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2021-06-04
Disfatta di Speranza: libertà a tavola
Roberto Speranza (Ansa)
Lascia o raddoppia? Alla fine otto sono sembrati eccessivi al ministro della Salute e si è scelto un compromesso, però cambia anche se di poco il numero dei commensali che possono sedere allo stesso tavolo all'interno di un ristorante. Il governo ha ampliato da quattro a sei il tetto massimo consentito in zona bianca, e ha eliminato i limiti all'aperto accogliendo le richieste delle Regioni. Tra due o tre settimane sarà superato anche il tetto al chiuso, che non vale per due nuclei familiari, già da subito liberi di stare allo stesso tavolo. Secondo Roberto Speranza, una decisione così importante per la ristorazione non era «una questione centrale» e si era fissato a non voler più di quattro amici al bar, temendo che il Covid diventasse il convitato indesiderato delle allegre tavolate. «Farne un caso sarebbe una follia», sentenziava ieri sul Corriere della Sera, sventolando l'ipotesi di togliere il limite solo negli spazi esterni. «Le norme sono quelle che tutti conoscono, le supereremo gradualmente», ha dichiarato, fingendo di ignorare che non era una questione di apparecchiatura, ma di caos e di altre gravi perdite per i titolari dei locali.
«Evitiamo confusione e incertezza negli operatori», ammoniva invece Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. C'è voluto così un tavolo tecnico, per decidere in quanti possiamo sedere a tavola quando abbiamo voglia di una pizza o di cenare in trattoria. Sarebbe stato istruttivo ascoltare gli esperti della Salute e degli Affari regionali (il ministro Mariastella Gelmini già l'aveva definita una «interpretazione errata», quella dei quattro a tavola), mentre ieri questionavano di posti in più o in meno. Nelle case, tra familiari e parenti si può essere anche in una dozzina al pranzo della domenica, ma in un locale pubblico scatterebbe l'emergenza sanitaria? Evitando lo scontro con le Regioni, ma anche il ridicolo davanti ai cittadini e l'ennesimo deterrente per il turismo, il governo ha poi dato ragione ai governatori e sconfessato Speranza che oggi firma l'ordinanza per sei a tavola al chiuso. «La zona bianca è un “premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità», commentava ieri la Gelmini con tweet.
Uno smacco per il ministro di Leu, sempre pronto a chiudere, limitare, soffocare libertà personali e attività economiche anche quando i contagi da Covid sono ai livelli più bassi. La sua linea non è passata nelle Regioni a fascia bianca e rischia di saltare pure in quelle ferme al giallo. Il presidente Fedriga ha infatti rilanciato la proposta di togliere i limiti di quattro avventori all'aperto anche nelle altre zone, senza aspettare il cambio di colore possibile su tutto il territorio nazionale forse a partire già dal prossimo 21 giugno (a eccezione della Valle d'Aosta), in concomitanza con la fine del coprifuoco. Se ne discuterà in un altro tavolo tecnico.
Al momento, le tre Regioni già bianche sono Friuli Venezia Giulia, Molise e Sardegna, nelle quali non vale più la regola del rientro a casa obbligato, la circolazione è libera e dove sono state anticipate le riaperture di tutti quei settori la cui ripartenza era prevista tra il 15 giugno e il 1 luglio. Quindi convegni, fiere e congressi, parchi tematici, piscine al chiuso, centri termali, sale giochi, centri ricreativi e sociali, corsi di formazione pubblici e privati, competizioni sportive al chiuso. Riaperte anche le discoteche ma solo per ascoltare musica, non per ballare e anche su questo fronte c'è scontro con il ministero della Salute, perché governatori e gestori di locali chiedono il via libera magari con il green pass, il certificato che è obbligatorio in fascia bianca e gialla per gli invitati a matrimoni, cerimonie, banchetti.
