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2024-05-27
Divorzio, i costi sociali dimenticati
«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile.
Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe.
Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%.
Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore.
Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.
Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.
Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.
Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali».
Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. Tanto paga Pantalone.
«Si tacciono i disastri per evitare l’accusa di avversare i diritti»
Non sono purtroppo molti in Italia i legali che, pur conoscendole bene, hanno il coraggio di denunciare criticità, storture e soprattutto conseguenze del divorzio. Tra quei pochi c’è però senza dubbio Massimiliano Fiorin. Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato.
Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio?
«Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze».
Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce?
«Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo».
Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai?
«Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire».
Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi?
«La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi».
Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia?
«Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati».
Così film e giornali scesero in campo
Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore.
La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc.
Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori.
Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
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La fine di un matrimonio ha conseguenze disastrose per le finanze e per la salute fisica e psicologica dei figli e degli ex sposi. Tra le donne, le vittime di violenza sono soprattutto le single e le separate.L’avvocato Massimiliano Fiorin: «I miei colleghi non parlano volentieri di quello che vedono. I giovani non hanno più fiducia nella vita coniugale».Le pellicole di Germi e dei Taviani mettevano in luce le ingiustizie del codice penale. Settimanali di gran tiratura pubblicavano «lettere di separati» e lanciavano sondaggi.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile. Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe. Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%. Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore. Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali». Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. 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Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato. Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio? «Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze». Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce? «Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo». Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai? «Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire». Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi? «La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi». Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia? «Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/divorzio-i-costi-sociali-dimenticati-2668384516.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-film-e-giornali-scesero-in-campo" data-post-id="2668384516" data-published-at="1716804941" data-use-pagination="False"> Così film e giornali scesero in campo Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore. La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc. Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori. Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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La nave «Mv Hondius» (Ansa)
Per loro, il ministero delle Salute ha attivato la «sorveglianza attiva». I recapiti dei quattro, sottolinea una nota, sono stati acquisiti e le informazioni trasmesse alle regioni di competenza affinché, appunto, fosse attivata la sorveglianza «nel principio di massima cautela», il che significa regime di quarantena precauzionale in attesa degli accertamenti clinici necessari per verificare l’eventuale contrazione del virus. Per la donna residente a Firenze è subito scattato non soltanto l’isolamento, ma anche il tracciamento dei contatti e il monitoraggio clinico, come annunciato dal premuroso presidente della Regione Eugenio Giani e dall’assessore alle politiche sociali Monia Monni: «Non sottovalutiamo alcun elemento e continueremo a informare tempestivamente la cittadinanza su ogni sviluppo», fanno sapere. Le prime notizie, comunque, è che stanno tutti bene e non presentano sintomi. Anche le altre Regioni, nel corso della giornata, hanno annunciato di aver attivato tutti i protocolli previsti in questi casi e confermato il quadro.
L’epicentro europeo della nuova emergenza, stavolta, non è più l’Italia ma la Spagna: è alle Canarie, infatti, che saranno sbarcati tutti i passeggeri della Hondius, come voluto dall’Organizzazione mondiale della sanità che, insieme con le istituzioni europee, ha chiesto al premier anti-trumpiano Pedro Sánchez di utilizzare Tenerife come base di supporto sanitario. Il governo centrale ha accettato, «in linea con gli impegni internazionali in materia di salute pubblica e assistenza umanitaria». Cinque aerei sono già stati predisposti per l’evacuazione dei passeggeri, in una complessa operazione sanitaria e logistica che prevedibilmente si concluderà domani; i velivoli saranno messi a disposizione da Regno Unito, Stati Uniti, Paesi Bassi, Spagna e da un consorzio europeo. Il Tribunale di Madrid ha inoltre predisposto la quarantena precauzionale sui passeggeri e membri spagnoli dell’equipaggio della Hondius: «È prevedibile che i primi a essere sbarcati siano loro», ha fatto sapere il ministro della salute Monica Garcia. Dopo lo sbarco, i 14 passeggeri spagnoli saranno trasferiti a bordo di un aereo militare alla base di Torrejon de Ardoz (Madrid), da dove saranno portati all’Ospedale Centrale della Difesa Gomez Ulla.
Riparte, insomma, il rullo di tamburi: su giornali e tv si ricomincia a parlare di «paziente zero», sebbene «le valutazioni condivise a livello internazionale dall’Oms e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie indichino attualmente un rischio basso per la popolazione generale a livello mondiale e molto basso in Europa», fanno sapere da Lungotevere Ripa, dove in queste ore il ministro Orazio Schillaci sta gestendo la nuova emergenza.
L’Oms è sulla plancia di comando con rinnovati bollettini giornalieri, come ai tempi del Coronavirus: a ieri, fanno sapere dall’Organizzazione, i casi di hantavirus confermati erano sei su otto sospetti, tutti a bordo della Hondius. E ripartono le solite notizie contraddittorie. Nei primi giorni, infatti, gli esperti dell’Oms avevano sottolineato che casi di trasmissione tra persone erano sporadici e isolati, ma ieri sono arrivate precisazioni diverse su un tasso di mortalità del 38% e su casi «identificati come dovuti al virus Andes, noto per essere trasmissibile tra esseri umani».
