True
2021-12-13
Dimmi cosa mangi: ti dirò se sei felice. Così la digestione ci cambia la vita. Umore compreso
iStock
Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente.
Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».
La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune.
Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».
E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante».
Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto.
Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».
E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress».
«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid»
Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia?
«In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista».
Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo?
«Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici».
Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente.
«Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo».
Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio?
«L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina».
Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino?
«I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
Continua a leggereRiduci
Dolore, stanchezza, perfino ansia e stress. Sono i messaggi che lanciano stomaco e intestino quando è urgente modificare alimentazione e abitudini. Ecco come imparare ad ascoltarli.«Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid». L’esperto Silvio Danese: «La prima vittima della pandemia è proprio l’apparato fulcro di tutti gli equilibri umani: stravolto dal lockdown e pure preso di mira dal virus. La ricetta per recuperare? La regola d’oro è evitare gli eccessi».Lo speciale comprende due articoli.Parafrasando Nanni Moretti nella scena del film Palombella rossa in cui schiaffeggia la giornalista che lo tormenta con domande zeppe di termini inglesi e le ricorda che chi parla male pensa male, potremmo dire che chi mangia e digerisce male vive male. Finché mangiavamo naturale, naturalissimo, cioè cibo prodotto in maniera artigianale con ingredienti, a loro volta, artigianali, e così era anche nei ristoranti, non avevamo tutti questi problemi. Oggi mangiamo in fretta tra una «call» e altre mille cose da fare cibi sempre meno artigianali, e i nostri stomaci e intestini patiscono due volte: lo stress esistenziale e quello alimentare. Aggiungiamoci, poi, lo stress del Covid che continua e capiremo che è davvero necessario fermarsi a comprendere come vivere proteggendo, e non affliggendo, magari inconsapevolmente, il nostro apparato digerente. Il bel libro appena uscito del professore Silvio Danese, già autore del bestseller La pancia lo sa (Sonzogno), e soprattutto direttore della divisione di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Gastroenterologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Crohn’s and Colitis Organisation (Ecco), prende in mano il diffuso desiderio delle persone di conoscere come funzionano i propri stomaci e intestini. E lo accontenta. In In pace con la pancia, Danese esamina e spiega «la vita che abita nella pancia», che «a volte si imbizzarrisce e sembra un cavallo furioso, ma noi dobbiamo domarlo e insegnargli a stare più quieto, a diventare leggero come una farfalla».La citazione in esergo, da Guerra e pace di Lev Tolstoj, introduce il concetto della responsabilità del proprio benessere: «Per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo». Danese risponde a oltre 100 domande tipiche dei pazienti e attraverso queste risposte spiega loro, ma anche al lettore, come funzionano gli organi in questione e come decodificare i loro messaggi. Eccone alcune. Perché il mal di pancia dopo mangiato? «Un banale mal di pancia che si risolve da solo può capitare a tutti. Può essere colpa di un prodotto poco fresco, una salsa scaduta, una cottura sbagliata. Pensate che un essere umano, in media, ingerisce nel corso di una vita circa 30 tonnellate di cibo e 50.000 litri di liquidi». Insomma, «l’intestino fa un gran lavoro, costantemente, quindi può capitare, ogni tanto, che qualcosa vada storto. Ma se il dolore si presenta in modo cronico, è il caso di rivolgersi a un medico, che vi prescriverà delle analisi