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2024-05-27
Divorzio, i costi sociali dimenticati
«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile.
Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe.
Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%.
Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore.
Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.
Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.
Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.
Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali».
Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. Tanto paga Pantalone.
«Si tacciono i disastri per evitare l’accusa di avversare i diritti»
Non sono purtroppo molti in Italia i legali che, pur conoscendole bene, hanno il coraggio di denunciare criticità, storture e soprattutto conseguenze del divorzio. Tra quei pochi c’è però senza dubbio Massimiliano Fiorin. Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato.
Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio?
«Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze».
Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce?
«Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo».
Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai?
«Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire».
Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi?
«La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi».
Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia?
«Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati».
Così film e giornali scesero in campo
Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore.
La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc.
Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori.
Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
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La fine di un matrimonio ha conseguenze disastrose per le finanze e per la salute fisica e psicologica dei figli e degli ex sposi. Tra le donne, le vittime di violenza sono soprattutto le single e le separate.L’avvocato Massimiliano Fiorin: «I miei colleghi non parlano volentieri di quello che vedono. I giovani non hanno più fiducia nella vita coniugale».Le pellicole di Germi e dei Taviani mettevano in luce le ingiustizie del codice penale. Settimanali di gran tiratura pubblicavano «lettere di separati» e lanciavano sondaggi.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Italia è un Paese moderno» (La Stampa); «Il referendum ha confermato la grande maturità civile degli italiani» (Corriere della Sera); «Grande vittoria della libertà» (L’Unità); «Strepitosa vittoria delle forze democratiche» (Avanti!). Rilette oggi, a mezzo secolo dal referendum del 12 e 13 maggio del 1974, le prime pagine dei grandi quotidiani trasudano ancora giubilo per come – con oltre il 59% di voti contrari – gli italiani affossarono il tentativo dalla Dc di Fanfani di abrogare la legge sul divorzio. Non è un caso gli stessi giornali, nei giorni scorsi, non abbiano perso l’occasione per celebrare i 50 anni da quel referendum, ora e sempre salutato come traguardo civile. Nella celebrazione della ricorrenza è però mancato – e c’è da chiedersi sia un caso – un bilancio sull’istituto del divorzio, che in questi anni ha visto addensarsi su di sé una gran mole di letteratura scientifica che, più che una conquista, lo tratteggia come una catastrofe. Prima di esplorare però i costi che la disgregazione familiare ha per la collettività, è bene partire da quelli, non più lievi, che ricadono già su chi divorzia – e non si sta parlando, solo di aspetti materiali ed economici, ma anche di salute. Di più: di vita e di morte. Esagerazioni? Non si direbbe. Uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, realizzato sondando un campione assai esteso – 6,5 milioni di persone provenienti da 11 diversi Paesi – ha concluso come le persone divorziate, rispetto alle sposate, scontino un rischio maggiore del 23% di morire prima. Ed è pure, tutto sommato, un dato positivo; un precedente esame delle condizioni 1.300 adulti del Charleston Heart Study, seguiti dal 1960 al 2000, aveva infatti portato gli studiosi David Sbarra e Paul J. Nietert a registrare un aumento di mortalità tra la popolazione divorziata addirittura del 57%. Se si passa a considerare solo la parte maschile, i numeri diventano ancora più impressionati. Un’indagine pubblicata nel 2013 sull’American Journal of Men’s Health osservava come gli uomini divorziati e non sposati abbiano tassi di mortalità fino al 250% più alti rispetto agli uomini sposati. Daniel S. Felix, David Robinson e Kimberly Jarzynka – gli autori di quella ricerca – segnalavano come cause dell’aumento di morte prematura malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus. Gli uomini divorziati sono risultati