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2021-06-04
Disfatta di Speranza: libertà a tavola
Roberto Speranza (Ansa)
Lascia o raddoppia? Alla fine otto sono sembrati eccessivi al ministro della Salute e si è scelto un compromesso, però cambia anche se di poco il numero dei commensali che possono sedere allo stesso tavolo all'interno di un ristorante. Il governo ha ampliato da quattro a sei il tetto massimo consentito in zona bianca, e ha eliminato i limiti all'aperto accogliendo le richieste delle Regioni. Tra due o tre settimane sarà superato anche il tetto al chiuso, che non vale per due nuclei familiari, già da subito liberi di stare allo stesso tavolo. Secondo Roberto Speranza, una decisione così importante per la ristorazione non era «una questione centrale» e si era fissato a non voler più di quattro amici al bar, temendo che il Covid diventasse il convitato indesiderato delle allegre tavolate. «Farne un caso sarebbe una follia», sentenziava ieri sul Corriere della Sera, sventolando l'ipotesi di togliere il limite solo negli spazi esterni. «Le norme sono quelle che tutti conoscono, le supereremo gradualmente», ha dichiarato, fingendo di ignorare che non era una questione di apparecchiatura, ma di caos e di altre gravi perdite per i titolari dei locali.
«Evitiamo confusione e incertezza negli operatori», ammoniva invece Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. C'è voluto così un tavolo tecnico, per decidere in quanti possiamo sedere a tavola quando abbiamo voglia di una pizza o di cenare in trattoria. Sarebbe stato istruttivo ascoltare gli esperti della Salute e degli Affari regionali (il ministro Mariastella Gelmini già l'aveva definita una «interpretazione errata», quella dei quattro a tavola), mentre ieri questionavano di posti in più o in meno. Nelle case, tra familiari e parenti si può essere anche in una dozzina al pranzo della domenica, ma in un locale pubblico scatterebbe l'emergenza sanitaria? Evitando lo scontro con le Regioni, ma anche il ridicolo davanti ai cittadini e l'ennesimo deterrente per il turismo, il governo ha poi dato ragione ai governatori e sconfessato Speranza che oggi firma l'ordinanza per sei a tavola al chiuso. «La zona bianca è un “premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità», commentava ieri la Gelmini con tweet.
Uno smacco per il ministro di Leu, sempre pronto a chiudere, limitare, soffocare libertà personali e attività economiche anche quando i contagi da Covid sono ai livelli più bassi. La sua linea non è passata nelle Regioni a fascia bianca e rischia di saltare pure in quelle ferme al giallo. Il presidente Fedriga ha infatti rilanciato la proposta di togliere i limiti di quattro avventori all'aperto anche nelle altre zone, senza aspettare il cambio di colore possibile su tutto il territorio nazionale forse a partire già dal prossimo 21 giugno (a eccezione della Valle d'Aosta), in concomitanza con la fine del coprifuoco. Se ne discuterà in un altro tavolo tecnico.
Al momento, le tre Regioni già bianche sono Friuli Venezia Giulia, Molise e Sardegna, nelle quali non vale più la regola del rientro a casa obbligato, la circolazione è libera e dove sono state anticipate le riaperture di tutti quei settori la cui ripartenza era prevista tra il 15 giugno e il 1 luglio. Quindi convegni, fiere e congressi, parchi tematici, piscine al chiuso, centri termali, sale giochi, centri ricreativi e sociali, corsi di formazione pubblici e privati, competizioni sportive al chiuso. Riaperte anche le discoteche ma solo per ascoltare musica, non per ballare e anche su questo fronte c'è scontro con il ministero della Salute, perché governatori e gestori di locali chiedono il via libera magari con il green pass, il certificato che è obbligatorio in fascia bianca e gialla per gli invitati a matrimoni, cerimonie, banchetti.
