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2024-05-27
Divorzio, i costi sociali dimenticati
«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile.
Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe.
Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%.
Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore.
Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.
Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.
Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.
Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali».
Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. Tanto paga Pantalone.
«Si tacciono i disastri per evitare l’accusa di avversare i diritti»
Non sono purtroppo molti in Italia i legali che, pur conoscendole bene, hanno il coraggio di denunciare criticità, storture e soprattutto conseguenze del divorzio. Tra quei pochi c’è però senza dubbio Massimiliano Fiorin. Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato.
Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio?
«Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze».
Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce?
«Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo».
Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai?
«Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire».
Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi?
«La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi».
Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia?
«Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati».
Così film e giornali scesero in campo
Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore.
La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc.
Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori.
Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
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La fine di un matrimonio ha conseguenze disastrose per le finanze e per la salute fisica e psicologica dei figli e degli ex sposi. Tra le donne, le vittime di violenza sono soprattutto le single e le separate.L’avvocato Massimiliano Fiorin: «I miei colleghi non parlano volentieri di quello che vedono. I giovani non hanno più fiducia nella vita coniugale».Le pellicole di Germi e dei Taviani mettevano in luce le ingiustizie del codice penale. Settimanali di gran tiratura pubblicavano «lettere di separati» e lanciavano sondaggi.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile. Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe. Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%. Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore. Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali». Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. 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Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato. Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio? «Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze». Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce? «Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo». Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai? «Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire». Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi? «La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi». Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia? «Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/divorzio-i-costi-sociali-dimenticati-2668384516.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-film-e-giornali-scesero-in-campo" data-post-id="2668384516" data-published-at="1716804941" data-use-pagination="False"> Così film e giornali scesero in campo Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore. La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc. Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori. Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
Silvia Salis (Imagoeconomica)
«Quest’attenzione nazionale mi lusinga». Fieramente contraria alle primarie fino a una settimana fa (per la felicità di Elly Schlein che non la sopporta), Silvia Salis ha puntato il tacco 10 Manolo Blahnik da 1.200 euro e ha fatto inversione di marcia. «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione». È bastata la benedizione di Bloomberg per far cambiare idea alla sindaca di Genova e veder calare un’espressione sofferente sul volto della segretaria del Pd. Così la sinistra post-liceale con chitarra e spartito di Manu Chao rischia di dover cedere il passo a quella da vernissage, tendenza Greenwich Village in abito da cocktail.
Non un cambio da niente sul fronte del porto. Ma Bloomberg non può essere ignorato e il reportage del network statunitense interpreta il comune sentire in crescita nei corridoi del Nazareno. «Lei è il nuovo volto italiano», titola il sito nella sezione politica, e argomenta così: «La sconfitta referendaria subita dalla premier sta galvanizzando l’opposizione. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento ma a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. L’ex lanciatrice di martello olimpica (miglior piazzamento 30ª ai giochi di Londra, ndr) scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile».
Accompagnata da una borsa Vuitton bianca più grande di lei, la Salis presentabile va alla guerra contro Schlein in pocho. Per ora è un approccio gentile, poco conflittuale, prosecco e tartina signora mia. Ma come spiega a Bloomberg, alcuni paletti si vedono con chiarezza sullo sfondo. «Sebbene l’opposizione, composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Pd di centrosinistra al Movimento 5 stelle populista fino ad Avs sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i No al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni. I due principali contendenti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader Pd dal 2023…».
I puntini di sospensione sono proiettili, traccianti che indicano l’elemento di corto circuito in agguato. Lei. A questo punto il triangolo rosso si fa imbarazzante. Se Conte è indiscutibilmente il «lui», che un minuto dopo lo spoglio dei No ha lanciato le primarie ed è stato (guarda la coincidenza) incoronato proprio da Bloomberg come astro rinascente del campo largo, Elly non può che essere «l’altra», quella da corteggiare nelle piazze pro Pal ma da lasciare a casa a sgranocchiare lupini sul divano nelle feste comandate come le elezioni politiche. La segretaria e i fedelissimi del «tortellino magico» si vedono già a Palazzo Chigi, non vorrebbero passare dalla trappola delle primarie e guardano con fastidio le ambizioni altrui. Quelle di Conte che brama il grande rientro sull’onda dei successi del reddito di cittadinanza e del Superbonus (totale debito 200 miliardi) ed ora quelle della sindaca lusingata.
Nella tonnara di centrosinistra si materializza un altro campanello d’allarme per Schlein: la ritrovata consonanza fra il deus ex machina Dario Franceschini e Matteo Renzi. Da abile navigatore da retrobottega, l’ex premier prova a dare le carte e benedice a sua volta le primarie: «Vedo due ipotesi. Se si va a votare in primavera del 2027 fai le primarie nell’autunno del ’26, se invece si va a votare a giugno a scadenza naturale della legislatura, si possono fare nella primavera del 2027», ha detto a Sky Start. Poi l’endorsement: «Mi piacerebbe che ci sia un candidato dell’area riformista. Io voterei Silvia Salis ma i nomi comunque arrivano dopo, prima arrivano le proposte. Le primarie hanno un effetto catartico: dobbiamo portare tre milioni di persone alle urne e poi chi perde appoggerà chi vince».