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, che da anni annuncia come una cassandra che «la storia ci insegna che la prossima pandemia non è una questione di “se”, ma di “quando”», ieri è giunto in Spagna a dirigere il traffico. Dopo l’incontro alla Moncloa con Sánchez, si recherà a Tenerife per coordinare l’operazione di sbarco dei passeggeri dalla nave, che arriverà già oggi con le luci dell’alba. Tedros vuole essere a tutti i costi alle Canarie per «gestire» le operazioni di sbarco. L’attitudine delle istituzioni, insomma, se a parole è rassicurante, nei fatti lo è un po’ di meno e fa pensare a quei due mesi tra gennaio e febbraio 2020, quando si passò in un batter d’occhio dalla scorpacciata di involtini primavera al lockdown nazionale. Tedros ha comunque rassicurato gli abitanti di Tenerife sul fatto che il rischio derivante dalla nave infetta sia «basso», spiegando in una lettera rivolta alla popolazione che non si tratta di «un altro Covid» e che i locali non avranno alcun contatto coni passeggeri.
«Accettare la richiesta dell’Oms e offrire un porto sicuro è un dovere morale e legale nei confronti dei nostri cittadini, dell’Europa e del diritto internazionale. La Spagna starà sempre al fianco di chi ha bisogno di aiuto. Perché ci sono decisioni che definiscono chi siamo come società», ha scritto invece Sánchez su X dopo il colloquio con la guida dell’Oms.
Ieri il professor Francesco Vaia, già direttore dell’Istituto nazionale per le malattie infettive dello Spallanzani di Roma, ha lanciato un appello: «L’esperienza del Covid sembra non aver insegnato nulla. Si continua a spaventare le persone con il “nuovo” virus di turno. Nuova pandemia? Certamente no. Abbiamo bisogno di vaccinarci? Certamente no. Abbiamo bisogno di rinverdire la nostra fama? Da parte di alcuni, sì. Tutto già visto. Evitiamo di dare spazio a chi la spara più grossa», ha chiesto l’ex direttore della Prevenzione del ministero della Salute rivolgendosi alla Rai ma anche alle tv commerciali. «La comunicazione è una cosa seria, in particolar modo per la salute».
Amen.
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Le proteste davanti alla Biennale di Venezia (Ansa)
Aperta ieri la Biennale della discordia. Non si respira aria di festa, ma di guerriglia, con calli blindate ed elicotteri per aria.
Le polemiche sulla presenza della Russia e di Israele tengono ancora banco. La più importante manifestazione d’arte contemporanea, che si chiuderà il 22 novembre, è funestata come non mai da controversie e imprevisti. Malgrado questo, lunghissime code si sono viste davanti all’ingresso dei Giardini e all’Arsenale, con migliaia di visitatori in attesa di entrare. La cerimonia d’apertura è saltata, così come l’assegnazione dei Leoni d’oro e d’argento a causa del fatto che, la settimana scorsa, la giuria si è dimessa in blocco (un fatto senza precedenti dalla fondazione nel 1895). I premi saranno assegnati attraverso una votazione del pubblico.
Il padiglione russo rimane chiuso e l’interno è visibile solo dall’esterno su grandi schermi. Venerdì sera 2.000 persone hanno manifestato contro la partecipazione di Israele e c’è stato uno scontro con la polizia. Venti padiglioni sono rimasti chiusi perché il personale ha scioperato contro la presenza dello Stato ebraico, in solidarietà, pure, degli attivisti della Flotilla imprigionati a Gaza: «Nessun artista o lavoratore dovrebbe essere obbligato a condividere spazi con chi è responsabile di genocidio», protestano i pro Pal. L’annuncio dello sciopero è arrivato dal canale Telegram Global Project. E in alto bandiere della Palestina, kefiah al collo e cartelloni con scritte come «Free Palestine, abolish Zionism».
Le ispezioni ministeriali, le richieste di chiarimento rivolte alla Fondazione e il fitto carteggio con ministero della Cultura, Farnesina e Palazzo Chigi non hanno fatto emergere irregolarità. Resta aperta una richiesta di chiarimenti dell’Ue sul rispetto del regime sanzionatorio nei confronti della Russia. La Biennale dovrà rispondere entro domani, pur avendo già anticipato che «tutto risulta conforme». La Commissione Ue in mancanza di una risposta convincente minaccia un taglio di due milioni di euro per progetti legati alla cinematografia.
Il vicepremier Matteo Salvini si è precipitato a Venezia per cercare di placare gli animi: «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti». Visitando il padiglione russo dice: «Non penso che venendo qua si sostenga il conflitto o un governo di una parte o dell’altra. Penso, invece, che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare». Salvini attacca poi l’intervento dell’Ue: «È volgare. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni».
Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, invece le proteste «sono legittime». Dal Pd si leva la voce di Piero De Luca, capogruppo in commissione Affari europei della Camera: «Palazzo Chigi ha definito quanto accaduto alla Biennale un pasticcio, ma i pasticci hanno sempre dei responsabili. Il governo aveva tutti gli strumenti per impedire che la propaganda russa sbarcasse in laguna». Prende la parola il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco e, subito, sfotte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, assente all’inaugurazione. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative...». Giuli accetta la provocazione: «Ho scritto un messaggio a Buttafuoco, ma non mi risponde. Il 20 sarò alla Biennale, lui verrà?».
Intanto, ieri il suono delle sirene antiaeree che avvisa gli ucraini dei bombardamenti è stato riprodotto davanti al padiglione russo nel corso di un flash mob organizzato da +Europa. Presenti il segretario Riccardo Magi e l’ex ministro Cécile Kyenge. «La realtà non è quella raccontata da Salvini. La realtà è che in quel padiglione c’è arte di regime e non c’è arte libera perché l’arte libera viene perseguitata da Putin in Russia», dice Magi.
Quando la politica entra nell’arte non è mai cosa buona. Di certo questa sarà una Biennale che ci ricorderemo per molto tempo. E non solo per le polemiche: ieri sono stati 10.000 con un +10% sul 2024. Gli accreditati nei giorni di pre-apertura sono stati 27.935 (+4%) e 3.733 i giornalisti presenti (70% della stampa internazionale.
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