Un lasciapassare che dimostri di essere vaccinati, o guariti dal Covid o la negatività a un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti, e che per il Garante della privacy può essere controllato solo dalle forze dell'ordine. Una soluzione improponibile, figuriamoci se poliziotti e carabinieri non hanno di meglio da fare che presidiare chiese, Municipi e i buffet dei ricevimenti. Quindi il governo deve trovare la figura adatta a verificare se gli ospiti sono a posto con il pass. Intanto, le coppie che hanno fissato la data delle nozze dopo aver atteso mesi, stanno impazzendo all'idea delle regole e dei controlli cui dovranno sottostare i loro ospiti.
Speranza, ieri a Oxford per il G7 dei ministri della Salute, parlava di un'Italia ansiosa di avere il green pass europeo. «Noi vogliamo accelerare per quanto possibile», rispetto al primo luglio indicato da Bruxelles, ha dichiarato. Intanto il nostro governo ha provveduto a velocizzare la questione posti a tavola, ignorando le indicazioni del ministro Cassandra. «Bisogna sempre distinguere l'aperto dal chiuso perché al chiuso ci sono molti più rischi. Siamo sulla strada giusta, dobbiamo insistere su questa strada», non ha trovato poi trovato di meglio da commentare Roberto Speranza, quando ha dovuto ingoiare il rospo dell'alleggerimento delle regole.
L’Oms si piega ancora agli ordini dei cinesi: «Covid nato in Italia»
Ricordate quando a marzo del 2020 l'emittente americana Cnn accusava l'Italia di aver diffuso il coronavirus in tutto il mondo? Ebbene, la scandalosa infografica con tanto di freccette rosse a indicare il contagio in direzione degli altri Paesi potrebbe tornare tristemente attuale. Ebbene sì, perché nel silenzio pressoché assoluto dei media nostrani, la Cina e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno in serbo per noi un bel trappolone. Martedì scorso, l'agenzia di stampa Reuters ha rilanciato una notizia a dir poco allarmante. Funzionari dell'agenzia hanno contattato un gruppo di ricercatori, autori di una ricerca pubblicata lo scorso autunno nella quale si dimostra la presenza di anticorpi contro il Sars-CoV-2 in Italia già tra settembre e ottobre del 2019. Ovvero tre mesi prima dei primi casi ufficiali legati al mercato di Wuhan, e ben cinque mesi prima del «paziente 1» di Codogno.
«L'Oms ci ha chiesto di condividere il materiale biologico e di poter rieseguire i test presso un laboratorio indipendente, e noi abbiamo accettato», ha dichiarato a Reuters il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano e primo firmatario dello studio. Spiega Reuters che diverse decine di campioni sono stati effettivamente processati dai ricercatori dell'Università di Rotterdam, ma i risultati non possono essere resi noti prima della pubblicazione ufficiale. Più che dare risposte sull'origine del virus, in realtà lo studio di Apolone pone nuovi interrogativi. Innanzitutto, perché si tratta del primo lavoro al mondo in materia di risposte anticorpali al coronavirus nel periodo pre-pandemico. Occorrerebbero altri lavori analoghi in altre regioni del pianeta, dunque, per poter effettuare dei paragoni. In secondo luogo, la ricerca cita altri due studi, uno che dimostra la positività in un paziente ricoverato in terapia intensiva a Parigi a dicembre del 2019, e l'altro realizzato dall'Università di Harvard sulla maggior affluenza al pronto soccorso di Wuhan nel secondo semestre dello stesso anno. In altri termini, il paper di Apolone dimostra semplicemente come il Covid circolasse in Italia ben prima dello scoppio «ufficiale» della pandemia, ma non che la malattia abbia avuto origine nel nostro Paese. Lo stesso ricercatore ha spiegato a Reuters che «nessuno degli studi si è concentrato sull'origine geografica del virus», aggiungendo che «il dubbio crescente è che il virus, probabilmente meno forte rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima che venissero denunciati i primi casi».