Un lasciapassare che dimostri di essere vaccinati, o guariti dal Covid o la negatività a un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti, e che per il Garante della privacy può essere controllato solo dalle forze dell'ordine. Una soluzione improponibile, figuriamoci se poliziotti e carabinieri non hanno di meglio da fare che presidiare chiese, Municipi e i buffet dei ricevimenti. Quindi il governo deve trovare la figura adatta a verificare se gli ospiti sono a posto con il pass. Intanto, le coppie che hanno fissato la data delle nozze dopo aver atteso mesi, stanno impazzendo all'idea delle regole e dei controlli cui dovranno sottostare i loro ospiti.
Speranza, ieri a Oxford per il G7 dei ministri della Salute, parlava di un'Italia ansiosa di avere il green pass europeo. «Noi vogliamo accelerare per quanto possibile», rispetto al primo luglio indicato da Bruxelles, ha dichiarato. Intanto il nostro governo ha provveduto a velocizzare la questione posti a tavola, ignorando le indicazioni del ministro Cassandra. «Bisogna sempre distinguere l'aperto dal chiuso perché al chiuso ci sono molti più rischi. Siamo sulla strada giusta, dobbiamo insistere su questa strada», non ha trovato poi trovato di meglio da commentare Roberto Speranza, quando ha dovuto ingoiare il rospo dell'alleggerimento delle regole.
L’Oms si piega ancora agli ordini dei cinesi: «Covid nato in Italia»
Ricordate quando a marzo del 2020 l'emittente americana Cnn accusava l'Italia di aver diffuso il coronavirus in tutto il mondo? Ebbene, la scandalosa infografica con tanto di freccette rosse a indicare il contagio in direzione degli altri Paesi potrebbe tornare tristemente attuale. Ebbene sì, perché nel silenzio pressoché assoluto dei media nostrani, la Cina e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno in serbo per noi un bel trappolone. Martedì scorso, l'agenzia di stampa Reuters ha rilanciato una notizia a dir poco allarmante. Funzionari dell'agenzia hanno contattato un gruppo di ricercatori, autori di una ricerca pubblicata lo scorso autunno nella quale si dimostra la presenza di anticorpi contro il Sars-CoV-2 in Italia già tra settembre e ottobre del 2019. Ovvero tre mesi prima dei primi casi ufficiali legati al mercato di Wuhan, e ben cinque mesi prima del «paziente 1» di Codogno.
«L'Oms ci ha chiesto di condividere il materiale biologico e di poter rieseguire i test presso un laboratorio indipendente, e noi abbiamo accettato», ha dichiarato a Reuters il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano e primo firmatario dello studio. Spiega Reuters che diverse decine di campioni sono stati effettivamente processati dai ricercatori dell'Università di Rotterdam, ma i risultati non possono essere resi noti prima della pubblicazione ufficiale. Più che dare risposte sull'origine del virus, in realtà lo studio di Apolone pone nuovi interrogativi. Innanzitutto, perché si tratta del primo lavoro al mondo in materia di risposte anticorpali al coronavirus nel periodo pre-pandemico. Occorrerebbero altri lavori analoghi in altre regioni del pianeta, dunque, per poter effettuare dei paragoni. In secondo luogo, la ricerca cita altri due studi, uno che dimostra la positività in un paziente ricoverato in terapia intensiva a Parigi a dicembre del 2019, e l'altro realizzato dall'Università di Harvard sulla maggior affluenza al pronto soccorso di Wuhan nel secondo semestre dello stesso anno. In altri termini, il paper di Apolone dimostra semplicemente come il Covid circolasse in Italia ben prima dello scoppio «ufficiale» della pandemia, ma non che la malattia abbia avuto origine nel nostro Paese. Lo stesso ricercatore ha spiegato a Reuters che «nessuno degli studi si è concentrato sull'origine geografica del virus», aggiungendo che «il dubbio crescente è che il virus, probabilmente meno forte rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima che venissero denunciati i primi casi».