Per lui intrufolarsi con il 2% di Italia viva è facile ma la sua presenza (considerata tossica come il lattosio dai grillini) è destinata a creare ulteriori imbarazzi. Così lo scenario, già complesso, diventa un rebus: Conte pretende una soglia precisa in percentuale e non vuole il doppio turno perché fiuta la trappola della morsa piddina, Schlein chiede l’atto di fede al partito e propone l’antico smacchiatore di giaguari Pierluigi Bersani come federatore. Il mal di testa è totale, ci mancava Bloomberg a caricare come un’auto elettrica lady Salis. «Se mi chiedessero di candidarmi ci sarei», è la martellata della martellista. Che si prepara al «fatti più in là» con il tacco da guerra ed è pronta a sfilare contro il caro bollette con la Vuitton tendenza Kate Middleton. Chissà come la prendono i camalli.
Conte inizia il tour di autoinvestitura con un occhio a Trump e uno a cinesi
È iniziato il Conte alla rovescia. Cresce l’attivismo del leader M5s, Giuseppe Conte, ossessionato dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Prima il pranzo, un po’ indigesto, con l’emissario di Donald Trump in Italia, Paolo Zampolli, poi il lancio del suo libro manifesto politico Una nuova primavera, che esce in libreria martedì prossimo, e ancora i messaggi di apertura a Pechino e la frenata sul gas russo. Tutto e il contrario di tutto, che per il CamaleConte è pane quotidiano.
Per uno che è stato presidente del Consiglio, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, andare a braccetto prima con Trump e poi con Xi Jimping è un gioco da ragazzi. L’avvocatino di Volturara Appula si è fatto prima intervistare (e adulare) da Bloomberg, colosso dell’informazione mondiale con sede a New York, mass media di orientamento pragmatico tutto orientato al business, che lo incorona alla guida del campo progressista, insieme a Silvia Salis, scartando a priori l’ipotesi Elly Schlein, salvo poi rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: la Via della Seta.
In tutto questo calderone, il campione del mondo di cinismo e trasformismo si fa ben consigliare dall’ambasciatore Pietro Benassi, che è stato il suo sottosegretario a Palazzo Chigi e che ambisce a diventare il ministro degli Esteri del suo, immaginario, terzo governo.
Dunque, il derby Conte-Salis è iniziato con la benedizione di Bloomberg, che non prevede il terzo incomodo Schlein, buttata fuori alle qualificazioni. L’operazione simpatia attraverso il suo libro, che Conte presenterà in tutta Italia, è partita e punta a rilanciare la sua immagine sbiadita e chiacchierata, lanciando nello stesso tempo un’Opa alla sinistra. Ma lo fa, ovviamente, a modo suo, in maniera piuttosto contraddittoria e sgangherata, abituato com’è a tenere i piedi su più staffe, per non rischiare di cadere. Come dice Bloomberg «la sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni sta galvanizzando l’opposizione italiana», ma soprattutto sta eccitando il professor Conte che lancia nel mare della politica italiana la sua «rete», provando a farci finire dentro la destra.
Tra le altre cose, il proposito che più allarma, è che Conte apra di nuovo alla Cina. «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina», lascia a verbale. Torna in gloria il «partito cinese» tanto caro a Massimo D’Alema e a Romano Prodi e ora, all’uomo che si autocandida alla guida del campo largo. Lo stesso che nella sua precedente stagione a Palazzo Chigi portò in Italia trionfante Xi Jinping, il dittatore cinese a cui non sembrò vero di mostrare in mondovisione con quanta riverenza veniva ricevuto nel cuore dell’Occidente. Ecco cosa ci aspetterebbe se Conte tornasse ad essere premier nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (Conte è quello del superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del Paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo si schiererebbe da quell’altra.
Ma c’è di peggio. Conte accusa Meloni di essere inginocchiata a Trump. Tuttavia in Italia si vede, di nascosto, con il suo inviato. Vuole salire di nuovo sul cavallo made in China. Senza considerare che nel 2025, l’Ue ha esportato beni in Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, registrando un deficit commerciale di 359,8 miliardi di euro. Rispetto al 2024, le esportazioni sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Lo dice l’Eurostat. Tradotto: la Cina ci riempie di spazzatura e noi glielo lasciamo fare. I dazi di Trump, che Conte osteggia, servono proprio a rallentare questa ondata di merce scadente. Ma Conte preferisce lo stesso essere amico della Cina anche se, in disparte, liscia il pelo a Trump. Il cortocircuito della sinistra è evidente.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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Getty Images
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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Matteo Renzi e Carlo De Benedetti (Ansa)
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
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