E in effetti, dal punto di vista scientifico, porsi l'interrogativo sull'esatta provenienza territoriale del patogeno ha più o meno la stessa valenza che chiedersi se sia nato prima l'uovo o la gallina. Lo stesso virologo americano Anthony Fauci ha ammesso ieri che «potremmo non sapere mai da dove si è originato il virus con precisione». Resistere alla tentazione di scaricare le responsabilità per la diffusione della pandemia su un altro Paese era però per il Dragone affare impossibile. E così, la notizia della «riapertura» dello studio sulla presenza del coronavirus in Italia ha ingolosito i media di Pechino. «Gli osservatori cinesi ritengono che gli esperti internazionali abbiano iniziato a rintracciare le origini del Covid-19 al di fuori della Cina, e questo lavoro potrebbe coinvolgere altri Paesi nei quali sono state riportate evidenze precoci (del virus, ndr)», riporta il Global Times, notoriamente vicinissimo al regime. Un immunologo cinese che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato al tabloid che «se fosse confermato che il Covid-19 era presente in Italia già a dicembre del 2019, ciò dimostrerebbe che Wuhan potrebbe non essere il luogo nel quale ha avuto origine» la pandemia. Pur non citando espressamente gli ultimi sviluppi, martedì il People's Daily -quotidiano ufficiale del comitato centrale del partito - ha difeso la serietà e la trasparenza dimostrate dalla Cina in occasione dell'indagine Oms, auspicando che «gli esperti dirigano al più presto le proprie ricerche verso altre parti del mondo nelle quali il virus può avere avuto origine». E a giudicare dalla solerzia con la quale si è mossa l'Oms, uno dei possibili candidati per questa futura gogna mediatica internazionale risulta proprio il nostro Paese. Non va dimenticato che l'agenzia della salute ha sempre espresso lodi sperticate nei confronti di Pechino, e senza dubbio sul piano geopolitico individuare un capro espiatorio farebbe comodo un po' a tutti. Consiglio non richiesto per il governo Draghi: ricordare urgentemente e una volta per tutte al mondo intero che l'Italia non ci sta a recitare la parte della vittima sacrificale.
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Compromesso tra governo e Regioni sui ristoranti: in zona bianca nessun limite ai commensali all'aperto, massimo sei al chiuso. Ma i governatori proponevano otto. Pressing di Massimiliano Fedriga per abolire il tetto in zona gialla, rimasto di quattro pure all'esterno.L'Oms, spinta da Pechino, indaga sulla presenza del virus prima dei casi di Wuhan. Dito puntato anche sul nostro Paese.Lo speciale contiene due articoli.Lascia o raddoppia? Alla fine otto sono sembrati eccessivi al ministro della Salute e si è scelto un compromesso, però cambia anche se di poco il numero dei commensali che possono sedere allo stesso tavolo all'interno di un ristorante. Il governo ha ampliato da quattro a sei il tetto massimo consentito in zona bianca, e ha eliminato i limiti all'aperto accogliendo le richieste delle Regioni. Tra due o tre settimane sarà superato anche il tetto al chiuso, che non vale per due nuclei familiari, già da subito liberi di stare allo stesso tavolo. Secondo Roberto Speranza, una decisione così importante per la ristorazione non era «una questione centrale» e si era fissato a non voler più di quattro amici al bar, temendo che il Covid diventasse il convitato indesiderato delle allegre tavolate. «Farne un caso sarebbe una follia», sentenziava ieri sul Corriere della Sera, sventolando l'ipotesi di togliere il limite solo negli spazi esterni. «Le norme sono quelle che tutti conoscono, le supereremo gradualmente», ha dichiarato, fingendo di ignorare che non era una questione di apparecchiatura, ma di caos e di altre gravi perdite per i titolari dei locali. «Evitiamo confusione e incertezza negli operatori», ammoniva invece Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. C'è voluto così un tavolo tecnico, per decidere in quanti possiamo sedere a tavola quando abbiamo voglia di una pizza o di cenare in trattoria. Sarebbe stato istruttivo ascoltare gli esperti della Salute e degli Affari regionali (il ministro Mariastella Gelmini già l'aveva definita una «interpretazione errata», quella dei quattro a tavola), mentre ieri questionavano