in realtà più soggetti a svariate malattie, dal comune raffreddore a problemi di salute potenzialmente letali come il cancro e, appunto, gli attacchi di cuore. Ma se per i mariti il naufragio matrimoniale è una tragedia, neppure per le mogli può considerarsi una passeggiata. Un monumentale lavoro uscito quest’anno sul Journal of Epidemiology & Community Health, realizzato da Niina Metsä-Simola dell’Università di Helsinki e colleghi – che si sono interfacciati con un campione di oltre 220.000 persone – ha riscontrato nelle donne che divorziano un uso di antidepressivi superiore a quello della controparte maschile. Almeno però, si può ribattere, il divorzio libererà le donne da situazioni di violenza; in realtà, se in casi particolari questo può essere certamente vero, in generale non pare esserlo. In un rapporto dell’Istat diffuso nel 2015 infatti, che aveva considerando le donne dai 16 ai 70 anni rimaste vittime gli ultimi cinque anni di violenza fisica o sessuale per mano un uomo, si era messo in luce come categoria femminile più esposta quella delle nubili, quindi le separate o divorziate e solo dopo le donne coniugate. Dunque sui «benefici» del divorzio, sempre che ve ne siano, il mistero resta fitto, essendo il quadro delle sue conseguenze abbastanza disastroso.Il punto è che, se dai coniugi od ex tali, si sposta l’attenzione sui figli, le già drammatiche ripercussioni della disgregazione familiare si fanno devastanti. E fanno rima, anzitutto, con violenza. Lo prova uno studio di ricercatori dell’Università di Toronto e pubblicata sulla rivista Child: Care, Health and Development secondo cui, rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4%, l’instabilità coniugale risulta associata, per «i figli del divorzio», a una percentuale di abusi pari al 10,7%. Il divorzio – tutt’ora celebrato come istituto civile e moderno – è collegato quindi ad una possibilità tripla, per i bambini, di restar vittime di situazioni dolorose: talvolta perfino autoalimentate. Una ricerca dell’ottobre 2022 a cura di Jean Twenge, Wendy Wang, Jenet Erickson e Brad Wilcox ha rilevato come gli adolescenti senza i genitori uniti abbiano una probabilità maggiore di trascorrere più ore sugli schermi, dai social media ai giochi fino agli sms; il tutto con serie conseguenze in termini di perdita del sonno, depressione ed altri immaginabili disagi.Un lavoro uscito sul Journal of Psychiatric Research, a cura della dottoressa Felicitas Auersperg della Sigmund Freud University di Vienna, se da una parte ha riscontrato come dal 1990 al 2017 l’entità delle conseguenze del divorzio dei genitori sui figli sia calata, dall’altra ha invece rilevato in costoro maggiori criticità sul fronte di ansia, angoscia, consumo di alcol e droghe, nonché di idee suicidarie. C’è inoltre da dire che chi è reduce dalla divisione dei genitori sconta un rischio circa doppio, rispetto ai coetanei, di sperimentare a propria volta una rottura coniugale. Tuttavia, anche quando i figli di genitori divorziati non divorziano anch’essi, la loro salute appare comunque problematica. Lo suggerisce uno studio apparso sull’International Journal of Stroke secondo cui gli adulti che hanno assistito al divorzio dei genitori quando non avevano ancora 18 anni presentano un rischio più grande addirittura di tre volte, rispetto agli altri, di restare vittime di un ictus. Naturalmente del distacco dei figli conseguente al divorzio soffrono pure i genitori che, tanto più se non più giovani, risultano per questo più esposti alla depressione, come racconta una ricerca della sociologa I-Fen Lin uscita a febbraio sul Journal of Marriage and Family.Se a tutto ciò si aggiunge anche una chiave di lettura economica – è noto come il divorzio sia associato all’impoverimento sia di coniugi e prole –, viene spontaneo chiedersi: ma quali sono i costi della disgregazione familiare? Da noi la domanda pare ancora tabù, ma all’estero se la pongono da anni. Negli Stati Uniti, già nel 2008 i costi sociali annui dell’instabilità coniugale venivano infatti stimati da Benjamin Scafidi, docente alla Kennesaw State University, nella sconvolgente cifra di 112 miliardi di dollari. Nel Regno Unito, secondo Harry Benson dell’Università di Bristol, nel 2010 il divorzio costava fino a 24 miliardi di sterline all’anno; ma potrebbe esser una sottostima. Nel 2018 Relationships Foundation, con sede a Cambridge, stimava infatti i costi del divorzio in 51 miliardi di sterline, circa 1.800 sterline all’anno per ogni contribuente, chiosando così: «L’enorme onere della disgregazione familiare ricade sulle finanze pubbliche. Solo quando questo costo verrà preso sul serio, le persone riconosceranno quanto siano importanti le relazioni per il benessere e la felicità generali». Perfino in Nuova Zelanda – che ha poco più della metà degli abitanti della Lombardia – divisione della famiglia e diminuzione dei tassi di matrimonio, secondo l’economista Andrew Bullians, pesano sui conti pubblici per circa 2 miliardi di dollari annui, 520 a contribuente. E in Italia? Qui anziché calcolare i danni della crisi della famiglia, si continua allegramente a celebrarla come una gran conquista sociale. 