Diritto di veto in discussione all’Onu. Mattarella: «Cambiare governance»

Nel dibattito sulla riforma dell’Onu e del diritto di veto, il presidente della Repubblica invita a rinnovare i meccanismi di governance per restituire credibilità all’organizzazione. Anche Meloni chiede cambiamenti, ma in chiave pragmatica e rispettosa della sovranità degli Stati.
In questa fase di confusa ristrutturazione delle istituzioni sovranazionali non è solo l’Unione europea a essere tentata di ridefinire il proprio perimetro d’azione. Anche all’Onu c’è voglia di cambiamento. Ma, come nel caso dell’Ue, non si sa bene dove si vuole andare e c’è il rischio di peggiorare un’architettura già traballante.
Sul tema è intervenuto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in una intervista alla Voce di New York ha dichiarato: «Senza cambiamento nei meccanismi di governance dell’Onu, il rischio è che molte nazioni rinuncino a guardarvi come il luogo in cui è possibile costruire obiettivi comuni. In verità le critiche riguardano, più che altro, la capacità effettiva di intervento nel corso di conflitti e scontri armati, mentre amplissimo è il riconoscimento del raggiungimento di ottimi obiettivi ascritto alle attività di tutto il sistema onusiano, con le sue agenzie. Il dibattito in corso per una riforma delle Nazioni unite è benvenuto e necessario». Per il capo dello Stato, «l’efficacia dell’Onu dipende in larga misura dalla buona coscienza, in altri termini, dalla volontà politica degli Stati membri. In ogni caso, è anzitutto all’Onu che ci si rivolge per ruoli di mediazione. Sono le Nazioni unite l’attore umanitario in tutte le principali crisi del mondo».
Mattarella si inserisce in un dibattito più ampio. Oggi il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite si riunirà per celebrare l’80º anniversario dell’entrata in vigore della Carta dell’Onu, con un dibattito aperto intitolato «The United Nations Organization: Looking into the Future». A marzo scorso, il segretario generale António Guterres ha lanciato UN80, un’importante iniziativa di riforma in concomitanza con l’80° anniversario dell’organizzazione, volta a rinnovare il sistema delle Nazioni unite per renderlo più «efficace ed efficiente in termini di costi e reattivo». Dal 2005 esiste inoltre un gruppo di Paesi chiamato Uniting for Consensus, volto a promuovere la riforma del Consiglio di sicurezza attraverso l’aumento dei seggi elettivi non permanenti. Il gruppo sarebbe peraltro coordinato dall’Italia anche se, in questi 20 anni, il mondo è cambiato rapidamente e non pare che UfC risponda ancora a una qualche volontà politica condivisa reale.
Come noto, il Consiglio di sicurezza è composto da cinque membri permanenti (i vincitori della seconda guerra mondiale: Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e dieci membri non permanenti eletti in rappresentanza dei paesi membri delle Nazioni unite. Solo i primi, tuttavia, hanno il diritto di veto. E, esattamente come per l’Ue, è proprio attorno al diritto di veto che si concentrano le velleità riformistiche. Che, intendiamoci, di per sé sono benvenute, dato che l’Onu è palesemente un carrozzone miliardario che non riesce più a comporre pacificamente alcun contenzioso. L’importante è capire cosa e come si vuole cambiare. Lo stesso diritto di veto, per quanto sia uno strumento imperfetto, ha comunque consentito una certa rappresentanza per le istanze di quella parte del mondo lontana dall’Occidente. Rimuoverlo senza ponderare bene l’alternativa potrebbe solo peggiorare le cose e magari dare il via a una stagione di interventismo occidentale fuori controllo.
Un mese fa, anche Giorgia Meloni, parlando all’Onu, ha auspicato cambiamenti, ma all’insegna di un riformismo decisamente cauto e ostile alle fughe in avanti: «Dobbiamo riconoscere che è necessaria, e urgente, una riforma profonda delle Nazioni Unite. Una riforma non ideologica, ma pragmatica, realista. Che rispetti la sovranità delle nazioni e apra a soluzioni condivise. Abbiamo bisogno di un’istituzione agile, efficiente, in grado di rispondere velocemente alle crisi. Trasparente nella missione, trasparente nei costi. Capace di ridurre al minimo la burocrazia, gli sprechi, le duplicazioni. Il Palazzo di Vetro deve essere anche una Casa di Vetro. La riforma che ha in mente l’Italia, a partire dal Consiglio di Sicurezza, deve rispettare i principi di eguaglianza, democraticità, rappresentatività e responsabilità. Non servono», spiegava la Meloni, «nuove gerarchie e non servono nuovi seggi permanenti, semplicemente perché non risolverebbero la paralisi decisionale che ha minato la credibilità di questa istituzione. Siamo aperti a discutere la riforma senza alcun pregiudizio, anche in forza delle proposte già avanzate dal gruppo Uniting for Consensus, ma vogliamo una riforma che serva a rappresentare meglio tutti, non a rappresentare di più alcuni».