di posti in più o in meno. Nelle case, tra familiari e parenti si può essere anche in una dozzina al pranzo della domenica, ma in un locale pubblico scatterebbe l'emergenza sanitaria? Evitando lo scontro con le Regioni, ma anche il ridicolo davanti ai cittadini e l'ennesimo deterrente per il turismo, il governo ha poi dato ragione ai governatori e sconfessato Speranza che oggi firma l'ordinanza per sei a tavola al chiuso. «La zona bianca è un “premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità», commentava ieri la Gelmini con tweet. Uno smacco per il ministro di Leu, sempre pronto a chiudere, limitare, soffocare libertà personali e attività economiche anche quando i contagi da Covid sono ai livelli più bassi. La sua linea non è passata nelle Regioni a fascia bianca e rischia di saltare pure in quelle ferme al giallo. Il presidente Fedriga ha infatti rilanciato la proposta di togliere i limiti di quattro avventori all'aperto anche nelle altre zone, senza aspettare il cambio di colore possibile su tutto il territorio nazionale forse a partire già dal prossimo 21 giugno (a eccezione della Valle d'Aosta), in concomitanza con la fine del coprifuoco. Se ne discuterà in un altro tavolo tecnico.Al momento, le tre Regioni già bianche sono Friuli Venezia Giulia, Molise e Sardegna, nelle quali non vale più la regola del rientro a casa obbligato, la circolazione è libera e dove sono state anticipate le riaperture di tutti quei settori la cui ripartenza era prevista tra il 15 giugno e il 1 luglio. Quindi convegni, fiere e congressi, parchi tematici, piscine al chiuso, centri termali, sale giochi, centri ricreativi e sociali, corsi di formazione pubblici e privati, competizioni sportive al chiuso. Riaperte anche le discoteche ma solo per ascoltare musica, non per ballare e anche su questo fronte c'è scontro con il ministero della Salute, perché governatori e gestori di locali chiedono il via libera magari con il green pass, il certificato che è obbligatorio in fascia bianca e gialla per gli invitati a matrimoni, cerimonie, banchetti. Un lasciapassare che dimostri di essere vaccinati, o guariti dal Covid o la negatività a un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti, e che per il Garante della privacy può essere controllato solo dalle forze dell'ordine. Una soluzione improponibile, figuriamoci se poliziotti e carabinieri non hanno di meglio da fare che presidiare chiese, Municipi e i buffet dei ricevimenti. Quindi il governo deve trovare la figura adatta a verificare se gli ospiti sono a posto con il pass. Intanto, le coppie che hanno fissato la data delle nozze dopo aver atteso mesi, stanno impazzendo all'idea delle regole e dei controlli cui dovranno sottostare i loro ospiti.Speranza, ieri a Oxford per il G7 dei ministri della Salute, parlava di un'Italia ansiosa di avere il green pass europeo. «Noi vogliamo accelerare per quanto possibile», rispetto al primo luglio indicato da Bruxelles, ha dichiarato. Intanto il nostro governo ha provveduto a velocizzare la questione posti a tavola, ignorando le indicazioni del ministro Cassandra. «Bisogna sempre distinguere l'aperto dal chiuso perché al chiuso ci sono molti più rischi. Siamo sulla strada giusta, dobbiamo insistere su questa strada», non ha trovato poi trovato di meglio da commentare Roberto Speranza, quando ha dovuto ingoiare il rospo dell'alleggerimento delle regole.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/disfatta-speranza-liberta-tavola-2653229343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-si-piega-ancora-agli-ordini-dei-cinesi-covid-nato-in-italia" data-post-id="2653229343" data-published-at="1622755043" data-use-pagination="False"> L’Oms si piega ancora agli ordini dei cinesi: «Covid nato in Italia» Ricordate quando a marzo del 2020 l'emittente americana Cnn accusava l'Italia di aver diffuso il coronavirus in tutto il mondo? Ebbene, la scandalosa infografica con tanto di freccette rosse a indicare il contagio in direzione degli altri Paesi potrebbe tornare tristemente attuale. Ebbene sì, perché nel silenzio pressoché assoluto dei media nostrani, la Cina e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno in serbo per noi un bel trappolone. Martedì scorso, l'agenzia di stampa Reuters ha rilanciato una