del sangue, un esame delle feci o un’ecografia».E la sonnolenza post prandiale? «Abbiamo sperimentato tutti il cosiddetto “abbiocco” dopo pranzo, specialmente quando ci rimettiamo al lavoro non appena concluso il pasto. La sonnolenza può verificarsi perché il sangue, quando digeriamo, viene richiamato verso l’apparato digerente, e questo induce torpore, difficoltà di concentrazione, mal di testa. È un fenomeno comune, è vero, ma se è frequente consiglio di intervenire sullo stile di vita, perché spesso è sintomo di una cattiva digestione, che può essere dovuta a stress, all’abitudine di mangiare di fretta oppure, semplicemente, a una dieta non equilibrata, per esempio carica di grassi e zuccheri raffinati. Fattori che sovraccaricano lo stomaco, che tarda a svuotarsi con conseguente senso di pesantezza e tensione. E le notizie spiacevoli non sono finite: chi ha questo problema, in genere, ha anche l’alito pesante». Masticare lentamente, cosa che non tutti riescono a fare mangiando un panino on the go, è importante. Bisognerebbe masticare il boccone 35-40 volte. Alleggeriremmo la digestione, perché il cibo ben masticato arriva già «pretrattato» nello stomaco. E mangeremmo anche meno, perché daremmo il tempo al cervello di registrare correttamente la quantità di cibo ingerito e segnalarci il raggiungimento del livello di sazietà, attività per le quali occorrono circa 20 minuti dall’inizio del pasto. Il mal di pancia può dipendere dallo stress? «Certo che sì: il tratto gastrointestinale reagisce alle nostre emozioni. D’altronde, la pancia è una sorta di secondo cervello che interagisce con il primo, cioè con il sistema nervoso centrale, interpretandone gli stimoli. Fate caso a cosa succede di notte. Se il dolore scompare è un segnale decisivo, perché significa che l’abbassamento della tensione che si verifica durante il sonno riduce la sofferenza addominale».E viceversa pancia e intestino possono influenzare l’umore? «Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dimostra che il nostro microbiota è in grado di rilasciare una sostanza, chiamata triptofano, che ha un ruolo essenziale nella protezione delle cellule del sistema nervoso centrale. Sarebbe persino in grado di proteggerle dalla neurodegenerazione, quindi dallo sviluppo di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Senza contare che alcuni ormoni, come la serotonina, la cosiddetta molecola della felicità, sarebbero prodotti per la maggior parte proprio nell’apparato digerente. È un po’ come se la pancia, quando sta bene, fosse un dispenser di allegria, mentre quando sta male lo è di ansia e stress». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimmi-cosa-mangi-ti-diro-se-sei-felice-cosi-la-digestione-ci-cambia-la-vita-umore-compreso-2656006766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vi-spiego-come-restituire-la-pace-alle-nostre-pance-afflitte-dal-covid" data-post-id="2656006766" data-published-at="1639343693" data-use-pagination="False"> «Vi spiego come restituire la pace alle nostre pance afflitte dal Covid» Professor Silvio Danese, ci racconta come è nata l’idea di In pace con la pancia? «In pace con la pancia è stato “partorito” durante il Covid. Durante il lockdown, tutti quanti hanno avuto un forte stress, esattamente come è successo ai nostri nonni durante il periodo della guerra, con tantissima ansia e uno stravolgimento totale delle nostre abitudini di vita e delle abitudini alimentari. Si sa che, molto spesso, l’apparato digerente è uno dei primi organi coinvolti quando c’è somatizzazione di episodi di stress. Non a caso, l’intestino viene definito “secondo cervello”. In primo luogo, abbiamo “litigato” col nostro apparato digerente. Secondo aspetto: abbiamo imparato che il Covid di per sé può colpire l’apparato digerente e abbiamo scoperto, con le gastroenteriti che ci sono state, una nuova malattia che è questo “long Covid” che può anche coinvolgere numerosi organi tra cui l’intestino o il pancreas. Ci sono dei pazienti che hanno sviluppato quella che definiamo “sindrome del colon irritabile post Covid o post virale”. La sindrome del colon irritabile è una cosa che già conosciamo, è nella nostra letteratura medica, però in questo caso è dovuta alla gastroenterite da