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2021-12-13
Dimmi cosa mangi: ti dirò se sei felice. Così la digestione ci cambia la vita. Umore compreso
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Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente.
Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».
La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune.
Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».
E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante».
Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto.
Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».
E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress».
«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid»
Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia?
«In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista».
Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo?
«Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici».
Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente.
«Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo».
Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio?
«L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina».
Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino?
«I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
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Dolore, stanchezza, perfino ansia e stress. Sono i messaggi che lanciano stomaco e intestino quando è urgente modificare alimentazione e abitudini. Ecco come imparare ad ascoltarli.«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid». L’esperto Silvio Danese: «La prima vittima della pandemia è proprio l’apparato fulcro di tutti gli equilibri umani: stravolto dal lockdown e pure preso di mira dal virus. La ricetta per recuperare? La regola d’oro è evitare gli eccessi».Lo speciale comprende due articoli.Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente. Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune. Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante». Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto. Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimmi-cosa-mangi-ti-diro-se-sei-felice-cosi-la-digestione-ci-cambia-la-vita-umore-compreso-2656006766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vi-spiego-come-restituire-la-pace-alle-nostre-pance-afflitte-dal-covid" data-post-id="2656006766" data-published-at="1639343693" data-use-pagination="False"> «Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid» Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia? «In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista». Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo? «Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici». Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente. «Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo». Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio? «L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina». Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino? «I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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