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Classe 1967, bolognese, sposato con tre figli, Fiorin – che è anche giornalista pubblicista – ha difatti dedicato al tema numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: La fabbrica dei divorzi (2008), Finché la legge non vi separi (2012), L’Amore non si arrende (2018), Il Diritto e il Desiderio – ritrovare se stessi attraverso le crisi familiari (2021). Per questa sua indubbia conoscenza della materia, La Verità lo ha avvicinato. Avvocato, a 50 anni dalla vittoria referendaria del 1974 è tempo di bilanci. Che cos’ha dato all’Italia oltre mezzo secolo di divorzio? «Ce lo ha appena confermato l’Istat: in Italia la nuzialità è in calo inarrestabile ormai da quarant’anni. Nei primi anni Settanta i matrimoni erano più del doppio di oggi. Le libere unioni, invece, sono più che triplicate negli ultimi vent’anni. Nel 2021 si sono celebrati poco più di 180.000 matrimoni, ma non è bastato a colmare lo stop dovuto alla pandemia. L’anno precedente, infatti, a causa dei lockdown le nuove nozze si erano ridotte di circa la metà. Questo dimostra che per gli italiani il matrimonio è ormai diventato, per così dire, un fenomeno istantaneo, legato al fascino della cerimonia e ai viaggi di nozze». Nei suoi libri e articoli ha più volte denunciato quella che ha chiamato «fabbrica divorzista»: a che cosa si riferisce? «Nei miei saggi sul tema ho messo in luce le conseguenze più disastrose del divorzio di massa. Non se ne parla volentieri nemmeno tra specialisti, perché tutti hanno paura di mettere in discussione le libertà individuali. Ma non si possono avere dubbi sul fatto che il fenomeno, in primo luogo, abbia provocato un impoverimento collettivo. Quando una famiglia si divide, a parità di redditi complessivi, raddoppiano le spese e gli oneri abitativi, e cresce il costo della vita. Inoltre, la rottura delle alleanze coniugali e genitoriali genera in ogni interessato malesseri psicologici gravi. Per non parlare dei fatti di violenza. Soprattutto, l’esperienza dimostra che la rottura dei nuclei familiari pregiudica il benessere psicologico dei figli. Rispetto al loro sviluppo educativo, l’assenza forzosa di un genitore è alla base di ritardi e devianze di ogni tipo». Il divorzio viene da decenni presentato, insieme all’aborto, come un fondamentale diritto civile. Eppure, lei ha più volte scritto che, in realtà, non è neppure un diritto. Come mai? «Nel 1970, in Italia come in altri Paesi, si è scelto di adottare il modello del “divorzio-rimedio”. Quindi una scelta non incondizionata, che l’ordinamento dovrebbe concedere solo dietro la verifica dell’esistenza di una grave situazione di crisi. Ancora oggi, il nostro codice civile lo prevederebbe, ma ormai da decenni la giurisprudenza ha introdotto il principio della intollerabilità soggettiva, per cui di fatto basta che uno dei due coniugi dica che non sopporta più l’altro. Per questo, quando alla base di una crisi familiare non ci sono ragioni gravi e oggettive – e non ci sono nella grande maggioranza dei casi – il sistema dei divorzi è diventato come un tritacarne al quale non si può sfuggire». Perché anche nel mondo cattolico, ormai, c’è riluttanza a denunciare le gravi conseguenze di separazioni e divorzi? «La Chiesa cattolica si trova di fronte a una situazione mai verificatasi prima nella storia del cristianesimo occidentale. Quando San Paolo predicava per l’Impero Romano, aveva trovato che anche allora il matrimonio non godeva di buona salute. Esistevano famiglie disgregate, allargate, o poligame. All’epoca sembrava impossibile introdurre l’inaudita novità dell’indissolubilità. Eppure, il cristianesimo ci è riuscito, rivoluzionando la società e i rapporti tra uomini e donne. Oggi i tribunali ecclesiastici, di fronte alla facilità con la quale anche i cattolici possono incappare in un divorzio, hanno introdotto cause di nullità un tempo impensabili. Tuttavia, di fronte a certe ipocrisie alle quali si è dato luogo, a mio avviso sarebbe meglio, anche per coerenza dottrinale, che il cattolicesimo occidentale affrontasse il problema in modo simile a quello adottato dagli ortodossi». Come si potrebbe intervenire, sulla base della sua esperienza, per arginare la disgregazione della famiglia? «Il divorzio libero e incondizionato ha creato nella popolazione più giovane una motivata sfiducia nel matrimonio. Infatti, quando ci si sposa, si accetta di dipendere dall’altro sul piano affettivo, esistenziale e soprattutto patrimoniale. Tuttavia, rispetto