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2021-12-13
Dimmi cosa mangi: ti dirò se sei felice. Così la digestione ci cambia la vita. Umore compreso
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Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente.
Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».
La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune.
Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».
E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante».
Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto.
Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».
E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress».
«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid»
Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia?
«In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista».
Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo?
«Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici».
Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente.
«Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo».
Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio?
«L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina».
Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino?
«I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
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Dolore, stanchezza, perfino ansia e stress. Sono i messaggi che lanciano stomaco e intestino quando è urgente modificare alimentazione e abitudini. Ecco come imparare ad ascoltarli.«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid». L’esperto Silvio Danese: «La prima vittima della pandemia è proprio l’apparato fulcro di tutti gli equilibri umani: stravolto dal lockdown e pure preso di mira dal virus. La ricetta per recuperare? La regola d’oro è evitare gli eccessi».Lo speciale comprende due articoli.Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente. Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune. Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante». Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto. Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimmi-cosa-mangi-ti-diro-se-sei-felice-cosi-la-digestione-ci-cambia-la-vita-umore-compreso-2656006766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vi-spiego-come-restituire-la-pace-alle-nostre-pance-afflitte-dal-covid" data-post-id="2656006766" data-published-at="1639343693" data-use-pagination="False"> «Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid» Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia? «In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista». Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo? «Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici». Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente. «Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo». Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio? «L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina». Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino? «I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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