E in effetti, dal punto di vista scientifico, porsi l'interrogativo sull'esatta provenienza territoriale del patogeno ha più o meno la stessa valenza che chiedersi se sia nato prima l'uovo o la gallina. Lo stesso virologo americano Anthony Fauci ha ammesso ieri che «potremmo non sapere mai da dove si è originato il virus con precisione». Resistere alla tentazione di scaricare le responsabilità per la diffusione della pandemia su un altro Paese era però per il Dragone affare impossibile. E così, la notizia della «riapertura» dello studio sulla presenza del coronavirus in Italia ha ingolosito i media di Pechino. «Gli osservatori cinesi ritengono che gli esperti internazionali abbiano iniziato a rintracciare le origini del Covid-19 al di fuori della Cina, e questo lavoro potrebbe coinvolgere altri Paesi nei quali sono state riportate evidenze precoci (del virus, ndr)», riporta il Global Times, notoriamente vicinissimo al regime. Un immunologo cinese che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato al tabloid che «se fosse confermato che il Covid-19 era presente in Italia già a dicembre del 2019, ciò dimostrerebbe che Wuhan potrebbe non essere il luogo nel quale ha avuto origine» la pandemia. Pur non citando espressamente gli ultimi sviluppi, martedì il People's Daily -quotidiano ufficiale del comitato centrale del partito - ha difeso la serietà e la trasparenza dimostrate dalla Cina in occasione dell'indagine Oms, auspicando che «gli esperti dirigano al più presto le proprie ricerche verso altre parti del mondo nelle quali il virus può avere avuto origine». E a giudicare dalla solerzia con la quale si è mossa l'Oms, uno dei possibili candidati per questa futura gogna mediatica internazionale risulta proprio il nostro Paese. Non va dimenticato che l'agenzia della salute ha sempre espresso lodi sperticate nei confronti di Pechino, e senza dubbio sul piano geopolitico individuare un capro espiatorio farebbe comodo un po' a tutti. Consiglio non richiesto per il governo Draghi: ricordare urgentemente e una volta per tutte al mondo intero che l'Italia non ci sta a recitare la parte della vittima sacrificale.
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Compromesso tra governo e Regioni sui ristoranti: in zona bianca nessun limite ai commensali all'aperto, massimo sei al chiuso. Ma i governatori proponevano otto. Pressing di Massimiliano Fedriga per abolire il tetto in zona gialla, rimasto di quattro pure all'esterno.L'Oms, spinta da Pechino, indaga sulla presenza del virus prima dei casi di Wuhan. Dito puntato anche sul nostro Paese.Lo speciale contiene due articoli.Lascia o raddoppia? Alla fine otto sono sembrati eccessivi al ministro della Salute e si è scelto un compromesso, però cambia anche se di poco il numero dei commensali che possono sedere allo stesso tavolo all'interno di un ristorante. Il governo ha ampliato da quattro a sei il tetto massimo consentito in zona bianca, e ha eliminato i limiti all'aperto accogliendo le richieste delle Regioni. Tra due o tre settimane sarà superato anche il tetto al chiuso, che non vale per due nuclei familiari, già da subito liberi di stare allo stesso tavolo. Secondo Roberto Speranza, una decisione così importante per la ristorazione non era «una questione centrale» e si era fissato a non voler più di quattro amici al bar, temendo che il Covid diventasse il convitato indesiderato delle allegre tavolate. «Farne un caso sarebbe una follia», sentenziava ieri sul Corriere della Sera, sventolando l'ipotesi di togliere il limite solo negli spazi esterni. «Le norme sono quelle che tutti conoscono, le supereremo gradualmente», ha dichiarato, fingendo di ignorare che non era una questione di apparecchiatura, ma di caos e di altre gravi perdite per i titolari dei locali. «Evitiamo confusione e incertezza negli operatori», ammoniva invece Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. C'è voluto così un tavolo tecnico, per decidere in quanti possiamo sedere a tavola quando