a questi obblighi, oggi non c’è più alcuna garanzia di reciprocità. Per questo, come prima cosa, per rilanciare il matrimonio si dovrebbero eliminare alcune norme ormai poco giustificabili, come l’assegnazione della casa familiare e il divieto dei patti prematrimoniali o in vista del divorzio. Purtroppo, su questo tema in Italia ci sono ritardi culturali maggiori che nel resto del mondo. Basti pensare al principio della shared custody, per cui, in caso di separazione, i figli dovranno venire collocati per non più dei due terzi del tempo complessivo con lo stesso genitore. Si tratta di un principio raccomandato dal Consiglio d’Europa, che in tanti Paesi è stato introdotto con ottimi risultati. All’estero lo vedono come un criterio progressista, sostenuto anche dalle femministe. Nondimeno, quando è stato proposto qui da noi, la sola idea ha provocato indignate levate di scudi, a dimostrazione di come in Italia sussistano tuttora pregiudizi altrove superati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/divorzio-i-costi-sociali-dimenticati-2668384516.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-film-e-giornali-scesero-in-campo" data-post-id="2668384516" data-published-at="1716804941" data-use-pagination="False"> Così film e giornali scesero in campo Sarebbe ingeneroso limitarsi a ricordare come i giornaloni abbiano salutato con titoloni sprizzanti gioia il referendum con cui nel 1974 gli italiani difesero l’istituto divorzile. La verità, infatti, è che i media del Belpaese già da anni svolgevano una forte campagna in favore dell’instabilità coniugale. Nell’estate del 1965, per esempio, il settimanale Abc aveva dato vita a un’apposita rubrica, intitolata «Lettere di separati», mediante la quale molti «irregolari del matrimonio» denunciavano la loro condizione. Un’iniziativa editoriale ispirata a I fuorilegge del matrimonio, film del 1963 dei fratelli Taviani, segno che anche il cinema si stava muovendo nella stessa direzione, come in effetti era risultato già evidente con Divorzio all’italiana, pellicola con la quale nel 1961 il regista Pietro Germi denunciava quella che, allora, era vista come una delle tante ingiustizie del codice penale, ossia il fatto che, paradossalmente, non si ammettesse il divorzio ma si perdonasse l’omicidio, sotto forma di delitto d’onore. La trama del film, infatti, vedeva il barone Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, spingere l’odiata moglie tra le braccia di un vecchio spasimante allo scopo di poterla uccidere, scontando poi, con l’attenuante del delitto d’onore, una pena esigua. Tornando al settimanale Abc, edito e diretto da Enzo Sabato, c’è da dire che esso ebbe un ruolo fondamentale nella svolta divorzista italiana, per un motivo molto semplice: essendo un rotocalco di stampo nazional-popolare, riuscì a trasformare un tema – quello sul divorzio, appunto – da contesa per esclusive sale convegno e per elitarie riviste specializzate, ai più precluse, a dibattito con un nuovo decisivo interlocutore: la gente comune. Tanto che, quando il socialista Loris Fortuna presentò il suo progetto di legge per il divorzio, lo fece inviando agli archivi di Montecitorio migliaia di lettere che erano apparse proprio su Abc. Anche altre testate, comunque, diedero i loro begli appoggi alla campagna divorzista Basti pensare a L’Espresso, che il 24 aprile del 1966 spiegava come il divorzio fosse atteso da «un milione di coppie infelici», facendo così seguito a quanto il 5 aprile aveva scritto il Corriere della Sera, secondo il quale i divorzisti, in Italia, erano addirittura «più di dieci milioni». Per promuovere il divorzio, la grande stampa decise di dare spazio a numeri con ogni probabilità del tutto esagerati: lo stesso metodo che, pochi anni dopo, avrebbe impiegato gonfiando a dismisura le stime degli aborti clandestini e del numero di donne morte a causa di essi. Se gli argomenti fossero stati diversi, si sarebbe parlato di terrorismo psicologico: ma siccome il divorzio e l’aborto legali erano ritenuti tappe di progresso civile, pur di promuoverli ogni strategia era considerata lecita. Il settimanale Sorrisi, per esempio, aggregandosi alla campagna avviata da Abc, sempre nel 1966 ebbe un’idea senza dubbio originale per l’epoca: quella di lanciare un referendum sul divorzio tra i propri lettori. Considerando che Sorrisi era il giornale allora tra i più letti dagli italiani, se non il più letto in assoluto, i risultati di quella consultazione – che, in un certo senso, avrebbe profeticamente anticipato di otto anni quella referendaria vera e propria – non potevano non avere un certo peso. Ebbene, venne fuori che, tra i lettori di Sorrisi, il 96,4% era favorevole al divorzio. Al tempo stesso un plebiscito e un messaggio: a difendere l’integrità della famiglia son rimasti quattro gatti. Anche percentuali.
Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah (Ansa)
I jet israeliani hanno colpito anche il Comfort Hotel al confine tra Hazmieh e Baabda, due abitati dell’area metropolitana di Beirut e un complesso residenziale nell’Est del Libano, mentre la televisione libanese Al Mayadeen ha riportato che un attacco aereo israeliano su Aramoun e Saadiyat, nella zona del Monte Libano, ha ucciso sei persone. L’offensiva di Tel Aviv ha investito anche un edificio di quattro piani nella città di Baalbek, dove quattro persone sono state uccise e sei sono rimaste ferite. Anche il ministero dell’Economia libanese è stato evacuato dopo che residenti di un edificio adiacente hanno ricevuto minacce di bombardamento.
Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che tutti gli obiettivi sono infrastrutture legate a Hezbollah, mentre è stato emesso un nuovo avviso di evacuazione per 16 villaggi e città in tutto il Libano. Intanto le forze armate israeliane sono entrate nella città di Khiam a circa 6 chilometri dal confine dopo scontri con i miliziani di Hezbollah. Stando a quanto riportato dal sito Lebanon24, non legato al movimento filoiraniano, in un bombardamento nella periferia di Beirut sarebbe rimasto ucciso anche un diplomatico iraniano. Il presidente Joseph Aoun ha chiesto all’ambasciatore statunitense a Beirut di esortare Washington a intervenire su Israele perché fermi gli attacchi sul territorio libanese.
In serata Hezbollah ha parlato per bocca di Naim Qassem, segretario generale del movimento, che ha spiegato la decisione di riprendere il lancio di missili verso Israele. «La nostra pazienza ha dei limiti perché siamo stati gli unici a rispettare gli accordi dopo il cessate il fuoco del 2024. Adesso però dobbiamo compiere il nostro dovere e contrastare l’aggressione israelo-americana. Hanno assassinato il nostro guardiano, il nostro leader, il leader della nazione, l’imam Khamenei, che la sua anima sia santificata, insieme a un gruppo di leader e figli innocenti del popolo iraniano e questo rappresenta il colmo della criminalità». Qassem ha accusato Tel Aviv di cercare un pretesto per attaccare il Libano e occuparlo militarmente. «Usano la scusa deI lancio dei missili per giustificare una guerra aperta. Dio è il nostro aiuto e la vittoria appartiene alla patria, al popolo e alla resistenza. I piani dell’invasione erano già pronti e l’aggressione premeditata da tempo. Vogliono dominare il Libano, ma noi non lo permetteremo mai». Il segretario ha attaccato l’esecutivo di Beirut: «Il governo ha concesso troppo al nemico e ha continuato a strangolare il nostro movimento. Il primo ministro Nawaf Salam si oppone alla nostra resistenza, mentre resta in silenzio sull’occupazione sionista. Questo governo viola il diritto internazionale e per questo i suoi appelli non saranno ascoltati».
Qassem fa riferimento al decreto che vieta tutte le attività militari di Hezbollah, limitando il suo ruolo alla sfera politica. Il premier ha infatti dichiarato illegali tutte le operazioni militari che siano al di fuori della azioni dell’esercito nazionale libanese. «Non siamo tenuti a obbedire a chi non difende il popolo. Se vogliono disarmare l’unica resistenza del Libano sanno bene dove trovarci. Dobbiamo resistere per continuare a esistere. Hezbollah è più forte e unito più che mai e voglio fare un appello al nostro popolo: siate forti e non addoloratevi, vi amiamo e siamo pronti a essere martirizzati per voi».