Covid. Poi, il terzo aspetto è che durante il periodo della pandemia abbiamo smesso di fare gli screening, incluso lo screening per il tumore al colon. Per il distanziamento, per il fatto che le procedure endoscopiche possono essere un veicolo di contaminazione, per la paura di andare in ospedale e per le liste di attesa lunghissime, abbiamo rinunciato a fare screening. Quindi, il titolo In pace con la pancia allude al desiderio di fare pace col nostro apparato digerente e con tutto quello che è successo in quel periodo. Poi, nel libro ci sono 100 domande dei pazienti, le più comuni richieste in ambulatorio di gastroenterologia, dalla pancia gonfia alla cattiva digestione, dal reflusso gastroesofageo a patologie più serie. In pace con la pancia non vuole essere un manuale di autodiagnosi, ma una piccola guida per capire i propri comportamenti errati, oppure se c’è qualcosa che non va e bisogna andare dallo specialista». Cosa possiamo fare per tutelare il benessere gastrointestinale che vuol dire anche - nel libro lei lo spiega bene - benessere complessivo dell’organismo? «Ippocrate diceva che la salute e la malattia passano attraverso l’apparato digerente, stessa cosa dice la medicina tradizionale cinese... In tutte le culture, l’apparato digerente è concepito come fulcro del benessere generale. Oggi, con la scoperta del microbiota, portiamo avanti questa concezione in maniera più moderna. C’è tanta attenzione a come il microbiota viene modulato, tramite l’alimentazione, nella regolazione di numerosi processi e a come è associato, in un’eventuale disbiosi, a varie patologie come malattia di Chron, obesità, diabete, Alzheimer e così via. Le regole chiave sono avere un’alimentazione varia, evitare il più possibile i prodotti industriali, perseguire una dieta ricca di vegetali che rendono la flora intestinale più antinfiammatoria, bere molta acqua e fare sport. Fare sport non è una cosa banale perché coadiuva la biodiversità del nostro microbiota. Sono golden rules molto semplici». Parliamo dei cibi iperprocessati. Oggi non c’è tempo, non c’è voglia, a volte non c’è conoscenza, cioè non si sa cucinare, allora ci si rivolge al cibo già pronto. Lo si fa con candore, pensando di far bene, addirittura di nutrirsi meglio perché si tratta di prodotti preparati, in qualche modo, professionalmente. «Sì, però molto spesso ci sono conservanti, additivi, arricchitori, tutte sostanze che possono in qualche modo alterare importanti equilibri. Le faccio un esempio. Si è visto che se si mangia in maniera continuativa un dolcificante che viene spesso aggiunto a dolci e preparati industriali si altera lo stato di muco della barriera intestinale e questo rende l’epitelio più suscettibile alle infezioni. Un altro esempio: lo studio delle popolazioni occidentali che hanno un’alimentazione troppo ricca di zuccheri, di acidi grassi o di grassi di derivazione animale mostra come la flora intestinale diventi più infiammatoria rispetto a chi segue un’alimentazione soprattutto verde. Non si deve estremizzare, però bisogna trovare la giusta via di mezzo». Colpisce questa sua ricerca dell’equilibrio contro il rischio degli estremismi. Anche riguardo allo sport, lei parla della «sindrome gastrointestinale indotta dall’esercizio fisico» eccessivo. Sembra paradossale e controintuitivo, ce lo spiega meglio? «L’epitelio intestinale può andare incontro a una apertura delle giunzioni di barriera. Un eccesso di sport è un evento iperstressante che può portare l’organismo alla situazione che si verifica quando ci sono grandi rilasci di neuromediatori dello stress come l’adrenalina». Ci consiglia tre cibi da evitare assolutamente e tre cibi che fanno sempre bene all’intestino? «I cibi che fanno bene sono molto semplici, è la dieta mediterranea: olio d’oliva, pesce grasso, frutta a guscio, che sono tutti ricchi di antiossidanti, i frutti rossi, che sono pieni di polifenoli, poi tutto quello che c’è in questo periodo, come gli agrumi. Quello che fa male sono i cibi industrializzati, in generale l’eccesso di zuccheri a rapido assorbimento di preparati industriali o insaccati, carni rosse. È chiaro che è l’eccesso che determina il problema».
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
Continua a leggereRiduci