notizia a dir poco allarmante. Funzionari dell'agenzia hanno contattato un gruppo di ricercatori, autori di una ricerca pubblicata lo scorso autunno nella quale si dimostra la presenza di anticorpi contro il Sars-CoV-2 in Italia già tra settembre e ottobre del 2019. Ovvero tre mesi prima dei primi casi ufficiali legati al mercato di Wuhan, e ben cinque mesi prima del «paziente 1» di Codogno. «L'Oms ci ha chiesto di condividere il materiale biologico e di poter rieseguire i test presso un laboratorio indipendente, e noi abbiamo accettato», ha dichiarato a Reuters il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano e primo firmatario dello studio. Spiega Reuters che diverse decine di campioni sono stati effettivamente processati dai ricercatori dell'Università di Rotterdam, ma i risultati non possono essere resi noti prima della pubblicazione ufficiale. Più che dare risposte sull'origine del virus, in realtà lo studio di Apolone pone nuovi interrogativi. Innanzitutto, perché si tratta del primo lavoro al mondo in materia di risposte anticorpali al coronavirus nel periodo pre-pandemico. Occorrerebbero altri lavori analoghi in altre regioni del pianeta, dunque, per poter effettuare dei paragoni. In secondo luogo, la ricerca cita altri due studi, uno che dimostra la positività in un paziente ricoverato in terapia intensiva a Parigi a dicembre del 2019, e l'altro realizzato dall'Università di Harvard sulla maggior affluenza al pronto soccorso di Wuhan nel secondo semestre dello stesso anno. In altri termini, il paper di Apolone dimostra semplicemente come il Covid circolasse in Italia ben prima dello scoppio «ufficiale» della pandemia, ma non che la malattia abbia avuto origine nel nostro Paese. Lo stesso ricercatore ha spiegato a Reuters che «nessuno degli studi si è concentrato sull'origine geografica del virus», aggiungendo che «il dubbio crescente è che il virus, probabilmente meno forte rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima che venissero denunciati i primi casi». E in effetti, dal punto di vista scientifico, porsi l'interrogativo sull'esatta provenienza territoriale del patogeno ha più o meno la stessa valenza che chiedersi se sia nato prima l'uovo o la gallina. Lo stesso virologo americano Anthony Fauci ha ammesso ieri che «potremmo non sapere mai da dove si è originato il virus con precisione». Resistere alla tentazione di scaricare le responsabilità per la diffusione della pandemia su un altro Paese era però per il Dragone affare impossibile. E così, la notizia della «riapertura» dello studio sulla presenza del coronavirus in Italia ha ingolosito i media di Pechino. «Gli osservatori cinesi ritengono che gli esperti internazionali abbiano iniziato a rintracciare le origini del Covid-19 al di fuori della Cina, e questo lavoro potrebbe coinvolgere altri Paesi nei quali sono state riportate evidenze precoci (del virus, ndr)», riporta il Global Times, notoriamente vicinissimo al regime. Un immunologo cinese che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato al tabloid che «se fosse confermato che il Covid-19 era presente in Italia già a dicembre del 2019, ciò dimostrerebbe che Wuhan potrebbe non essere il luogo nel quale ha avuto origine» la pandemia. Pur non citando espressamente gli ultimi sviluppi, martedì il People's Daily -quotidiano ufficiale del comitato centrale del partito - ha difeso la serietà e la trasparenza dimostrate dalla Cina in occasione dell'indagine Oms, auspicando che «gli esperti dirigano al più presto le proprie ricerche verso altre parti del mondo nelle quali il virus può avere avuto origine». E a giudicare dalla solerzia con la quale si è mossa l'Oms, uno dei possibili candidati per questa futura gogna mediatica internazionale risulta proprio il nostro Paese. Non va dimenticato che l'agenzia della salute ha sempre espresso lodi sperticate nei confronti di Pechino, e senza dubbio sul piano geopolitico individuare un capro espiatorio farebbe comodo un po' a tutti. Consiglio non richiesto per il governo Draghi: ricordare urgentemente e una volta per tutte al mondo intero che l'Italia non ci sta a recitare la parte della vittima sacrificale.
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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