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Palazzo Balbi a Venezia, sede di Regione Veneto (Ansa)
La mozione era stata presentata a gennaio dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, con l’obiettivo di ottenere un censimento sistematico dei casi, una valutazione clinica e diagnostica multidisciplinare e perché, una volta verificata la possibile correlazione con il vaccino Covid, ci sia l’accompagnamento terapeutico e riabilitativo delle almeno 1.500 persone che in Veneto ancora soffrono dopo l’inoculo, secondo i dati raccolti dal movimento che fa capo al medico, eletto con 96.474 preferenze alle ultime elezioni regionali.
«L’assessore alla Sanità, Gino Gerosa, in un primo momento aveva promesso di attivarsi, ma poi si è eclissato proprio durante il dibattito in Consiglio regionale lasciando l’assemblea all’improvviso», afferma Riccardo Szumski. Il dottore, già sindaco di Santa Lucia di Piave nel Trevigiano, ricorda che «i vaccini, a tutti gli effetti, sono dei farmaci pertanto hanno anche ricadute collaterali. Come tutti i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto - grazie a una certa politica sconsiderata - una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi: cosa totalmente antiscientifica. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità».
In Aula oggi sarà presente anche Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino, che accoglie come soci i danneggiati da vaccino Covid-19. In sedia a rotella dopo l’inoculazione, gravemente danneggiato da un’unica dose di profarmaco Moderna, era stato trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una delle serate di promozione del libro Perché guariremo dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza.
«Interverrò con alcuni danneggiati. Ci muoviamo a fatica, stiamo male ma la nostra testimonianza è importante», ricordava ieri alla Verità l’ex calciatore e saldatore di 47 anni, ridotto ad essere l’ombra di sé stesso «dopo aver fatto il vaccino perché obbligato dal datore di lavoro». Sillo ha sperimentato di persona «l’inutilità» dell’ambulatorio veneto, istituito nell’ambito del Programma regionale Canale Verde attività per la sorveglianza degli eventi avversi ai vaccini.
«Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». Sillo è rimasto sconcertato da quello che gli è stato detto al centro di sorveglianza della Regione Veneto: «In conclusione il mio sarebbe solo stress, eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo».
La mozione presentata da Szumski-Resistere Veneto impegnava invece la giunta «a definire protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», proprio perché «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».
La proposta di ambulatori in Veneto era stata contestata dalla senatrice di Italia viva, Daniela Sbrollini, che a gennaio bollava l’iniziativa come «una provocazione grave e irresponsabile. Parlare di ambulatori per “curare” presunte reazioni al vaccino Covid significa alimentare paure infondate». Accusato di aver lasciato l’Aula, l’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa, spiega invece alla Verità che «aveva un altro impegno inderogabile» e dichiara «tutta l’attenzione sua personale sulle problematiche legate alle complicanze da vaccino, in acuto e nel cronico. Nessuna chiusura ideologica né di altro tipo, solo piena disponibilità con approccio scientifico».
Il cardiochirurgo, neo assessore, precisa però che per quanto riguarda la vaccinazione Covid «nel cronico al momento non ci sono sostanzialmente segnalazioni significative in letteratura, e nemmeno da parte del servizio epidemiologico di prevenzione della Regione Veneto». Aggiunge il professore: «Nel momento in cui avessimo percezione e contezza di problematiche croniche conseguenti alla vaccinazione, è chiaro che ci attiviamo immediatamente».
E tutte le persone che dalle campagne vaccinali Covid in emergenza sanitaria si trascinano con patologie e grandi sofferenze? «Dalla direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, dottoressa Francesca Russo, mi è stato detto che in questo momento non ci sono segnalazioni così importanti numericamente e per gravità». Gerosa ribadisce l’efficacia della farmacovigilanza, e che ogni paziente viene preso in carico dal servizio sanitario regionale. Ma negli ambulatori richiesti da Szumski, più che la segnalazione di eventi avversi si dovrebbero eseguire studi osservazionali, percorsi di cure.
Davide Lovat, consigliere regionale di Resistere Veneto, dice di non capire «questo muro di gomma» quando «in Sicilia un tribunale del lavoro ha dato ragione a un ricorrente al quale si è paralizzato un braccio e in Liguria si riapre l’indagine sulla morte di Francesca Tuscano» D’altra parte è lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, ad aver dimenticato la promessa di istituire una commissione di studio per censire, valutare e gestire le reazioni avverse al vaccino Covid.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 marzo con Carlo Cambi