumentare la dipendenza dall’America. Togliere ai cinesi il controllo della porta d’ingresso commerciale è stata la decisione più importante, a cui ha fatto seguito l’intervento contro TikTok, il social network che per contatti ha scavalcato Meta. Anche l’apertura nei confronti di Putin per raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina, fa parte della strategia per imporre un nuovo ordine mondiale. Raggiungere una tregua, anche a costo di sacrificare la sovranità di Kiev, serve a consentire di ripristinare i rapporti con la Russia, riducendo la dipendenza di Mosca dai cinesi. E, a pensarci bene, anche le minacce contro l’Iran hanno come nodo centrale il gigante asiatico, che di Teheran è fornitore per quanto riguarda la tecnologia ma è anche cliente, per l’acquisto del petrolio necessario a tenere in piedi l’industria cinese.
Tuttavia, la mossa che più aiuta a comprendere la filosofia americana è forse l’intervento in Venezuela. Caracas rischiava di diventare la stazione di rifornimento delle imprese di Pechino che, pur essendo all’avanguardia nella produzione di turbine eoliche e pannelli solari, continua ad alimentarsi con fonti fossili, tanto da essere uno dei Paesi che nel mondo ha le più alte emissioni di CO2. Xi Jinping compra petrolio e gas dalla Russia, dall’Iran e dal Venezuela e chiudere i rubinetti significa togliere energia al più grande concorrente degli Stati Uniti. Senza il combustibile necessario a far viaggiare la macchina, la fuoriserie cinese rischia di fermarsi, anche se le sue vetture sono alimentate da una batteria elettrica. Così come è importante mettere le mani sui giacimenti petroliferi del Venezuela, è indispensabile garantirsi le forniture di materie prime, soprattutto di quelle terre rare imprescindibili per assicurarsi il predominio nelle nuove tecnologie. Dunque, dopo Caracas ecco che nel mirino di Trump finisce la Groenlandia. La grande isola danese è uno dei territori più promettenti per l’estrazione delle cosiddette terre rare, ovvero di quei metalli che servono per la produzione di microchip, batterie e mezzi per la difesa. Oggi la Cina ha quasi il monopolio nell’estrazione e nell’impiego di questi materiali, ma secondo uno studio la Groenlandia possiede più di 40 dei 50 minerali che gli Stati Uniti hanno classificato come essenziali per la sicurezza nazionale e la stabilità economica. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, nel sottosuolo dell’isola si troverebbe il 18 per cento delle riserve globali di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, all’incirca il 25 per cento della domanda globale. Gli aerei e i droni militari, i motori elettrici, gli schermi piatti e le apparecchiature mediche: tutta la moderna tecnologia, per funzionare, ha bisogno di questi materiali e il fatto che il controllo dell’estrazione e la lavorazione siano nelle mani della Cina non promette nulla di buono per l’America, ma nemmeno per l’Europa.
Ieri Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario Ue, si è accorto che di fronte a un cambiamento mondiale l’Unione balbetta. Beh, benvenuto nel mondo reale e non in quello artificiale di Bruxelles, fatto di regole inutili e di transizioni che portano alla distruzione dell’industria. Se l’Europa esistesse, invece che alla Bulgaria avrebbe aperto le porte alla Groenlandia, investendo nei suoi immensi giacimenti e anche oggi, al posto di preoccuparsi per il milione e mezzo di abitanti del Kosovo, si darebbe da fare per i 55.000 nativi groenlandesi. Ma, appunto, vorrebbe dire che ha smesso di balbettare.
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