abbiamo voglia di una pizza o di cenare in trattoria. Sarebbe stato istruttivo ascoltare gli esperti della Salute e degli Affari regionali (il ministro Mariastella Gelmini già l'aveva definita una «interpretazione errata», quella dei quattro a tavola), mentre ieri questionavano di posti in più o in meno. Nelle case, tra familiari e parenti si può essere anche in una dozzina al pranzo della domenica, ma in un locale pubblico scatterebbe l'emergenza sanitaria? Evitando lo scontro con le Regioni, ma anche il ridicolo davanti ai cittadini e l'ennesimo deterrente per il turismo, il governo ha poi dato ragione ai governatori e sconfessato Speranza che oggi firma l'ordinanza per sei a tavola al chiuso. «La zona bianca è un “premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità», commentava ieri la Gelmini con tweet. Uno smacco per il ministro di Leu, sempre pronto a chiudere, limitare, soffocare libertà personali e attività economiche anche quando i contagi da Covid sono ai livelli più bassi. La sua linea non è passata nelle Regioni a fascia bianca e rischia di saltare pure in quelle ferme al giallo. Il presidente Fedriga ha infatti rilanciato la proposta di togliere i limiti di quattro avventori all'aperto anche nelle altre zone, senza aspettare il cambio di colore possibile su tutto il territorio nazionale forse a partire già dal prossimo 21 giugno (a eccezione della Valle d'Aosta), in concomitanza con la fine del coprifuoco. Se ne discuterà in un altro tavolo tecnico.Al momento, le tre Regioni già bianche sono Friuli Venezia Giulia, Molise e Sardegna, nelle quali non vale più la regola del rientro a casa obbligato, la circolazione è libera e dove sono state anticipate le riaperture di tutti quei settori la cui ripartenza era prevista tra il 15 giugno e il 1 luglio. Quindi convegni, fiere e congressi, parchi tematici, piscine al chiuso, centri termali, sale giochi, centri ricreativi e sociali, corsi di formazione pubblici e privati, competizioni sportive al chiuso. Riaperte anche le discoteche ma solo per ascoltare musica, non per ballare e anche su questo fronte c'è scontro con il ministero della Salute, perché governatori e gestori di locali chiedono il via libera magari con il green pass, il certificato che è obbligatorio in fascia bianca e gialla per gli invitati a matrimoni, cerimonie, banchetti. Un lasciapassare che dimostri di essere vaccinati, o guariti dal Covid o la negatività a un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti, e che per il Garante della privacy può essere controllato solo dalle forze dell'ordine. Una soluzione improponibile, figuriamoci se poliziotti e carabinieri non hanno di meglio da fare che presidiare chiese, Municipi e i buffet dei ricevimenti. Quindi il governo deve trovare la figura adatta a verificare se gli ospiti sono a posto con il pass. Intanto, le coppie che hanno fissato la data delle nozze dopo aver atteso mesi, stanno impazzendo all'idea delle regole e dei controlli cui dovranno sottostare i loro ospiti.Speranza, ieri a Oxford per il G7 dei ministri della Salute, parlava di un'Italia ansiosa di avere il green pass europeo. «Noi vogliamo accelerare per quanto possibile», rispetto al primo luglio indicato da Bruxelles, ha dichiarato. Intanto il nostro governo ha provveduto a velocizzare la questione posti a tavola, ignorando le indicazioni del ministro Cassandra. «Bisogna sempre distinguere l'aperto dal chiuso perché al chiuso ci sono molti più rischi. 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Ebbene sì, perché nel silenzio pressoché assoluto dei media nostrani, la Cina e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno in serbo per noi un bel trappolone. Martedì scorso, l'agenzia di stampa Reuters ha rilanciato una notizia a dir poco allarmante. Funzionari dell'agenzia hanno contattato un gruppo di ricercatori, autori di una ricerca pubblicata lo scorso autunno nella quale si dimostra la presenza di anticorpi contro il Sars-CoV-2 in Italia già tra settembre e ottobre del 2019. Ovvero tre mesi prima dei primi casi ufficiali legati al mercato di Wuhan, e ben cinque mesi prima del «paziente 1» di Codogno. «L'Oms ci ha chiesto di condividere il materiale biologico e di poter rieseguire i test presso un laboratorio indipendente, e noi abbiamo accettato», ha dichiarato a Reuters il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano e primo firmatario dello studio. Spiega Reuters che diverse decine di campioni sono stati effettivamente processati dai ricercatori dell'Università di Rotterdam, ma i risultati non possono essere resi noti prima della pubblicazione ufficiale. Più che dare risposte sull'origine del virus, in realtà lo studio di Apolone pone nuovi interrogativi. Innanzitutto, perché si tratta del primo lavoro al mondo in materia di risposte anticorpali al coronavirus nel periodo pre-pandemico. Occorrerebbero altri lavori analoghi in altre regioni del pianeta, dunque, per poter effettuare dei paragoni. In secondo luogo, la ricerca cita altri due studi, uno che dimostra la positività in un paziente ricoverato in terapia intensiva a Parigi a dicembre del 2019, e l'altro realizzato dall'Università di Harvard sulla maggior affluenza al pronto soccorso di Wuhan nel secondo semestre dello stesso anno. In altri termini, il paper di Apolone dimostra semplicemente come il Covid circolasse in Italia ben prima dello scoppio «ufficiale» della pandemia, ma non che la malattia abbia avuto origine nel nostro Paese. Lo stesso ricercatore ha spiegato a Reuters che «nessuno degli studi si è concentrato sull'origine geografica del virus», aggiungendo che «il dubbio crescente è che il virus, probabilmente meno forte rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima che venissero denunciati i primi casi». E in effetti, dal punto di vista scientifico, porsi l'interrogativo sull'esatta provenienza territoriale del patogeno ha più o meno la stessa valenza che chiedersi se sia nato prima l'uovo o la gallina. Lo stesso virologo americano Anthony Fauci ha ammesso ieri che «potremmo non sapere mai da dove si è originato il virus con precisione». Resistere alla tentazione di scaricare le responsabilità per la diffusione della pandemia su un altro Paese era però per il Dragone affare impossibile. E così, la notizia della «riapertura» dello studio sulla presenza del coronavirus in Italia ha ingolosito i media di Pechino. «Gli osservatori cinesi ritengono che gli esperti internazionali abbiano iniziato a rintracciare le origini del Covid-19 al di fuori della Cina, e questo lavoro potrebbe coinvolgere altri Paesi nei quali sono state riportate evidenze precoci (del virus, ndr)», riporta il Global Times, notoriamente vicinissimo al regime. Un immunologo cinese che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato al tabloid che «se fosse confermato che il Covid-19 era presente in Italia già a dicembre del 2019, ciò dimostrerebbe che Wuhan potrebbe non essere il luogo nel quale ha avuto origine» la pandemia. Pur non citando espressamente gli ultimi sviluppi, martedì il People's Daily -quotidiano ufficiale del comitato centrale del partito - ha difeso la serietà e la trasparenza dimostrate dalla Cina in occasione dell'indagine Oms, auspicando che «gli esperti dirigano al più presto le proprie ricerche verso altre parti del mondo nelle quali il virus può avere avuto origine». E a giudicare dalla solerzia con la quale si è mossa l'Oms, uno dei possibili candidati per questa futura gogna mediatica internazionale risulta proprio il nostro Paese. Non va dimenticato che l'agenzia della salute ha sempre espresso lodi sperticate nei confronti di Pechino, e senza dubbio sul piano geopolitico individuare un capro espiatorio farebbe comodo un po' a tutti. Consiglio non richiesto per il governo Draghi: ricordare urgentemente e una volta per tutte al mondo intero che l'Italia non ci sta a recitare la parte della vittima sacrificale.
Ansa
Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.